Le “Bolghereise”

Villa Donoratico 2016, Bolgheri, Tenuta Argentiera.

Rosso toscano composto da uve di Cabernet sauvignon 50%, Merlot 30%, Cabernet franc 15%, Petit verdot 5%. 

Tenebroso e compatto nel calice regala profumi intensi di more e ciliegie, viole, cuoio. Entra fresco in bocca, con frutti maturi al punto giusto, si allunga come polpa di ciliegia che si scioglie lentamente in bocca affiancato da note morbide di legno, nel finale una nota vegetale e una chiusura di liquirizia. 

Equilibrato e vellutato nei tannini. Fa un anno di barrique, in perfetto stile bordolese. Questo Bolgheri si dimostra generoso ed appagante. 

La Tenuta Argentiera, che deve il nome alle antiche miniere d’argento, si trova a Donoratico (LI), da lì non si vede la Garonne ma il mar Tirreno, decisamente più bello. A parte la battuta, è un bel esempio di eccellenza vinicola italiana. Il costo è corretto, poco meno di 20€.

L’abbinamento con il cibo andrebbe alle carni, penso ad una tagliata al rosmarino oppure ad un grosso hamburger di manzo ma sognerei di provarlo con un’anguilla stufata nel vino rosso a ricordare la ‘Lamproie à la bordelaise’.

Luca Gonzato

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Languedoc-Roussillon: il Minervois

Nel Minervois, zona vinicola (Aoc-Aop) del Languedoc-Roussillon, la regione a sud della Francia che arriva fino alla Spagna. Il Minervois, posto ad una cinquantina di chilometri dal mare, fa parte del dipartimento dell’Aude (fiume che l’attraversa).

Il Canal du Midi a Homps

A poca distanza dall’Aude, passa il ‘Canal du Midi’ (patrimonio mondiale Unesco), che è anche chiamato ‘Canal des Deux Mers’ (canale dei due mari) perché collega l’Atlantico al Mediteraneo. Nella prima parte il collegamento è attraverso il fiume Garonne e da Tolosa al Mediterraneo con il Canal du Midi.

I terreni del Minervoise sono di ciottoli, arenarie, scisti o calcari alternati a marna calcarea e arenaria. A nord-ovest, vicino a Caunes-Minervois, sono presenti vene di scisto e di marmo rosa. Il clima è mediterraneo con influenze oceaniche e inverni freddi. Le estati sono calde e con frequenti giornate ventose. I vini di questa denominazione sono tipicamente da uve di Syrah, Grenache e Carignan ma si può trovare anche del Mourvèdre, Cinsault, Terret, Aspiran e Piquepoul. Nei bianchi Marsanne, Roussanne, Maccabeu, Bourboulenc, Clairette, Grenache Blanc, Vermentino, Picpoul e Muscat petits grains.

Dei bianchi ho assaggiato uno Château de Ventenac, Minervois. Annata 2018, blend di Marsanne, Borboulenc e Muscat petits grains. In sottofondo ci sono le note floreali tipiche del moscato, ma in bocca, nei sentori retronasali, prevale un frutto estivo, il melone in particolare (sull’etichettta si parla di albicocca). È abbastanza leggero e di facile beva. Ideale con pesci grassi ma anche con le ‘mules’ (cozze) che qui si trovano dappertutto. 

Allo Château Vergel Authenac di Ginestas, piccola cantina dove alloggio in questo tour estivo della Francia, ho assaggiato un bianco e un rosso. La dimora conta solo su sei ettari vitati dati in gestione ma il proprietario che ha acquistato il podere circa otto anni fa, mi racconta che erano 250 gli ettari. La dimora è per buona parte dismessa e in attesa di ristrutturazione ma lascia intravedere un passato glorioso. Le premesse non sono granché ma assaggiando i vini capisco che queste poche vigne mantenute producono ancora qualcosa di speciale. Entrambi vengono vinificati in acciaio e poi imbottigliati. Il rosé è ottenuto da una breve macerazione di uve Grenache. Fresco e con un bel frutto rosso che ricorda la fragola. Il rosso è un Syrah 50%, Grenache 30% e Carignan 20%. Anche qui prevale la fragranza del frutto ma si può sentire del floreale di rosa e note di pepe bianco e note di tostatura, cacao e liquirizia. Armonico nel complesso, chiederebbe una ‘viande’ d’accompagnamento.

Nella cittadina di Homps, è presente la Maison du Vin e numerosi punti vendita dove si può acquistare vino, ci passa il Canal du Midi ed è meta turistica con il suo porticciolo dove attraccano i battelli in navigazione tra i due mari. Arrivando da Ginestas ci si inoltra verso nord, nell’entroterra, il paesaggio collinare è quasi completamente a vigneti.

Alla Maison du Port en Minervois, ogni giorno di questo periodo vacanziero (agosto), viene messa in degustazione una diversa cantina delle circa 50 presenti. Io ho trovato Château d’Agel e degustato i loro rossi. I primi due affinati in vasche di cemento e il terzo in barrique. Mi piacciono sempre i vini passati in cemento o anfora, mantengono i frutti freschi e regalano sensazioni minerali e di ampiezza gustativa. Questi sono vini da mettere in tavola ogni giorno, non troppo impegnativi ma molto piacevoli. Discorso diverso per ‘In Extremis 2014’, blend di Syrah 60% e Grenache 40%. Vino ottenuto dalle parcelle migliori, è grande, morbido ed armonico, dai frutti neri a note floreali di viola fino alle note del legno che lo rendono ampio. Un rosso per le grandi occasioni.

Sono poi stato, sempre ad Homps, nel punto vendita di Chateau Fauzan, azienda con 50 ettari, posta su un plateau argillo/calcareo a 350m slm, nel dipartimento dell’Aude e Hérault. Qui la degustazione è stata di tutta la linea di vini che producono. Come alla maison du Port ho trovato tanta gentilezza e disponibilità. Marie ha messo in fila le bottiglie e una dopo l’altra me le ha presentate.

Tutti ottimi vini ma a sorprendermi sono stati lo Chardonnay Bonelli 2016, elevato in barrique per 18 mesi. Gusto fresco, rotondo in bocca, lunghissimo. Non è un vitigno tipico della zona ma il risultato che ne hanno ottenuto è fantastico. Tra i migliori ‘bianchi’ assaggiati in questo tour. Poi il “La Balme 2014”, un Syrah 100%, affinato 18 mesi in legno, molto equilibrato con aromi di mora, pepe nero e cuoio. E il terzo, altro vitigno non proprio tipico della zona, un Pinot noir. Qui ci ritrovo tutta la finezza e l’eleganza che contraddistinguono questo vitigno. Sono davvero felice di portarmelo a casa e degustarlo prossimamente, con tutta la calma e la quantità necessaria (stay tuned).

Il mio passaggio nel Minervoise si conclude in un ristorante a La Somail, sul Canal du Midi. Per accompagnare la cena ho scelto un rosso, biologico, 2018, del Domaine des Maels. Assemblaggio di Grenache 33%, Carignan 33%, Syrah 33 %. Un vino ‘tosto’, con un volume alcolico del 14%. Frutti rossi polposi e note di affinamento di cacao, legni, liquirizia. Bel vino anche questo, robusto.

Non credevo di trovare dei rossi così ‘corposi’ nel Languedoc ed invece a contraddistinguerli è proprio la potenza che raggiungono. I suoli e il caldo estivo, che ho potuto sentire di persona, insieme alla vicinanza del mare e dei fiumi, fanno maturare le uve con molti zuccheri che poi si trasformano in un notevole volume alcolico. Questa Regione è un puzzle di terroir tutti da scoprire. Bello vedere le analogie tra questo territorio e quello della Sardegna dove si trovano due vitigni uguali ma dal nome diverso, il Cannonau (corrisponde alla Grenache), e il Carignano (Carignan).

Carcassonne

Nel Minervoise, a differenza di altre zone più rinomate, si possono trovare dei buonissimi vini a buon prezzo. Se avessi un’enoteca verrei sicuramente qui per un mese a selezionare i migliori. Altro motivo per visitare la zona è la cittadina di Carcassonne con la sua splendida città/fortezza medievale.

Luca Gonzato

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Il Floc e l’Armagnac

Nel sud ovest della Francia, in visita al Domaine de Paguy a Betbezer d’Armagnac. Una tenuta storica del XVI secolo, di 12,5 ettari nel Bas-Armagnac, che insieme a Tenereze e Haut Armagnac formano il trittico produttivo del distillato di vino (acquavite) Armagnac. Probabilmente il distillato più antico al mondo, se ne hanno tracce storiche dal XII secolo.

Il Domaine de Paguy

Il Bas Armagnac è la zona migliore di produzione, nel Tenereze si hanno Armagnac più ‘duri’ e nell’Haut Armagnac sono pochi i produttori. Eauze è considerata la capitale dell’Armagnac.

La prima scoperta di questa bellissima zona, detta Nouvelle Aquitaine, ma conosciuta come Gascogne, è il Floc. Una bevanda da consumare nell’arco di un paio d’anni che è composta per due terzi dal succo d’uva non fermentato e per un terzo da Armagnac. Il Floc è la bevanda tipica dell’aperitivo, viene prodotta sia in bianco che in rosso. Nel rosso fanno capolino note di frutti rossi come la fragola mentre nel bianco prevalgono i sentori floreali e fruttati bianchi. Ha comunque una gradazione di 17 gradi ma servito fresco, soprattutto d’estate, è molto buono ed è davvero lontano dai vini tradizionali fortificati ed ossidati. Personalmente preferisco il bianco.

Le uve del Floc e dell’Armagnac sono l’Ugni Blanc (corrisponde all’italiano Trebbiano), il Folle Blanche, il Colombard e il tipico Baco. A François Baco si deve questo ibrido diventato tipico nella zona ed incrociato nei primi anni del 900 in cui la Fillossera mieteva specie vinicole in tutta europa. 

Per la produzione dell’Armagnac, dopo la fermentazione delle uve si passa ad una distillazione continua. Da 6 litri di vino si ottiene un litro di distillato. Per essere un vero Armagnac si superano i 40 gradi di volume alcolico.

Marianne, con passione, porta avanti la tradizione di famiglia

Al domaine de Paguy, dopo la distillazione, si passa all’affinamento nella ‘Chai’ (cantina) in botti da 530 litri di quercia francese chiamate ‘Piece’. Qui restano per due anni e due mesi, dopodiché fanno passaggi su botti sempre più vecchie che hanno sempre meno scambio d’aria con l’esterno.

A distanza di 10-15 anni vengono fatte le cuvée e l’imbottigliamento. Diciamo che finché il distillato resta nelle botti si arricchisce di aromi e si ammorbidice poi una volta imbottigliato non c’è più nessuna evoluzione. Quindi attenzione alla data di imbottigliamento perché magari vi viene venduta una bottiglia di 20 anni che però è stata imbottigliata 10 anni prima e non si è arricchita come una che all’opposto è rimasta fino a poco prima in botte. Ovviamente più è il tempo trascorso in legno e più il costo sale. C’è da considerare che soprattutto nel primo passaggio in botti nuove vi è una notevole ‘evaporazione’ e quindi perdita di contenuto, la cosiddetta ‘parte degli angeli’. Le pareti della bottaia di Paguy sono annerite proprio da questa parte sacrificata agli angeli.

Le pareti annerite dall’alcool evaporato

In degustazione ho assaggiato Armagnac di 10, 15 e 20 anni. È stato bello vedere come la complessità cambiava, in particolare tra 10 e 15 anni. Vaniglia, cacao, buccia d’arancia, albicocca passita, sono alcuni degli aromi che mi è parso di identificare. 

Alcune bottiglie d’epoca e vecchie damigiane, fanno da sfondo i numerosi titoli ricevuti

Come ci spiegano, per essere un buon Armagnac non deve bruciare in gola ma scaldare la bocca. È così, non sono un amante di super alcolici ma questo Armagnac mi ha convinto e conquistato al primo sorso. Caldo, complesso negli aromi, tanto da farti immaginare seduto in poltrona a sorseggiarlo d’inverno. Lo vedo come un potente anti stress in grado di svoltarti la serata.

Ho preferito il 15 anni, più rotondo e morbido rispetto al 20 anni, che paradossalmente era più imponente e duro. Il 10 anni era buono ma dopo aver assaggiato gli altri risultava troppo giovane ed aggressivo per il mio palato. 

A parte la degustazione, ho capito che quella dell’Armagnac è una tradizione magnifica, una passione che non ha poi un riscontro economico tale da compensare gli sforzi e l’immobilizzazione di un bene per così tanto tempo. Vi invito ad assaggiarlo e sostenere il consumo (moderato) di questo magnifico distillato della Gascogne. Poi se avete occasione di passare in Armagnac dovete assolutamente fermarvi in questo posto magnifico dove si può anche alloggiare. Marianne e la sua famiglia sono splendidi.

Luca Gonzato

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Sfumature di Bordeaux

Le vigne fuori le mura di St Èmilion

Bordeaux, l’aerea vinicola più grande al mondo, il luogo dove alcuni dei vitigni più conosciuti trovano la loro massima espressione. Parlo di Merlot, di Cabernet Sauvignon e di Cabernet Franc. Ma non dimentichiamo i bianchi, in particolare il Sauvignon Blanc e il Semillon. Gli spumanti Crémant di Bordeaux e i vini dolci di Sauternes e Barsac. Un universo, quello di Bordeaux dove l’uva è al centro di ogni cosa.

Per dare un’idea delle dimensioni di questa zona vinicola, i numeri riportati sulla guida 2019-2020 dell’ufficio del turismo bordolese sono:

  • 645 Milioni di bottiglie commercializzate ogni anno
  • 20 bottiglie di Bordeaux vendute ogni secondo nel mondo
  • 123000 ettari di vigne
  • più di 5000 Château
  • 52 cantine cooperative
  • 4,4 milioni di visite ogni anno nelle cantine

Il mio tour inizia da una delle zone simbolo del Merlot, Saint-Emilion, nella parte nord ovest del Bordeaux, lungo il fiume Dordogne. La cittadina è un piccolo gioiello, quest’anno festeggia 20 anni dalla sua proclamazione di patrimonio mondiale Unesco.

Vicino alla cattedrale c’è la sede del consorzio viticoltori dove è possibile degustare e acquistare. Si susseguono i negozi di vino, sembrano boutique e fanno bella mostra di etichette altisonanti.

Fuori da uno di questi negozi era presente un display con le quotazioni delle bottiglie più rare e rinomate. Numerose anche le enoteche dove poter degustare. Intorno alla cittadina i vari ‘settori’ di vigne.

In questi giorni d’agosto c’è parecchia gente ed anche trovare da parcheggiare non è stato semplice però è sicuramente un posto dove fermarsi a fare una visita.

Vigne tra St Èmilion e Pomerol

La tentazione di vedere dove fossero quei famosi Chateau è stata troppo forte e sebbene non vi fosse possibilità di visitarli ho comunque voluto vedere dove si trovavano le vigne. Parlo di Pomerol, a nord di Saint-Emilion e degli Chateau Cheval Blanc e Petrus. Cantine leggendarie i cui vini arrivano a costare migliaia di euro a bottiglia.

Si respira nell’aria che ci si trova in luoghi particolari, tutto è molto curato e le vigne tenute come giardini, vige una ricerca assoluta di qualità.

Gli Château si susseguono su ogni strada percorribile di questa zona, la tentazione di fermarsi è incessante.

La Dordogne a Libourne

Spostandosi a Libourne ho potuto vedere da vicino il fiume Dordogne, marrone, limoso. Ha percorso centinaia di chilometri dal Massiccio centrale a qui, superando foreste immense e portando con sé un patrimonio di sostanze minerali che andranno ad arricchire il suolo bordolese.


Vigne nella zona di Entre-deux-Mers

Tra i due fiumi, Dordogne e Garonne c’è la Aoc di Entre-deux-Mers, qui i terreni sono più sciolti, limosi e sabbiosi, dominano i vitigni bianchi di Sauvignon Blanc, Sémillon e Muscadelle.

L’Abbazia di La Sauve-Majeure

Vale la visita l’imponente struttura dell’Abbazia di La Sauve-Majeure. All’ingresso è anche presente la “Maison des vins”, enoteca dove si possono fare degustazioni e acquistare vini a buon prezzo.

Passiamo ora alla visita di uno château nella Aoc di Fronsac. Tra le centinaia di château che avrei potuto visitare, ne ho scelto uno che è certificato sia biologico che biodinamico. Lo Château De La Dauphine.

Lo Chateau de la Dauphine, ora residenza di vacanze della famiglia Labrune, proprietari.

È uno storico Château, costruito nel 1750 dove è passata Marie-Josèphe De Saxe, detta la Dauphine (delfina) di Francia (moglie di Luigi Ferdinando di Francia ‘il Delfino’, figlio di Luigi XV) madre degli ultimi re di Francia tra cui Luigi XVI. La sosta qui, di qualche giorno della Dauphine, ha dato il nome alla proprietà. Il castello è passato di mano varie volte e durante la seconda guerra mondiale, occupato dai tedeschi, è stato completamente svuotato e ne sono andate perse tutte le bottiglie storiche. Nel 1985, François-Régis Marcettau of Brem vendette La Dauphine alla famiglia Moueix di Libourne (Château Petrus, Château Trotanoy e Château Magdeleine). Nel 2000, Jean HAalley, ex leader e co-fondatore del Gruppo Promodes (Carrefour) l’acquisito. A lui e a suo figlio si devono i grandi investimenti volti a migliorare la qualità della produzione e il valore della tenuta. Nel 2015 la tenuta è stata venduta alla famiglia Labrune, fondatrice di Cegedim, una società che opera nel mondo della sanità.

Una parte di vigna, a Merlot, di fronte alla cantina. In fondo, dietro le case e gli alberi, passa la Dordogne.

È del 2015 il primo millesimo certificato biodinamico. Gli ettari coltivati totali sono 53, con uve prevalentemente di Merlot e in percentuale minore di Cabernet Franc. I terreni della proprietà sono molto diversi tra loro, si va da quelli ricchi di sabbia e limo, che si trovano molto vicini al corso del fiume (Dordogna), a quelli prevalentemente d’argilla e calcaree della côte (costa della collina).

Grappoli di Merlot nella fase dell’invaiatura

Come ogni viticoltore biodinamico, anche alla Dauphine i trattamenti sono limitati a rame e zolfo oltre che a nebulizzazioni di tisane naturali a seconda della necessità e del periodo vegetativo. Certo che, come ci spiegano, in questa zona umida e dove le piogge sono frequenti, è dura operare in biodinamica ed infatti non sono tanti i produttori biologici e ancora meno quelli biodinamici. La Cantina è spettacolare, una struttura circolare ‘a caduta’ la prima nel Bordeaux. Al centro arrivano le uve (raccolte a mano in cassette), vengono diraspate per poi passare su una griglia dove gli acini più piccoli (non maturi e troppo acidi) cadono e vengono scartati. Attraverso un nastro trasportatore si passa ad una controllo manuale dove 5/6 persone tolgono gli acini marci o altro materiale che può trovarsi tra i chicchi. A questo punto vanno in macerazione per 3/4 settimane in vasche di cemento con frequenti follature e rimontaggi. La fermentazione avviene con lieviti naturali, quelli presenti sulle bucce. Dopo la svinatura si procede al passaggio delle bucce nelle pressa centrale del piano inferiore della cantina da cui si potrà prendere, se necessario, una piccola parte da aggiungere alla cuvée per mettere la firma Dauphine al vino.

Tutte le parcelle vengono vinificate separatamente e solo alla fine si procede all’assemblaggio. L’affinamento avviene in barrique con 1, 2 o 3 anni d’età e realizzate da diversi produttori. Ne ho viste di almeno tre tipi dove la differenza è il grado di tostatura oltre che la provenienza dei legni. L’impressione è che Dauphine potrebbe produrre un sacco di etichette tra le sue 200.000 bottiglie totali. Magari di ogni Cru ed invece sono solo tre i vini che realizza. Un rosato, Château de La Dauphine Rosé, fresco e semplice da bere, blend di Merlot 80% e Cabernet Franc 20%. Poi un rosso, Merlot 100%, il Delphis de La Dauphine, fruttato e beverino (parlo comunque di un gran Merlot) proveniente dalle vigne più vicine al fiume ed infine, il Top di questa cantina, lo Château de La Dauphine, Merlot 90% e Cabernet Franc 10%, dalle vigne più strutturate che si trovano in collina.

L’affinamento in barrique è di un anno. È un vino molto equilibrato, succoso di frutti rossi e ricco di aromi che vanno dalla vaniglia al cacao fino all’humus e al cuoio. Elegante e persistente, trasmette sontuosità e ampiezza. Costo sui sui 25€. 

Le Canelés de Bordeaux

Una nota finale, a riguardo della vinificazione, tipica di Bordeaux, è l’utilizzo del bianco d’uovo per la filtrazione (il bianco scende verso il basso portando con sé le impurità e le parti solide). A questa pratica si è aggiunta la necessità di sfruttare la parte rossa dell’uovo, il tuorlo, che insieme agli aromi di rum e vaniglia, danno origine al dolce tipico di questa zona, le Canelés de Bordeaux. Ottimo.

La Dordogne nei pressi di Fronsac

Passiamo da Bordeaux, gran bella città con la sua cattedrale, la torre dell’orologio e gli edifici storici.  Si affaccia sul fiume Garonne che è ancora più grande della Dordogne.

La Garonne a Bordeaux

Seguendo il corso del fiume, si arriva alla Cité du Vin, il monumentale museo del vino la cui forma ricorda un enorme decanter.

Dopo una sosta e un giro tra le vie delle città prendiamo la direzione Medoc, meta Pauillac. Nel tragitto c’è il tempo per prenotare la visita ad uno Château di Margaux, non quello più famoso ma comunque il quinto dei Grand Cru classé del 1855, Château Dauzac. Lo raggiungiamo nel pomeriggio, ripercorrendo un pezzo di strada all’indietro ma sulla parte interna, più vicina al fiume.

Si susseguono le vigne e le indicazioni degli Château. A Margaux si uniscono i fiumi Dordogne e Garonne dando vita alla Gironde che sboccherà poi sull’Oceano. Le vigne sono basse, l’orizzonte si allunga e il cielo costellato da piccole nuvolette bianche sembra di poterlo toccare. Qui il Cabernet Sauvignon trova il terreno migliore, una stratificazione di sassi, sabbia e argilla. Materiali trasportati e sedimentati da millenni. 

Château Dauzac è una tenuta di circa 49 ettari, la sede è un gioiello di eleganza e sostenibilità. Il castello, i prati ben curati e i laghetti, la cantina perfetta ed immacolata. La storia è lunghissima, accenno solo che inizia nel 1190 quando il più anziano proprietario di Margaux nel settore vinicolo riceve i terreni da Riccardo 1° (cuor di leone), re d’Inghilterra, conte dei Poitiers, duca di Aquitania, conte di Maine e di Anjou. Nel 1685 il commerciante di vini di Bordeaux, Pierre Druillard, tesoriere di Francia fece diventare i vigneti tra i più belli di Francia. Nel 1700 il Domaine passa al nipote, Jean-Baptiste-Lynch, sindaco di Bordeaux per grazia di Napoleone. Nel 1863, Johnston, proprietario anche di Ducru-Baucaillou crea la prima etichetta gialla. Il direttore della proprietà, Ernest David, sviluppa la famosa ‘poltiglia bordolese’ (fungicida a base di rame), che ha salvato i vigneti dalla rovina e probabilmente la viticoltura mondiale. Nel 1955 la proprietà viene acquistata dal Sig. Bernat, proprietario di Glacierès Bernat. È sua l’idea di introdurre del ghiaccio nelle vasche durante la fermentazione, realizzando così i primi passi della termoregolazione. Nel 1989, dopo il passaggio di Miailhe e Chatellier, il MAIF (società assicurativa francese) prende il castello diventandone l’unico proprietario fino ad oggi.

I vigneti Dauzac sono coltivati per il 30% a Merlot e il restante 70% a Cabernet Sauvignon. Le vigne storiche sono nei terreni più elevati. Un detto della zona è che “i migliori Château devono vedere il fiume”. Qui c’è tutto, terreno stratificato; esposizione ottimale; vista e vicinanza del fiume che porta con sé le correnti d’aria atlantiche. La Cantina è moderna e pulitissima. Spettacolari le botti tronco coniche che possiedono solo loro e Château Petrus. Una nota interessante è quella relativa all’utilizzo di una proteina vegetale derivata dalla patata per la chiarificazione del vino al posto del bianco d’uovo. Questa soluzione conferisce al vino la qualifica di Vino Vegano. Le barrique d’affinamento sono fornite da sei diverse tonnellerie, in parte nuove o al massimo di 2-3 anni. Anche qui sono solo tre i vini prodotti.

In degustazione Labastide Dauzac 2015, cuvée di Cabernet Sauvignon 32% e Merlot 68%. Solo acciaio per questo vino potente ma ancora tannico. L’Aurore de Dauzac 2014 è invece composta dal 70% di Cabernet Sauvignon e 30% da Merlot. Più semplice da bere con un bel frutto fragrante. Il terzo vino è quello che aspettavo di assaggiare, lo Château Dauzac 2016, 68% di Cabernet Sauvignon e 32% Merlot, affinato in barrique nuove per il 68%. Ottimo, starei qui a sorseggiarmene una bottiglia intera. Bel frutto, armonia, rotondità, lunghezza aromatica. Immagino quanto possano essere migliori le bottiglie delle annate precedenti. Questo 2016 è ottimo ma la sensazione è che abbia ancora necessità di qualche anno per arrotondarsi ancora di più e mostrare tutta la sua potenzialità.

Purtroppo una bottiglia come questa costa sui 50€ e se si va alle annate precedenti le cifre praticamente raddoppiano di anno in anno. Da non dimenticare che questi vini sono ricchi di polifenoli, tannini e acidità che gli consentono un lungo invecchiamento. Vini che iniziano ad esprimere il loro meglio dopo almeno cinque anni. Del resto anche al nostro amato Barolo servono anni per indossare il miglior vestito.

La Gironde a Pauillac

Altra tappa in questa zona è Paulliac, sulla Gironde, bella cittadina che si affaccia sul fiume. È un’altra denominazione famosa, posta tra quella di St-Julien-Beychevelle e quella di St Estèphe, ci si trova comunque nell’ampia zona dell’Haut Medoc. Delle grosse bottiglie svettano come fari all’inizio dei pontili che danno accesso al porticciolo. Le acque della Gironda sono fangose e per niente rassicuranti. Immagino i vascelli che risalivano il fiume per arrivare a Bordeaux, quanta storia è passata da qui. La cittadina sembra aver vissuto un periodo di splendore che ora è però solo un ricordo. Sono pochi i turisti che passano da Paulliac. 

Intorno è tutto un susseguirsi di Château e di vigne. Ripenso a St Emilion, i chilometri percorsi tra le colline e i boschi, i tanti laghetti, i villaggi, i grandi fiumi e le foreste. Al centro le vigne, un terroir incredibile dove per poter cogliere tutte le sfumature delle diverse zone, che si riflettono nei vini, ci vorrebbero probabilmente degli anni. Per ora un piccolo assaggio ed un tassello in più nella comprensione di questa zona vinicola.

Luca Gonzato

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L’oro di Sauternes

A Sauternes, nelle Graves, la famosa zona di produzione di vini botritizzati (da Botrytis Cinerea, muffa nobile). Circa 2000 ettari di vigneti a sud di Bordeaux. Da qui il vino reso celebre da Riccardo Cuor di Leone nel XII secolo. Un vino mitico tutto da scoprire.

Si caratterizza per un colore dorato brillante che vira all’ambra dopo anni di affinamento, ha una dolcezza equilibrata dall’acidità che lo mantiene fresco e bevibile. Gli aromi sono complessi e generalmente vanno dall’albicocca alla pesca gialla, dal miele alle resine fino a note di frutti canditi e pasticceria. Più passano gli anni e più si ammorbidisce arricchendosi di aromi.

Un vigneto del Sauternes

Il vitigno principe è il Semillon ma possono concorrere in minima parte, se serve avere più acidità ad equilibrare la dolcezza, il Sauvignon Blanc che arricchisce anche gli aromi e il Muscadelle.

Una parcella di Château Sigalas

A rendere il terroir di Sauternes unico concorrono la vicinanza del fiume Garonne con le sue correnti d’aria; l’umidità della zona e le acque fredde del Ciron (affluente della Garonne che scorre tra Barsac e Sauternes). Notevole l’escursione termica dalla notte al giorno. Se non fosse per l’esposizione e il sole rovente del pomeriggio, le muffe diverrebbero marciume. Poco distante inizia anche l’enorme triangolo di foresta che arriva fino all’oceano. I terreni sono un mix di calcare, argilla e sassi, ci sono poi delle sabbie rosse nella zona di Barsac.

Immagini di muffa nobile dalla cantina Château Sigalas

Le uve da cui si ottiene il Sauternes, maturano e appassiscono sulla pianta ricoperte dalla botrite. In questa fase gli zuccheri si concentrano all’interno degli acini. All’esterno, il fungo della botrite resta asciutto, ‘arrostito’ dal sole. La vendemmia avviene verso fine ottobre, viene fatta a mano e in momenti diversi a seconda del grado di maturazione delle diverse parcelle.

I torchi di Château Sigalas

La pressatura è fatta con speciali torchi, devono sviluppare una grande pressione per estrarre quel nettare così prezioso, ricco di zuccheri e aromi. Si avvia poi la fermentazione e il passaggio in barrique scolme dove la ‘flor’ che si forma in superficie viene immersa frequentemente per estrarre tutti gli aromi. L’affinamento è di minimo due anni e le barrique solitamente sono nuove o di secondo e terzo passaggio come da tradizione nella regione di Bordeaux.

Il paese di Sauterners è microscopico ma il fascino di questo terroir è enorme. In piazza si trova la Maison du Sauternes, vale la sosta sia per l’opportunità che offre di degustare gratuitamente, tra una cinquantina di produttori, che per la possibilità di acquistare a cifre di cantina.

Ho assaggiato dei Sauternes di zone di cui non avevo mai assaggiato niente, cioè Barsac (i primi due nella foto) e Bommes (il terzo). Château La Tour Blanche 2009 è spettacolare per complessità ed armonia, però costava il triplo rispetto agli altri. Château Lamothe 2010 è risultato il più semplice ed anche il più economico. Château Caillou 2008, che ho poi acquistato, ha tutte le caratteristiche del gran Sauternes senza diventare esageratamente opulento, mantiene un bel grado di acidità e il costo di 25€ circa è accettabile.

Sulla strada per Sauternes ho prenotato via email la visita ad una cantina, non il famoso Château d’Yquem, unico Premier Cru Supérior della zona, ma in un castello vicino, Château Sigalas Rabaud, Premier Cru Classé del 1855.

Château Sigalas Rabaud, con i suoi 14 ettari è il più piccolo dei Premier Cru Classé. Ho visitato la vigna, la residenza, ora utilizzata per gli ospiti, la cantina e la barricaia dove infine, nel locale attiguo, ho fatto la degustazione di 5 vini.

Il primo vino assaggiato, “La Demoiselle de Sigalas”, è un bianco secco, annata 2014, composto all’85% da Semillon e restante 15% di Sauvignon Blanc. Bel vino da aperitivo fresco con aromi floreali. Il secondo è un’altro secco “La Sémillante de Sigalas” 2014, Semillon 100%, presenta note di agrumi, resina e miele.

Il terzo vino, il “5” deve il nome al fatto d’essere stato il quinto vino creato dalla cantina, ma è anche un riferimento al famoso profumo Chanel 5. In effetti troverai estremamente attraente una donna con due gocce di Sauternes sul collo. Il 5 è molto interessante perché si posiziona esattamente a metà tra i secchi e i dolci. Floreale, cambia in bocca sul fruttato. Bella acidità e leggero grado zuccherino. 95% Semillon e 5% Sauvignon blanc. Ed ora, il top, “Château Sigalas Rabaud”, anche per questi il Semillon concorre per il 95/97% e il rimanente è un tocco di Sauvignon Blanc. Il 2015 ha complessità di fiori, erbe, frutta fresca. Lo trovo fantastico per l’equilibrio e la ricchezza che esprime. Il 2006 è ‘regale’, opulento, frutta candita e secca, spiccata dolcezza, pastoso. Entrambi in vendita a 38/39€. Ho scelto il 2015. Un ultimo sguardo alle vigne e la promessa di tornarci.

Spero d’aver fatto venir voglia di assaggiare un Sauternes, se è così, i consigli per degustarlo al meglio sono: temperatura di 8-10° (alla Maison consigliano di metterlo in frigorifero 3 settimane prima), servito in piccoli calici. Come aperitivo, può essere servito con un paio di cubetti di ghiaccio e qualche goccia di limone. Come antipasto con prosciutto crudo e melone. L’abbinamento classico è con il Foie Gras (paté di fegato d’oca), di cui i francesi vanno ghiotti, oppure con i ‘Bleu’, i formaggi erborinati tipo Roquefort, Gorgonzola ecc. ed in generale con i formaggi di capra in cui sia crea un bel contrasto con le note dolci del Sauternes. Infine con i dolci, ad esempio un cioccolato fondente oppure con una macedonia di frutta. Praticamente è buono in ogni occasione. Il Sauternes è famoso nella sua versione dolce ma l’uva di Semillon, come avete visto nel paragrafo di degustazione allo Château Sigalas viene vinificata anche in vino secco o con un grado zuccherino inferiore. In questo caso la vinificazione è in acciaio e non viene fatto nessun passaggio in legno.

Luca Gonzato

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Il Caruso delle Terrazze dell’Etna

Etna Rosso ‘Carusu’ 2014, Terrazze dell’Etna

Su un sito ho letto che è snello e giovane, dissento, è di corpo anzi robusto. Rotondo e caldo con i suoi 14,5% di volume alcolico. Blend di Nerello Mascalese 80% e Nerello Cappuccio 20%. Bel frutto rosso persistente di ciliegie e frutti di bosco. Abbastanza tannico da sposarsi felicemente a carni importanti. Speziato con note di macchia mediterranea finali. Bella evoluzione di questo vino assaggiato dopo 5 anni dall’imbottigliamento. Fa un breve passaggio in legno di sei mesi. Lo trovo perfetto così, in questo momento, dove il frutto è ancora fresco e i tannini si sono smussati. Minerale e sapido come mi aspettavo relativamente al suolo vulcanico che caratterizza il terroir. È il 30 luglio e l’ho degustato appena fresco. Il prezzo è sui 13€, arriva dal versante nord ovest dell’Etna, da vigne poste tra i 650 e gli 850 m, a Randazzo (CT). Terrazze dell’Etna produce anche il Cirneco da Nerello mascalese in purezza e viti ad alberello, sarei curioso di assaggiarlo… Comunque questo è stato molto apprezzato. Fossi in Sicilia passerei certamente a trovarli e fare scorta di vini. 

Luca Gonzato

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Il Pinot Nero dell’Eno Artigiano

Ci sono giornate che rimarranno sempre nei miei ricordi, come quella della visita ai vigneti dell’Eno-Artigiano Stefano Milanesi in Oltrepò Pavese. Ero lì per il corso di approfondimento in vigna.

In vigna

Il 6 luglio, faceva un caldo spaventoso, arrivato da cinque minuti, dopo il viaggio in auto da Milano, confortato dal fresco dell’aria condizionata, grondavo sudore come un cammello. Mi attendeva il percorso in vigna che Stefano Milanesi, giustamente, affrontava come una normale giornata tra i filari. E noi cittadini irrigavamo la vigna di sudore. Scherzo, ma voglio dire che in giornate del genere si ha un’ulteriore conferma su ciò che significa veramente fare i viticoltori, altro che immagini bucoliche di calici al tramonto.

Stefano Milanesi

Non si aspetta che rinfreschi, non si aspetta un giorno migliore. Lunedì, sabato o domenica fa uguale, si lavora. Stefano ci ha portato tra le vigne, su e giù con il sole che batteva sulle capocce, raccontandoci le caratteristiche delle uve, l’imminente invaiatura (quando gli acini iniziano a prendere colore); il terreno (stratificato marnoso), poi gli aneddoti del passato come quello in cui, con grande rischio, si è ribaltato con il trattore e ustionato con il preparato di zolfo.

Stratificazione marnosa

Stefano è divertente, “Milanese” anche nel modo di porsi, schietto e scanzonato. Con la visita in vigna, e alla sua cantina, ci ha trasmesso una grande passione, quella che mette nel produrre i suoi vini come se fossero singole opere d’artigianato.

La meccanizzazione che regna in cantina, non è contemplata nella sua, il ‘remuage’ delle bottiglie di spumante è manuale così come l’imbottigliamento e l’etichettatura. Una dimensione realmente artigiana che si riflette in vini unici che, senza esagerare, si collocano tra i migliori prodotti dell’Oltrepò Pavese.  È a Santa Giulietta in frazione Castello, sulla prima fascia collinare dell’Oltrepò. Coltiva le sue vigne in regime biologico. 

Oggi ho stappato una delle sue bottiglie portate a casa il 6 luglio, il Pinot Noir 2016 chiamato Neroir. Da notare il colore intenso che dal rosso rubino vira al granato. Limpido ma non cristallino, credo non sia filtrato. I profumi sono di frutti rossi maturi con qualcosa di terroso, di humus.  In bocca è ricco, polposo di frutta, ciliegia, amarena, ribes rosso ma anche una prugna matura. All’eleganza si unisce un corpo intenso. Equilibrato ed imponente rispetto ad altri Pinot noir dell’Oltrepò. È un vino Vegano ma se fosse una costina di maiale (essendo mio il blog, posso scrivere vegano e carne di maiale vicini), direi che ha tanta ciccia intorno, non come quelle costine fregatura dove ti trovi a succhiare l’osso e nient’altro (leggi pinot noir del supermercato). È già il terzo calice, di questo Neroir, ed è un gran piacere. Bellissimo il finale, pulito ed elegante con una nota balsamica.

È domenica, non ho voglia di scrivere altro, il vino è buono e se andate a conoscere Stefano Milanesi, sono sicuro che tornerete a casa con un bel ricordo. 

Ps. ho dato un’occhiata al sito web e visto il video con gli strumenti musicali ‘artigianali’, grande!… anche questo Neroir 2016.

Buone vacanze! 

Luca Gonzato

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Albana Arcaica

Arcaica 2016 di Paolo Francesconi

La prima sorpresa di questa bottiglia di Albana, dall’Emilia Romagna (zona Faenza), è il tappo in vetro. Una rarità che però svolge il suo dovere in modo eccellente e presenta il vino dicendoti chiaramente “io sono diverso”. Infatti il colore è aranciato, luminoso. Poi profuma di miele, resina, agrumi. In bocca è di corpo, minerale, sapido. Avvolge con un frutto maturo, succoso, che mi ricorda il melone e il mango. È leggermente astringente e di buona acidità. Il volume alcolico è del 12,5%. Il nome Arcaica è sicuramente azzeccato perchè ti porta in luoghi lontani dalla consuetudine dei vini bianchi. La macerazione delle uve di Albana dura tre mesi, poi affina in acciaio per sei mesi ed infine in bottiglia. Il risultato è qualcosa di unico e di grande personalità. Forse non è un vino per tutti, nel senso che si esce dal comune e, come per un’opera d’arte, chi guarda reagisce in modo diverso. Penso ai quadri di Francis Bacon, io li adoro e sono amati da tante persone, ma altrettanti li trovano estremi e disturbanti. Sono quadri che entrano in profondità nell’animo umano, come questa Arcaica che risveglia sentimenti e ricordi. Senz’altro non lascia indifferenti. Più lo assaggio e più mi piace. Pensavo anche a cosa potrebbe starci bene in abbinamento, ovviamente i formaggi erborinati, oppure, se avessi uno chef a disposizione, lo proverei con lepre in salmì. È un vino biologico e biodinamico, il costo è sui 12€. La produzione di questo vino è di 3500 bottiglie, questa è la n. 2081. 

Luca Gonzato


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Propizio all’estate

Iniziamo questa calda settimana con qualcosa di molto fresco, il Grechetto Propizio 2018 di Donato Giangirolami. Un bianco giovane e pimpante da uve Grechetto coltivate a Doganella di Ninfa nella zona di Cori. Siamo nel Lazio in provincia di Latina su suoli di argilla e tufo. Il produttore è l’Azienda Agricola Biologica Donato Giangirolami con sede a Borgo Montello (Lt). 

Bene, è nel calice, comunica profumi floreali, eleganti, ricordano le tisane, la camomilla, il biancospino, il miele. In bocca è fresco, minerale, sapido. Ha un bel corpo, snello ma muscoloso. In bocca ha sentori di ananas, pera. Il finale è lungo, citrino. Oltre al gusto molto piacevole ne apprezzo la ‘pulizia’, la finezza, e soprattutto la persistenza. Viene consigliato con carni bianche o formaggi a media stagionatura. Io lo proporrei tranquillamente come aperitivo o per una cena estiva con una tartare di pesce. Si sente che è sano, buono, lo bevi con facilità. Si trova a meno di 10€. Puoi anche portarlo a cena da amici facendo bella figura senza svenarti. Da servire fresco, sui 10 gradi. Certamente Propizio all’estate e, spero, ad una settimana non troppo faticosa.

Luca Gonzato

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Timorasso ad Arte

Timorasso 2017, I Carpini. Splende dorato alla luce del sole. Delicati profumi di fiori bianchi fanno da apertura ad aromi molti intensi quando si ruota il calice. Acacia, fieno, miele. In bocca entra potente, pieno, rotondo, sapido. Intenso, ora si mischia con frutti a polpa gialla e agrumi, pesca, ananas, pompelmo, cedro… arriva infine una nota di pietra focaia sullo sfondo, un anticipo di quei sentori d’affinamento che con gli anni andranno ad arricchirlo. Beh, tanta roba, due in uno, penso al Riesling renano e agli Chardonnay di Chablis. Viva il Timorasso, vitigno 100% italiano, autoctono del Tortonese. Complimenti al produttore per questo bel vino che riesce a trasmettere una gran personalità. I sapori restano in bocca almeno una decina di secondi e la fresca acidità ti spinge ad un nuovo sorso. Immagino del pesce ad accompagnarlo, orate, branzini o un bel fritto misto. Bel vino, di quelli che ipoteticamente potrebbero stare nella top-ten ‘vini bianchi sotto i 10€’. Da non trascurare poi che è un vino ‘sano’ da agricoltura biologica, Vegan friendly. Fermentato con lieviti autoctoni e non filtrato. Un vino fatto ad Arte.

Luca Gonzato

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Il Centesimino

Sono oltre 500 le varietà iscritte al Registro nazionale e ammesse alla coltivazione. Per un appassionato si tratta di una grande caccia al tesoro dove ogni volta la scoperta regala magnifiche sensazioni, oltre che farci tornare un pochino bambini. Uno di questi tesori si trova in Emilia-Romagna sulle prime colline di Faenza, è il Centesimino. Un vitigno autoctono riscoperto negli anni 40 da Pietro Pianori detto Centesimino. È un vitigno semi-aromatico conosciuto anche come Savignon rosso, ma non ha niente a che fare con il famoso Sauvignon. La bottiglia che ho stappato è una 2017, prodotta dall’Azienda Agricola Ancarani, azienda biologica e associata Fivi. Il colore è intenso e tendente al granato. Colpisce subito al naso per le note balsamiche e floreali. In bocca è leggiadro, minerale. Si confermano i fiori di rosa e viola e piccoli frutti fragranti di amarena. Qualcosa di vegetale tipo il peperone verde, poi ci sento il timo. Non molto persistente ma in compenso ha un bel finale fragrante. Sarà anche un vino storico ma se dovessi dare un’età a questo carattere di vino direi che è un giovanotto pieno di vita. Ottimo servito leggermente fresco, l’ho apprezzato con una braciola alla griglia ma direi che si abbina bene a tanti piatti di media struttura. Occhio che ha il 14% di volume alcolico, ma non si sente durante la degustazione. Buono e soprattutto sincero, un vino che consiglio di assaggiare, questo Centesimino di Ancarani, se anche a voi piace giocare alla caccia al tesoro.

Luca Gonzato

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Buonissimo compleanno

Per i suoi 54 anni, l’Associazione Italiana Sommelier, delegazione di Milano, ha organizzato un banco di degustazione strepitoso, con oltre 100 cantine italiane. Un regalo davvero apprezzato da tutti i soci. Non pensavo che ne avrei scritto un post ma alcuni dei vini erano così buoni che me ne sono innamorato e voglio farveli conoscere.

SPUMANTI

Lombardia, Franciacorta Brut Millesimo 2013 Freccianera dei  Fratelli Berlucchi. L’uvaggio è 80% Chardonnay, 10% Pinot bianco, 10% Pinot Nero. Affina 55 mesi sui lieviti. Il costo è sui 22€. L’ho trovato ‘magico’. Grande armonia e lunghezza in questo spumante per le grandi occasioni.

Lombardia, Franciacorta Brut Nature, Mosnel, 24 mesi sui lieviti, Chardonnay 70%, Pinot Bianco 20%, Pinot nero 10%. Altro grande Franciacorta che sorprende sempre per la personalità che esprime. Affinamento 24 mesi. Costo sui 20€. Il biglietto da visita da presentare a casa degli amici.

BIANCHI

Dal Friuli Venezia Giulia la Malvasia istriana Soluna 2017 di Livon. Malvasia istriana 100%. Costo sui 15€. Una malvasia senza compromessi, piace oppure no. Io l’ho trovata fantastica. Le uve appassiscono una decina di giorni, macerazione a freddo e fermentazione in acciaio. Costo sui 15€. Rock n’ Roll.

Dall’Alto Adige il Manna 2017 di Franz Haas. Da 5 tipi di uve vinificate separatamente e poi assemblate. Riesling Renano 40%, Chardonnay 20%, Gewurztraminer 15%, Kerner 15%, Sauvignon 10%. Il costo è sui 20€. Una sinfonia di aromi. Lo vedrei bene in una cena romantica, magari al primo appuntamento. Un vino che conquista. 

Dalla Campania, il Greco di Tufo Giallo d’Arles 2018 di Quintodecimo. Uve Greco 100%. Ennesima conferma da questo bianco tra i miei preferiti. Bello assaggiarlo adesso, ancora giovane, ed apprezzarne la fragranza del frutto. Costo sui 35€. Una garanzia di bontà.

ROSATI

Dall’Abruzzo, il Cerasuolo d’Abruzzo Villa Gemma 2018 di Masciarelli. Uve Montepulciano 100%. Costo sui 10€. Mi è piaciuto un sacco trovare le caratteristiche del Montepulciano in una forma così delicata e godibile. 

Dalla Puglia il rosé 2018 Girofle di Severino Garofano. Uve Negramaro 100%. Costo anche lui sui 10€. Piccoli frutti rossi e melograno che danzano nel palato.

ROSSI

Il miglior vino in assoluto assaggiato oggi: Tenuta Sette Ponti Vigna dell’Impero, bottiglia numero 03230/12688. Un Sangiovese in purezza da vigne di oltre 80 anni. La tenuta si trova in Valdarno. La Vigna dell’Impero risale al 1935, fu fatta piantare da S.A.R. Emanuele Filiberto di Savoia Conte di Torino, su richiesta del cugino S.A.R. Amedeo d’Aosta, Vice Re d’Etiopia, per festeggiare e ricordare la vittoria italiana in Abissinia. Sono 3 ettari a terrazzamenti interamente costruiti a mano. Il vino è un concentrato di tutto quello che si può desiderare in un rosso. Armonia, corpo, tannini vellutati, ampio bouquet aromatico, piacevolezza e persistenza. Affina due anni in botte grande. Epico. Online il costo di questa bottiglia è sugli 85€, è così buono che non mi sento di dire che costa troppo.

Sempre dalla Toscana e sempre Sangiovese, il Brunello di Montalcino 2012, Tenuta Col d’Orcia. Affina in barrique per 4 anni. Costo sui 30€. Il rosso da mettere in tavola con una gigantesca fiorentina.

Dall’alto Piemonte, nel Novarese, il Boca 2015 Le Piane. Uvaggio di Nebbiolo 85% e Vespolina 15%. Affina 36-48 mesi in botte grande. costo sui 50€. Ventaglio aromatico strepitoso. Adorabile sotto ogni punto di vista.

Sempre in Piemonte, da uve Nebbiolo al 100% il Barolo Ravera 2011 di Cogno. Affina 24 mesi in botte grande. Costo 50/60€. Un Barolo che all’austerità preferisce l’eleganza, gran corpo ed armonia.

Dalla Basilicata un grande Aglianico del Vulture Superiore, della casa vinicola Armando Martino. Da uve 100% Aglianico del Vulture. Affina circa un anno in barrique e almeno un’altro in bottiglia. Il costo si aggira sui 35€. Anche questo grandioso nella parte aromatica, eccellente.

È sempre bello festeggiare i compleanni, soprattutto quelli degli altri. 

Grazie Ais e grazie ai produttori!

Luca Gonzato

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Franciacorta Millesimo 2013

Ricci Curbastro, Extra Brut Millesimato, 2013. Un Franciacorta di quelli che colpiscono e restano nella memoria. È uno spumante armonico dove i quattro anni passati sui lieviti regalano una bella complessità aromatica ed una personalità unica. I sentori di pasticceria, che ricordano la meringa e le mandorle, si bilanciano perfettamente con gli aromi fruttati, penso alla pera e agli agrumi come pompelmo, arancia e lime. Scorre piacevole con la sua bella acidità e una vena minerale. Il finale è lungo e agrumato. Dall’inizio alla fine si muove con eleganza ed armonia. La sboccatura è avvenuta nel 2018. L’uvaggio è Chardonnay 50% e Pinot Nero 50%. Un gran Franciacorta. Perfetto nel rinfrescare queste calde serate.

Luca Gonzato

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Riesling Bollenberg Valentin Zusslin 2016

Lunedì 1 luglio, in città, con i parcheggi che magicamente si liberano e la maglietta già sudata alla 9 di mattina. Grrr, non c’è niente di cui esser felici. Vi invidio, a voi che siete già sotto l’ombrellone o all’ombra di un pino.

Pompo l’aria condizionata, ma a parte quel minimo di comfort che permette di ragionare non faccio che peggiorare la mia tosse. E arriva sera, miracolosamente, con un filo d’aria e le finestre spalancate ad accogliere finalmente questa brezza. Come se recitassi un mantra preparo secchiello e ghiaccio per questa bottiglia di Riesling di Zusslin.

Qualche mese fa avevo scoperto la cantina Zusslin a Cerea, durante la manifestazione Vini Veri 2019, innamorandomi del loro Riesling Neuberg 2014. Tornato a casa ho cercato i loro vini online e ho trovato questo Bollenberg 2016. Zusslin è una cantina storica francese, fondata nel 1691 in Alsazia a Orshwihr. Si trova a sud di Colmar. Dal 1997 è certificata in agricoltura Biodinamica. Circa 90000 le bottiglie prodotte da vari vitigni.

Dopo un passaggio della bottiglia, di 15 minuti, nel secchiello ghiacciato, sono pronto a degustarlo. L’ingresso è fresco e fruttato, fragrante, di pesca e albicocca, penso anche  all’uva spina e al pompelmo. Si allunga carnoso su un frutto più maturo e note minerali evolutive di pietra focaia. Bel corpo ed eleganza da vendere. Lungo, con un bel finale minerale che punzecchia l’interno delle labbra a chiamare un nuovo sorso. Ammiro il colore dorato brillante di questo Riesling, così limpido che se non sapessi cos’è dubiterei che è un vino biodinamico. Ottimo, me lo aspettavo ed ora ho voglia di scoprire gli altri vini che producono. Dovrò trattenermi dal non stappare l’altra bottiglia in cantina. Questa è durata giusto il tempo della cena, in due. Ad accompagnare il vino c’erano delle code di gambero. Se fossero arrivate direttamente dal pescatore e non dal supermercato avrebbero sicuramente retto l’abbinamento. Vince il Riesling, e va bene così. Eccellente inizio di settimana.

Luca Gonzato

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Bollicine vs caldo tropicale

Per festeggiare i 36* di temperatura a Milano ho pensato di stappare questo Franciacorta Brut della Società Agricola La Fiòca di Nigoline di Corte Franca (BS).

Mentre lo sorseggio mi riappacifico con il mondo. Note fresche e agrumate persistono lungamente lasciando spazio ad un finale che mi ricorda i confetti con le mandorle. La componente acida mantiene la salivazione e invita ad un nuovo sorso. Ottimo servito tra i 4 e i 6 gradi. Consigliato a chi, come me, non ha una casa al mare o in montagna dove fuggire dal caldo tropicale.

Luca

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Spumante, sì ma quale?

Se di fronte allo scaffale stai per acquistare uno Spumante ma vieni assalito dai dubbi ti basta sapere che:

Se trovi scritto Metodo Classico oppure Champenoise, vuole dire che lo spumante in questione ha avuto una rifermentazione in bottiglia. Ad ogni singola bottiglia è stato aggiunto zucchero e lievito ed è stata poi tappata temporaneamente, si fa per dire, perchè possono passare anche 10 anni sui lieviti prima della sboccatura e della tappatura definitiva. Questo processo, insieme ad un lungo affinamento in bottiglia conferisce complessità aromatica e corpo allo spumante. Le bollicine risultano anche più numerose e piccole. Di solito costa di più proprio per i tempi di lavorazione e affinamento. Senza dubbio lo spumante che preferisco. Si pensi ad esempio a Franciacorta o Champagne. Alcuni degli aromi che si sviluppano nei ‘metodo classico’ sono quelli di crosta di pane e pasticceria che spesso vanno a braccetto con quelli agrumati. I vitigni più utilizzati sono Chardonnay, Pinot nero e Pinot bianco. In Champagne anche il Pinot Meunier.

L’altra tipologia, che non sempre è specificata in etichetta, è quella dei metodo Martinotti oppure Charmat, è la stessa cosa, in entrambi i casi si parla di rifermentazione in autoclave, cioè un grande contenitore. Solitamente l’affinamento è più breve e gli aromi meno complessi. Un esempio su tutti è il Prosecco (vitigno Glera). Spesso il filo conduttore aromatico riporta alla mela verde o alla pera. Se vogliamo è più semplice da bere, si apprezza per la sua freschezza.

Detto questo si deve poi scegliere la versione in relazione al grado zuccherino. Si va dai Pas Dosè o Nature, senza zuccheri aggiunti, verticali e netti nell’esprimersi (per me il top), all’Extra Brut e Brut dove lo spumante inizia ad ammorbidirsi pur rimanendo ben secco. Con Extra dry e Sec la percezione degli zuccheri diventa più netta, per poi passare ai Demi-sec e Doux dove il dolce è il filo conduttore, questi ultimi li considererei solo in abbinamento ai dolci. 

Se devi organizzare un aperitivo e magari vuoi continuare a gustare bollicine durante la cena ti consiglio le prime tre versioni (Nature, extra-Brut, Brut). Se devi fare un regalo ad un esperto rimarrei sulle prime due. L’extra dry e sec potrebbero essere apprezzate di più da chi beve bollicine solo sporadicamente o ama quel retrogusto dolce. In ogni caso prova almeno una volta ogni tipologia così ti fai un’idea precisa e la volta successiva vai a colpo sicuro.

Ci sono poi gli spumanti rosé che prendono il colore da una brevissima macerazione a contatto con le bucce. Ottimi perchè portano con sé i sentori di piccoli frutti rossi e magari un ricordo di tannini. Infine consiglio di provare anche tutti gli altri Spumanti che vengono realizzati con uve poco conosciute come ad esempio l’Erbaluce oppure da vitigni che solitamente producono vini rossi come ad esempio il Nebbiolo o il Negramaro. Poi ci sarebbe da parlare dei metodo ancestrale o della Vernaccia nera di Serrapetrona ma direi che come approccio basta questo.

Goditi le bollicine esclusivamente fredde, tra i 4 e gli 8°. Se pensi di tenere la bottiglia in tavola durante la cena prevedi un secchiollo con il ghiaccio perchè non c’è niente di peggio di uno spumante caldo.

Luca Gonzato

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Chenin Blanc lover

Ci sono due vini bianchi fermi che amo particolarmente per l’estate. Uno è il Petite Arvine, tipico della Valle d’Aosta, e l’altro è lo Chenin Blanc, vitigno francese che si trova anche in Sudafrica ma il suo terroir d’eccellenza è la Loira. La bottiglia che vi presento arriva proprio dalla Valle della Loira, da Anjou. Si tratta del Les Quarterons Blanc 2016 del Domaine Amirault. Vino biologico certificato e biodinamico da uve di Chenin Blanc al 100%. Ha un bouquet olfattivo davvero ricco con note evolutive interessanti. Fiori di campo, agrumi, camomilla, albicocca, mandorla. In bocca si confermano gran parte dei profumi e si percepisce una pesca gialla polposa. Il finale è fresco, lungo, riporta gli agrumi, la scorza di limone. L’acidità rende questo vino godibilissimo. Uno Chenin di corpo con profumi delicati ed eleganti. Il volume alcolico è del 13%. È davvero buono. Senza dubbio ne vorrei avere una cassa sempre disponibile in queste serate afose. Perfetto ad accompagnare un aperitivo/cena che tradotto vuol dire: tirate fuori quello che avete in frigo, trasferitevi in terrazza o in cortile e godetevi la serata con questo Chenin Blanc. 

Ps. per essere un vino bio/dinamico fermentato con lieviti autoctoni è davvero ‘figo’, elegante. Nessun profumo anomalo che spesso accompagna i vini “naturali“. Obbligatorio il secchiello con il ghiaccio per mantenerlo fresco e gustarselo fino all’ultima goccia.

Luca Gonzato

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Riflessioni e buon vino

Il vino non è mai uguale, ogni annata è una storia ed ogni bottiglia un paragrafo che ce la racconta.

Ieri sono stato in visita alla Cantina La Stoppa, situata in Val Trebbiola nella Provincia di Piacenza. Era uno degli appuntamenti “in vigna” del master Ais. È stata anche l’occasione per assaggiare i vini della zona e fare una chiacchierata collettiva sui diversi approcci al vino che coinvolgono produttori e consumatori. In sintesi ne é venuto fuori che da una parte esistono produttori che inseguono il mercato creando vini omologati ad un gusto collettivo, voluto e pianificato dai maggiori player del mercato e consumatori che pensano solo a spendere poco ignorando cosa introducono nel proprio corpo. Dall’altra parte ci sono produttori attenti a mettere in bottiglia l’espressione più sana ed autentica del proprio territorio insieme a consumatori più consapevoli sulle differenze. Ovviamente c’è l’aspetto economico anche in questa situazione ma non sta alla base della ‘mission’ aziendale. Anche il consumatore attento vuole risparmiare ma lo fa in modo diverso, a parità di budget sceglie ad esempio una buona bottiglia a settimana piuttosto che tre mediocri. 

Il modo di far vino della cantina La Stoppa (certificata Biologica) non cavalca mode e nemmeno vuole essere portabandiera di vini ‘naturali’. Rivendica la libertà di ognuno di operare nel modo più adatto per ottenere un vino sano e capace di trasmettere il terroir nel migliore dei modi. Come dice Elena Pantaleoni, titolare dell’azienda, “non siamo noi a dover dimostrare di fare un vino naturale, cosa che si fa da millenni. Devono essere gli altri, quelli che usano prodotti sistemici in vigna e costruiscono il vino in cantina con ogni tipo di additivo a dover dichiarare che usano questi metodi che di naturale non hanno niente”. Ed è proprio così, fai due più due e questo semplice ed illuminante concetto lo puoi trasferire su ogni prodotto alimentare che trovi nei supermercati. Prodotti costruiti, come le mozzarelle insapore, i formaggi senza odore i polli e le loro uova anemiche… C’è ben poco di naturale in questi alimenti che però rispondono a domande create ad hoc e indotte al consumatore affinché arrivasse ad apprezzare e richiedere quell’omologazione. Succede anche nel vino, come ad esempio negli anni dei ‘barricati’ dove il legno era sopra a tutto, oppure pensiamo ai vini bianchi, semplici e sempre uguali a sé stessi, anno dopo anno con quegli aromi alla polverina gusto ananas e banana. Mi balena in mente l’immagine di consumatori zombie con il loro prosecchino da 3 euro gusto mela verde nel carrello…

Torniamo ai vini veri. Uno degli assaggi che mi ha emozionato e trasmesso un’idea specifica del come e del dove, è stato l’Ageno 2013 (90% Malvasia di Candia e restante 10% di Ortrugo e Trebbiano). Un bianco da uve storicamente legate al territorio, che ha fatto una macerazione sulle bucce di un mese (se vuoi pensa agli Orange Wine). Ha fermentato con lieviti autoctoni, non è stata aggiunta anidride solforosa ed ha affinato in bottiglia. Il colore è strepitoso, dal giallo miele all’aranciato ramato. I profumi mi ricordano l’albicocca, le spezie dolci, il ginger. In bocca è verticale, netto, dal sapore unico e caratteristico. Sentori di miele e resina, spezie che stuzzicano il palato. Secco e fermo ma ‘frizzante’ nella personalità. Scorre piacevole con la sua acidità e mineralità. Non è un vino omologato e nemmeno ricordo qualcosa di simile. È un vino che ti fa spalancare gli occhi e ti catapulta in un territorio di sapori veri ed unici. Da provare. È dedicato all’Avvocato Ageno, fondatore della cantina. Puoi azzardare abbinamenti con le cozze piuttosto che un formaggio erborinato. In questa stagione è sicuramente più apprezzabile da fresco ma è altrettanto interessante sentire come cambia nel bicchiere con l’alzarsi della temperatura. Ed infine lo puoi sorseggiare da solo godendoti il fresco che arriva dopo una giornata assolata.

Luca Gonzato

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Leuchtenberg 2017, Kaltern

Quando di un vino si stappa la seconda bottiglia c’è sicuramente qualcosa di molto piacevole dentro. È così per questo Leuchtenberg, vino ottenuto dalla Schiava (vitigno tipico dell’Alto Adige), della cantina sociale di Caldaro. L’annata è la 2017 e il costo non arriva ai 10€. Adoro la Schiava di Kaltern Kellerei (in tedesco), con i suoi sentori fragranti di frutti di bosco e quella sensazione tipica dei vini che fanno un passaggio in cemento o in anfora. Non riesco bene a descriverla ma ricorda sentori balsamico/mentolati che rendono il vino ‘ampio’ nella percezione gustativa e allo stesso tempo mantengono freschi i profumi floreali e fruttati. A proposito di floreale, questo vino rimanda anche ai profumi della rosa rossa e sul frutto mi ricorda le ciliegie mangiate sull’albero da bambino, non tanto per il sapore in sé quanto per il ricordo di frutta fresca, appena colta, il sole e l’aria pulita come scenario. È al gusto che si dimostra fantastica, schietta e facile come un’esclamazione che non porta con sé fraintendimenti. Buona!. È facilmente abbinabile sia a salumi tipici come lo speck piuttosto che a un piatto a base di pasta o a un formaggio mediamente stagionato. Quello che voglio dire è che la Schiava, e questo Leuchtenberg in particolare, possono facilmente accompagnare una serata estiva dall’aperitivo al secondo piatto con grande adattabilità. Da servire fresca. Il volume alcolico è del 13%, non ‘stronca’ in due calici, potete concedervi il terzo e il quarto. L’acidità che rende così bevibile questo vino è tipica nei vini del nord italia e si apprezza solitamente nei bianchi. Se vi piace questa caratteristica abbinata alle qualità  dei rossi, allora dovete provarla. Vabbé basta con la sviolinata, a me piace un sacco, non c’è altro da dire.

Luca Gonzato

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MiVino 2019

Alla mostra mercato dei vignaioli e dei vini biologici e naturali di Milano. Eccomi di nuovo nel grande spazio sociale Base in via Bergognone. Sono un centinaio gli espositori presenti. Si può degustare ed acquistare direttamente. Sono quasi tutti dei piccoli produttori che per la maggior parte non conosco. Questo aspetto è un vantaggio, mi consente di muovermi tra i banchi con la medesima curiosità.

Appena entrato cerco con gli occhi le bottiglie con gabbietta e i bianchi, giusto per iniziare con i vini più leggeri, ma a catturare la mia attenzione sono il sorriso e gli occhi chiari di Lina della cantina Cascina Bandiera. Leggo Derthona su una bottiglia e penso al vitigno Timorasso e alla zona del Tortonese. Si mi fermo. Lina mi propone una mini verticale di uno dei loro vini bianchi, il Sansebastiano. Non vuole dirmi il vitigno, provo a nominare i bianchi tipici piemontesi e lei sorride scuotendo la testa. Versa il primo vino, annata 2015. Si sentono note che via via diventeranno più evidenti e una notevole sapidità, ma qui siamo ancora a profumi giovani di limone e fieno. Poi la 2014 e la 2013, si sente il corpo che prende forma e gli aromi si intensificano. Mi ricorda anche il Timorasso per certe note minerali ma non lo è. Arriviamo alla 2007 e alla 2006 con Lina che mi spiega di quanto tempo abbiamo bisogno questi vini bianchi per esprimersi. Annuso, assaggio e cerco di ricordare cosa mi ricorda. C’è sempre un minimo di imbarazzo e paura di dire una grande fesseria di fronte a chi quel vino l’ha fatto, ma Lina è una persona che percepisci subito come ‘amica’ e quindi mi lascio andare dicendole che mi ricorda certi Chablis e a questo punto annuisce. In testa esclamo ‘cazzo è lo Chardonnay’ e le dico che è veramente buono, che di fronte alla banalità di tanti Chardonnay questo ha una personalità incredibile. Le ultime due annate sono strepitose, corpo, rotondità, frutto giallo maturo, miele e soprattutto questa vena sapida e minerale. Un bianco di grande complessità che nell’annata più lontana, la 2006, trova la sua migliore espressione. Sarà poi una delle tre bottiglie che acquisterò a fine giornata. A questo punto assaggio anche il Derthona 500 nelle annate 2016, 2015 e 2013. Grandi anche questi e allo stesso tempo bisognosi di lungo affinamento. Però c’è tutto, compresi quei bei sentori che riportano agli idrocarburi che sono tipici dei vini da uve Timorasso. Un vitigno riscoperto qualche anno fa e che tra gli appassionati è un cult. Se vi piace il Riesling renano ma non conoscete il Timorasso provatelo, purché abbia qualche anno sulle spalle di affinamento. Peccato che Cascina Bandiera produca solo 3000 bottiglie totali dei loro tre vini. Hanno anche un interessante Pinot Nero, il Castelvero. 

Bell’inizio, mi piace già questa fiera dove oltretutto, come Sommelier Ais, ho usufruito di uno degli ingressi gratuiti. Guardo intorno su quale banco spostarmi e individuo Eraclio, un amico assaggiatore Onav accompagnato a sua volta da due suoi amici e mi unisco a loro. È più divertente degustare in compagnia ed infatti la giornata passerà in un lampo tra un calice, un’osservazione tecnica e una risata.

Proviamo a dare un senso alla degustazione andando ad assaggiare gli Spumanti metodo classico di Colle San Giuseppe. Siamo in zona di Mompiano (BS), da cui prendono il nome queste bollicine. Testiamo con piacere il Brut (2 anni sui lieviti), il Pas Dosé (30 mesi) e la Riserva Pas Dosé (60 mesi). Pas Dosé significa che non ha residuo zuccherino, il più secco nella classificazione degli spumanti. Questi sono tutti ottenuti da uve Chardonnay e Pinot bianco, fermentate con lieviti autoctoni. Apprezziamo molto i Pas Dosé, affilati come lame e ricchi di aromi. Nella Riserva si percepisce una piacevole avvolgenza e morbidezza che si bilancia perfettamente con la punzecchiatura alla lingua delle bollicine. Gran bel  Franciacorta!, ops, non si può dire e nemmeno lo è, siamo fuori dall’area della denominazione ma in fondo molto vicini per quanto riguarda la qualità del risultato. Poi vedo la scritta Nebbiolo e rimango sbalordito, come? …mi raccontano del precedente proprietario che, amante dei nebbioli di Langa, aveva deciso di impiantarlo e così hanno continuato a produrlo. Al diavolo la sequenza assaggiamolo. Niente male, elegante e dai profumi puliti di piccoli frutti rossi, il tannino è ancora vivace in questa bottiglia del 2012, del resto il Nebbiolo è un vino che si apprezza sulla lunga distanza. 

Dalla Lombardia passiamo alla Calabria per assaggiare i vini di Cirò (Kr) della cantina Brigante. Tante belle espressioni del vitigno Gaglioppo. Ci cattura in primis il color rosa cerasuolo intenso e brillante del Manyari, tanta fragranza e intensità aromatica. Segue l’altro rosato, lo Zero, dal bel packaging in carta che avvolge la bottiglia. Zero perchè ha zero solfiti, zero lieviti selezionati e zero filtrazioni. Un vino vero, di sostanza, che però è anche bello da vedere e verrebbe voglia di portarlo a qualche cena milanese di fighetti che si presentano con lo ‘champagnino’ rosé da 300€. Pam, sul tavolo, un po’ come Chef Rubio quando si piazza a tavola nelle locande per camionisti. E se poi compare il sapientone di turno che alza il sopracciglio con sufficienza esclamando ’no io bevo solo rossi’, potresti sfoderare una bottiglia di 0727 Cirò Classico Superiore. Muti tutti perchè è davvero tanta roba. Quelle tartine anemiche del buffet dovrebbero sparire e lasciar posto a salamelle e costine alla brace. …bello il ricordo di questo vino ma mi mangio le dita per non essermi portato a casa una bottiglia.

Seguono vari assaggi che tralascio e arrivo alla cantina Terre di Gratia di Camporeale (PA), tra le migliori in assoluto di oggi. Tutti i suoi vini mi sono piaciuti. Dal Cataratto, fresco e fruttato, al Rosé Dama Rosa da uve Perricone che ci ha fatto immaginare abbinamenti con pesce crudo. Gran rosé che abbiamo apprezzato ancor di più per il fatto che poco prima ne avevamo assaggiato uno terribile al gusto solforosa (sarà solo quella cantina tra tutte a deludere, ma non vi dico quale era). Proviamo anche i rossi, un bel Syrah con sottili note speziate e un Nero d’Avola in cravatta da mettere su una tovaglia bianca ad accompagnare sottili fette di roast beef. C’è poi il Perricone in purezza (altro vino acquistato), tanto tanto buono ed unico come caratteristiche gusto-olfattive. Uno degli aromi ricorda il rabarbaro, quello delle caramelline quadrate che, non si sa come, hanno imperversato per anni in tutta la penisola. Su questo vino dico solo che lo metto sul podio dei rossi bevuti oggi. Ne parlerò prossimamente quando degusterò con calma la bottiglia acquistata (stay tuned). 

Altra interessante realtà scoperta è quella di Cà del Prete con i giovani e ‘un pochino folli’ ragazzi che si sono inventati un metodo classico a base Barbera. Cavoli, ti fa sorridere, ma non per la stravaganza, quanto per il risultato che è molto più che piacevole. C’è la bellezza del fruttato rosso fragrante tipico della Barbera associato all’anidride carbonica che lo esalta e alle note di pane sullo sfondo. Ottimo anche il rosato Malvé frizzante extra dry.

Gli ultimi assaggi li ho dedicati ai vini con residuo zuccherino. In particolare segnalo l’ottima Malvasia, sia secca che passita, di Fenech Francesco dell’Isola di Salina. Poi volevo assaggiare i Sauternes della cantina francese Chateau Pascaud ma c’era la fila e quindi mi sono spostato all’ultimo banchetto, quello di una cantina di Pantelleria. Gran scelta perchè vi ho trovato il Bagghiu, un gran Zibibbo passito, dagli spiccati aromi di albicocca e miele. La Cantina produttrice è quella di Antonio Gabriele… è così che la terza ed ultima bottiglia è finita nello zainetto. 

MiVino è stata una gran bella manifestazione che spero si ripeta l’anno prossimo. C’è sempre sete di vini sani e naturali come questi, poi la possibilità di conoscere tanti piccoli produttori con le loro perle vinicole non ha prezzo. Bravi agli organizzatori! Però la prossima volta non dimenticate di dare una sacchetta porta calice, perchè è comoda e utile per chi vuole scattare una foto o prendere un appunto senza avere il calice tra le mani.

Luca Gonzato

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