Il vino ci unisce

Sforzato di Valtellina DOCG 2011, Marcel Zanolari

‘Il vino ci unisce’, è il titolo dell’iniziativa organizzata da Onav (organizzazione nazionale assaggiatori vino) che invita i soci a realizzare un video con la presentazione di un vino. Viviamo tempi difficili a causa del virus Covid-19 e tutto ciò che può restituirci un minimo di socialità è ben accetto. Il mio contributo vede protagonista un vino valtellinese, non uno banale, bensì quello che definirei il rosso più ‘robusto’ di Lombardia, lo Sforzato.

Luca

Sassaia 2018, Angiolino Maule

Un classico del Veneto, a mio parere dal vitigno bianco più rappresentativo, la Garganega. Certamente lo è per l’azienda agricola La Biancara di Angiolino Maule di Gambellara (VI). Angiolino e i figli, ne traggono ben sei versioni dai differenti Cru e dai diversi gradi di maturazione. Una di queste è il Sassaia 2018.

Le uve provengono dai vigneti vicini all’azienda, sulle colline di Sorio e dalla zona Creari. Come vinificazione, metà delle uve fanno una macerazione sulle bucce di qualche giorno mentre le altre vengono direttamente pressate. La fermentazione, con lieviti indigeni,  viene svolta in botti da 30 hl . L’imbottigliamento avviene ad agosto dell’anno successivo. Naturalmente è biologico.

Il colore del vino è di un giallo dorato, dai toni caldi. Vista la leggera torbidità, immagino che la filtrazione sia grossolana per mantenere nel vino l’integrità della Garganega. I profumi mi ricordano quelli della frutta matura a polpa gialla, la pesca, poi delle note morbide di resina e miele, sensazioni di erbe balsamiche come la lavanda. Il sorso è ricco, appagante, fragrante nel retrogusto fruttato. Acidità e sapidità ben accompagnano il corpo strutturato di questo vino. Il volume alcolico è del 12% e il prezzo sui 15€. Un ottimo vino naturale per un aperitivo a salumi nostrani e per accompagnare il tramonto.

Che poi non è un tramonto di un normale sabato sera milanese, c’è silenzio, ogni tanto si sente un tram passare nella via a fianco oppure una sirena… resto in ascolto, in attesa di buone nuove.

Luca Gonzato

Nero d’Avola “at home”

Benvenuto alla primavera con il primo barbecue della stagione accompagnato dal Nero d’Avola di Barraco, annata 2015. Gran vino siciliano che nella espressione di Barraco conquista il palato con grande piacevolezza. Il mio quartiere, a Milano, è in silenzio, sento lo sfrigolare della carne sulla griglia. Rigiro le costine e penso al nuovo decreto, altre preoccupazioni, incertezza sul futuro. C’è bisogno di positività, gli affetti e ciò che ci gratifica. Faccio finta sia tutto normale. Barbecue e vino. Belli quei sentori ‘foxy’ che accompagnano con eleganza gli aromi di ciliegia e fragola matura di questo Nero d’Avola. Un vino che si attesta sul 14% di volume alcolico ma che si lascia bere come se ne avesse il 12%. Il finale dolce e la giusta componente tannica ben si adattano ad accompagnare il retrogusto amarognolo delle carni grigliate. 

Lo so che ci sono persone sofferenti e tanti medici e sanitari occupati h24 per l’emergenza, ed è a loro che rivolgo il mio pensiero e ringraziamento, aldilà di questo post sul vino che è solo un momento di divagazione dalla situazione. A loro il mio sincero ‘salute’, come buon augurio per il futuro.

Luca Gonzato

@barraco #nerodavola #restiamoacasa #cerchiamoilpositivodellasituazione #grazieaisanitari #unbrindisipervoi 

La Fanciulla Reale

Fetească Regală 2016, Dorvena.

Vino Rumeno della Transilvania dal cuore Italiano. A condurre la cantina Dorvena è il colosso Genagricola con i sui 8000 ettari coltivati in Italia e gli oltre 5000 in Romania (proprietà di Assicurazioni Generali).

Property of Dorvena


La bottiglia si presenta con una elegante etichetta dove al centro c’è un acino a rappresentare il colore del vino e intorno gli elementi che lo caratterizzano: sole, grappolo, suolo, foglia, stella, luna, acqua, microelementi, passione e viticci.
Il colore è paglierino brillante, i profumi arrivano intensi al naso.
Floreale, mi ricorda i girasoli, il fieno asciutto, il miele e la pesca gialla.
In bocca la sensazione è di frutto maturo, ancora pesca gialla e mela golden.
Morbido e con una spalla acida che sostiene un corpo importante.
Sorso caldo (14% vol.), avvolgente ma mai stancante.
Finale sapido che chiama un nuovo sorso.
Lo trovo interessante ed è bello vedere superate le aspettative.
Mi ha incuriosito e così, saltando da un sito all’altro, ho scoperto che la supervisione della cantina è affidata all’enologo Riccardo Cotarella, praticamente una certificazione di qualità.
Consiglio l’abbinamento con capesante gratinate o un’altro piatto che per struttura regga la potenza aromatica di questo buon vino.

Luca Gonzato

Nebbiolo Borgogno, fonte di benessere.

La mia fonte preferita di antiossidanti e antinfiammatori. Il nome scientifico è Resveratrolo, fa parte dei polifenoli contenuti nella buccia dell’uva rossa. Lo ritrovi poi nel vino rosso, meglio se di qualità, così ci trovi anche tutto il piacere di gustare qualcosa di buono.

Oggi consiglio il nebbiolo Borgogno 2016 proveniente dal comune di Barolo in Piemonte. Spettacolo di frutto polposo, mora, viola e sentori d’affinamento in legno come vaniglia e cacao amaro e una bellissima cornice balsamica. Caldo e robusto (14% Vol.). Ti accompagna sia a cena che dopocena.

Online ho provato a cercare un integratore di Resveratrolo e ne ho trovato uno di 30 compresse da 50mg che costa 36,90. La bottiglia di Borgogno si trova sui 18€. No vabbé non si possono fare paragoni per due motivi, il primo è che non sono un medico e quindi non ascoltate i miei consigli e il secondo è che nel vino oltre al Resveratrolo c’è l’alcool etilico che non è che faccia granché bene. Posso però dire che da quando la mia dieta contempla il vino rosso delle Langhe sto benissimo! 🤣

Luca Gonzato

Diomede 2015, Ocone

“Le buone intenzioni, l’educazione
La tua foto profilo, buongiorno e buonasera
E la gratitudine, le circostanze
Bevi se vuoi ma fallo responsabilmente… ”

Sono i primi versi della canzone Sincero, scritta e cantata da Bugo. Mi sembrano l’ideale per accompagnare l’assaggio e la recensione di questo vino. Un Aglianico del Taburno DOCG, qui nella versione 2015 della cantina Ocone. 

Come localizzazione siamo in Campania, nel Sannio Beneventano. Le uve provengono da vigneti con suoli calcarei e argillosi posti a circa 400m nella Valle Telesina. 

Ad essere Sinceri, trovo che l’Aglianico sia uno dei più grandi vini rossi italiani, che però nel nord Italia è ancora poco conosciuto e difficilmente lo si trova nelle liste dei ristoranti. Non a caso tra appassionati viene definito il Barolo del sud per le sue qualità e capacità di affinamento.

Come vinificazione, questo Diomede ha fatto una lunga macerazione, di circa 20 giorni ed un affinamento con passaggio in barrique e tonneaux per un anno per poi tornare in acciaio e successivamente in bottiglia per altri 2 anni (minimo) diventati ormai 4.

Alla vista il colore è cupo, di un rosso scuro sanguigno. I profumi ricordano la prugna essicata, la viola, le more e i mirtilli in confettura. Ci sono poi le note di affinamento in legno, la vaniglia, il cuoio.

Facendolo ruotare rilascia note intense, balsamiche, di mentolo e incenso. In bocca è caldo, con un notevole corpo e tannini ormai addomesticati. Bella l’acidità che aiuta il sorso ma resta comunque un vino che chiede cibo, qualcosa di succulento e strutturato come un brasato ad esempio.

II sorso si allunga con un piacevole sviluppo aromatico che arriva alla confettura di frutti di bosco. Il prezzo è all’incirca uguale al CD di Bugo (17,50).

Nel complesso è un vino armonico e assolutamente piacevole, anzi Sincero.

Luca Gonzato

(super) Dolcetto di Ovada

Che bello e che buono!

Bello partecipare ad un banco di degustazione non affollato, con la possibilità di chiacchierare con i produttori e farsi raccontare ciò che caratterizza i propri vini.

Buono, in tutti gli assaggi fatti che ho dedicato prevalentemente al Dolcetto di Ovada (tema del banco di degustazione) e alla Barbera, altro tipico vitigno rosso piemontese.

Il Dolcetto di Ovada mi ha conquistato, in particolare grazie alle sue versioni più ricche ed evolute. Sì perché è un vino che può tranquillamente superare il decennio evolvendo in meglio. È ottimo anche da giovane, magari vinificato solo in acciaio con il suo bel frutto rosso croccante, ma le versioni passate in botte o barrique hanno, secondo me, una marcia in più. Il bouquet si arricchisce delle note del legno, vaniglia e cacao in primis, poi i tannini si ammorbidiscono regalando un’armonia generale di grande piacevolezza gustativa.

In particolare ho apprezzato molto i vini a base Dolcetto di Cà del Bric. La riserva 2007 ha una grande eleganza e tanto tanto corpo. Un vestito di aromi che vanno dal frutto rosso macerato ai sentori terziari di spezie e cacao. Rotondo, morbido, lunghissimo nella persistenza.

Anche i vini del Castello di Grillano sono ottini, Dolcetto di Ovada riserva Gherlan DOCG e Monferrato DOC (blend di Dolcetto e Barbera). Poi i vini La Piria, personalità e corpo da vendere in ognuno. Ma anche Rocca Rondinaria e i ragazzi di Paschetta (bravi, faccio il tifo per voi!).

Tutti ottimi vini e soprattutto belle persone a presentarli, hanno rafforzato la mia stima verso il Dolcetto di Ovada. Un vino che merita di stare allo stesso livello dei più noti rossi italiani. Non vedo l’ora di passare dalle parti di Ovada e fare visita a queste cantine.

Grazie ai produttori e a Ais milano per la bella degustazione.

Luca Gonzato

Forever ‘Pas Dosé’… il Mosnel

Dal cuore della Franciacorta, a Camignone, uno spumante metodo classico che si presenta come un fiero spadaccino del ‘500 pronto ad affondare la sua fredda lama nei palati rattrappiti dai tanti …secchini. Non dovrei fare paragoni ma di fronte a cotanta personalità che irrora di freschezza ogni anfratto della bocca…Vorrei venisse istituita la categoria ‘pas dosé’ come standard negli spumanti (vuol dire, senza dosaggio, cioè senza aggiunta di zuccheri ad ammorbidirlo). L’altro, quello più consumato dagli italiani, è di norma dosato con 12-17 g/l di zucchero prima della tappatura finale. Ok che si parte da uve e metodi rifermentativi diversi, però la chiacchierata con un amico sommelier sul fatto che questi ‘ultrasecchi’ piacciono solo a noi mi ha fatto pensare a cosa piace ai ‘tanti’. Per provare a convincere un consumatore sulla bontà di uno spumante come questo, posso dire che se ne apprezzano maggiormente i profumi. Nel Mosnel sono fragranti, di agrumi, mandarino, con sensazioni ‘verdi’ che ricordano la primavera di un campo fiorito. Ci trovi aromi di piccola pasticceria secca, penso ai biscotti e agli amaretti. Poi è sapido e minerale, ti solletica la lingua con il suo pizzicorio. No, non è finita, perchè non è solo un’uva a fare questo spumante ma tre, la principale è lo Chardonnay (60%) ed infatti lo puoi sentire e vedere all’orizzonte, con le sue note rotonde e calde, poi c’è del Pinot bianco (30%) e del pinot nero (10%)…vuol dire più complessità aromatica e corpo.
Questo Franciacorta Pas Dosé di Mosnel affina per 30 mesi sui lieviti, in bottiglia, prima della sboccatura e della tappatura finale. Superfluo dire che è elegante e i suoi aromi ti accompagnano a lungo.
Insomma ok mela e pera ma vuoi mettere con la ‘macedonia con la panna sopra’? 🤣

Luca Gonzato

Classificazione e Denominazioni dei Vini Italiani

Sono tante le sigle che popolano il panorama vinicolo italiano e spesso viene fatta confusione o non se ne capisce il significato. La classificazione dei vini italiani è soggetta alle normative europee ma abbiamo ancora in uso le nostre italiche definizioni.

Sotto il marchio giallo/rosso europeo DOP

  • DOP (Denominazione d’Origine Protetta),

ricadono le menzioni tradizionali italiane DOCG e DOC

  • DOCG (Denominazione d’Origine Controllata e Garantita)
  • DOC (Denominazione d’Origine Controllata).

Entrambe le sigle sottintendono un Disciplinare di allevamento delle uve e di produzione del vino con regole ben precise e diverse per ogni vino. Ad esempio, in un Disciplinare, sono indicati i Comuni da dove possono provenire le uve, quali uve possono essere usate e in che percentuale, il grado minimo di volume alcolico, il tempo di affinamento, il tipo di impianto ecc., insomma una serie di regole atte a conferire tipicità e qualità al vino.

Sotto il marchio giallo/blu europeo IGP

  • IGP (Indicazione Geografica Protetta),

ricade la menzione tradizionale italiana IGT

  • IGT (Indicazione Geografica Tipica)

Anche per le IGT ci sono i Disciplinari di produzione ma a differenza dei precedenti si riferiscono spesso ad aree geografiche più grandi e sono magari previste maggiori varietà di uve e tipologie di vino che si possono produrre.

Queste sono le definizioni sancite dalla Comunità Europea:

Definizione di DENOMINAZIONE DI ORIGINE: il nome di una regione, di un luogo determinato o, in casi eccezionali e debitamente giu­stificati, di un paese che serve a designare un prodotto di cui all’articolo 92, paragrafo 1, conforme ai seguenti requisiti:
i)  la qualità e le caratteristiche del prodotto sono dovute essenzialmente o esclusivamente a un particolare am­ biente geografico e ai suoi fattori naturali e umani;
ii)  le uve da cui è ottenuto il prodotto provengono esclusi­vamente da tale zona geografica;
iii)  la produzione avviene in detta zona geografica e
iv)  il prodotto è ottenuto da varietà di viti appartenenti alla
specie Vitis vinifera;
Definizione di INDICAZIONE GEOGRAFICA: l’indicazione che si riferisce a una regione, a un luogo determinato o, in casi eccezionali e debitamente giustificati, a un paese, che serve a designare un prodotto di cui all’articolo 92, paragrafo 1, conforme ai seguenti requisiti:
i)  possiede qualità, notorietà o altre peculiarità attribuibili a tale origine geografica;
ii)  le uve da cui è ottenuto provengono per almeno l’85 % esclusivamente da tale zona geografica;
iii)  la produzione avviene in detta zona geografica e
iv)  è ottenuto da varietà di viti appartenenti alla specie Vitis vinifera o da un incrocio tra la specie Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis.
(Regolamento UE N. 1308/2013)

In una ipotetica piramide qualitativa dei vini a Denominazione, al vertice ci sono le DOP/DOCG, le quali possono avere un’ulteriore livello superiore di definizione, riferito ad una zona geografica di produzione più ristretta.

Sono le MGA (dette anche MeGA)

  • MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive)

Vengono usate ad esempio nelle DOCG di Barolo e Barbaresco (link MGA Barolo).

Prendendo come esempio il vino Barolo si potrà quindi avere l’indicazione del Comune, ad esempio Serralunga d’Alba (che è uno degli 11 comuni che possono produrre Barolo DOCG) e l’indicazione di una sua MGA, ad esempio Gabutti (una delle 39 MGA di Serralunga). Un’ulteriore livello di definizione può essere quello dell’indicazione del nome della Vigna.

Rimanendo sull’ipotetica piramide qualitativa, abbiamo quindi le DOP/DOCG seguite dalle DOP/DOC e più sotto le IGP/IGT. Alla base della piramide qualitativa si trovano i Vini varietali e i Vini generici che corrispondono alla definizione tradizionale di:

  • VDT (Vini da Tavola)

Sono vini prodotti al di fuori di un Disciplinare di riferimento.

Le Denominazioni d’Origine sono soggette a controlli che ne garantiscono la qualità e il rispetto delle norme indicate dai Disciplinari. Sulle bottiglie di vini a Denominazione vengono apposte le cosiddette ‘fascette’ (contrassegni di Stato con filigrana e indicazione DOCG o DOC). Esse sono una garanzia per il consumatore e un valido strumento contro la contraffazione.

NORMATIVA SUL CONFEZIONAMENTO DEI VINI A DENOMINAZIONE
1. Il confezionamento, dei vini a D.O.C.G. destinati all’immissione al consumo comporta l’obbligo dell’uso della «fascetta», avente le caratteristiche indicate all’articolo 3.
2. La fascetta di cui al comma 1 e’ utilizzata anche per il confezionamento dei vini D.O.C.. Per tali vini, in alternativa, e’ consentito l’utilizzo del lotto…
(Art.2 Gazzetta Ufficiale)
COME VIENE CONFERITA UNA DENOMINAZIONE
Una DOCG è definita tale dopo 7 anni che è stata DOC, mentre una DOC diviene tale dopo 5 anni che è stata IGT. Il riconoscimento dell’IGT è riservato ai vini provenienti dalla rispettiva zona viticola a condizione che la relativa richiesta sia rappresentativa di almeno il 20% dei viticoltori interessati e di almeno il 20% della superficie totale dei vigneti oggetto di dichiarazione produttiva… (Art.33 Gazzetta Ufficiale)

Si può sintetizzare che più si sale nella piramide qualitativa e più i Disciplinari di produzione sono restrittivi e le aree produttive più circoscritte. Ma non è detto che un vino DOCG sia sempre migliore di un vino IGP. Spesso i produttori preferiscono rimanere in una IGP per avere più libertà di scelta in quanto è magari troppo restrittivo il Disciplinare della DO che ad esempio indica le varietà e le percentuali di uve utilizzabili in modo troppo vincolante. Per fare un esempio, uno dei vini italiani più conosciuti e costosi è una IGT (Toscana), parlo del Tignanello di Marchesi Antinori.

È anche possibile trovare un ottimo vino da tavola se il produttore, avendo a disposizione un buon terroir e capacità ha deciso di rimanere al di fuori di ogni vincolo legato ai Disciplinari. Ma è giusto fare riferimento ad una DOCG se si cerca un’espressione tipica di un vino. L’identificazione delle migliori zone produttive e di quali varietà meglio si esprimono in un determinato luogo, arriva da molto lontano, ben prima che nascesse l’Unione Europea e le sue DOP.

Anche per le DOC vale la stessa cosa ma vanno considerate caso per caso, perchè ad esempio, in una DOC che comprende un’intera regione, come Sicilia DOC, è più difficile trovare una tipicità specifica. Ben diverso se è indicata una zona più circoscritta come ad esempio nell’Etna DOC, ovvio che qui potrò trovare il riscontro di un terroir unico con suoli di origine vulcanica, microclima diverso ecc.

Non c’è una regola precisa per scegliere ‘il miglior vino’ in base alla sigla di Denominazione in etichetta ma vanno sempre considerate come una importante indicazione di qualità e di garanzia per il consumatore.

Per completezza di informazione, malgrado siano ormai rare sulle bottiglie, si possono trovare anche queste sigle:

  • VQPRD (vino di qualità prodotto in regione determinata)
  • VLQPRD (vino liquoroso di qualità prodotto in regione determinata)
  • VSQPRD (vino spumante di qualità prodotto in regione determinata)

Puoi scoprire gli elenchi di tutti i vini Italiani a Denominazione su queste pagine del blog:

©dipendechevino

Mongris 2018, Marco Felluga

L’approccio olfattivo a questo Pinot Grigio è floreale e delicato mentre in bocca arriva potente, minerale, sapido, con sensazioni fragranti di erba tagliata, mela acerba, si allunga poi su toni più caldi e rotondi che ricordano il fieno, la pietra focaia e frutti maturi come l’ananas. Mi piace la progressione e l’evoluzione in bocca che va dalla freschezza iniziale alla rotondità cremosa finale. Il volume alcolico è del 13,5%. Mongris sta per Monovitigno e Gris (grigio). Marco Felluga si trova a Gradisca d’Isonzo in Friuli, a due passi dal confine con la Slovenia. È il Collio Goriziano, con i suoi terreni marnosi stratificati con l’arenaria, la famosa ‘Ponca’ che dona ai vini una tipicità ‘minerale’. Un bel vino bianco che si adatta facilmente a pietanze diverse oltre al solito pesce. Ha un buon rapporto qualità/prezzo, si trova sui 12€. La vinificazione è in acciaio, riposa circa sei mesi sui lieviti e poi in bottiglia. Il Mongris 2018 è una bella bottiglia per iniziare a scoprire il Collio.

Luca Gonzato

Tenuta Fontanafredda

Entrare in Fontanafredda è come fare un tuffo nel passato, tutto qui traspira storia. Da quella più lontana, agli albori del Barolo, fino alla più recente con la nascita del movimento Slow Food. 

Il nome Fontana Fredda rimanda a documenti del 1700 che indicano una valletta fresca e ricca di fonti, di cui una che alimentava il pozzo e il sottostante laghetto ancora presenti nella tenuta. Gli edifici a righe del borgo sono distintivi delle proprietà Sabaude. Re Vittorio Emanuele II che divenne possessore nel 1858 donò la tenuta alla sua amante preferita, di umili origini, la ’Bela Rosin’ (Rosa Vercellana), conferendole anche il titolo di contessa di Mirafiore e Fontanafredda, che tra l’altro sono le due linee di vini prodotte ancora oggi.

Vittorio Emanuele II, la Bella Rosina e il loro figlio Emanuele Guerrieri. Immagini dal museo di Fontanafredda.

Dall’amore del re con la Rosina nacquero Guerrieri Emanuele (poi divenuto conte di Mirafiori) e Maria Vittoria. A loro, nel 1860 vennero intestate le proprietà. Fu Emanuele che nel 1878 diede slancio alla produzione. Grazie alla passione e alle innovazioni introdotte, ad esempio quella dei condotti che permettevano i travasi senza dover caricare in spalla e trasportare il vino nelle sale d’invecchiamento sottostanti, la cantina visse anni di splendore.

Il borgo contemplava in sé tutto il necessario per la vita di una trentina di famiglie. Dal panificio alla scuola, fino agli spazi di svago del dopolavoro. L’attività principale era ovviamente legata alla produzione del vino, le cantine storiche sono tra le più belle al mondo. Impressionante il susseguirsi di botti e il cunicolo sotterraneo che collegava le zone di vinificazione a quelle di affinamento.

La tenuta conobbe in seguito anni di declino, anche per la terribile Fillossera che negli anni 30 distrusse i vigneti. La proprietà passò poi al Monte dei Paschi e il marchio ‘Casa E. Di Mirafiore’ alla famiglia Gancia. Nel 2009 la tenuta e i marchi sono stati acquisiti dal fondatore di Eataly, Oscar Farinetti, il quale ha  riportato allo splendore questo incredibile luogo.

L’ingresso dell’enoteca

La Fontanafredda di oggi conserva nel migliore dei modi gli edifici storici e il museo ma è anche un luogo di incontro, cultura e svago. È sede della Fondazione Mirafiore, vi sono diversi ristoranti, un hotel e spazi per incontri di lavoro e degustazione, inoltre nell’edificio principale è presente una bella enoteca dove acquistare tutti i vini prodotti in Fontanafredda e da Borgogno (altra cantina di proprietà dal 2008). 

Uno dei luoghi più affascinanti di Fontanafredda è la ‘Rotonda’, attuale zona di affinamento con centinaia di barrique, un tempo era il fulcro della cantina, dove avveniva la pigiatura e la vinificazione. Qui ebbe luogo, nel 1986, la prima riunione di quel gruppo di amici capitanati da Carlin Petrini che diedero poi vita al movimento di Slow Food.

L’ingresso al Bosco dei pensieri e a destra il pozzo di Fontana Fredda

Altro luogo speciale è il ‘bosco dei pensieri’, dove poter passeggiare nella quiete tra piante secolari ed ammirando le colline vitate. Sono 122 gli ettari totali di Fontanafredda, di cui 100 di vigneti (78 intorno al borgo), 10 tra borgo e cantina e 12 di bosco. 400 le famiglie di contadini che conferiscono le uve a Fontanafredda. Il tutto nel rispetto del territorio  e all’insegna di uve sane con certificazione biologica. I vini prodotti sono tanti, spumanti, bianchi e soprattutto rossi con le varietà tipiche piemontesi. Ovviamente il Nebbiolo è l’uva principe e le sue declinazioni in Barolo trovano diverse espressioni.

La casa della Bela Rosin, oggi sede del Guido ristorante

All’interno della tenuta, nello stellato ‘Guido ristorante’, ho avuto il piacere di degustare il Barolo ‘La Rosa’ 2013. Un Barolo importante tra i migliori simboli vinicoli di Fontanafredda, votato nel 2008 da Wine Spectator tra i 100 migliori vini al mondo.

Vigna La Rosa si esprime con grande eleganza e corpo, complice anche l’annata calda del 2013. Ai tipici profumi floreali di viola e rosa si associano un bel frutto rosso in confettura e sentori di sottobosco. Le note di affinamento in legno (3 anni) regalano un tannino vellutato e sentori di legni pregiati. Complesso e morbido come seta sulla pelle. Questo Barolo accarezza la lingua regalando una piacevolezza che si allunga snocciolando tante piccole sensazioni aromatiche. La Rosa accompagnata dalla faraona arrosto dello chef Ugo Alciati sono qualcosa di magico.

Nella tenuta Fontanafredda, anche per le dimensioni e la notorietà, non ci si può aspettare quell’atmosfera ‘raccolta’ tipica di altre cantine del Barolo però vale davvero la visita. È un luogo che fa capire bene quanta storia ci sia dietro al Re dei vini e quanto, un tempo, il lavoro avesse un valore ‘Alto’ che portava a condividere gli stessi spazi ed obiettivi, come in una grande famiglia, quella di Fontanafredda.

Luca Gonzato

Ettore Germano, viticoltori dal 1856

Tornare tra le colline delle Langhe, patrimonio dell’umanità, è sempre un piacere. Questa volta il mio interesse mi ha portato a Serralunga d’Alba, uno degli 11 comuni del Barolo, nella storica cantina ‘Ettore Germano’, viticoltori dal 1856. A condurre l’azienda sono Sergio Germano con la moglie Elena ma nelle retrovie si sta già formando la quinta generazione. Ad accoglierci troviamo Simona, un’amministrativa che si occupa anche dei clienti, simpatica e preparata ci accompagnerà nella visita e nella degustazione.

Immagini di Sergio Germano all’ingresso

Il profumo di mosto arriva pungente dal piano inferiore, la vendemmia è stata fatta solo un paio di settimane fa. Nella zona di affinamento dei vini sono presenti botti di dimensioni diverse, barrique, tonneaux e botti grandi che arrivano ai 2500 litri.

Interessante vedere alcuni campioni di terreno provenienti da quattro cru, danno immediatamente l’idea delle diversità che caratterizzeranno poi anche i vini. 

Campioni di suolo dei Cru di Cerretta, Prapò, Lazzarito e Vignarionda.

I suoli della zona di Barolo sono famosi per le marne, stratificazioni formatesi milioni di anni fa nel Miocene, quando qui c’era un mare. Il formarsi delle colline ha quindi mischiato i terreni creando infinite variabili di terreno. Da Germano, nel Cru Cerretta, si trova la marna di Sant’Agata (Tortoniano), il colore tende al grigio/blu, il terreno è calcareo/argilloso; il Cru Prapò è calcareo/argilloso con strati di arenaria; il Cru Lazzarito è calcareo con presenza di una vena ferrosa e di calcio; in Vignarionda è calcare marnoso.

La sala di degustazione di Ettore Germano

Ci spostiamo poi nella sala di degustazione al piano superiore da cui si ha accesso a una grande terrazza sulle vigne. Si potrebbe godere di un bel panorama sulle colline ma purtroppo il clima è tipicamente autunnale con quella nebbiolina mista a pioggia polverizzata.

Nell’ampia sala sono presenti le belle carte tridimensionali di Enogea e i due ‘vangeli’ delle MGA così si possono vedere e comprendere sia la posizione dei Cru che le altitudini e le esposizioni. 

Le mappe 3D del Barolo DOCG e di Serralunga d’Alba a destra

Nel frattempo Simona ha preparato i calici ed iniziamo la degustazione con uno spumante metodo classico da uve di Nebbiolo al 100%. Si chiama Rosanna (nome della madre di Sergio) ed è un extra brut, affina sui lieviti per circa 18 mesi. È molto fine ed elegante con un bel finale dolce. Bella sorpresa, avevo assaggiato altri spumanti da Nebbiolo ma nessuno mi aveva mai conquistato, questo sì. 

Il secondo assaggio è la Nascetta, tipico vitigno bianco piemontese, dimenticavo di dire che Sergio ha introdotto la coltivazione di uve bianche, i vigneti si trovano però in Alta Langa a Cigliè. Questa Nascetta è decisamente particolare per complessità aromatica, conserva una bella freschezza ed acquista sentori più minerali anche grazie all’affinamento in anfora. Altro assaggio il Binel (significa gemello in piemontese), un blend di 85% Chardonnay e 15% Riesling, piacevole anche questo con note burrose, morbide e fruttate tipiche dello Chardonnay ed arricchite dai sentori evolutivi tipici del Riesling.

A questo punto, dopo che avevo manifestato la mia curiosità su questo vitigno, Simona ci fa la sorpresa di farci assaggiare anche l’Hérzu 2011, Riesling 100%. Mi si allarga il sorriso, qui i sentori di idrocarburi danzano con il frutto in un contesto di acidità che mantiene la bocca pulita e pronta ad accogliere un nuovo sorso. Grande, potente, lunghissimo nella persistenza, peccato che le scorte siano finite e non si possa acquistare. Passiamo ai rossi iniziando da una Barbera d’Alba superiore ‘della Madre’ del 2016, si percepisce un bel frutto rosso maturo e le note di tostatura in legno (tonneaux per 1 anno), vaniglia, cacao. Anche qui l’acidità lo rende facilmente bevibile. Ed ora il Nebbiolo 2018, vinificato con una breve macerazione sulle bucce. Sorprende perchè mi aspettavo tutt’altro ed invece mi trovo a degustare un vino elegante, sottile, più vicino ad un rosé che a un nebbiolo strutturato. Piacevole proprio per la sua finezza, da riprovare come aperitivo.

Arriviamo ai Baroli, Prapò 2014, Cerretta 2014 e Lazzarito riserva 2012. Un crescendo di piacevolezza e complessità che rende pienamente l’idea di questo territorio di Serralunga. I legni sono usati sempre con discrezione e finalizzati ad armonizzare più che ad aggiungere aromi. Come affinamenti, il Prapò fa botte grande per due anni, risulta ancora fresco, tannico, complesso negli aromi di frutti rossi e neri e tostatura. Il Cerretta mi è sembrato più pronto, con un tannino più vellutato, affina due anni in tonneaux da 700 litri. Bel Barolo anche questo. Infine la riserva Lazzarito, il cru con le vigne più vecchie, circa 80 anni. Qui il piacere è tanto, se nei precedenti era l’austerità e la verticalità ad imporsi, qui sono la familiarità e la rotondità ad arrivarmi come un abbraccio. Le uve fanno una lunga macerazione di quasi due mesi e poi affina in botte grande quasi 3 anni e minimo due anni in bottiglia. Corpo ed eleganza rendono questo Barolo una vera eccellenza. Un ultimo sguardo alle colline sorseggiando nuovamente i Baroli rimasti nei calici e già mi spiace dover andar via. Bella visita e grazie di cuore a Simona per l’ospitalità e la simpatia. Complimenti a Sergio che anche se non ho potuto conoscere di persona mi ha trasmesso attraverso i suoi vini una personalità forte, legata alle tradizione quel che serve e aperta a nuove interpretazioni, penso al Langhe nebbiolo e allo Spumante rosé ma anche all’interessante via intrapresa con l’introduzione dell’anfora.

Luca Gonzato

Chianti Classico 2019, Milano

Il Chianti Classico ieri è stato a Milano in pompa magna, 60 produttori e oltre 200 etichette a rappresentare l’antico Consorzio nato nel 1924 e soprattutto un dei vini rossi più rappresentativi dell’Italianità. Il Gallo nero ha riempito con il suo canto la grande sala del Westin Palace e come ad un concerto si sono ascoltati dei brani fantastici. Il Sangiovese era il leader ma hanno avuto spazio anche i coristi, Canaiolo, Colorino, Merlot, Cabernet Franc.. ed in qualche caso hanno anche sorpreso con degli assoli. Difficile dire cosa era meglio, il livello di qualità medio era davvero alto ma qualcuno mi ha catturato più di altri.

La mia compilation del cuore di Chianti Classico:

Castello Vicchiomaggio (Greve in Chianti)

  • Guado Alto 2017: 90% Sangiovese, 10% Canaiolo
  • Riserva Agostino Petri 2015: 90% Sangiovese, 10% Cabernet S.
  • Gran Selezione La Prima 2016: 90% Sangiovese, 10% Merlot

Badia a Coltibuono (Gaiole in Chianti)

  • Riserva Badia a Coltibuono 2015: 90% Sangiovese, 10% Canaiolo, Ciliegiolo, Colorino
  • Riserva Cultus Boni 2015: 80% Sangiovese, 20% Ciliegiolo, Colorino, Canaiolo, Mammolo, Fogliatonda, Malvasia nera, Sanforte, Pugnitello.

I Sodi (Gaiole in Chianti)

  • IGT Toscana Vigna Farsina 2013: 100% Sangiovese
  • IGT Toscana Soprasassi 2015: 100% Canaiolo

Castello di Ama (Gaiole in Chianti)

  • Gran Selezione San Lorenzo 2015: 80% Sangiovese, 13% Merlot, 7% Malvasia nera
  • Riserva Castello di Ama 2008: 80% Merlot, 20% Merlot, Malvasia nera, Cabernet Franc

Dievole (Castelnuovo Berardenga)

  • Riserva Novecento 2016: 95% Sangiovese, 3% Canaiolo, 2% Colorino
  • Gran Selezione Vigna di Sessina 2015: 100% Sangiovese

Marchesi Antinori (San Casciano in Val di Pesa)

  • Riserva Marchese Antinori 2016 Tignanello: 90% Sangiovese, 10% Cabernet Franc
  • Riserva Villa Antinori 2015: 90% Sangiovese, 10% Cabernet Sauvignon

Rocca delle Macìe (Castellina in Chianti)

  • Riserva Famiglia Zingarelli 2016: 90% Sangiovese, 5% Colorino, 5% Cabernet Sauvignon
  • Gran Selezione Riserva di Fizzano 2015: 90% Sangiovese, 10% Merlot
  • Gran Selezione Sergio Zingarelli 2015: 100% Sangiovese

In conclusione, un ringraziamento a tutti i produttori presenti, al Consorzio del Chianti Classico ed infine ad AIS Milano che ci offre la possibilità di partecipare a questi banchi di degustazione.

Purtroppo non mi è stato possibile assaggiare tutto e mi scuso con quelli che certamente hanno vini eccellenti ma non compaiono in questo post. …Spero di ampliare presto la compilation pubblicando il Volume 2.

Luca Gonzato

Pinotage 2017, MAN

Pinotage 2017 di MAN Family Wines. Il Pinotage è un vino ed un vitigno rosso tipico del Sudafrica. Incrocio varietale tra il Pinot Nero e il Cinsaut (vitigno Francese), ottenuto nel 1925, in Africa, dal professor Abraham Izak Perold. La scelta di questa etichetta è abbastanza casuale, avevo voglia di un Pinotage ‘nuovo’ al mio palato e leggendo la storia del nome mi sono incuriosito. MAN deriva dalle iniziali di Marie, Anette e Nicky, le mogli dei tre amici che hanno fondato la cantina. Per dirgli che sarebbero stati occupati tutti i weekend hanno pensato bene di dedicargli il nome della cantina. Loro sono José Conde, Tyrrel Myburgh e Philip Myburgh. Tre famiglie che, sebbene la loro storia romantica del nome, hanno dato vita a un colosso che esporta in 25 paesi.  I vigneti si trovano nella zona più vocata del Sudafrica, a circa 50km da Cape Town e dall’oceano, nelle winelands, a metà strada tra le rinomate località di Stellenbosch e Paarl. Che se fossimo nelle langhe piemontesi sarebbe come dire tra Barolo e Barbaresco. Ma veniamo al vino, anzi alla bottiglia dove è raffigurato un paesaggio tipico delle winelands, il tappo è Stelvin (a vite). Vino dal bel colore rosso rubino, sprigiona profumi di frutta rossa come ciliegie e fragole e una nota vegetale/balsamica. Rigirandolo nel calice con più vigore si possono sentire cose particolari, a me ricorda l’incenso, il boisé. Ho l’acquolina in bocca, non aspetto oltre. È fragrante, quasi croccante nella sensazione… ora mi tornano in mente altri Pinotage, quella caratteristica che credo sia tipica e che mette insieme delle note tendenzialmente vegetali con quelle terziarie più vicine al cuoio, l’humus, la vaniglia. Una personalità ‘forte’ senza dubbi, a me piace un sacco. I tannini sono ben integrati e questo 2017 conserva una piacevole freschezza. Caldo con il 14° di vol. alcool. Finale lungo dove mettere in fila sensazioni aromatiche. Leggendo su un sito francese, tra i percettori di questo vitigno viene citato il caramello e, ‘cavolo’ è vero!, c’è anche questo, penso alla crema catalana, quel brulè sopra, mix di dolce amaro. Oltre che buono è stato anche un acquisto non troppo costoso, online sui 10€. Viene consigliato con cibi speziati, carne di maiale affumicata, selvaggina e pizza. ….Pizza oh yes! confermo.

Luca Gonzato

Buttafuoco Cerasa 2017, Picchioni

Hai presente quando “the balls turning around and around” per il lavoro che ti è toccato fare 😖 e pensi solo a tornare a casa e poterti dedicare a un buon bicchiere di vino rosso? 

Il Cerasa di Picchioni, morbido e vellutato è perfetto per riportare l’asticella dell’umore in una situazione di equilibrio. I suoi sentori di frutti polposi sono quasi masticabili, così anziché masticar nervoso puoi sentire la fragranza di ciliegie, rose rosse e liquirizia Haribo a rotelle 🤣. 

Il sapore ti rimane in bocca a lungo e quando sta per finire hai già voglia di un altro sorso. L’ho apprezzato tra uno straccetto di carne e un’altro 🥩 (è solo mercoledì, mica potevo fare uno spezzatino). 

Ha il 13,5% di volume alcolico, è caldo e tannico il giusto. È un Buttafuoco (tipico vino lombardo dell’Oltrepò Pavese), rosso fermo ma energizzante almeno quanto un energy drink 🤩 …o forse sono ancora le “balls”.

Comunque buono e consigliato, è di quei vini fatti bene, sano, biologico. Costa sui 10/11€. Uvaggio di Croatina, Barbera e Ughetta di Solinga (Vespolina). 

Ora, a bocce ferme, mi godo la serata. 😘

Luca Gonzato

Il Malbo Gentile di TerraQuilia

Malbone 2014 TerraQuilia. A dare corpo a questo vino sono le uve del Malbo Gentile, un vitigno autoctono dell’Emilia Romagna. In questo caso ci troviamo nelle colline Modenesi, a 500m di altitudine, nel comune di Guiglia. La cantina TerrAquilia (terra di Guiglia), il cui nome ricorda la presenza romana in queste zone, lo coltiva e vinifica in modo naturale (biologico e vegano certificato) dal 2007. È una realtà giovane, se si pensa ad altre cantine, ma ha nel suo DNA la presenza di antiche uve e modalità di produzione. Infatti la bandiera di Terraquilia sono i vini rifermentati in bottiglia.

Io sono rimasto incuriosito da questo Malbone, un vino rosso fermo che volevo scoprire. Alla vista mostra tanta sostanza colorante e consistenza. Anche a distanza si percepisce il profumo vinoso e fragrante di piccoli frutti rossi e neri. Bella la nota balsamica mentolata e i sentori terrosi. In bocca è beverino, fresco, tanta mora e mirtilli. Tannini equilibrati e lieve sapidità. La vinificazione è in acciaio con lieviti autoctoni. Non è molto persistente ma si apprezza per altre doti, in particolare la fragranza e l’acidità che lo rendono beverino. Come abbinamento ho pensato ad un pasticcio al forno ma andrebbe benissimo una carrellata di salumi e formaggi della zona e naturalmente lo gnocco fritto. Il costo è sui 14€. Lo definirei un ‘vino conviviale’ per la capacità di farsi piacere. Anche il volume alcolico, contenuto al 12% lo rende perfetto per accontentare una tavolata di amici. Bella scoperta questo autoctono modenese.

Luca Gonzato

Alt Scheidt 2017, Peter Lauer

Alt Scheidt 2017, un Riesling dalla Weinhaus Peter Lauer in Mosella (Germania). Spettacolo di vino per un aperitivo oppure per iniziare una cena che vedrà salire pari passo la struttura del cibo con quella del vino.

Leggero e di gran classe. All’olfatto sono già evidenti i precursori aromatici di idrocarburi e polvere da sparo, è un 2017 e si potrebbe (bisognerebbe) aspettare qualche anno di evoluzione  ma già adesso ha tanto da raccontare.

Il primo sorso regala un bel mix di mineralità sapida insieme ad aromi fruttati freschi di susine, agrumi come mandarino e  pompelmo, frutti esotici, litchi. Con il suo 10,5% di volume alcolico risulta particolarmente piacevole da bere e non stanca, gli aromi sono in giusta misura. Bel Riesling che consiglio di assaggiare, il prezzo è sui 15€.

Luca Gonzato

La Gaina di Montelio

La Gaina 2018

Interessante vino ottenuto da un vitigno che non conoscevo, l’Uva della Cascina. Antico vitigno autoctono della valle Staffora in Oltrepò Pavese. È stato recuperato grazie al Professor Attilio Scienza dell’Università di Milano. All’Azienda Agricola Montelio il merito d’averlo messo a dimora nelle sue vigne e vinificato. Il nome La Gaina significa ‘la gallina’ in dialetto lombardo ma potrebbe anche voler dire ‘la sbornia’, essere ‘in gaina’ cioè brilli (a ricordare l’andamento incerto delle galline), ma la gallina in etichetta è quasi certamente legata al pollame che da sempre popola le aie dei poderi agricoli, più che all’eccesso dell’inebriante nettare. Ha comunque il 13,5% di volume alcolico.

Veniamo alle caratteristiche: il colore ha toni rubini intensi ed una consistenza quasi impenetrabile. I profumi vanno dal vinoso ai piccoli frutti neri di more, ribes, poi la prugna. Evidente una vena speziata e qualcosa che rimanda all’inchiostro. In bocca domina un frutto selvatico con nota amarotica e speziata. Gli aromi sono persistenti in un finale piacevolmente amarotico. I tannini ci sono ma sono in secondo piano rispetto all’acidità che caratterizza questa ‘gaina’. Sicuramente ha una personalità unica che la rende facilmente abbinabile a piatti con tendenza dolce, penso ad esempio a carni in agrodolce, risotto alla zucca o più semplicemente ai salumi tipici della zona dove la grassezza richiede un vino con buona acidità.

Vista su una delle colline vitate di Montelio

La storia di Montelio arriva da molto lontano, è da metà del 1200 che in questo podere, chiamato ‘grangia’ poiché forniva il sostentamento al Monastero di San Senatore, viene coltivata l’uva. La svolta produttiva è però arrivata intorno alla metà dell’800 con l’acquisto dei terreni da parte dell’Ing. Angelo Domenico Mazza che diede inizio alla produzione di vini a marchio Montelio. Ad oggi sono 30 gli ettari vitati con varietà sia bianche che rosse. Il comune è quello di Codevilla in provincia di Pavia.

Tornando al vino degustato, sono pienamente soddisfatto e felice d’aver scoperto l’Uva della cascina. Comunque più che una gallina mi ricorda un gallo, di quelli piccoli e impettiti che cantano a squarciagola e non hanno paura di confrontarsi con gli altri galli, anche quelli belli grossi tipo ‘Cabernet’. Da scoprire.

Luca Gonzato

Châteauneuf du Pape

L’ultima tappa del mio Wine Summer Tour 2019 è nella Valle del Rodano, poco sopra Avignone, in un comune il cui solo nome evoca grandi vini, Châteauneuf du Pape. Regno del vitigno Grenache (da noi lo chiameremmo Cannonau, in Spagna Garnaccia), che insieme ad altre varietà dà origine a vini di grande personalità.

La cittadina, con il suo castello, è stata residenza estiva dei Papi di Avignone. Del Castello, che si trova in cima alla collina, ne è rimasta intatta solo una facciata. Da lì si può vedere il Rodano che scorre placido nella vallata, a nord il panorama è una distesa di vigneti.

Salendo al Castello si può visitare la bella cantina sotterranea di Verger Des Papes, oltre 200mq scavati nella roccia e una cinquantina di etichette di varie annate che si possono acquistare. In uno degli anfratti c’è una piccola saletta con gabbie metalliche, etichettate con i nomi dei proprietari, in cui sono custodite bottiglie d’epoca. La visita è gratuita.

Il paese si percorre facilmente a piedi, c’è solo l’imbarazzo della scelta sulla cantina dove fermarsi a degustare. All’ufficio del turismo è disponibile una mappa dei vignerons, sia in paese che in tutta l’area della denominazione.

In visita alla cantina Moulin-Tacussel ho degustato come primo vino uno Châteauneuf du Pape Blanc 2018 composto da Grenache blanc 40%, Roussanne 30%, Clairette 10%, Bourbulenc 10%, Picpoul 5% e Picardan 5%. Vinificato in acciaio. Un bianco prodotto in sole 1500 bottiglie che faccio fatica a decifrare in quanto ero già settato per assaggiare i rossi e questo è stato una sorpresa. Una bella sorpresa, visto che mi è piaciuto per la complessità aromatica. Mi ha ricordato un viticoltore del Collio che raccontava della tradizione di vinificare insieme le uve bianche delle proprie vigne nelle quantità che avevano disponibili. Il secondo vino è un Châteauneuf du Pape rosso del 2015, l’uvaggio è di Grenache noir 70%, Mourveèdre 10%, Syrah 10% e il restante suddiviso tra Cinsault, Counoise, Muscardin e Vaccarèse. Vino affinato in barrique seminuove. Un rosso importante con ancora belle note fragranti e note di tostatura. Il terzo vino è l’Hommage à Henry Tacussel, lo Châteauneuf du Pape dedicato al fondatore, è un Grenache al 100% dalle vigne storiche nelle migliori parcelle. Armonico e completo, affina in barrique per un anno. Un gran vino di cui riparlerò in un prossimo articolo dedicato.

La seconda fermata d’assaggio l’ho fatta in una piccola Cave sulla strada principale. Nel calice un Lacoste-Trintignant, Cuvée des Jeune Filles 2016, Grenache 100%, molto intenso nella parte aromatica e di gran corpo, forse pecca un pochino in finezza. Per la cifra a cui viene venduto (oltre 60€) mi aspettavo qualcosa di più armonico. L’altro vino, la Reserve Cardinalys era invece eccellente, però guardando il listino ho notato che costava oltre 90€. A quel punto ho guardato meglio e nessuno dei vini era venduto sotto i 50€. Di solito acquisto almeno una bottiglia se faccio una degustazione gratuita ma in questo caso ho preferito alzarmi, ringraziare e uscire.

Poi, per grazia, sono finito al punto vendita del Domaine Père Caboche. Qui ho trovato una gentilissima signora che mi ha fatto conoscere i loro vini partendo da uno Châteauneuf du Pape rosso nelle annate 2016 e 2017 con uvaggio di Grenache 70%, Syrah 15% e Mourvèdre 5%. Aromi di frutti di bosco, spezie e un tannino integrato. Bel vino che ho preferito nell’annata 2017. Anche per l’altro vino propostomi, nelle annate ’16 e ’17, lo Châteauneuf du Pape Elisabeth Chambellan, ho preferito il 2017. In questo secondo, l’uvaggio è diverso, 13 i vitigni usati. La parte del leone la fa ovviamente la Grenache con l’88%, poi un 10% di Syrah e infine gli altri (Mourvèdre, Cinsault, Clairette, Vaccarèse, Bourboulenc, Roussanne, Grenache Blanc, Counoise, Muscardin, Grenache gris e Terret noir). Un vino generoso, con sentori di confettura e fiori passiti, toni di cuoio e legni pregiati. Profondo, lungo. In questa cantina ho potuto acquistare un paio di bottiglie a cifre ragionevoli sui 25/30€.

In conclusione, Châteauneuf du Pape vale una sosta sia per la visita al castello da cui si può godere del panorama, sia per qualche assaggio e acquisto. Avendo più tempo sarebbe sicuramente interessante visitare e degustare nelle cantine fuori dal centro abitato e poi spostarsi verso nord seguendo il corso del Rodano. Ci vorrebbe una vacanza intera solo per questa zona e non mezza giornata come è successo a me.

Luca Gonzato

Le “Bolghereise”

Villa Donoratico 2016, Bolgheri, Tenuta Argentiera.

Rosso toscano composto da uve di Cabernet sauvignon 50%, Merlot 30%, Cabernet franc 15%, Petit verdot 5%. 

Tenebroso e compatto nel calice regala profumi intensi di more e ciliegie, viole, cuoio. Entra fresco in bocca, con frutti maturi al punto giusto, si allunga come polpa di ciliegia che si scioglie lentamente in bocca affiancato da note morbide di legno, nel finale una nota vegetale e una chiusura di liquirizia. 

Equilibrato e vellutato nei tannini. Fa un anno di barrique, in perfetto stile bordolese. Questo Bolgheri si dimostra generoso ed appagante. 

La Tenuta Argentiera, che deve il nome alle antiche miniere d’argento, si trova a Donoratico (LI), da lì non si vede la Garonne ma il mar Tirreno, decisamente più bello. A parte la battuta, è un bel esempio di eccellenza vinicola italiana. Il costo è corretto, poco meno di 20€.

L’abbinamento con il cibo andrebbe alle carni, penso ad una tagliata al rosmarino oppure ad un grosso hamburger di manzo ma sognerei di provarlo con un’anguilla stufata nel vino rosso a ricordare la ‘Lamproie à la bordelaise’.

Luca Gonzato