Cantine Nera – Caven, Valtellina

Cronaca di una giornata assolata dai contorni color rubino con riflessi granato

Partenza alle 8 da Milano, destinazione Valtellina, a farmi compagnia c’è Sasha, amico Sommelier e compagno di corso in AIS. Le chiacchiere sul vino ci fanno percorrere velocemente i chilometri e ci ritroviamo presto a costeggiare l’Adda ed ammirare le vigne sulla nostra sinistra. Che spettacolo, si susseguono i vigneti facendo bella mostra di sé con i nomi dei produttori, ben visibili dalla statale che stiamo percorrendo. Mi tornano in mente le emozioni dei vini assaggiati, le differenze di ognuno che rendono unico questo territorio. Arriviamo così a Chiuro, nella sede di Nera dove ad aspettarci, nel bellissimo Wine Bar, c’è Francesco di Bernardo che oltre ad essere un commerciale si rivelerà una fonte inesauribile di informazioni preziose per noi appassionati degustatori. Dopo poco ci raggiunge anche il Patron dell’azienda, il Signor Pietro Nera. È un onore conoscerlo, schietto e simpatico ci mette subito a nostro agio, si respira un clima familiare.

Sasha, il Patron Pietro Nera ed io

Francesco ci racconta dell’Azienda, dei figli, la quarta generazione, una storia di successi e di qualità. Siamo da uno dei tre più grandi produttori della valle. Accettiamo volentieri di visitare le vigne di proprietà nella sottozona Inferno. Percorriamo qualche chilometro salendo sui tornanti in località Poggiridenti a 400/450 m slm. Wow, la vista sulla valle è magnifica, scendiamo tra i filari, ‘viticoltura eroica’ mi riecheggia in testa, qui tutto a mano e devi anche stare attento a dove metti i piedi se non vuoi finire di sotto, le pendenze sono significative. Il sole batte forte anche se sono solo le 11. In piena estate il caldo diventa infernale, tanto che i lavori in vigna vengono fatti solo la mattina presto. 

Guardo i miei piedi, vicini al bordo del terrazzamento, noto una pianta di fichi d’india che ha trovato qualche interstizio dove infilare le radici, è come se fosse lì a dire ‘qui ci sto bene, c’è tutta la luce e il calore che voglio’. Il terreno  ha uno strato superficiale di 20/30 cm di terra mista a detriti sassosi e sabbiosi, sotto lo scheletro è grossolano di pietre, poi la roccia, ben drenante. Tanta luce e la brezza che sale dal lago, esposizione sud, il luogo ideale per il nebbiolo che sceglie di crescere solo in posti particolari. Non è un caso se lo troviamo solo qui, in Piemonte ed in piccola parte nella Valle d’Aosta e nella Gallura. I vini della sottozona Inferno sono tra quelli più apprezzati della DOCG Valtellina Superiore e Sforzato, quelli con più corpo/struttura. Uno sguardo ai grappoli che si stanno formando, si riconosce la tipica forma allungata del nebbiolo con l’ala che sembra un’altro grappolo.

Tornati in sede visitiamo le Cantine, dove a colpirmi sono le grandi botti, protagoniste dell’affinamento dei nebbioli di Nera, alcune così grandi che sono state costruite in loco.

Passiamo da un locale all’altro dove si susseguono gli enormi tini di fermentazione, le vasche in cemento, ed altre botti dalle dimensioni più piccole fino ad arrivare alle barrique. Una parte della cantina è poi dedicata all’appassimento delle uve che avviene in cassette, serviranno poi per la produzione dello Sforzato. 

Al Wine Bar i calici sono pronti per la degustazione, si inizia con ‘La Novella’ 2017, un nebbiolo vinificato in bianco con una piccola percentuale di Chardonnay e Incrocio Manzoni (20%), è la prima volta che assaggio un nebbiolo ‘in bianco’ non spumantizzato ed è una bella sorpresa, sarà il caldo e la prossimità dell’ora di pranzo, ma è un ottimo vino da aperitivo, fresco e beverino. Aromi di fiori bianchi, una bellissima mela verde e più sfumati l’ananas e la banana. Segue il Rezio, altro bianco, stesse uve ma con affinamento in barrique per 15 mesi. Di corpo, strutturato, con aromi di fiori e frutti gialli maturi, burroso in bocca e persistente. Un Signor Bianco, decisamente più impegnativo, ti fa immaginare abbinamenti con piatti di pesce o formaggi a pasta semidura. 

I rossi, l’espressione più alta del nebbiolo, Sassella Riserva Nera 2010, tutta l’eleganza del Sassella e il contributo di una grande annata. Armonico, fine, dagli aromi floreali di viola e fruttati, lampone, frutti di bosco, confettura fresca. Affinamento in botte grande, la tradizione di Nera. Penso ai cugini delle Langhe, a come questo Nebbiolo delle Alpi abbia tutte le qualità del grande vino e di come non abbia però (inspiegabilmente) la loro stessa considerazione e valore sul mercato. Il secondo rosso è la Riserva Caven la Priora, Sassella. Stessa annata e stesso terroir, qui però, complice la ‘botte piccola’ gli aromi sono più orientati verso le spezie, liquirizia, cacao, cuoio, ‘tanta roba’…

Riserva Nera 2009 Grumello (botte grande), altra sottozona, diverso risultato, più floreale, verticale con note sapide, elegante, lungo. Ora in Valgella con il Crù Le Signorie di Nera, Riserva 2011, che dire, altro bel Nebbiolo elegante, sapido, con tannini evidenti ma composti, equilibrato, persistente. Sassella Inferno Riserva Nera 2010, la potenza e l’equilibrio, mi viene in mente il celebre slogan Pirelli ‘La potenza è nulla senza controllo’, ed è l’affinamento (almeno 36 mesi) con la botte grande a dare quel controllo che determinerà poi un grande Valtellina Superiore Riserva. L’ultimo assaggio è dedicato alla Riserva Giupa di Caven 2010. Vendemmia tardiva, Crù di Bianzone nelle terrazze retiche. L’uva viene passita un mese in vigna tagliando i tralci. Solo 1 ettaro vitato per questa delizia di vino, morbido, vellutato, con i tipici aromi di viola e frutti rossi. Davvero una bella degustazione dove abbiamo apprezzato le diversità di ognuna delle Riserve, difficile stabilire una classifica di piacevolezza. L’eleganza e finezza di Nera da una parte e la forza quasi selvaggia di Caven dall’altra, due anime che insieme sono in grado di offrire un ventaglio di versioni in grado di soddisfare ogni palato.

Francesco vorrebbe farci assaggiare anche gli Sforzati ma ora c’è bisogno di mettere sotto i denti qualcosa di sostanzioso per rimettersi in sesto, siamo anche in ritardo per il ristorante prenotato qualche giorno prima. Comunque gli Sforzati di Nera e Caven ‘Messere’ li ho portati a casa per degustarli con calma.

Pochi passi e siamo al Ristorante San Carlo dove pranziamo con delle succulente tagliatelle fatte in casa con sugo di selvaggina, mi lascio poi tentare da un tris di ottime bresaole di cavallo, manzo e cervo. Ci scappa un’altro calice di vino, come fai a bere acqua con questi piatti?. Ci intratteniamo a chiacchierare di nebbioli con la giovane titolare che scopriamo essere una Sommelier Ais, simpatica e preparata, ha praticamente tutte le etichette di vini della Valtellina in bella mostra. 

Tornati da Nera concludiamo gli acquisti e ci gustiamo un nebbiolo passito, seduti e rilassati, nell’area esterna del Wine Bar. Il sole è ormai a ovest, è il momento di ripercorrere all’indietro la stessa strada da cui siamo venuti. Una dopo l’altra scorrono le sottozone e mi sale un pizzico di tristezza, vorrei fermarmi da ogni produttore, sentire la sua storia e assaggiare i suoi vini. Poi però mi ricordo delle bottiglie nel bagagliaio e torno felice a casa con un pezzetto di eccellenza Valtellinese, quella delle Cantine Nera e Caven.

Luca Gonzato

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DOC Liguria

Visto che è arrivata l’estate e che la costa ligure è una delle mete preferite per passare qualche giorno al mare, ho pensato di dare qualche suggerimento sulle denominazioni da assaggiare durante la villeggiatura. Nelle provincie di Savona e Imperia il Rossese di Dolceacqua DOC, (vino rosso da uve di Rossese), l’Ormeasco di Pornassio DOC (rosso da uve Dolcetto), oppure una delle varietà del Riviera Ligure di Ponente DOC. Spostandosi a levante, sopra a Genova, il Val Polcèvera DOC nelle sue declinazioni oppure in quelle del Golfo del Tigullio-Portofino DOC. Sempre a levante, in provincia di La Spezia potete trovare la famosa doc Colli di Luni, conosciuta prevalentemente per il Vermentino. Nell’infografica sono riportate le zone delle DOC con le versioni consentite dai disciplinari e le principali uve usate per la produzione. Quando acquistate una bottiglia di questi vini sappiate che dietro c’è un lavoro enorme, di fatica, in vigneti che non consentono l’utilizzo di macchinari, inoltre la produzione è minima se rapportata ad altre regioni, quindi, se vi sembra che il prezzo sia di qualche euro superiore alla media, spendetelo con l’animo in pace perchè il motivo è più che giustificato. 

Tre vini liguri che mi sono piaciuti particolarmente

Riviera Ligure di Ponente DOC Pigato 2016, Terre Bianche: bel ‘bianco’, di buona struttura, con aromi di pesca bianca, miele e nota fumé, morbido in bocca, sapido e persistente. Lo abbinerei a piatti strutturati a base di pesce.

Rossese di Dolceacqua DOC Superiore 2016, Maccario Dringenberg: Colore simile a quello del nebbiolo, olfatto complesso ed invitante con note speziate di pepe, frutti rossi e rosa, sentori salmastri, caldo e tannico in bocca, lungo finale speziato. Ottimo in abbinamento con il coniglio alla ligure.

Colli di Luni DOC Vermentino 2015, Lunae: Profumi intensi di frutti, pesca, ananas, floreali di tiglio, ginestra, erbe aromatiche e agrumi freschi. Fresco, di corpo e sapido, lo ricordo ancora adesso a distanza di un anno da quando l’ho assaggiato. Se lo stappassi adesso ci farei un bel aperitivo (prolungato) a base di pesce.

Buon soggiorno e buon vino in Liguria

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Urra di mare

Urra di Mare, il Sauvignon Blanc che non ti aspetti, perchè arriva dalla Sicilia e non dalle terre fredde del nord, perchè è di una finezza assoluta nel presentare i suoi profumi mentre tanti altri ti sbattono al naso un’intera pianta di pomodori o una cassetta di pesche gialle stramature. Questo Urra di Mare di Mandrarossa, è un’altra cosa, gli aromi si presentano ben integrati tra loro, eleganti, comunicando frutti freschissimi di pesca, ananas e agrumi, vegetali, dove è si presente la foglia di pomodoro, ma delicata, accompagnata da erbe aromatiche, timo, basilico e sensazioni minerali quasi di gesso che sfociano nel mentolato. In bocca  ha una bella acidità e sapidità, lieve e piacevole pungenza sulla lingua, chiude con un bellissimo agrumato citrino. Di quei vini che ti accompagnano disinvoltamente dall’aperitivo alla cena e dopo cena, che ti fanno portare il calice in giro per la casa in modo da averlo sempre disponibile a rinfrescarti e profumarti la bocca (peccato che la bottiglia finisca in fretta). Il nome Urra di mare è quello della Contrada dove sono ubicati i vigneti, a ridosso della riserva naturale del fiume Belìce, a Menfi (AG). I vigneti digradano fino al mare, immagino le sabbie africane trasportate dal vento che si depositano sulle vigne, le brezze marine, il sole che spacca e la forte escursione termica notturna. Terreni di medio impasto, argillosi e tradizione vinicola completano il profilo di questo ‘terroir’, capace di trasformare le uve di un vitigno internazionale in un vino dalla personalità unica. Il Sauvignon Blanc del Menfishire!

Luca Gonzato

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Come riconoscere gli aromi nel vino e iniziare a degustare

Riconoscere gli aromi nel vino è più semplice di quello che pensi, prima di tutto bisogna rimettere in funzione il naso ed iniziare ad annusare qualunque cosa abbia un profumo e cercare di memorizzarlo. Tantissimi sono gli aromi che già abbiamo scolpiti nella memoria, legati all’infanzia ad esempio, alla frutta che si prendeva dall’albero, ai fiori che profumavano la casa, l’orto, una distesa di lavanda, o i mughetti in primavera che crescevano nel bosco di acacie vicino a casa. Se ci pensi, sono tanti i ricordi legati agli odori. Si tratta di risvegliarli e concentrarsi di fronte al bicchiere. Non parlerò di terpeni, norisoprenoidi e molecole dai nomi impronunciabili perchè lo scopo di questo post è quello di aiutare chi si avvicina alla degustazione di un vino. 

Pronto per iniziare?

Stappa una bottiglia, di qualunque genere, bianco, rosé, rosso, spumante, passito, scegli tu. Versane una parte in un calice da vino e fai una prima olfazione a bicchiere fermo, infilando ben bene il naso dentro al calice ed in modo da percepire subito cosa spicca tra gli aromi, il profumo dominante. Non soffermarti sul bicchiere, staccati e pensa a cosa ti ricorda, che tipo di odore è (aiutati con lo schema a cerchi delle macrocategorie o con le descrizioni riportate più sotto). Annusa ancora, velocemente, a cercare qualcos’altro o la conferma di ciò che hai sentito la prima volta. Memorizza gli aromi che hai sentito, ripensaci se erano davvero loro o degli altri. Se vuoi risenti ancora brevemente. 

Ora sei pronto per scatenare gli aromi, ruota energicamente il vino nel calice in modo da liberare tutti gli aromi (non farlo però con lo spumante perchè non ha senso, disperderesti solo l’anidride carbonica che lo caratterizza facendolo diventare meno godibile al palato, gli aromi dello spumante arrivano da soli al tuo naso, dalla normale dispersione carbonica in uscita dal calice, si usano calici stretti proprio per mantenere più a lungo gli aromi nel bicchiere). Il movimento del vino nel calice libererà altre molecole odorose che magari non avevi sentito prima. Delle volte può succedere che appena versato un vino, particolarmente nei bianchi, vi sia una fastidiosa nota di solforosa (serve a proteggere il vino da ossidazione e batteri), in questo caso ruota leggermente e lascia che il vino prenda aria qualche minuto e che le molecole (volatili) della solforosa se ne vadano, poi torna ad annusare e identificare.

Se pensi di sentire poco gli aromi puoi sempre comprimere una narice all’interno del calice ed aspirare intensamente con l’altra. Le olfazioni non devono essere continue e prolungate altrimenti ci si assuefà e si perde la capacità di sentire gli aromi distintamente. Con l’aiuto delle macrocategorie puoi già avere una direzione olfattiva del vino, ad esempio floreale in un vino bianco giovane con profumi di fiore d’acacia, oppure più categorie come in un rosso fruttato e tostato con profumi di ciliegia, mirtilli e note di vaniglia portate dall’affinamento in barrique. Negli spumanti possono essere le note floreali, agrumate o fragranti di pasticceria a prevalere. Nei passiti ci puoi trovare l’albicocca, l’uva passa, fichi secchi, canditi ecc. Non è possibile dare indicazioni univoche sulle caratteristiche aromatiche di un vino, anche se proveniente da singola uva, ogni vino si esprime in modo diverso, sono tante le variabili che influiscono sul profilo aromatico finale. Ci sono dei marcatori olfattivi specifici di ogni vino ma questo non vuol dire che poi li trovi in tutti i vini prodotti con quell’uva, faccio un esempio, il Riesling renano: è conosciuto prevalentemente per gli aromi di idrocarburi, in alcuni sono presenti in modo netto mentre in altri prevalgono le note fruttate tropicali o floreali, dipende dal terroir di provenienza delle uve, dalle lavorazioni in cantina e dall’affinamento. Un riesling della Mosella non è per niente uguale ad un Riesling dell’Oltrepò Pavese. 

Con il tempo si impara a riconoscere gli aromi e il riconoscimento diventa un gioco divertente e appagante. Non ti scoraggiare se hai sentito ‘poco’, ci vuole allenamento come qualunque altra attività.

Prova adesso a berne un sorso, trattenendolo in bocca e passandolo su tutta la cavità orale, arriveranno altri aromi, quelli retronasali a completare il quadro olfattivo. Ora dovresti avere abbasta input per dire la tua sugli aromi del vino che hai appena degustato. Questo è solo l’inizio, la prossima volta affrontiamo altre caratteristiche che lo rendono unico, ad esempio le morbidezze e le durezze che lo compongono.

L’obiettivo della degustazione, (che si può tranquillamente fare ognuno come gli pare) è quello di cercare di capire cosa si beve e dare una motivazione sensata a quei banali e frettolosi giudizi che si basano sul “mi piace/buono” oppure “non mi piace/cattivo”. Il riuscire ad individuare anche solo pochi aromi fa la differenza. Ogni vino è come un libro, puoi apprezzare solo la copertina, come si presenta, oppure decidere di leggerlo, capire cosa racconta e infine rileggerlo per cogliere tutti i dettagli e le sfumature. Che senso ha comprare una bottiglia spendendo dei soldi se poi il giudizio è limitato a due aggettivi? tanto vale prendere il vino in cartone (per quanto meriti anche lui una lettura). Altra cosa bella del degustare il vino è sentire come cambia nel calice con il passare del tempo, magari si presenta con un aroma fragrante e dopo trenta minuti ha lasciato il posto a note morbide di frutta in confettura, è una bevanda ‘viva’ e sentirla trasformarsi è un piacere, particolarmente se il vino è fatto bene ed anche dopo uno o due giorni che lo hai stappato ti regala belle sensazioni olfattive. Qui capisci anche la differenza tra vini ‘costruiti’ per il consumo e vini con un’identità specifica. Anche il calice vuoto, dimenticato sul lavello e annusato il giorno dopo restituirà ciò che di aromatico ne è rimasto impresso. Qui mi fermo altrimenti scrivo troppo. Spero di averti fatto venire la voglia di provarci.

Di seguito la descrizione delle macrocategorie con gli aromi principali, che seppur limitati possono agevolarti nel riconoscimento. In generale i profumi devono offrire una sensazione gradevole, l’insieme dei profumi determina il ‘bouquet’ che si esprime in complessità (quantità di aromi diversi che percepiamo), intensità (es. una o cento rose) e qualità del profumo (bellezza olfattiva). Ogni vino ha le sue caratteristiche, con note più o meno accentuate, a te scoprirle.

CLASSIFICAZIONE DEGLI AROMI

PRIMARI: aromi presenti nelle uve aromatiche che poi ritroviamo nel vino.

SECONDARI: aromi derivanti dalla lavorazione dell’uva, pigiatura e fermentazioni.

TERZIARI: aromi che si sviluppano durante l’affinamento, post fermentazioni, in legno, vetro, anfora.

C’è chi poi aggiunge un’altra categoria, quella degli aromi di affinamento QUATERNARI: zibetto (carne in macerazione, es. certi Malbec argentini), goudron (catrame, es. in alcuni Nebbioli evoluti), idrocarburi leggeri (benzina, es. nei vini Riesling della Mosella)

CATEGORIE AROMATICHE

AROMATICO: Il profumo che deriva solo da vitigni aromatici (Gewurtztramminer, Moscati, Malvasie, Brachetto). L’uva ha lo stesso profumo che si ritrova nel vino.

VINOSO: Il profumo del vino appena svinato dopo la fermentazione, spesso presente nei vini rossi giovani. Per farsi un’idea è caratterizzante del vino novello.

FLOREALE: Profumi di fiori, nei bianchi associati a fiori bianchi o gialli, biancospino, zagara, ginestra, acacia, bosso, mughetto, fiori d’arancio, camomilla, tiglio, magnolia, geranio. Nei rossi, rosa, viola, iris, giacinto, lillà, lavanda. Possono essere anche profumi di fiori appassiti o secchi.

FRUTTATO: Profumi di frutti bianchi, pesca bianca, pera, mela, melone. Frutti gialli, pesca gialla, albicocca, prugna. Frutti neri, ribes, mora, amarena, mirtillo. Agrumi, arancia, mandarino, pompelmo, limone, lime. Frutti esotici, ananas, papaia, banana, litchi, frutto della passione. Frutta secca, noce, nocciola, mandarla fichi secchi, uva passa. Frutti canditi, scorza d’arancia. Confettura, frutta sciroppata. Nei bianchi si percepiscono maggiormente i profumi di frutti bianchi, gialli, esotici ed agrumi. Nei rossi prevalgono i frutti rossi e neri. Nei vini passiti di frutta essiccata, uva passa, albicocca e fichi secchi.

ERBACEO/VEGETALE: Profumi che ricordano l’erba appena tagliata, fieno, foglia di pomodoro, peperone, cavolo, aglio, cipolla, finocchio, fagiolini, salvia, rosmarino, basilico, timo, maggiorana. Alcuni di questi profumi sono caratteristici di vini come il Sauvignon, Merlot, Cabernet ecc.

MINERALE: Profumo di pietra focaia, polvere da sparo, grafite, talco, gesso, petrolio, idrocarburi, pietra bagnata, roccia marina salmastra, salinità. Si può intendere anche come la sensazione polverosa che un vino può dare in bocca. Il termine minerale è uno dei più dibattuti e controversi.

FRAGRANTE: Rimanda ai profumi di fiori e frutti freschissimi presenti nei vini giovani. Fragrante indica anche il profumo del pane appena sfornato e dei lieviti, presenti ad esempio negli spumanti o nei vini bianchi che hanno riposato sui lieviti. 

SPEZIATO: Profumi di spezie dolci o piccanti, vaniglia, cannella, pepe (bianco, nero, rosa), chiodi di garofano, coriandolo, anice stellato, zafferano, liquirizia, noce moscata, zenzero. La speziatura caratterizza principalmente i vini (sia bianchi che rossi) che hanno avuto un passaggio in legno (botti, tonneau, barrique). Spesso i ‘legni’ nuovi rilasciano sentori di vaniglia.

TOSTATO: Profumi di affinamento del vino in legno o in bottiglia che rimandano al cacao, cioccolato, caffé, tabacco, mandorle e nocciole tostate, cuoio, fumé.

ETEREO: Profumi di cera, ceralacca, iodio, medicinali, plastica, sapone, smalto, vernice, solvente. Profumi accettabili in minima quantità, al limite del difetto.

DIFETTATO: Odori sgradevoli, quellli che rendono un vino difettato, da rifiutare. Dal classico odore di tappo (tricoloroanisolo – t.c.a.) con sentori di sughero avariato, segatura bagnata, legno marcio, al ‘ridotto’ eccesso di solforosa (brodo vegetale, uovo marcio, cipolla, cavolfiore), Ossidazione (eccesso di contatto con l’aria), Sudore di cavallo, Muffa, Mela marcia, Aceto, Colla, Sapone, Plastica bruciata… 

Note: 

Uno strumento che può aiutare nell’individuazione degli aromi è la celebre “Ruota degli aromi del vino” di Ann C. Noble, www.winearomawheel.com

Per maggiori informazioni consiglio la lettura del bel libro di Luigi Moio, Il respiro del vino, edito da Mondadori (€ 13,00) e del manuale “La Degustazione” di Ais Associazione Italiana Sommelier Editore (€ 25).

Luca Gonzato

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Badde Nigolosu 2012, Dettori

Semplicemente eccellente, ora nella top ten assoluta dei miei vini. Al primo assaggio mi è tornato in mente un altro vino italiano eccellente, il Kurni di Oasi degli Angeli (da uve di montepulciano), ha la stessa eleganza e sensazione in bocca ma con in più un corpo da gigante e un bouquet aromatico di rara bellezza, che ti porta nel cuore della Sardegna, nella macchia mediterranea. Il Cannonau nella veste più elegante che abbia mai assaggiato. Frutta matura, ciliegie, ribes, note speziate di pepe, carruba, cuoio, note eteree che mi ricordano lo smalto/vernice, erbe aromatiche, sono tanti i sentori di questo vino la cui complessità ti fa spalancare gli occhi e sorridere sapendo che in bocca ti trasmetterà qualcosa di speciale. Ed è così, ingresso in bocca fantastico, minerale e morbido allo stesso tempo, caldo (Vol. Alcol 16,5%), armonico con un bel finale che mantiene sensazioni minerali e lieve astrigenza a ricordare i tannini, evoluti e vellutati, ed infine la cremosità indotta dalla salivazione sviluppata dalla bella acidità che si integra con il notevole corpo (estratto secco) di questo vino. Dovessi dare un punteggio sarebbe sopra i 95 punti. Scusate il termine ma è una goduria, assolutamente da provare, se poi avete qualche rimostranza e volete mandarmi a quel paese dopo averlo assaggiato, scrivetemelo (non credo avverrà), io ci metto sopra il mio tastevin a garantire questo vino.

Tenute Dettori, rappresenta bene quello che mi piacerebbe vedere in tutti i produttori di vino, legame e rispetto della terra, ricerca dell’eccellenza nella produzione di vini da quei vitigni che meglio rappresentano il proprio territorio, decisioni che non rincorrono i mercati ma che fanno del proprio vino qualcosa di unico. Per scelta, e per non essere vincolato a disciplinari di produzione, Dettori ha registrato questo vino come IGP Romangia Rosso, la Romangia indica la zona del Logudoro, che in sardo vuol dire “luogo dorato”, in quanto considerata la parte più fertile, ricca e vivace. È un Triple “A”, ad indicare Agricoltori Artigiani Artisti (info: www.triplea.it). Badde Nigolosu è il migliore dei Cru di Dettori, un anfiteatro naturale sulle colline più alte nel Comune di Sennori, a 300 m slm. I terreni sono calcarei e le viti con più di 100 anni a piede franco, tenute ad alberello e in regime biodinamico, il vitigno è il Retagliadu Nieddu – Cannonau storico di Sorso-Sennori. Vendemmia manuale, diraspatura, macerazione e fermentazione da 3 a 10 giorni spontanea. Affinamento per due o tre anni in piccole vasche di cemento (niente legno), e poi in bottiglia. Nessuna chiarifica e filtrazione (info: www.tenutedettori.it). Consigliata la stappatura qualche ora prima e il servizio in calice ampio. Io l’ho abbinato in due occasioni diverse: a cena, con carni alla griglia e come aperitivo con prosciutto di San Daniele, Pecorino Sardo e Tarallucci. Ma sinceramente lo avrei apprezzato allo stesso modo con un tozzo di pane o da solo.

Ho appena versato l’ultimo calice, sigh…

Luca Gonzato

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Australian Chardonnay Koonunga Hill

Niente male questo Chardonnay australiano, morbido, quasi burroso, bella freschezza, fruttato, pesca gialla e ananas con un finale che mi ricorda la frutta secca, mandorle, arachidi. Buona la persistenza e il retrogusto dolciastro. Questa la mia breve analisi. Mi fa ridere che le descrizioni di questo Chardonnay, in vari siti di vendita online, sono molto diverse tra loro, …ora c’è anche la mia 😏 l’unica cosa che ci accomuna è il positivo giudizio generale. La riflessione che faccio è che lo stato d’animo, il momento o la situazione possono influire sulla percezione di un vino e farcelo risultare migliore o peggiore. Ad esempio i vini degustati in cantina sono sempre eccellenti, sei dentro la pancia della madre e non puoi che percepirne tutti gli organi che lo hanno messo in vita… poi a casa, dopo qualche mese, stappi la stessa bottiglia e lo senti in modo diverso, meno presente e coinvolgente. Ribadisco che questo Penfolds Koonunga Hill Chardonnay 2016, non è niente male, equilibrato e significativo nell’espressione ma se lo avessi assaggiato lí, in Australia, ne sarei tornato con un giudizio magnifico, invece l’ho degustato a Milano, dopo una giornata ‘impegnativa’ con mia madre che non ricorda i nomi dei suoi figli… Quindi, stato d’animo + o – smart = percezione diversa. Un sommelier o assaggiatore dovrebbe dare solo un giudizio ‘tecnico’ in pochi secondi, stati d’animo ecc. sono solo seghe mentali che niente hanno a che vedere con la degustazione. Io però considero anche queste variabili, perchè non ho alcun vincolo a limitare il mio giudizio e ciò che scrivo. Una visione più romantica, nella quale lascio che il vino mi racconti qualcosa oltre alle sue caratteristiche tecniche, lascio che mi stuzzichi l’immaginario e mi suggerisca qualcosa di suo aldilà di profumi, corpo ecc.. Oggi il mio giudizio secondario è: ottimo vino da meditazione 🧘‍♀️.

Luca Gonzato

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Aperitivo in rosso

Pfarrhof Kalterersee Classico Superiore 2016, Kaltern Kellerei

Vi parlo di questo vino come alternativa alle bollicine per un aperitivo appassionante, magari per fare colpo su qualcuna o qualcuno. Non metteteci però a fianco le mozzarelline e il pinzimonio per favore, bensì qualche fetta sottile di speck tirolese e crostini con formaggi a pasta semidura, ovviamente ben presentati. Questo Pfarrhof conquisterà e renderà più amichevole ‘il’ o ‘la’ vostra ospite con la sua spiccata bevibilità. È abbastanza leggero, degustato fresco vi farà venire l’acquolina in bocca. Estremamente piacevoli i suoi aromi di frutta, mora, lamponi e ciliegie, con nota balsamica, talco e aromi sottili di affinamento che vanno dalla liquirizia alla vaniglia, insomma complessità gusto olfattiva che si adatta bene alla struttura ed aromaticità di salumi e formaggi. I tannini sono composti e contengono bene la salivazione indotta dal cibo, bella la mineralità che mantiene fresca la bocca. Gli aromi fruttati e la struttura del vino non sono eccessivi, si lascia bere con facilità e l’abbinamento risulta ottimale. Le uve da cui si ottiene il Pfarrhof sono: Schiava (95%) e Lagrein (5%). Vitigni autoctoni della zona di Caldaro (Alto Adige), vinificazione in parte in acciaio e in parte in legno. La Cantina che lo produce è la Kellerei Kaltern, nata nel 2016 dall’unione di quattro cantine sociali originarie di Caldaro, Erste dal 1900, Neue dal 1925, Bauernkellerei dal 1906 e Jubiläumskellerei dal 1908. Sono quasi 650 i soci della Cantina e 471 gli ettari coltivati sulle colline intorno al lago di Caldaro. Il mio momento ideale per degustarlo sarebbe all’imbrunire, sulle sponde del lago ed in compagnia di una ragazza come quella sulla foto 😂 (ora però mi aspetto ripercussioni familiari). Voi godetevelo con chi vi pare e in bocca al lupo se l’incontro è ’speciale’.

Luca Gonzato

Note. Questo assaggiato è un 2016 che forse troverete con difficoltà, in alternativa la produzione 2017 con il Quintessenz Kalterersee Classico Superiore 2017 (100% Schiava). Aggiungo ai miei viaggi futuri una puntata nel loro Winecenter di Caldaro che a vederlo sul sito è spettacolare.

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Wine Days Italy, 11-13 maggio 2018 al Base di Milano

Quarantatré i banchi di degustazione presenti nei quali produttori o distributori accoglievano il pubblico con calore e grande voglia di farsi conoscere ed apprezzare per i propri vini. Non mi ero preparato una scelta di cantine e quindi mi sono spostato tra i banchi d’assaggio con l’unica regola di degustare prima i bianchi e poi i rossi.

Modeano, riviera del Friuli zona Latisana. Ribolla gialla, Malvasia Istriana e Sauvignon blanc, quelli assaggiati. Ben fatti, freschi e piacevoli con una bella sapidità e acidità. Simpatica ed esaustiva la titolare che presenziava. Se avete in previsione di andare a Jesolo o Bibione fate rifornimento da loro.

Villa Angarano di Bassano del Grappa con la loro interessante e gradevole Vespaiola, il rosé da Merlot perfetto per un aperitivo e lo Chardonnay Cà Michiel, spettacolare, può tranquillamente essere messo sullo stesso piano degli Chablis francesi. 

Tenuta San Marcello, Marche, Verdicchio dei Castelli di Jesi e Lacrima di Morro d’Alba, accoglienza super amichevole, ottimi vini da terreni calcarei argillosi con grande struttura e complessità. Mi sono ripromesso di fargli visita quella settimana d’agosto che sarò nella loro zona e fare scorta.

Terre Astesane, Mombercelli (Asti), un inusuale Sauvignon Blanc, ed alcune Barbera i miei assaggi della loro numerosa produzione. A fine giro sono poi tornato per acquistare la versione ‘Anno Domini’ di Barbera, fatta da una selezione di vigneti e uve. Bel frutto rosso e freschezza con tannini setosi, elegante ma allo stesso ‘di compagnia’ per una corposa cena con gli amici. Anche loro molto cordiali e disponibili ad ogni delucidazione.

Cantina dei Vignaioli del Tortonese (Alessandria), con il celebre ed ottimo vino bianco Derthona Timorasso, in compagnia dell’enologo Umberto Lucarno che mi ha illuminato su tante cose e che ringrazio per avermi fatto scoprire il vitigno Cellerina (rosso) che spero di vedere presto sugli scaffali delle enoteche.

Bulichella di Suvereto (LI), con il loro grande Syrah. 

Produttori di Govone (Cuneo), dove Marco è stato coinvolgente nel farmi assaggiare Albarossa, Ruché di Castagnole Monferrato, Barolo e Arneis Passito. Uno meglio dell’altro ma a colpirmi e farmi aprire il portafogli sono stati il Ruché con i suoi profumi di frutti tropicali e spezie, ed il Passito di Arneis, dolce ma bilanciato da notevole acidità ed elegante aromaticità.

A questo punto è suonato il campanello d’allarme a dirmi che stavo per superare la linea rossa oltre la quale il piacere di degustare si sarebbe trasformato in una sbronza, per cui mi sono avviato all’uscita e mi sono goduto la passeggiata fino a casa attraverso i Navigli affollati di turisti. Il Base (ex fabbrica Ansaldo), non lo conoscevo, bella struttura polifunzionale, animata e adatta anche per una puntatina con marmocchi al seguito. Streetfood, bancarelle, musica, tutto bello, poi se ti sei bevuto qualche calice prima lo è ancor di più.

Luca Gonzato

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Riccardo Cotarella e sei grandi espressioni del vino Italiano 

Serata speciale quella organizzata da Onav Milano, con la partecipazione del famoso enologo nonché presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella, che insieme al Presidente di Onav Vito Intini e ai produttori dei vini in degustazione, ci hanno guidato alla scoperta di sei magnifiche realtà italiane.

Vito Intini e Riccardo Cotarella

Il valore del territorio e delle persone prima ancora del vitigno, la peculiarità italiana di avere oltre 350 vitigni autoctoni che possono garantire un futuro di prosperità per i nostri vini, l’imprescindibile traguardo della qualità, che si raggiunge con la ricerca, la sperimentazione e l’applicazione di precise tecniche di intervento in vigna e di lavorazione in cantina. Sembrerebbero semplici regole ma comportano un impegno che nel passato è stato spesso disatteso, con enologi messi in disparte a favore di produzioni quantitative dove magari i vini venivano annacquati per riempire più bottiglie. Solo da qualche decennio l’impegno di tutte le figure coinvolte nella filiera del vino si sono messe alla ricerca della qualità, più che della quantità. Il merito va ai giovani enologi e ai produttori lungimiranti che hanno capito il valore del proprio territorio e come farlo esprimere al meglio nei propri vini. A Cotarella e alla cooperativa La Guardiense si deve la riscoperta di vitigni come la Falanghina che un tempo erano ritenuti ‘anonimi’ e che invece sanno esprimere carattere e territorio con grande personalità. Oppure l’Albarossa, che grazie all’impegno dell’Azienda Bricco dei Guazzi, ha riportato in auge questo vitigno piemontese poco conosciuto, in grado di fondere insieme le caratteristiche di Nebbiolo e Barbera aggiungendo valore al territorio del Monferrato. Poi c’è la bella realtà del Brunello di Montalcino dove territorio e vino sono un tutt’uno conosciuto nel mondo. I vini pugliesi, Negroamaro, Nero di Troia e Primitivo, che un tempo  viaggiavano sulle navi per andare a dare colore e consistenza ai vini del nord, ora brillano della propria luce grazie all’impegno di tanti produttori di qualità. Sono tante le realtà che hanno visto coinvolto Cotarella in oltre 50 vendemmie, è bello ascoltarlo e percepire quanto abbia fiducia nelle giovani generazioni e nel futuro dei vini italiani, ci rende orgogliosi di condividere a testa alta il racconto delle eccellenze vinicole italiane. Cotarella dice che “il vino perfetto non esisterà mai“, c’è sempre un margine di miglioramento, aggiungo io che i vini degustati non saranno perfetti ma sono dei gran bei vini.

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I Mille per la Falanghina 2015, Sannio Dop, La Guardiense

A presentare il primo vino è Domizio Pigna, Presidente de La Guardiense. Azienda fondata nel 1960 da 33 soci, oggi ne conta circa mille. Agricoltori che coltivano a conduzione diretta più di 1.500 ettari di vigneto situati in collina a un’altitudine di circa 350 metri, con una produzione media annua di circa 200.000 quintali di uve. In Campania nella provincia di Benevento. Falanghina invecchiata 3 mesi in barrique, si presenta giallo paglierino brillante con profumi di frutti tropicali, mango, frutto della passione, banana, pesca bianca. Armonico, rotondo e morbido con finale acidico/agrumato, persistente. Bell’inizio.

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Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva 2004, Vigna Novali, Moncaro

Enologo Giuliano Ignazi. La Cantina di Montecarotto si trova nell’area classica dei Castelli di Jesi, Marche. Produce vini dal 1964 quando viene fondata la Società Cooperativa. Le uve di Verdicchio hanno una buccia molto spessa per questo viene fatta una macerazione di 18 ore a contatto che permette l’estrazione aromatica. Una piccola parte affina in barrique per 7/8 mesi. Quattordici gli anni di attesa per questo bianco che si mostra di un bel giallo dorato cristallino nel calice. Note evolutive, minerali, mielato che arriva al caramello, agrumi canditi, ananas, zafferano, sentori balsamici e bella acidità con sensazione burrosa in bocca. Maturo e armonico, gran piacere degustarlo.

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Brunello di Montalcino 2013, La Poderina Tenute del  Cerro

Presenta Francesco Ceccarelli, Trade Marketing Manager di Tenute del Cerro (Gruppo Unipol SAI). La Poderina è a Castelnuovo dell’Abate Montalcino (Siena). Le uve sono di Sangiovese Grosso qui chiamato Brunello. Vigneti con esposizione sud-est. Il vino è rosso rubino con riflessi aranciati, il colore abbastanza scarico ricorda quello del Pinot nero. Profumi di frutta rossa, marasca, vena speziata di pepe e chiodi garofano, vaniglia e un fondo terroso gradevole, percezioni vinose di giovinezza. Tannini fini, bella tattilità, elegante, lunga persistenza e corrispondenza gusto-olfattiva. Ottimo, con possibilità di ulteriore miglioramento in un paio di anni.

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Albarossa 2016, Bricco dei Guazzi

Presenta l’Azienda il suo Amministratore Alessandro Marchionne. Bricco dei Guazzi è nel Monferrato, comune di Olivola (Alessandria), fa parte del gruppo Genagricola che si occupa di viticoltura, agricoltura, allevamento e fonti rinnovabili. L’Albarossa è un vitigno clone dell’incrocio tra Nebbiolo e Barbera, selezionato come il migliore tra quelli sperimentati nel lontano 1938 dal Dott. Dalmasso, ampelografo originario dell’Astigiano. Il vino ha un colore intenso simile alla Barbera, profumi floreali, spicca la rosa, note di talco, frutti rossi, spezie dolci, noce moscata. Fresco ed elegante con nota di liquirizia, tattile, masticabile. Questa è la terza annata che viene prodotto. È stata una bella scoperta questa Albarossa che metto al Top della serata.

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Ogrà Syrah 2013, Famiglia Cotarella

Presenta Riccardo Cotarella. L’Azienda fondata nel 1979 con il nome Falesco è ora diventata Famiglia Cotarella proprio a significare il forte legame familiare che unisce i fratelli Renzo (amministratore delegato della Marchesi Antinori) e Riccardo Cotarella, entrambi enologi che hanno ora messo alla guida dell’azienda la terza generazione, rappresentata dalle figlie Dominga, Marta ed Enrica. La sede è a Montecchio (Terni), al confine tra Lazio e Umbria. In degustazione, l’Ogrà è rubino intenso, profumi di frutti rossi, cipria, pepe, legno fresco, floreale, ancora vinoso con sensazione vanigliata, morbido ed elegante al palato con il tipico aroma di liquirizia del Syrah. Gran bel Syrah.

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Selvarossa Riserva Salice Salentino 2013, Cantina Due Palme

Presenta Francesco Fortunato, giovane enologo. La cooperativa nasce nell’89, conta 1000 soci e 2500 ettari vitati. È una realtà importante nel nostro Paese che produce 15 milioni di bottiglie ed esporta in 45 paesi. Aggiungo una nota personale, conoscevo la Cantina per il loro Susumaniello, un rosso morbido e gustoso davvero piacevole, viene proposto ad un prezzo inferiore ai 10 euro. Stasera ho la conferma della bontà dei loro vini assaggiando questo Salice Salentino Riserva. Aromi di piccoli frutti rossi maturi, spezie dolci, cipria, grafite, frutto dolce, vanigliato. Bella freschezza, lunghissimo con questa prugna matura a far capolino. Se non è sul primo, è sul secondo gradino del podio. 

Luca Gonzato

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Collio Sloveno, Pulec

Il Collio Sloveno o Brda e il Collio Friulano sono di fatto un unico territorio collinare dove il confine si attraversa, senza accorgersene, percorrendo una stradina. Stesse facce, stesso terroir e stessi vitigni. Avevamo in programma la visita di qualche Cantina nel versante italiano ma essendo domenica le porte sono chiuse, ad accettare la richiesta è stata Pulec, Cantina vicina al paese di Medana in Slovenia.

Ad accoglierci c’è il titolare Radko che con l’aiuto del figlio Mitja porta avanti l’azienda. Il sole splende sulle colline, dalla terrazza possiamo vedere il versante italiano, ‘quello è Toros, lì c’è Keber’ dice Radko, indicandoci con il dito gli edifici che sbucano tra le vigne. Si volta, ‘e da questa parte altri 20 chilometri di Collio’. Caspita, il Collio è in gran parte Sloveno.

Visitiamo la cantina, pulita e ordinata, è un piccolo produttore, solo 25000 le bottiglie all’anno. Ci racconta dell’ultimo Vinitaly, leggi la felicità nei suoi occhi perchè dopo anni di presenza dove venivano quasi ignorati, quest’anno è stato un successo. Saliamo nella bella sala di degustazione al piano di sopra dove la moglie, sul lungo tavolo in legno, ha preparato i calici e alcuni taglieri di salumi e formaggi. Ha predisposto al fresco 11 bottiglie, ci chiede quali vogliamo assaggiare, la risposta è per noi ovvia, tutti.

Si inizia con una Ribolla gialla spumantizzata a metodo Charmat (rifermentazione in autoclave, stesso metodo usato per il Prosecco), wow che begli aromi, è fine ed elegante, il bel marchio di Pulec spicca sull’etichetta, siamo in sei a degustare e tutti rimaniamo sorpresi dalla qualità. Ottimo. Radko sorride e passiamo all’assaggio di una Ribolla gialla secca e un Pinot Grigio, anche questi fatti bene ma tra tutti quelli assaggiati nella degustazione sono stati gli unici che non mi sono portato a casa. Arriva lo Jakot (leggilo al contrario), da uve Friulano (ex Tokaj), ci ritrovi la tipicità di quest’uva, bandiera del Collio friulano, ottimo sotto ogni aspetto. Poi il Sauvignon Blanc, al quale Radko ha fatto fare un passaggio in legno, malgrado tutti avessero cercato di dissuaderlo. Il risultato gli da ragione, è morbido e gli aromi spesso irruenti del Sauvignon qui sono mitigati dalla morbidezza e dalle note di tostatura del legno che si integrano nella giusta misura con i sentori di frutta gialla e quelli più vegetali come la foglia di pomodoro. I francesi direbbero che è ‘superb’.

Ci racconta dei tempi passati, della torre di guardia che svetta dietro l’edificio e dalla quale attraverso le feritoie i soldati tenevano i fucili puntati. È abbandonata da tempo ma vuole sistemarla e farne un punto panoramico per gli ospiti che verranno quando avrà costruito le camere poco più sotto. Parla dei suoi progetti, della voglia di fare il vino come piace a lui, senza seguire le mode e il mercato, anche se non lo dice esplicitamente intuiamo che parecchie uve del suolo Sloveno finiscono poi nelle bottiglie italiane. Niente di male, però dispiace che poi il confronto tra vini della ‘stessa’ zona si traduca in prezzi a bottiglia notevolmente diversi… Assaggiamo il Konrad Belo (belo=bianco), blend di Chardonnay, Ribolla e Friulano, armonico e piacevole soprattutto quando accompagnato da qualche fettina di salame nostrano. Segue inaspettatamente un Rosé, da uve Merlot, mostra il suo bel colore rosa chiaretto nel vetro trasparente. Senza pregiudizi lo assaggio ed è subito amore, fragoline di bosco, lampone, bella freschezza, beverino, perfetto per queste giornate assolate. È al suo ‘Top’ adesso, non è da lasciare in cantina, mi piace davvero molto. Ed ecco i rossi, anche qui Radko ci spiega che preferisce fare piccole produzioni diversificate per accontentare gusti diversi, partiamo dal Merlot, bel rosso rubino con sentori di lamponi e fragole, ben strutturato con la tipica sensazione vellutata in bocca. Il Cabernet Sauvignon, ‘questo fa solo acciaio’. Temevo sentori erbacei forti ed invece a spiccare è un piacevolissimo frutto rosso, davvero ottimo con una beva facile. Segue la versione con affinamento in barrique che si arricchisce appunto di aromi di legno e vaniglia, i tannini si ammorbidiscono. Non saprei dire quale sia il migliore, entrambi mi piacciono per le differenze che li caratterizzano e che ne fanno il vino giusto a seconda dell’abbinamento o dell’occasione per stapparlo. Per un pranzo primaverile sceglierei sicuramente il primo dei due. Mentre i discorsi seri lasciano il posto a battute e risate arriviamo così all’ultimo vino, il Konrad Rdeče (rosso), blend di Merlot e Cabernet Sauvignon, matura in barrique per almeno 18 mesi e 6 mesi in bottiglia. Ampio bouquet aromatico di frutti rossi e spezie con note di vaniglia, tannini avvolgenti, complessità e persistenza. Un vino capace di rimanere in cantina a lungo e maturare mantenendo il suo splendore. Degustazione terminata e tutti molto soddisfatti, grande ospitalità ricevuta e ottimi vini. Attraversato il piazzale, dove abbiamo lasciato le auto, c’è il ristorante condotto dal figlio Mitja, per fortuna abbiamo prenotato un tavolo perchè è pieno, ordiniamo piatti di pesce e la Ribolla spumante che tanto ci era piaciuta, mangiato bene e dopo il caffé siamo tornati in Cantina per qualche acquisto, vorrei essere un importatore di vini per poter commercializzare i vini di Pulec tanto mi son piaciuti, ma mi devo accontentare di portare a casa 13 bottiglie e il ricordo di questa bella giornata. Se passate da queste parti fate una telefonata a Radko e fermatevi a godere dei suoi vini e del panorama.

Luca Gonzato

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L’altro Nebbiolo, Barbaresco

Avevo appena finito l’aggiornamento della mappa sulle DOCG di Valtellina e parallelamente stavo portando avanti questo post su un Nebbiolo assaggiato qualche giorno fa.

Barbaresco Meruzzano 2014, Magnum, di Orlando Abrigo.

Mi è quindi venuto spontaneo fare un confronto. Nel Barbaresco il Nebbiolo si esprime in modo diverso dai vicini di Barolo o dagli ‘eroici’ Valtellinesi, risulta più semplice, meno austero, se così si può dire. Il sorso è semplificato, più beverino, a dominare sono i frutti rossi freschi e la sensazione di giovinezza. Quella giovinezza che ti fa tornare con i ricordi ai 25/30 anni d’età, quando ci si preparava ad uscire per iniziare una serata epica. L’occasione per stappare questa  ‘magnum’ è stata la visita ad amici friulani, che sapevo avrebbero apprezzato qualcosa dal Piemonte, poi dai, la ‘magnum’ è fatta apposta per essere condivisa. Questo Barbaresco lo assaggi prima, durante e dopo una cena con la stessa sensazione di piacevolezza, non ti stanca mai, un calice dopo l’altro con il sorriso in bocca per il piacere, poi però… altro che serata epica (a parte la bevuta), tutti a nanna che non siamo più giovani come una volta. La mattina dopo comunque tutti freschi come le rose, sarà retorica ma se bevi vini fatti bene e li accompagni al cibo puoi dimenticarti l’hangover del giorno dopo. Torniamo alle caratteristiche del vino, i sapori riportano alla Ciliegia, ai frutti di bosco, la viola, i profumi di sottobosco in questa stagione. Ricco di sfumature con bella acidità e minima astringenza tannica, abbastanza persistente e caldo (volume alcolico di 13,5%). Gran bel Barbaresco. Meruzzano è la Menzione Geografica Aggiuntiva di provenienza delle uve, nel Comune di Treiso. Questo ‘Crù’ è a 350m/slm su terreni ricchi di calcare. Orlando Abrigo, per fare questo vino impiega uve di Nebbiolo della sottovarietà Lampia, la vinificazione si svolge con macerazione sulle bucce di circa 15 giorni e affinamento in Tonneau di rovere francese da 500l per oltre un anno. Il ponte del 25 aprile/1° maggio è volato via ma sono rimasti i bei ricordi di giovinezza, degli amici e del Barbaresco Meruzzano.

Luca Gonzato

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Franciacorta, Orgoglio Italiano

Era il 1955 quando il giovane enologo Franco Ziliani, incontrò a Palazzo Lana Guido Berlucchi, discendente dei nobili Lana de’ terzi. Berlucchi lo aveva chiamato per migliorare il suo vino troppo torbido. Ziliani aveva però il sogno di realizzare quello che in Francia era lo Champagne e lo convinse ad intraprendere questa avventura che avrebbe poi dato alla luce, nel 1961, il primo Pinot di Franciacorta con rifermentazione in bottiglia, lo stesso metodo che in Francia è chiamato Champenoise. A loro si aggiunse nell’impresa l’Avvocato Giorgio Lanciani. Palazzo Lana e la sede di Berlucchi sono a Borgonato di Corte Franca in provincia di Brescia.

Il nome Franciacorta deriva da ‘corte franca’, perchè in epoca medievale la zona era esentata dal pagamento di dazi. Nel 1967 viene conferita la Doc Franciacorta e nel 1990 nasce il consorzio di Tutela con 29 iscritti che nel corso degli anni aumenteranno fino agli oltre 200 attuali. Nel 1995 diventa DOCG. La Franciacorta si estende in un’area di 250 chilometri quadrati tra il Lago d’Iseo e la città di Brescia. Il suolo è di derivazione morenica (glaciazioni), con stratificazioni di calcari, ghiaie, sabbie, detriti di varia natura, selci, limi e argille. La vicinanza del Lago mitiga le correnti fredde provenienti dalla Val Camonica creando un microclima ideale per la vite.

Le vigne sono perlopiù coltivate a Chardonnay e in piccola parte a Pinot Nero e Pinot Bianco. Nel disciplinare di produzione è consentito anche l’Erbamat, vitigno storico autoctono che però non può superare il 10%. Una delle versioni più interessanti del Franciacorta è il Satén, realizzato solo da uve a bacca bianca, Chardonnay e Pinot bianco, con minor sovrapressione in bottiglia. Si contrappone a quello che in Francia è il ‘Blanc de blanc’, (bianco da uve bianche). Satén vuole ricordare la seta, la sua trama liscia, il satinato, caratteristiche che ben rappresentano questa tipologia di Spumante che in bocca si esprime con morbidezza e scivolosità. 

Sono oltre 100 le cantine del Consorzio (vedi infografica), in stragrande maggioranza a conduzione familiare. Un vissuto di storia familiare e vitivinicola che si tramanda di generazione in generazione come nel caso dei figli di Ziliani che sono ora alla guida di Berlucchi. Sarebbe bello poter raccontare la storia e le caratteristiche di ogni Franciacorta prodotto nella zona ma né tempo né risorse lo consentono. Ho scelto quindi due Franciacorta da due Cantine che possono ben rappresentare questa Denominazione di Origine Controllata e Garantita: Palazzo Lana di Berlucchi e Annamaria Clementi di Cà del Bosco. Il primo l’ho acquistato direttamente in Berlucchi quando ricevetti l’agognato diploma e il Tastevin di Sommelier Ais, il secondo invece l’ho assaggiato durante una degustazione. Siamo di fronte a due Spumanti eccellenti che superano di gran lunga numerosi Champagne assaggiati, si esprimono con caratteri unici e memorabili. Sono gli Spumanti delle grandi occasioni, quelli che se dovete festeggiare qualcosa di importante vi consiglio di stappare. Se poi avete la possibilità di berli più frequentemente non posso che invidiarvi. Il prezzo, seppur giustificato, non è esattamente alla portata di tutti. Entrambi sono famosi e super premiati. Anche il neofita, di fronte alla domanda ‘quale Spumante?’ potrebbe rispondervi Berlucchi o Cá del Bosco.

Palazzo Lana Satèn Riserva 2008, Berlucchi

100% Chardonnay. Le uve provengono dalla migliore selezione tra i 520 ettari coltivati di cui 85 sono di proprietà Berlucchi. Fermentazione in tini d’acciaio e affinamento in barrique di rovere per 6 mesi sui lieviti. Seconda fermentazione in bottiglia e affinamento per almeno 7 anni sui lieviti, seguito da altri 6 mesi dopo la sboccatura. Cristallino, con bollicine abbastanza numerose, fini e persistenti. Giallo paglierino tenue. Sentori di mela gialla, limone, confetti, note di erbe balsamiche, bellissima complessità e sensazione di freschezza che ti accompagna in bocca in una lunga persistenza. Elegante ed armonico. Acquistato in cantina a 50 euro.

Cuvée Annamaria Clementi 2007, Cà del Bosco

55% Chardonnay, 25% Pinot Bianco, 20% Pinot Nero. Uve provenienti dalle vigne nei Comuni di Erbusco, Adro, Corte Franca, Iseo e Passirano. Prima fermentazione in piccole botti di rovere e riposo sui lieviti per 6 mesi, rifermentazione in bottiglia metodo classico, affinamento per oltre 8 anni sui lieviti. Perlage finissimo, cristallino, giallo paglierino con riflessi dorati, consistente, olfatto intenso, profumi di pesca, agrumi, fieno, miele, minerale. In bocca è morbido con bella acidità e sapidità, intenso e persistente. Elegante ed armonico. Il costo di questa cuvée si aggira intorno ai 90 euro.

In entrambe le degustazioni mi è capitato quello che mi succede ogni volta che mi trovo ad assaggiare qualcosa di veramente speciale, come se si accendesse un’insegna luminosa nel cervello che ti dice, ‘ecco la perfezione’, accompagnata da quella sensazione di felicità che si prova quando si riceve una bellissima sorpresa. Ripensando ai cugini d’oltralpe, mi sento orgogliosamente Italiano, grazie a Berlucchi e Cà del Bosco.

Luca Gonzato 

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Bianco Schiopetto, Nero Venere

Venezia Giulia Bianco IGT Mario Schiopetto 2011

Finalmente sabato e finalmente il sole su Milano, così avevo iniziato a scrivere, poteva essere il pretesto per parlare di questo vino così luminoso… ma, ricomincio. È quasi l’ora di cena, c’è il tempo per un aperitivo e così mentre i bambini preparano patatine e coca-cola io stappo lo Schiopetto. È giallo paglierino, cristallino, perfettamente limpido, consistente nel bicchiere con archetti che scendono lentamente sul bicchiere, profumi invitanti di fiori bianchi e frutti, in bocca è complesso, ti trasmette frutti freschi, mela, banana, agrumi, secco e morbido, burroso, caldo e persistente, con una piacevole nota di mandorla finale, c’è altro, che però non saprei come descrivere se non come una sensazione appagante di armonia di sapori. Questo vino rappresenta la filosofia “Schiopetto”, ci trovo grande eleganza e raffinatezza, mineralità, sapidità equilibrata, con un bel ricordo del passaggio in legno che ha fuso insieme le caratteristiche di Chardonnay e Friulano (ex Tocai). Ok le patatine ma qui ci vuole un piatto degno di questo vino, chiedo a ‘my wife’ quando si cena, lei aspetta me, dice che sono più bravo io a cucinare, grrrr, preferirei stare qui a sorseggiarmi il vino con la città che abbassa il volume e il sole che cala. Riso venere con gamberi e zucchine è il piatto da preparare. I figli (10 e 8 anni) stanno litigando per banalità, faccio finta di niente, un altro assaggio poi mi metterò ai fornelli. Che buono, non dovrei dirlo, è un giudizio banale, soggettivo, andrebbe motivato in modo più tecnico… acidi e gliceridi a braccetto, aromi intensi di frutti maturi al punto giusto, lungo, avvolgente. Capriva del Friuli, nel mezzo del Collio, i terreni di ‘ponca’ (marna friulana di calcare e argilla), Mario Schiopetto, il pionere del Collio che diede vita al vino bianco friulano moderno, vinificazione in acciaio e passaggio in legno. Un aneddoto (come direbbe Francesco Renga a The Voice), ad un banco di degustazione di qualche anno fa, concentrai i miei assaggi sui banchi del Friuli, già amavo il ‘friulano’ e malgrado fossero tutti ottimi nei diversi banchi, quando assaggiai il friulano di Schiopetto, nella tipica bottiglia renana ad etichetta gialla, ne rimasi affascinato, perchè tra tutti si era mostrato, a mio giudizio, ad un livello superiore per complessità e capacità di trasmettere gli aromi in modo così intenso ed elegante. Il passo successivo fu quello di decidere che in cantina avrei sempre dovuto avere uno Schiopetto da offrire agli amici. On line, a parte il Friulano, comprai anche questo bianco IGT, blend di Friulano e Chardonnay 50/50, annata 2011. Sono passati sette anni per questo vino, lo trovo maturo al punto giusto ma non ho dubbi che potrebbe rimanere tranquillamente ancora qualche anno in bottiglia e mostrarsi poi con un’altra “faccia” altrettanto interessante. Eccola…si arrivo! (devo cucinare).

L’impiattamento è casalingo e forse neanche tanto bello da vedere, il sapore però è buono e strutturato. La cena è terminata come la bottiglia, abbinamento direi armonico, il riso venere mi sembra più saporito rispetto al riso bianco generico, i gamberi gli danno una bella sferzata aromatica e la tendenza dolce, zucchine anche loro con tendenza dolce, anche se poche (altrimenti i pargoli non lo avrebbero mangiato), acidità e sapidità del vino si sposano perfettamente per contrapposizione. Poi però, dato che non era una cena preparata per due portate, e la mia fame (come la sete), ha limiti sopra la media, sono passato ai salumi affettati, il prosciutto di San Daniele, che diciamocelo è la ‘morte sua’ con questo Schiopetto.

Se non lo avete già fatto, provate un vino di questa cantina, ne vale la pena, ve lo assicuro.

Luca Gonzato 

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Vitalba, Albana in anfora, Tre Monti

Romagna DOCG Albana secco

Prima di aprire la bottiglia ho scelto il calice, sarebbe da Champagne ma poco importa, mi piace questa forma, volevo guardarlo bene e tenerlo stretto su un calice più piccolo rispetto a quelli da degustazione, poi è bello vederlo ergersi al fianco della bottiglia come un trofeo. Guarda che bel colore, e i profumi ragazzi, un’arcobaleno di frutti freschi, ananas, agrumi, pesca, note di erbe aromatiche. In bocca è completo, grande freschezza, mineralità e sapidità controbilanciate da una morbidezza vellutata, ancora frutti gialli, una nota di miele, continua lungo e persistente con una sensazione morbida in bocca e il ricordo di frutta fresca. È complesso, caldo, con un grado alcolico di 14,5° che trasporta gli aromi come frutti da masticare, che bello. A tavola ci sono orate al sale con patate al forno, vino e cibo si esaltano vicendevolmente, la grassezza dell’orata e la tendenza dolce delle patate si abbinano perfettamente con l’acidità del vino e il fruttato aggiunge una bella nota al sapore del pesce. Che domenica! mancherebbe solo Valentino che vince il Gran premio d’Argentina questa sera. Tra l’altro siamo dalle sue parti, l’Azienda Tre Monti è a Forlì. I vigneti sono a 100-150 m/slm, su terreni con prevalenza di argilla, limo e sabbie. Il mare è vicino e lo puoi sentire anche nel vino. Fermentato in anfore georgiane da 470 litri, regime biologico, fermentazione naturale da lieviti autoctoni e nessun controllo della temperatura. Gran vino questa Albana dell’Azienda Tre Monti, di quelli che bisognerebbe stappare appena incroci il solito talebano che ti dice ‘ah io bevo solo vino rosso’ come se i bianchi fossero vini di secondo livello. Non è proprio così e questa Albana come centinaia di altri ‘bianchi’ lo dimostrano. Lo avevo assaggiato l’anno scorso durante la presentazione della guida Vitae di Ais in cui aveva preso il massimo punteggio, quattro viti. Mi aveva colpito per la complessità e l’armonia aromatica tanto che me lo segnai subito come vino da avere in cantina. Oggi l’ho felicemente riprovato con l’annata 2016 e non posso che confermare le belle sensazioni e la qualità di questo vino che consiglio di assaggiare. Wine Enthusiast lo pone tra i 100 migliori vini al mondo. Il prezzo è sui 18 euro. Il pranzo è finito da un pezzo e anche la bottiglia è ormai finita, un pensiero mi assilla, se Valentino vince con cosa festeggio?
Luca Gonzato
 
Note: L’Albana di Romagna è stato il primo vino bianco italiano ad ottenere la DOCG nel 1987.
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Un bel “Titolo”

Aglianico del Vulture, Titolo 2015, Elena Fucci

Titolo, mi ricorda quella ‘mancanza’ che da grafico editoriale scrivevo sull’impaginato e che poi il redattore avrebbe sostituito, invece il riferimento è alla contrada in cui si trovano i vigneti e gli uliveti della Cantina di Elena Fucci. Siamo ai piedi del monte Vulture, un vulcano spento che ha lasciato nel suolo stratificazioni di lava e ceneri insieme ad argille sedimentate, nel comune di Barile (PZ), in Basilicata. Le vigne sono sui 600 m/slm. Avevo scelto di acquistare questo vino perchè cercavo un Aglianico del Vulture Doc che sapesse esprimermi le caratteristiche del vitigno e del ‘terroir’ in modo chiaro, poi c’è il fatto che nelle guide, questa marca ha punteggi di eccellenza e voglio capire perchè. La cosa interessante di questa Cantina è che ha scelto di concentrare il proprio lavoro su di un unico vino, che è poi quello più rappresentativo della regione, l’Aglianico. Cosa mi aspetto?, sapidità, acidità, mineralità, consistenza e un buon grado alcolico. Vediamo se è così. L’annata è la 2015 (nel retro etichetta viene declamata come un’ottima annata), il vino affina 12 mesi in barriques nuove e un altro anno in bottiglia. È di un bel rosso rubino con riflessi granato, concentrato e cristallino. I profumi mi indicano, spezie, tostatura, erbe mediche, è particolare, invitante. Al gusto sento questa bella sapidità/mineralità che si integra con aromi di frutta rossa fresca, con note speziate dal mentolato al cacao, con un finale di liquirizia. I tannini sono ben presenti e lo rendono pronto per sposarsi felicemente con piatti ricchi di grassezza e succulenza. È di corpo e caldo (14° Vol.), snello e lungo nella persistenza. Raffinato ed elegante, si esprime con un carattere limpido e deciso. Guardo la foto di Elena Fucci sul sito (che tra l’altro è una gran bella donna) e mi domando se anche lei ha questo carattere, penso di sì, in fondo è lei che lo ha voluto così. E noi consumatori non possiamo che ringraziarla per questo magnifico nettare. 

Luca Gonzato

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Pasqua con il Cesanese del Piglio

Cesanese del Piglio DOCG, Romanico 2014, Coletti Conti

È quasi Pasqua, si celebra la passione di Cristo, sangue, resurrezione… non voglio essere blasfemo, ma più che alla sofferenza penso ai giorni di vacanza. Con quale vino festeggiarli?, non può che essere un ‘rosso’ mi dico. Per convincermi che questo Romanico sia il vino giusto ho trovato due motivazioni, la prima è che proviene dalla regione simbolo del cattolicesimo, il Lazio; la seconda è che gli attuali proprietari della Cantina produttrice discendono dalla famiglia Conti, che annovera nelle sue discendenze ben quattro papi. Ce ne sarebbe una terza, che potrebbe invogliare qualcuno a stapparne una bottiglia proprio nel giorno di Pasqua, ed è l’abbinamento con le carni d’Agnello, sarebbe perfetto, così come con altre pietanze a base di carne o primi molto strutturati. No dai, lasciate perdere gli agnellini che mi viene l’angoscia a suggerire di metterli nel piatto. Lo assaggio da solo, poi a cena mi inventerò qualcosa che possa starci bene vicino. Cinghiale ad esempio, questo si può o indigna anche lui?. Mi sto allontanando dall’argomento rischiando di far arrabbiare chi per scelta non mangia carni, torniamo al vino. Il Romanico, già il nome ci porta nella zona d’origine, prodotto con uve Cesanese di Affile 100%, coltivate nelle colline del Frusinate e più precisamente nella zona di Anagni su suoli di origine vulcanica, ad un’altezza di circa 230 m/slm. Il Cesanese di Affile è un vitigno storico che però risulta poco conosciuto se non a chi mastica vino. Lo troviamo nella DOCG Cesanese del Piglio, il vino rosso simbolo di questa regione, considerato il Pinot Noir del Lazio. Una vera perla nel panorama vinicolo italiano che attraverso la versione di Coletti Conti ci mostra al meglio le proprie caratteristiche aromatiche e strutturali. All’olfatto si presenta con una bella nota balsamica, quasi mentolata e di spezie, liquirizia, più lo ruoto nel calice e più sprigiona sentori diversi, dai frutti rossi alla viola, a note eleganti e sottili di legno. In bocca dimostra una grande struttura, si esaltano i frutti rossi, ciliegia ma anche vaniglia, di nuovo queste bellissime sensazioni di erbe profumate, timo, lavanda. È morbido, vellutato e solo alla fine ne percepisci la grande componente tannica che sembra dirti ‘dai dammi qualcosa da mangiare che ti faccio vedere io’, (fatto). È lungo, caldo (15% Vol. Alcol), con un bel finale balsamico, abbastanza sapido, molto persistente, sono passati 20 secondi dalla deglutizione ed è ancora qui. A ragione questo vino ha ricevuto numerosi premi. Anche secondo me merita almeno 90 punti per l’armonia che dimostra. Si può trovare al costo di circa 26,00€. Lo inserisco nella mia selezione dei preferiti e a voi che leggete non mi resta che auguravi una serena Pasqua e un calice di Romanico davanti al piatto, qualunque esso sia.

Luca Gonzato

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Gavi, il grande bianco Piemontese

Evento “Tutto il Gavi a Milano” per festeggiare i vent’anni della DOCG

Serata all’insegna del Gavi nello storico Palazzo Giureconsulti, nel cuore di Milano. Location prestigiosa per un vino prestigioso quale è il Gavi. È stata presentata l’etichetta del Consorzio per l’annata 2017, disegnata da Serena Viola, mi piace perchè oltre a rappresentare l’incontro tra mare e terra, come fossero due mani incrociate, trasmette attraverso i colori e gli spazi bianchi un’idea di freschezza che è poi la caratteristica principale di questo vino.

La presentazione spazia dal territorio ai progetti di valorizzazione della zona, mi è piaciuto sentire dall’Agronomo del Consorzio come in questo territorio Alessandrino, con suoli simili a quelle delle Langhe, si sia fatta la scelta di dare rilevanza alla coltivazione del Cortese anziché a uve a bacca rossa.

Qualche informazione generale: il Gavi o Cortese di Gavi DOCG, è la denominazione che coinvolge 11 comuni nella provincia di Alessandria. Il vitigno è l’autoctono Cortese, coltivato in 1500 ettari su suoli definiti in tre fasce: di terre rosse a nord, ricche di residui ferrosi e di ghiaie miste ad argilla e depositi alluvionali. Nella fascia centrale, Serravalle, Gavi, San Cristoforo si alternano marne e arenarie. La fascia meridionale è caratterizzata da marne argillose bianche di origine marina con numerosi fossili e stratificazioni (marne Serravalliane), terreni particolarmente adatti ad esaltare le qualità dell’uva Cortese. Il disciplinare di produzione prevede la possibilità di realizzare vini di tipo, Tranquillo, Frizzante, Spumante, Riserva e Riserva Spumante metodo classico. Sono circa 80 i produttori e oltre 13.000.000 le bottiglie prodotte ogni anno, di cui più dell’80% viene destinato all’esportazione.

Terminata la presentazione ci siamo spostati nella sala di degustazione da cui si poteva accedere alla bella terrazza con vista sul Duomo e sorseggiarsi il proprio calice sentendo il brusio delle persone che poco più sotto passeggiavano in via Dante, bella atmosfera, conviviale, dove produttori, giornalisti e operatori del settore si scambiavano opinioni tra l’assaggio di un Gavi e l’altro. Ad accompagnare i vini c’erano anche dei magnifici stuzzichini con prodotti della zona, robiola, castelmagno, focaccia, farinata…

All’ingresso in sala tutti si sono fiondati sul primo banco, quello degli spumanti a metodo classico da uva Cortese, io che per natura odio la ressa ho optato per andare subito al sodo assaggiando il Gavi La Meirana 2017 di Broglia, azienda con i vigneti più antichi di Gavi, dal 972. Wow, potrei bere solo questo ed andare a casa felice, fiori bianchi e frutti freschi, ananas, lungo, persistente, con un bel finale ammandorlato. Assaggio poi (a ressa finita), lo spumante La Mesma ma è un errore farlo adesso dopo il Broglia, sento che è un buon prodotto ma non sono in grado di apprezzarlo fino in fondo, meglio tornare ai secchi. Castello di Tassarolo, Alborina 2016, ottimo anche questo, di corpo, intenso con una bella nota di mandorla dolce e sentori terziari.

Adesso voglio provare La Caplana, bella etichetta dove spicca una figura femminile disegnata con lo stile di Modigliani, questo vino mi piace davvero tanto, ha un carattere vivace di frutti freschissimi, armonico con un bel finale che rimane sul floreale e fruttato, è come una giovane ragazza sbarazzina che irrompe in una cena di gala tra nobili incipriate, crea scompiglio e si fa notare per la sua esuberanza, ne vorrei un’altro calice ma mi trattengo, lo metto però tra i preferiti per i prossimi acquisti, provo anche l’altro, il Villa Vecchia, beh che dire, questa cantina ha vinto il mio premio fedeltà. Pur rimanendo su sentori di fiori e frutti freschi c’è una bella nota agrumata, mineralità e persistenza. Passo a Il Poggio di Gavi etichetta nera, è di corpo, complesso con sentori che rimandano a frutti maturi, mineralità che va a braccetto con una morbidezza dai sentori dolci, mielati, ottimo anche questo.

Meglio mangiare qualcosa, una scaglia di Castelmagno e una tartina robiola e prosciutto crudo, che bontà, guardo le persone sorridenti e rilassate, il vino inizia a fare il suo effetto, c’è la foto di gruppo dei produttori con il presidente del Consorzio Maurizio Montobbio, bello vederli qui, credo sia una soddisfazione anche per loro. Mi sarebbe piaciuto conoscerli di fronte ai loro vini e potermi complimentare ma va bene così, i sommelier Ais di Alessandria li hanno sostituiti egregiamente, preparati nel dare informazioni e gentili nel servizio, bravi davvero.

Con qualcosa nello stomaco posso fare altri assaggi, Ghio, La Raia, La Zerba, Biné, Morgassi Superiore, La Bollina, tutti bei Gavi. Scusatemi se non descrivo ognuno di questi ma posso dirvi che erano tutti di qualità e vi invito a scoprirli. In generale, a caratterizzare il Gavi sono i fiori bianchi e i frutti freschi, con mineralità e morbidezze più o meno accentuate a seconda dei comuni di provenienza, si esprimono in modo raffinato, elegante. Mi verrebbe da dire che sono aristocratici, d’élite, per la complessità che alcuni di loro sanno esprimere, ma sarebbe sbagliato, credo possano essere invece considerati degli ottimi vini anche per il consumo quotidiano, ad accompaganre carni bianche e formaggi di media stagionatura, o per un aperitivo ricco di sapori.

Mi godo rilassato questi vini con il tasso alcolico che inizia a farsi sentire, la serata è ormai in conclusione, c’è giusto il tempo per non farsi scappare Le Terre di Stefano Massone, La Giustiniana e Villa Sparina, che dire, il Gavi è un gran bianco e tutte le etichette provate hanno saputo esprimersi in modo diverso lasciandomi un bel ricordo. Non voglio esagerare quindi concludo la serata e mi avvio felice alla fermata del tram, sono le 21.30, tanti giovani in giro, la serata è appena iniziata, magari andranno a bersi un Moscow Mule o un Mojito, vorrei dirgli di lasciar perdere i cocktail e passare a un buon vino, un Gavi ad esempio.

Grazie al Consorzio di Tutela per l’invito e ai produttori di Gavi per avermi dato la possibilità di assaggiare i loro vini.

Luca Gonzato

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Alsazia, biodinamica e mineralità

Domaine Zind-Humbrecht

Siamo in prima fila questa sera, io e gli amici assaggiatori di Onav, l’argomento merita il massimo dell’attenzione, “vini d’Alsazia e mineralità”, a presentarlo, come sempre accade, quando l’argomento è di un certo ‘peso’, è Vito Intini, carico e di buon umore come al solito, pronto ad instillarci una buona dose di vino che arricchirà le nostre conoscenze enoiche. L’introduzione è il territorio, bla bla bla, ‘scherzo’, per avere un quadro completo di un vino devi sapere tutto quello che lo riguarda.

Partiamo dall’Alsazia, regione francese che occupa una striscia di terra tra  la catena montuosa dei Vosgi e il fiume Reno, nel nord est della Francia al confine con Germania e Svizzera, Basilea è a pochi chilometri, ci starebbe una gita da Milano. A me vengono in mente le case colorate barrate di legno di Strasburgo, se ci sei stato anche tu, fai che scendi giù fino a Colmar e Mulhouse. Questa è la zona dei vini, dove la coltivazione è collinare, tra i 200 e i 400 m/slm. Il clima è continentale con autunni secchi e soleggiati. Le acque del Reno e soprattuto i monti Vosgi proteggono le vigne dalle correnti fredde provenienti dall’Oceano Atlantico. La caratteristica più importante di questa zona è la composizione dei terreni in cui si trovano le vigne, granito, calcare, argilla, ardesia, gesso, marne con presenza di fossili e rocce vulcaniche. Minerali che poi daranno la tipica impronta di mineralità nei vini Alsaziani. I minerali non hanno odore, ma attraverso la loro disgregazione in polveri e ceneri, rilasciano nutrimento per le radici della vite, che a sua volta, attraverso la linfa, ingloba queste molecole negli acini e nel vino che verrà. La mineralità si esprime in sensazioni tattili di pungenza e polverosità. Al gusto trasmette una spiccata sapidità e una acidità ad alto valore di Ph che favorisce la salivazione (e la beva). Per avere il profilo completo che caratterizza i vini Alsaziani dobbiamo aggiungere i vitigni utilizzati, i più rappresentativi sono: l’aromatico Gewurtztraminer, il Riesling (che ritroviamo allo stesso livello di eccellenza dall’altra parte del Reno), il Pinot grigio con la sua selezione di ‘grani nobili’, cioè solo i chicchi migliori colpiti dall’azione della muffa nobile, il Moscato alsaziano e il moscato Ottonel. L’ultimo tassello ed il più importante, nel trasmettere l’impronta minerale nei vini, è la tipologia di viticoltura, che nel caso del Domaine Zind-Humbrecht si svolge in biodinamica, detto in sintesi, esclude ogni utilizzo di concimi chimici e diserbanti, preserva le uve e non va a modificarne le caratteristiche con l’utilizzo di lieviti selezionati (se non quelli presenti nella cantina stessa).

Ecco come Monsieur Olivier Humbrecht sintetizza il concetto di biodinamica e mineralità:  “La percezione della mineralità del vino può essere la manifestazione intima della profondità di un terroir e della sua capacità di firmare un vino in un modo unico. Contrariamente alla ricchezza di carbonio, non può essere falsificata o modificata artificialmente. Solo un grande rispetto del suolo, della vite e di una vinificazione non interventista garantirà una presenza di sali e ceneri significativi nel vino. La mineralità distinguerà un prodotto tecnologico da un vino di terroir. Riconoscere una vera mineralità può essere un esercizio difficile, perché non va scambiata per aromi di riduzione, eccesso di solforosa, acidità vegetale o semplicemente per potenza aromatica. La mineralità si gusterà in bocca, riconoscendo l’espressione di salinità e la potenza della salivazione”. 

Due righe sull’Azienda prima di passare alla degustazione; l’attività di “Vigneron“ della famiglia Umbrecht inizia nel 1620 e continua fino al 1959 anno in cui attraverso l’unione con l’attività della famiglia Zend viene creato il Domaine Zend-Humbrecht che ad oggi ha complessivamente 40 ettari di vigne. Nel 1997 iniziano ad applicare la biodinamica in vigna. I vini da loro prodotti sono super premiati nelle guide di settore, dove raggiungono punteggi superiori ai 90 punti. Si possono trovare anche online dai 30€ in su.

La degustazione dei 6 Vins d’Alsace Zind-Humbrecht

Muscat Goldert, Grand cru, 2011 (ind. 1 – grado zuccherino corrispondente a secco)

  • 13° Vol Alcol
  • Acidità 4.9 g/l- Ph 3.2
  • 80% Muscat Petit Grain, 20% Muscat Ottonel
  • Terreno calcareo con vene di materiale ferroso

Floreale, elegante, minerale, nota agrumata, frutti tropicali, lychees, finale sapido. Questo primo vino in degustazione, anche se non è stato apprezzato da tutti, mi è piaciuto molto per la sua freschezza e il carattere giovane, non sempre si ha il bisogno di bere vini opulenti, questo lo vedo bene come aperitivo accompagnato da stuzzichini leggeri.

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Riesling Heimbourg, 2014 (ind. 1)

  • 12.5° Vol. Alcol – residuo zuccherino 8.3 g/l
  • Acidità 5.0 g/l – Ph 3.0
  • 100% Riesling renano
  • Terreni argillo/calcarei con marne stratificate, la vigna è su una piccola costa di una collina di 7 ettari

Impatto minerale, mela cotogna, pera, mela, agrumi, ananas, note citrine, gesso, borotalco, grande acidità, sapidità, rotondità e persistenza. Buono, con un grande potenziale di miglioramento negli anni. Z-H ne consiglia il consumo dal 2018 a oltre il 2034.

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Riesling Brand, Vieilles Vignes, 2011 (ind. 2)

  • 14° Vol. Alcol – residuo zuccherino 18.0 g/l
  • Acidità 3.8 g/l – Ph 3.3
  • 100% Riesling renano
  • Territorio straordinario, più in alto, con pendenze rilevanti, presenza di granito e calcare. Esposto a sud.

Di un bel giallo paglierino dorato, è minerale con ricordi di ruggine e sensazione di polvere. Frutti tropicali, ananas, maracuja, mango. In bocca scivola morbido e dolce, chiude con bella freschezza secca.

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Gewurztraminer Hengst, Grand Cru, 2013 (ind. 5)

  • 13,5% Vol. Alcol – residuo zuccherino 45.0 g/l
  • Acidità 3.2 g/l – Ph 3.7
  • 100% Gewurtztraminer
  • Terreno marnoso calcareo dell’Oligocene, esposizione sud-est. Età media dei vigneti 62 anni.

Dolce. Impatto elegantissimo, albicocca, pesca, mielato, nota minerale e citrina, agrume. In bocca ha la tipica nota amarotica dei vitigni aromatici, in chiusura è secco con belle note balsamiche, eucalipto, pino. Lunga persistenza. Ideale abbinamento con cibi speziati o formaggi erborinati. L’Azienda ne consiglia il consumo nell’arco di tempo 2018-2036. Io lo trovo già ‘pronto’ così. Bel Gewurtztraminer.

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Gewurztraminer Clos Windsbuhl, Vendange Tardive, 2005

  • 14.5° Vol. Alcol
  • Acidità non reperibile, probabile grado zuccherino superiore agli 80 g/l
  • 100% Gewurtztraminer
  • Terreno calcareo marino con fossili e argille in disfacimento, a 350 m di altitudine riceve le correnti fredde, viene effettuata una vendemmia tardiva. Uve botritizzate. Considerato un vino mito.

Dolce. Mela cotogna, spezia di fondo, legni asiatici, cera, frutti stramaturi, ananas, arancio, fico secco, miele. Sensazione polverosa, minerale, sottile idrocarburo. Nota verticale di frutto più fresco e fiori bianchi, mandarino, scorza d’arancio. Complesso e lunghissimo. Un vino da meditazione, di quelli che vorrei avere di ritorno da un viaggio in Alsazia.

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Pinot Gris Clos Jebsal, Selection de Grains Nobles Trie Speciale, 2011

  • 13.5° Vol. Alcol – residuo zuccherino 71.0 g/l
  • Acidità 3.5 g/l – Ph 3.7
  • 100 % Pinot grigio
  • Piccolo Clos di 1.3 ettari che si trova su una faglia di gesso, ricca di galestro. L’unico vigneto della tenuta di selezione dei Grains Nobles, raccolti in vendemmia tardiva, uve botritizzate.

Dolce. Bel colore ambrato, note di marmellata fresca, pesca, albicocca, ananas, mango. Nota speziata di pepe. Io ci sento anche degli smalti, vernici. In bocca è armonico, bellissimo e persistente. Si chiude la degustazione al top con questo Pinot Gris che sarebbe l’ideale da metter in tavola a fine pranzo con la Colomba Pasquale.

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E siamo alla fine di questa bella e ‘dolce’ serata, non mi resta che affrontare il ritorno in moto sotto la pioggia, guardo le goccioline scendere sulla visiera chiusa, ripenso alle lacrime di Pinot gris che scendono sul bicchiere e sorrido felice, …anche se ho i piedi fradici e sono tutto infreddolito.

Luca Gonzato

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Cannonau, Anima e Corpo

Nepente di Oliena, Cantina Oliena

Aprire una bottiglia di un vino che ami e conosci da tempo è rassicurante, sai che non avrai brutte sorprese, torneranno quelle sensazioni che te lo hanno fatto amare e i ricordi dei primi incontri. Ho passato parecchie estati in quella meravigliosa isola che è la Sardegna e ho avuto la possibilità di soggiornare in tutte e tre le sottozone dove il Cannonau si esprime a livelli di eccellenza, cioè le denominazioni di: Capo Ferrato – comuni di Castiadas, Muravera, San Vito, Villaputzu e Villasimius nella provincia di Cagliari. Jerzu – comuni di Jerzu e di Cardedu nella provincia di Ogliastra. Oliena o Nepente di Oliena –  comune di Oliena e parte di quello di Orgosolo nella provincia di Nuoro.

Estati in cui Pecorino sardo e Cannonau erano sempre sulla tavola, a Solanas (CA) dove compravo i miei primi Cannonau sfusi, poi a Cardedu in Ogliastra, con le vigne sotto casa, che arrivavano a poche decine di metri dal mare, ed infine ad Orosei in quella zona della Sardegna che più di tutte amo, nella provincia di Nuoro. Da una parte il mare e dall’altra le montagne del Supramonte. Dorgali, Oliena, vallate dove la vite cresce rigogliosa, con il sole accecante e la brezza marina che fanno maturare le uve con un grande contenuto zuccherino che poi si trasformerà in Cannonau con volumi di alcol superiori al 14%.

Tra i vari Cannonau che ho assaggiato il Nepente di Oliena della Cantina Oliena è senza dubbio tra quelli che consiglierei di assaggiare. Rubino tendente al granato, luminoso, consistente nel bicchiere. Morbido in bocca, con tannini setosi e la giusta acidità a non renderlo pastoso, sentori che, chiudendo gli occhi, ti riportano a quei profumi di macchia mediterranea che senti appena sbarchi sull’isola, e aromi di bacche, frutti maturi e saporiti, prugna, more, ciliegia. Note leggere amarognole di noce, mandorla. Un finale che è un abbraccio caloroso, dolce e fruttato. Non mi stupisce che Gabriele D’Annunzio ne abbia decantato le qualità. Il Nepente di Oliena è un toccasana per anima e corpo, altro che antidepressivi, un calice di Nepente e la tristezza se ne va.

Luca Gonzato

Note. Il Cannonau è il vitigno più coltivato della Sardegna, riconosciuto autoctono. Seppur con varietà diverse è coltivato in molti paesi, conosciuto con il nome di Grenache in Francia (al top nella Valle del Rodano) e Garnacha in Spagna.

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Il Carso e la Vitovska

E non chiamarli Orange Wine

La definizione di vini arancio non piace né ai produttori né ai professionisti del settore, meglio definirli dei vini bianchi che fanno macerazione (normalmente la vinificazione in bianco non ha contatto con le bucce dopo la spremitura). Sono dei vini particolari, di quelli capaci di esprimere territorio e tradizione in modo assoluto. Ci troviamo nella punta più a est dell’Italia, vicino a Trieste, in quel territorio che è un unicum tra Italia e Slovenia, il Carso. È una viticoltura fatta di fatica, su terreni calcarei rocciosi, nelle formazioni carsiche, dove il sottosuolo sembra un Gruviera. Depressioni del terreno con buchi che arrivano in profondità fino a grotte e fiumi sotterranei, le Doline. Poi ci sono i violenti venti di bora a soffiare, forti escursioni termiche e la vicinanza del mare. Un microclima unico che porta nella Vitovska (vitigno autoctono), caratteristiche precise di freschezza (acidità), profumi di fiori di campo, sapidità e un finale ammandorlato. Ho messo in fila sulla mappa le aziende, caspita, sarebbe un itinerario perfetto per passare qualche giorno in campagna. Praticamente tutte le aziende offrono ospitalità o un buon piatto da degustare insieme ai vini della zona, si organizza un giro?.

A questo punto dovrei presentare le 10 Vitovska (e non) assaggiate l’anno scorso ma non mi diverto granché a fare il riepilogo di qualcosa già avvenuto, c’è giusto una Vitovska slovena in cantina che potrebbe rendere la cosa più stimolante. Quindi il programma diventa: una Vitovska appena stappata; 10 altre Vitovska (e non) dalla degustazione 2017.

Vitovska 2015 Čotar

Ha un bellissimo colore dorato tendente all’aranciato, cristallino con lieve velatura, consistente. Profumo fine, frutta fresca, albicocca, pesca gialla, frutta secca, miele, mandorla. In bocca è di corpo, morbido, abbastanza caldo, fresco e sapido con note terziare di legno ma delicate. Il frutto giallo è dominante, persistente. Pur avendo sapidità ha note dolci retronasali molto piacevoli. Mi ricordavo sensazioni più dure e invece questa volta mi sembra più spostato verso le morbidezze. Non posso che darne un ottimo giudizio, ha una bella armonia d’insieme.

Adesso vediamo le altre Vitovske, caso vuole che quella appena assaggiata sia anche tra le dieci degustate in “ Mare e Vitovska”, l’evento organizzato da Ais nel 2017, presentato e condotto dal delegato di Trieste, Roberto Filipaz con la partecipazione dei produttori.

  1. Vitovska, Grgič – Azienda di Padriciano (TS) è anche agriturismo e allevamento di cavalli, il vitigno è su terra gialla, arenaria non Carsica. Coltiva anche Malvasia Istriana e Refosco. Vitovska vinificata il 30% in barrique ed il restante 70% in acciaio. Ha aromi di fiori maturi e erbe, rosmarino fresco ed una chiusura sapida. Info: www.grgic.it
  1. Vitovska 2016 – Bajta – In Località Sales, Grignano (TS), a conduzione familiare, anche agriturismo e produzione di salumi. Il vino fa una vinificazione in bianco ed una piccola parte affina in legno. Molto fresco, bel fiore di ginestra, fiori gialli, fruttato, citrino, mandarino, erbe aromatiche, nota sapida in chiusura. Info: www.bajta.it
  1. Vitovska Milič – Nella Frazione Sagrado di Sgonico (TS), dal 1489, viticoltura, agriturismo e allevamento di maiali e manzi. Vinifica Vitovska, Malvasia, Teran e Chardonnay. Le uve di Vitovska fanno una macerazione di 28 giorni, senza chiarifiche, solo legno per 2 anni. Il vino ha grande acidità e persistenza con nota sapida marina finale. Aromi di frutta gialla matura, pesca, albicocca, erbe aromatiche, balsamicità, bacca di ginepro. Info: www.agriturismomilic.it
  1. Vitovska 2016 – Zahar – Si trova a S. Antonio in Bosco, Dolina Trieste (TS), a meno di 100m/slm con i vigneti tutti esposti a sud. Ha anche uliveti. Terreno di arenaria, vitigno giovane. Il vino fa solo acciaio, no macerazione sulle bucce. Note floreali e fruttate gialle, balsamiche di pino, rosmarino, sapidità marina. Info: www.zahar.it
  1. Malvasia Istriana Tauzher – Slovenia – A Dutovlje (Duttogliano), Due ettari in zona con molta roccia, terra rossa, poca acqua. Macerazione di 5 giorni. Vino minerale e sapido, lungo, esplosione floreale, frutta, mela, limone.
  1. Vitovska 2015 – Štemberger Slovenia – A Šepulje (Sesana). Dieci ettari in viticoltura biologica. Uve fanno macerazione di 5 giorni, un anno e mezzo di affinamento in legno (Tonneau). Aromi di albicocca, ciliegia bianca, erbe aromatiche, rosmarino, punta di salvia, bella complessità, lungo. Info: www.stemberger.si
  1. Vitovska 2015 – Čotar – Slovenia – A Gorjansko (Goriano), azienda a conduzione familiare che ha anche osteria. Le uve fanno 5 giorni di macerazione a tini aperti poi affinamento di un anno e mezzo in grandi tini di legno. Biologico. Vino con sentori di incenso incombusto, percezione tannica, frutta secca, albicocca disidratata, sentore di tabacco, sapidità marina. Info: https://cotar.si/it
  1. Vitovska collection 2006 uscita 2009 – Zidarich – In Loc. Prepotto, Duino Aurisina (TS). Otto ettari, tutto naturale. Macerazione di un mese sulle bucce, 4 anni in legno e 1 in bottiglia. Complessità e persistenza, albicocca, pesca sciroppata. Info: www.zidarich.it
  1. Blend di Vitovska, Malvasia Istriana, Sauvignon blanc, Pinot grigio – Škerk – Loc. Prepotto, Duino Aurisina (TS). Una settimana di macerazione. Vino pluripremiato. Bel floreale e fruttato fresco con un finale di mandorla, Complesso e persistente. Qui aggiungo una nota oggi, ho assaggiato questo vino più volte, mi piace molto, è un gran vino che si esprime con tante sfumature, da provare. Info: www.skerk.com
  1. Malvasia Istriana – Renčel – Slovenia – A Dutovlje (Duttogliano). Uve passite 6 mesi in cassette, resa molto bassa. Vino dolce, aromi di caramella ‘moo’ d’orzo, fiore d’acacia, ginestra, pesca sciroppata, albicocca, spezie dolci. Info: www.rencel.si

Ps. erano tutti ottimi vini, se vuoi scoprire la Vitovska non hai che da scegliere.

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