Mongris 2018, Marco Felluga

L’approccio olfattivo a questo Pinot Grigio è floreale e delicato mentre in bocca arriva potente, minerale, sapido, con sensazioni fragranti di erba tagliata, mela acerba, si allunga poi su toni più caldi e rotondi che ricordano il fieno, la pietra focaia e frutti maturi come l’ananas. Mi piace la progressione e l’evoluzione in bocca che va dalla freschezza iniziale alla rotondità cremosa finale. Il volume alcolico è del 13,5%. Mongris sta per Monovitigno e Gris (grigio). Marco Felluga si trova a Gradisca d’Isonzo in Friuli, a due passi dal confine con la Slovenia. È il Collio Goriziano, con i suoi terreni marnosi stratificati con l’arenaria, la famosa ‘Ponca’ che dona ai vini una tipicità ‘minerale’. Un bel vino bianco che si adatta facilmente a pietanze diverse oltre al solito pesce. Ha un buon rapporto qualità/prezzo, si trova sui 12€. La vinificazione è in acciaio, riposa circa sei mesi sui lieviti e poi in bottiglia. Il Mongris 2018 è una bella bottiglia per iniziare a scoprire il Collio.

Luca Gonzato

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Tenuta Fontanafredda

Entrare in Fontanafredda è come fare un tuffo nel passato, tutto qui traspira storia. Da quella più lontana, agli albori del Barolo, fino alla più recente con la nascita del movimento Slow Food. 

Il nome Fontana Fredda rimanda a documenti del 1700 che indicano una valletta fresca e ricca di fonti, di cui una che alimentava il pozzo e il sottostante laghetto ancora presenti nella tenuta. Gli edifici a righe del borgo sono distintivi delle proprietà Sabaude. Re Vittorio Emanuele II che divenne possessore nel 1858 donò la tenuta alla sua amante preferita, di umili origini, la ’Bela Rosin’ (Rosa Vercellana), conferendole anche il titolo di contessa di Mirafiore e Fontanafredda, che tra l’altro sono le due linee di vini prodotte ancora oggi.

Vittorio Emanuele II, la Bella Rosina e il loro figlio Emanuele Guerrieri. Immagini dal museo di Fontanafredda.

Dall’amore del re con la Rosina nacquero Guerrieri Emanuele (poi divenuto conte di Mirafiori) e Maria Vittoria. A loro, nel 1860 vennero intestate le proprietà. Fu Emanuele che nel 1878 diede slancio alla produzione. Grazie alla passione e alle innovazioni introdotte, ad esempio quella dei condotti che permettevano i travasi senza dover caricare in spalla e trasportare il vino nelle sale d’invecchiamento sottostanti, la cantina visse anni di splendore.

Il borgo contemplava in sé tutto il necessario per la vita di una trentina di famiglie. Dal panificio alla scuola, fino agli spazi di svago del dopolavoro. L’attività principale era ovviamente legata alla produzione del vino, le cantine storiche sono tra le più belle al mondo. Impressionante il susseguirsi di botti e il cunicolo sotterraneo che collegava le zone di vinificazione a quelle di affinamento.

La tenuta conobbe in seguito anni di declino, anche per la terribile Fillossera che negli anni 30 distrusse i vigneti. La proprietà passò poi al Monte dei Paschi e il marchio ‘Casa E. Di Mirafiore’ alla famiglia Gancia. Nel 2009 la tenuta e i marchi sono stati acquisiti dal fondatore di Eataly, Oscar Farinetti, il quale ha  riportato allo splendore questo incredibile luogo.

L’ingresso dell’enoteca

La Fontanafredda di oggi conserva nel migliore dei modi gli edifici storici e il museo ma è anche un luogo di incontro, cultura e svago. È sede della Fondazione Mirafiore, vi sono diversi ristoranti, un hotel e spazi per incontri di lavoro e degustazione, inoltre nell’edificio principale è presente una bella enoteca dove acquistare tutti i vini prodotti in Fontanafredda e da Borgogno (altra cantina di proprietà dal 2008). 

Uno dei luoghi più affascinanti di Fontanafredda è la ‘Rotonda’, attuale zona di affinamento con centinaia di barrique, un tempo era il fulcro della cantina, dove avveniva la pigiatura e la vinificazione. Qui ebbe luogo, nel 1986, la prima riunione di quel gruppo di amici capitanati da Carlin Petrini che diedero poi vita al movimento di Slow Food.

L’ingresso al Bosco dei pensieri e a destra il pozzo di Fontana Fredda

Altro luogo speciale è il ‘bosco dei pensieri’, dove poter passeggiare nella quiete tra piante secolari ed ammirando le colline vitate. Sono 122 gli ettari totali di Fontanafredda, di cui 100 di vigneti (78 intorno al borgo), 10 tra borgo e cantina e 12 di bosco. 400 le famiglie di contadini che conferiscono le uve a Fontanafredda. Il tutto nel rispetto del territorio  e all’insegna di uve sane con certificazione biologica. I vini prodotti sono tanti, spumanti, bianchi e soprattutto rossi con le varietà tipiche piemontesi. Ovviamente il Nebbiolo è l’uva principe e le sue declinazioni in Barolo trovano diverse espressioni.

La casa della Bela Rosin, oggi sede del Guido ristorante

All’interno della tenuta, nello stellato ‘Guido ristorante’, ho avuto il piacere di degustare il Barolo ‘La Rosa’ 2013. Un Barolo importante tra i migliori simboli vinicoli di Fontanafredda, votato nel 2008 da Wine Spectator tra i 100 migliori vini al mondo.

Vigna La Rosa si esprime con grande eleganza e corpo, complice anche l’annata calda del 2013. Ai tipici profumi floreali di viola e rosa si associano un bel frutto rosso in confettura e sentori di sottobosco. Le note di affinamento in legno (3 anni) regalano un tannino vellutato e sentori di legni pregiati. Complesso e morbido come seta sulla pelle. Questo Barolo accarezza la lingua regalando una piacevolezza che si allunga snocciolando tante piccole sensazioni aromatiche. La Rosa accompagnata dalla faraona arrosto dello chef Ugo Alciati sono qualcosa di magico.

Nella tenuta Fontanafredda, anche per le dimensioni e la notorietà, non ci si può aspettare quell’atmosfera ‘raccolta’ tipica di altre cantine del Barolo però vale davvero la visita. È un luogo che fa capire bene quanta storia ci sia dietro al Re dei vini e quanto, un tempo, il lavoro avesse un valore ‘Alto’ che portava a condividere gli stessi spazi ed obiettivi, come in una grande famiglia, quella di Fontanafredda.

Luca Gonzato

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Ettore Germano, viticoltori dal 1856

Tornare tra le colline delle Langhe, patrimonio dell’umanità, è sempre un piacere. Questa volta il mio interesse mi ha portato a Serralunga d’Alba, uno degli 11 comuni del Barolo, nella storica cantina ‘Ettore Germano’, viticoltori dal 1856. A condurre l’azienda sono Sergio Germano con la moglie Elena ma nelle retrovie si sta già formando la quinta generazione. Ad accoglierci troviamo Simona, un’amministrativa che si occupa anche dei clienti, simpatica e preparata ci accompagnerà nella visita e nella degustazione.

Immagini di Sergio Germano all’ingresso

Il profumo di mosto arriva pungente dal piano inferiore, la vendemmia è stata fatta solo un paio di settimane fa. Nella zona di affinamento dei vini sono presenti botti di dimensioni diverse, barrique, tonneaux e botti grandi che arrivano ai 2500 litri.

Interessante vedere alcuni campioni di terreno provenienti da quattro cru, danno immediatamente l’idea delle diversità che caratterizzeranno poi anche i vini. 

Campioni di suolo dei Cru di Cerretta, Prapò, Lazzarito e Vignarionda.

I suoli della zona di Barolo sono famosi per le marne, stratificazioni formatesi milioni di anni fa nel Miocene, quando qui c’era un mare. Il formarsi delle colline ha quindi mischiato i terreni creando infinite variabili di terreno. Da Germano, nel Cru Cerretta, si trova la marna di Sant’Agata (Tortoniano), il colore tende al grigio/blu, il terreno è calcareo/argilloso; il Cru Prapò è calcareo/argilloso con strati di arenaria; il Cru Lazzarito è calcareo con presenza di una vena ferrosa e di calcio; in Vignarionda è calcare marnoso.

La sala di degustazione di Ettore Germano

Ci spostiamo poi nella sala di degustazione al piano superiore da cui si ha accesso a una grande terrazza sulle vigne. Si potrebbe godere di un bel panorama sulle colline ma purtroppo il clima è tipicamente autunnale con quella nebbiolina mista a pioggia polverizzata.

Nell’ampia sala sono presenti le belle carte tridimensionali di Enogea e i due ‘vangeli’ delle MGA così si possono vedere e comprendere sia la posizione dei Cru che le altitudini e le esposizioni. 

Le mappe 3D del Barolo DOCG e di Serralunga d’Alba a destra

Nel frattempo Simona ha preparato i calici ed iniziamo la degustazione con uno spumante metodo classico da uve di Nebbiolo al 100%. Si chiama Rosanna (nome della madre di Sergio) ed è un extra brut, affina sui lieviti per circa 18 mesi. È molto fine ed elegante con un bel finale dolce. Bella sorpresa, avevo assaggiato altri spumanti da Nebbiolo ma nessuno mi aveva mai conquistato, questo sì. 

Il secondo assaggio è la Nascetta, tipico vitigno bianco piemontese, dimenticavo di dire che Sergio ha introdotto la coltivazione di uve bianche, i vigneti si trovano però in Alta Langa a Cigliè. Questa Nascetta è decisamente particolare per complessità aromatica, conserva una bella freschezza ed acquista sentori più minerali anche grazie all’affinamento in anfora. Altro assaggio il Binel (significa gemello in piemontese), un blend di 85% Chardonnay e 15% Riesling, piacevole anche questo con note burrose, morbide e fruttate tipiche dello Chardonnay ed arricchite dai sentori evolutivi tipici del Riesling.

A questo punto, dopo che avevo manifestato la mia curiosità su questo vitigno, Simona ci fa la sorpresa di farci assaggiare anche l’Hérzu 2011, Riesling 100%. Mi si allarga il sorriso, qui i sentori di idrocarburi danzano con il frutto in un contesto di acidità che mantiene la bocca pulita e pronta ad accogliere un nuovo sorso. Grande, potente, lunghissimo nella persistenza, peccato che le scorte siano finite e non si possa acquistare. Passiamo ai rossi iniziando da una Barbera d’Alba superiore ‘della Madre’ del 2016, si percepisce un bel frutto rosso maturo e le note di tostatura in legno (tonneaux per 1 anno), vaniglia, cacao. Anche qui l’acidità lo rende facilmente bevibile. Ed ora il Nebbiolo 2018, vinificato con una breve macerazione sulle bucce. Sorprende perchè mi aspettavo tutt’altro ed invece mi trovo a degustare un vino elegante, sottile, più vicino ad un rosé che a un nebbiolo strutturato. Piacevole proprio per la sua finezza, da riprovare come aperitivo.

Arriviamo ai Baroli, Prapò 2014, Cerretta 2014 e Lazzarito riserva 2012. Un crescendo di piacevolezza e complessità che rende pienamente l’idea di questo territorio di Serralunga. I legni sono usati sempre con discrezione e finalizzati ad armonizzare più che ad aggiungere aromi. Come affinamenti, il Prapò fa botte grande per due anni, risulta ancora fresco, tannico, complesso negli aromi di frutti rossi e neri e tostatura. Il Cerretta mi è sembrato più pronto, con un tannino più vellutato, affina due anni in tonneaux da 700 litri. Bel Barolo anche questo. Infine la riserva Lazzarito, il cru con le vigne più vecchie, circa 80 anni. Qui il piacere è tanto, se nei precedenti era l’austerità e la verticalità ad imporsi, qui sono la familiarità e la rotondità ad arrivarmi come un abbraccio. Le uve fanno una lunga macerazione di quasi due mesi e poi affina in botte grande quasi 3 anni e minimo due anni in bottiglia. Corpo ed eleganza rendono questo Barolo una vera eccellenza. Un ultimo sguardo alle colline sorseggiando nuovamente i Baroli rimasti nei calici e già mi spiace dover andar via. Bella visita e grazie di cuore a Simona per l’ospitalità e la simpatia. Complimenti a Sergio che anche se non ho potuto conoscere di persona mi ha trasmesso attraverso i suoi vini una personalità forte, legata alle tradizione quel che serve e aperta a nuove interpretazioni, penso al Langhe nebbiolo e allo Spumante rosé ma anche all’interessante via intrapresa con l’introduzione dell’anfora.

Luca Gonzato

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Chianti Classico 2019, Milano

Il Chianti Classico ieri è stato a Milano in pompa magna, 60 produttori e oltre 200 etichette a rappresentare l’antico Consorzio nato nel 1924 e soprattutto un dei vini rossi più rappresentativi dell’Italianità. Il Gallo nero ha riempito con il suo canto la grande sala del Westin Palace e come ad un concerto si sono ascoltati dei brani fantastici. Il Sangiovese era il leader ma hanno avuto spazio anche i coristi, Canaiolo, Colorino, Merlot, Cabernet Franc.. ed in qualche caso hanno anche sorpreso con degli assoli. Difficile dire cosa era meglio, il livello di qualità medio era davvero alto ma qualcuno mi ha catturato più di altri.

La mia compilation del cuore di Chianti Classico:

Castello Vicchiomaggio (Greve in Chianti)

  • Guado Alto 2017: 90% Sangiovese, 10% Canaiolo
  • Riserva Agostino Petri 2015: 90% Sangiovese, 10% Cabernet S.
  • Gran Selezione La Prima 2016: 90% Sangiovese, 10% Merlot

Badia a Coltibuono (Gaiole in Chianti)

  • Riserva Badia a Coltibuono 2015: 90% Sangiovese, 10% Canaiolo, Ciliegiolo, Colorino
  • Riserva Cultus Boni 2015: 80% Sangiovese, 20% Ciliegiolo, Colorino, Canaiolo, Mammolo, Fogliatonda, Malvasia nera, Sanforte, Pugnitello.

I Sodi (Gaiole in Chianti)

  • IGT Toscana Vigna Farsina 2013: 100% Sangiovese
  • IGT Toscana Soprasassi 2015: 100% Canaiolo

Castello di Ama (Gaiole in Chianti)

  • Gran Selezione San Lorenzo 2015: 80% Sangiovese, 13% Merlot, 7% Malvasia nera
  • Riserva Castello di Ama 2008: 80% Merlot, 20% Merlot, Malvasia nera, Cabernet Franc

Dievole (Castelnuovo Berardenga)

  • Riserva Novecento 2016: 95% Sangiovese, 3% Canaiolo, 2% Colorino
  • Gran Selezione Vigna di Sessina 2015: 100% Sangiovese

Marchesi Antinori (San Casciano in Val di Pesa)

  • Riserva Marchese Antinori 2016 Tignanello: 90% Sangiovese, 10% Cabernet Franc
  • Riserva Villa Antinori 2015: 90% Sangiovese, 10% Cabernet Sauvignon

Rocca delle Macìe (Castellina in Chianti)

  • Riserva Famiglia Zingarelli 2016: 90% Sangiovese, 5% Colorino, 5% Cabernet Sauvignon
  • Gran Selezione Riserva di Fizzano 2015: 90% Sangiovese, 10% Merlot
  • Gran Selezione Sergio Zingarelli 2015: 100% Sangiovese

In conclusione, un ringraziamento a tutti i produttori presenti, al Consorzio del Chianti Classico ed infine ad AIS Milano che ci offre la possibilità di partecipare a questi banchi di degustazione.

Purtroppo non mi è stato possibile assaggiare tutto e mi scuso con quelli che certamente hanno vini eccellenti ma non compaiono in questo post. …Spero di ampliare presto la compilation pubblicando il Volume 2.

Luca Gonzato

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Pinotage 2017, MAN

Pinotage 2017 di MAN Family Wines. Il Pinotage è un vino ed un vitigno rosso tipico del Sudafrica. Incrocio varietale tra il Pinot Nero e il Cinsaut (vitigno Francese), ottenuto nel 1925, in Africa, dal professor Abraham Izak Perold. La scelta di questa etichetta è abbastanza casuale, avevo voglia di un Pinotage ‘nuovo’ al mio palato e leggendo la storia del nome mi sono incuriosito. MAN deriva dalle iniziali di Marie, Anette e Nicky, le mogli dei tre amici che hanno fondato la cantina. Per dirgli che sarebbero stati occupati tutti i weekend hanno pensato bene di dedicargli il nome della cantina. Loro sono José Conde, Tyrrel Myburgh e Philip Myburgh. Tre famiglie che, sebbene la loro storia romantica del nome, hanno dato vita a un colosso che esporta in 25 paesi.  I vigneti si trovano nella zona più vocata del Sudafrica, a circa 50km da Cape Town e dall’oceano, nelle winelands, a metà strada tra le rinomate località di Stellenbosch e Paarl. Che se fossimo nelle langhe piemontesi sarebbe come dire tra Barolo e Barbaresco. Ma veniamo al vino, anzi alla bottiglia dove è raffigurato un paesaggio tipico delle winelands, il tappo è Stelvin (a vite). Vino dal bel colore rosso rubino, sprigiona profumi di frutta rossa come ciliegie e fragole e una nota vegetale/balsamica. Rigirandolo nel calice con più vigore si possono sentire cose particolari, a me ricorda l’incenso, il boisé. Ho l’acquolina in bocca, non aspetto oltre. È fragrante, quasi croccante nella sensazione… ora mi tornano in mente altri Pinotage, quella caratteristica che credo sia tipica e che mette insieme delle note tendenzialmente vegetali con quelle terziarie più vicine al cuoio, l’humus, la vaniglia. Una personalità ‘forte’ senza dubbi, a me piace un sacco. I tannini sono ben integrati e questo 2017 conserva una piacevole freschezza. Caldo con il 14° di vol. alcool. Finale lungo dove mettere in fila sensazioni aromatiche. Leggendo su un sito francese, tra i percettori di questo vitigno viene citato il caramello e, ‘cavolo’ è vero!, c’è anche questo, penso alla crema catalana, quel brulè sopra, mix di dolce amaro. Oltre che buono è stato anche un acquisto non troppo costoso, online sui 10€. Viene consigliato con cibi speziati, carne di maiale affumicata, selvaggina e pizza. ….Pizza oh yes! confermo.

Luca Gonzato

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Buttafuoco Cerasa 2017, Picchioni

Hai presente quando “the balls turning around and around” per il lavoro che ti è toccato fare 😖 e pensi solo a tornare a casa e poterti dedicare a un buon bicchiere di vino rosso? 

Il Cerasa di Picchioni, morbido e vellutato è perfetto per riportare l’asticella dell’umore in una situazione di equilibrio. I suoi sentori di frutti polposi sono quasi masticabili, così anziché masticar nervoso puoi sentire la fragranza di ciliegie, rose rosse e liquirizia Haribo a rotelle 🤣. 

Il sapore ti rimane in bocca a lungo e quando sta per finire hai già voglia di un altro sorso. L’ho apprezzato tra uno straccetto di carne e un’altro 🥩 (è solo mercoledì, mica potevo fare uno spezzatino). 

Ha il 13,5% di volume alcolico, è caldo e tannico il giusto. È un Buttafuoco (tipico vino lombardo dell’Oltrepò Pavese), rosso fermo ma energizzante almeno quanto un energy drink 🤩 …o forse sono ancora le “balls”.

Comunque buono e consigliato, è di quei vini fatti bene, sano, biologico. Costa sui 10/11€. Uvaggio di Croatina, Barbera e Ughetta di Solinga (Vespolina). 

Ora, a bocce ferme, mi godo la serata. 😘

Luca Gonzato

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Albarossa

Che bel nome per un vino, epico ed intrigante. L’Albarossa non è molto conosciuto, forse per la sua giovane età (si fa per dire), è nato nel 1938. Anno in cui il Professor Giovanni Dalmasso ha incrociato due tipiche varietà piemontesi, la Barbera e lo Chatus (detto anche Nebbiolo di Dronero). Il nome Albarossa, è un omaggio alla città di Alba. La sua breve storia, fino ad oggi, vede nel 1977 l’iscrizione al Registro nazionale dei vitigni, nel 1990 gli studi condotti nel centro sperimentale vitivinicolo della Tenuta Cannona a Carpeneto. Nel 2001 è entrato a far parte delle varietà adatte alla coltivazione in Piemonte e dopo un decennio ha ottenuto la Doc. Come appassionato trovo l’incrocio di Dalmasso molto interessante, è una bella sintesi delle qualità che maggiormente apprezzo in un vino rosso, carattere e longevità. 

I produttori di Albarossa sono circa 85 e 18 tra questi si sono associati nell’Albarossa Club per promuoverla nel mondo. Uno di questi 18 produce la bottiglia che ho appena stappato. Si tratta di Michele Chiarlo, un produttore con vigneti nelle Langhe, in Monferrato e nel Gavi, credo non serva dire altro visto il successo dei suoi vini tra gli appassionati.

Questa Albarossa è del 2015, solo 4 anni di affinamento, pochi se si pensa che potrebbe tranquillamente raggiungere il traguardo del decennio. Il colore è rosso rubino scuro, luminoso e consistente nel calice. Profumi di more, prugna, spezie, sottobosco. Le vigne da cui provengono le uve sono quelle di La Serra, un vigneto che visto in foto, sul sito, è incredibile, sembra un anfiteatro romano. Ecco da dove arriva l’ispirazione del disegno in etichetta. In bocca è robusto e caldo (14% di vol. alcolico), fruttato con sensazione polverosa, fine, elegante. Affina un anno in botte grande. Acidi e tannini sono ancora ben presenti e lasciano pensare ad un ulteriore margine di miglioramento. Bella la parte fruttata che rimane a lungo in bocca e il finale speziato che sembra pepe. Un vino che richiede una pietanza di valore, vista la stagione penserei ad esempio ad uno stufato con polenta o al gran bollito. Dopo un’oretta dalla stappatura, il vino si è pienamente aperto, comunica armonia e piacevolezza. Cerco un confronto con altre Barbera e Nebbioli piemontesi assaggiati ma trovo solo in parte delle corrispondenze. Qui, la cosa bella è trovarci la personalità e l’autorevolezza di un bel nebbiolo miscelati insieme alla fragranza di una barbera. Il prezzo è sui 12€. Se amate i rossi piemontesi, l’Albarossa vi può regalare belle sensazioni.

Luca Gonzato

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Il Malbo Gentile di TerraQuilia

Malbone 2014 TerraQuilia. A dare corpo a questo vino sono le uve del Malbo Gentile, un vitigno autoctono dell’Emilia Romagna. In questo caso ci troviamo nelle colline Modenesi, a 500m di altitudine, nel comune di Guiglia. La cantina TerrAquilia (terra di Guiglia), il cui nome ricorda la presenza romana in queste zone, lo coltiva e vinifica in modo naturale (biologico e vegano certificato) dal 2007. È una realtà giovane, se si pensa ad altre cantine, ma ha nel suo DNA la presenza di antiche uve e modalità di produzione. Infatti la bandiera di Terraquilia sono i vini rifermentati in bottiglia.

Io sono rimasto incuriosito da questo Malbone, un vino rosso fermo che volevo scoprire. Alla vista mostra tanta sostanza colorante e consistenza. Anche a distanza si percepisce il profumo vinoso e fragrante di piccoli frutti rossi e neri. Bella la nota balsamica mentolata e i sentori terrosi. In bocca è beverino, fresco, tanta mora e mirtilli. Tannini equilibrati e lieve sapidità. La vinificazione è in acciaio con lieviti autoctoni. Non è molto persistente ma si apprezza per altre doti, in particolare la fragranza e l’acidità che lo rendono beverino. Come abbinamento ho pensato ad un pasticcio al forno ma andrebbe benissimo una carrellata di salumi e formaggi della zona e naturalmente lo gnocco fritto. Il costo è sui 14€. Lo definirei un ‘vino conviviale’ per la capacità di farsi piacere. Anche il volume alcolico, contenuto al 12% lo rende perfetto per accontentare una tavolata di amici. Bella scoperta questo autoctono modenese.

Luca Gonzato

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Il Grande Cannonau

Il Grande Cannonau, ieri sera si è presentato in 7 fantastiche versioni. A guidare la degustazione e la conoscenza dei diversi terroir, il mitico Pres. Onav Vito Intini.

1. Tenores 2015 Tenute Dettori, un cannonau atipico dal nord della Sardegna, Sennori (SS). Qualcuno ha borbottato per i sentori potenti e non proprio finissimi. Dal canto mio, che invece già conoscevo questa cantina e il suo stile naturale/biodinamico, l’ho apprezzato e riassaggiato più volte durante la serata riscontrandone una continua evoluzione ed apertura. Si discosta totalmente dagli altri e se avete voglia di un cannonau di grande impatto questo fa per voi. Frutta macerata, prugna, liquirizia nera e note balsamiche a vagonate (~35€).

2. Irilai 2014, Nepente di Oliena Classico della Cantina sociale di Oliena. Eleganza e compostezza, note terrose e ferrose. Ventaglio aromatico ricco di spunti, dalla rosa appassita al frutto di ciliegia e alle spezie dolci. 2 anni in botte grande. (~15€).

3. Pro Vois, Nepente di Oliena Riserva 2010, cantina Fratelli Puddu. Passa in barrique francesi per un anno. Uno degli assaggi che ho più apprezzato, la barrique è usata con capacità e regala al vino una bella armonia e rotondità. Olfatto elegante, grafite, erbe aromatiche, macchia mediterranea (~30€).

4. Mamuthone 2016, Giuseppe Sedilesu. Probabilmente l’etichetta che in questi anni ha fatto conoscere il cannonau nel mondo. Ricco e persistente con le sue note di frutta rossa macerata. Fine ed equilibrato. Belle sensazioni minerali e sapidità. Da Momoiada, dove i terreni sono con prevalenza di sabbie da granito rosa (~15€).

5. Ballu Tundu, Riserva 2014, Giuseppe Sedilesu. Da vigne centenarie a piede franco. Grande cannonau nel podio della serata. Sentori di marmellate, grafite, petalo di rosa, cacao…  armonico, elegante, tanta roba. Solo 8000 bottiglie prodotte. (~28€).

6. Barrosu Riserva Franzisca 2016, Giovanni Montisci. Premetto che avevo qualche pregiudizio su questo cannonau rinomato tra i ‘winelover’, sarà che ne ho tanto sentito parlare e alla fine, anche per il costo, ne sono sempre stato alla larga preferendo altre etichette. Oggi però mi cospargo il capo e dico che è uno spettacolo. Di quei vini che ti trasportano lontano con l’immaginazione. È l’insieme, l’armonia, il carattere, più dei singoli sentori di rosa, cipria, macchia mediterranea ecc.. mi ha persino ricordato un’altro vino eccellente, il Kupra di Oasi degli Angeli… sarà che in fondo il vitigno Bordò è un parente del Cannonau. Se scovate una bottiglia di riserva Franzisca non fatevela scappare, vino eccellente, top della serata (~65€).

7. Châteauneuf du Pape Lieu Dit Pignan 2016, Pierre Henri Morel. Un Grenache 100% (il nome francese del vitigno cannonau). La differenza con i nostri cannonau è enorme, più colore, più corpo…  no vabbé lasciamo perdere che questo è un’altro pianeta. Comunque buono, anche troppo (~40€) .

Grazie Onav

Luca Gonzato

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Alt Scheidt 2017, Peter Lauer

Alt Scheidt 2017, un Riesling dalla Weinhaus Peter Lauer in Mosella (Germania). Spettacolo di vino per un aperitivo oppure per iniziare una cena che vedrà salire pari passo la struttura del cibo con quella del vino.

Leggero e di gran classe. All’olfatto sono già evidenti i precursori aromatici di idrocarburi e polvere da sparo, è un 2017 e si potrebbe (bisognerebbe) aspettare qualche anno di evoluzione  ma già adesso ha tanto da raccontare.

Il primo sorso regala un bel mix di mineralità sapida insieme ad aromi fruttati freschi di susine, agrumi come mandarino e  pompelmo, frutti esotici, litchi. Con il suo 10,5% di volume alcolico risulta particolarmente piacevole da bere e non stanca, gli aromi sono in giusta misura. Bel Riesling che consiglio di assaggiare, il prezzo è sui 15€.

Luca Gonzato

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Il Merlot di Kabaj

Merlot 2011 Kabaj. Grande espressione di eleganza in questo rosso da uve di Merlot macerate per 30 giorni ed affinate per quattro anni in barrique. Il ventaglio olfattivo è davvero ricco, dai sentori balsamici ai frutti in confettura di ciliegia e prugna. Fanno capolino note di cacao e liquirizia.

La morbidezza e rotondità si apprezza grazie ad una bella base acida e a tannini evoluti. A colpire è però l’equilibrio e l’armonia che lo rendono unico. Un Merlot Sloveno che può stare a testa alta a fianco di un merlot di Pomerol. Più che ad un abbinamento con il cibo penso a qualcosa che possa accompagnarlo senza aggiungere o togliere niente, lui è già ottimo così. Dei grissini torinesi possono bastare ma se la fame è tanta sfiderei una fiorentina.

Luca Gonzato

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La Gaina di Montelio

La Gaina 2018

Interessante vino ottenuto da un vitigno che non conoscevo, l’Uva della Cascina. Antico vitigno autoctono della valle Staffora in Oltrepò Pavese. È stato recuperato grazie al Professor Attilio Scienza dell’Università di Milano. All’Azienda Agricola Montelio il merito d’averlo messo a dimora nelle sue vigne e vinificato. Il nome La Gaina significa ‘la gallina’ in dialetto lombardo ma potrebbe anche voler dire ‘la sbornia’, essere ‘in gaina’ cioè brilli (a ricordare l’andamento incerto delle galline), ma la gallina in etichetta è quasi certamente legata al pollame che da sempre popola le aie dei poderi agricoli, più che all’eccesso dell’inebriante nettare. Ha comunque il 13,5% di volume alcolico.

Veniamo alle caratteristiche: il colore ha toni rubini intensi ed una consistenza quasi impenetrabile. I profumi vanno dal vinoso ai piccoli frutti neri di more, ribes, poi la prugna. Evidente una vena speziata e qualcosa che rimanda all’inchiostro. In bocca domina un frutto selvatico con nota amarotica e speziata. Gli aromi sono persistenti in un finale piacevolmente amarotico. I tannini ci sono ma sono in secondo piano rispetto all’acidità che caratterizza questa ‘gaina’. Sicuramente ha una personalità unica che la rende facilmente abbinabile a piatti con tendenza dolce, penso ad esempio a carni in agrodolce, risotto alla zucca o più semplicemente ai salumi tipici della zona dove la grassezza richiede un vino con buona acidità.

Vista su una delle colline vitate di Montelio

La storia di Montelio arriva da molto lontano, è da metà del 1200 che in questo podere, chiamato ‘grangia’ poiché forniva il sostentamento al Monastero di San Senatore, viene coltivata l’uva. La svolta produttiva è però arrivata intorno alla metà dell’800 con l’acquisto dei terreni da parte dell’Ing. Angelo Domenico Mazza che diede inizio alla produzione di vini a marchio Montelio. Ad oggi sono 30 gli ettari vitati con varietà sia bianche che rosse. Il comune è quello di Codevilla in provincia di Pavia.

Tornando al vino degustato, sono pienamente soddisfatto e felice d’aver scoperto l’Uva della cascina. Comunque più che una gallina mi ricorda un gallo, di quelli piccoli e impettiti che cantano a squarciagola e non hanno paura di confrontarsi con gli altri galli, anche quelli belli grossi tipo ‘Cabernet’. Da scoprire.

Luca Gonzato

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Petite Arvine 2018, Grosjean

Con il ritorno del caldo ci voleva proprio un bianco di quelli che, come lame ghiacciate, ti rinfrescano il palato e lo spirito. La scelta è andata su un valdostano da uve autoctone di Petite Arvine. Un vitigno che amo particolarmente per la personalità unica che trasmette. Immagina un vino bianco, la montagna, l’aria pulita, i fiori in primavera e il fresco delle sere d’estate sopra i 1000 metri. Racconta molto di questa regione e della viticoltura eroica che la caratterizza. Il Petite Arvine è un vitigno che si adatta particolarmente bene al clima freddo di questa zona montuosa e che riesce a trasferire nel vino quella mineralità che sembra ricordare le pietre bagnate dai torrenti che scendono verso valle. 

Nel caso di Grosjean, ci troviamo in zona Quart (AO), nel vigneto Rovettaz, collocato a 550 m di altitudine con esposizione a sud. I suoli sono sabbiosi e calcarei. Nel calice si presenta brillante e profumato di fiori bianchi con sentori fragranti di frutti tropicali delicati ed agrumi. L’ingresso è fresco e minerale. Gli aromi fragranti persistono in bocca, una leggera sapidità accompagna un sorso sempre piacevole ed elegante. Apparentemente risulta ‘leggero’ e grazie alla sua acidità si beve con facilità, ma non lasciatevi ingannare perché è comunque un vino di corpo, con il 13,5% di volume alcolico. Il 30% di questo vino affina in barrique per 6 mesi e questo contribuisce al corpo oltre che a smussare gli angoli e donargli un eco di morbidezza burrosa. Idealmente è da servire freddo per apprezzare le sue doti fragranti, perfetto come aperitivo ma lo vedrei bene anche con un risotto ai formaggi. Il costo è leggermente sopra la media (sui 18/20€) ma giustificato dalle ‘fatiche’ della viticoltura nei pendii valdostani. Da provare.

Luca Gonzato

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Vini Vintage, Cannonau Jerzu

Cannonau di Sardegna “Vintage” della Società Cooperativa Vitivinicola Jerzu. In realtà la cooperativa ora si chiama “Antichi Poderi di Jerzu”. Come zona ci troviamo in Ogliastra nella provincia di Nuoro. Il comune di Jerzu è posto a circa 500m d’altitudine, le vigne si trovano nei fondovalle su suoli di origine alluvionale. Il mare è a soli 20 km.

Jerzu è una delle sottozone più vocate del Cannonau Doc, insieme a Capo Ferrato e Oliena. Questa bottiglia mi è stata regalata e non riporta l’annata né in etichetta, né in fascetta. Confrontandola con quelle viste online posso ipotizzare che sia dei primi anni 70. Il tappo è integro ed esce con facilità, non ci sono odori strani e dopo averne versato un calice lo lascio arieggiare una buona mezz’ora.

Il colore è intenso, rosso rubino-granato. Limpido, con bei riflessi di luce, forse è più giovane di quel che penso. A vederlo è in piena salute. Al naso è intenso con bei sentori di cacao, corteccia, humus, piccoli frutti sotto spirito. Qualche nota eterea, ma anche di carne macerata e speziata. Un bel vino da annusare a lungo. Più passa il tempo e più si apre liberando profumi di macchia mediterranea, erbe aromatiche e bacche nere. All’assaggio conferma la parte olfattiva, ingresso rotondo ed avvolgente, si aggiungono profumi che ricordano il catrame, le prugne nere appassite e le viole. Il tannino è vellutato, l’acidità lo sostiene ancora bene. Percepibile la nota alcolica del 13,5%. Wow, ad ogni sorso arriva qualcosa di nuovo, legni antichi, sandalo, vaniglia. Mi rendo conto d’aver espresso fin troppe direzioni aromatiche ma vi assicuro che è raro avere sotto il naso un vino che si apre con un ventaglio aromatico così ampio. Interessante anche come si allunga, dal frutto alle note evolutive, chiudendo su sentori di cacao e amarene sotto spirito. Chiudo gli occhi e immagino di stare sotto un portico in Ogliastra, con Il sole che cala e il porceddu che gira lento sullo spiedo. Non chiederei altro. Riapro gli occhi e il colore del cielo ricorda le divise dell’esercito italiano nella prima guerra mondiale, è Milano. Il profumo che arriva è quello della pizzeria egiziana e i suoni che sento sono quelli di macchine e tram. Mi consolo con un altro calice…

Luca Gonzato

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Châteauneuf du Pape

L’ultima tappa del mio Wine Summer Tour 2019 è nella Valle del Rodano, poco sopra Avignone, in un comune il cui solo nome evoca grandi vini, Châteauneuf du Pape. Regno del vitigno Grenache (da noi lo chiameremmo Cannonau, in Spagna Garnaccia), che insieme ad altre varietà dà origine a vini di grande personalità.

La cittadina, con il suo castello, è stata residenza estiva dei Papi di Avignone. Del Castello, che si trova in cima alla collina, ne è rimasta intatta solo una facciata. Da lì si può vedere il Rodano che scorre placido nella vallata, a nord il panorama è una distesa di vigneti.

Salendo al Castello si può visitare la bella cantina sotterranea di Verger Des Papes, oltre 200mq scavati nella roccia e una cinquantina di etichette di varie annate che si possono acquistare. In uno degli anfratti c’è una piccola saletta con gabbie metalliche, etichettate con i nomi dei proprietari, in cui sono custodite bottiglie d’epoca. La visita è gratuita.

Il paese si percorre facilmente a piedi, c’è solo l’imbarazzo della scelta sulla cantina dove fermarsi a degustare. All’ufficio del turismo è disponibile una mappa dei vignerons, sia in paese che in tutta l’area della denominazione.

In visita alla cantina Moulin-Tacussel ho degustato come primo vino uno Châteauneuf du Pape Blanc 2018 composto da Grenache blanc 40%, Roussanne 30%, Clairette 10%, Bourbulenc 10%, Picpoul 5% e Picardan 5%. Vinificato in acciaio. Un bianco prodotto in sole 1500 bottiglie che faccio fatica a decifrare in quanto ero già settato per assaggiare i rossi e questo è stato una sorpresa. Una bella sorpresa, visto che mi è piaciuto per la complessità aromatica. Mi ha ricordato un viticoltore del Collio che raccontava della tradizione di vinificare insieme le uve bianche delle proprie vigne nelle quantità che avevano disponibili. Il secondo vino è un Châteauneuf du Pape rosso del 2015, l’uvaggio è di Grenache noir 70%, Mourveèdre 10%, Syrah 10% e il restante suddiviso tra Cinsault, Counoise, Muscardin e Vaccarèse. Vino affinato in barrique seminuove. Un rosso importante con ancora belle note fragranti e note di tostatura. Il terzo vino è l’Hommage à Henry Tacussel, lo Châteauneuf du Pape dedicato al fondatore, è un Grenache al 100% dalle vigne storiche nelle migliori parcelle. Armonico e completo, affina in barrique per un anno. Un gran vino di cui riparlerò in un prossimo articolo dedicato.

La seconda fermata d’assaggio l’ho fatta in una piccola Cave sulla strada principale. Nel calice un Lacoste-Trintignant, Cuvée des Jeune Filles 2016, Grenache 100%, molto intenso nella parte aromatica e di gran corpo, forse pecca un pochino in finezza. Per la cifra a cui viene venduto (oltre 60€) mi aspettavo qualcosa di più armonico. L’altro vino, la Reserve Cardinalys era invece eccellente, però guardando il listino ho notato che costava oltre 90€. A quel punto ho guardato meglio e nessuno dei vini era venduto sotto i 50€. Di solito acquisto almeno una bottiglia se faccio una degustazione gratuita ma in questo caso ho preferito alzarmi, ringraziare e uscire.

Poi, per grazia, sono finito al punto vendita del Domaine Père Caboche. Qui ho trovato una gentilissima signora che mi ha fatto conoscere i loro vini partendo da uno Châteauneuf du Pape rosso nelle annate 2016 e 2017 con uvaggio di Grenache 70%, Syrah 15% e Mourvèdre 5%. Aromi di frutti di bosco, spezie e un tannino integrato. Bel vino che ho preferito nell’annata 2017. Anche per l’altro vino propostomi, nelle annate ’16 e ’17, lo Châteauneuf du Pape Elisabeth Chambellan, ho preferito il 2017. In questo secondo, l’uvaggio è diverso, 13 i vitigni usati. La parte del leone la fa ovviamente la Grenache con l’88%, poi un 10% di Syrah e infine gli altri (Mourvèdre, Cinsault, Clairette, Vaccarèse, Bourboulenc, Roussanne, Grenache Blanc, Counoise, Muscardin, Grenache gris e Terret noir). Un vino generoso, con sentori di confettura e fiori passiti, toni di cuoio e legni pregiati. Profondo, lungo. In questa cantina ho potuto acquistare un paio di bottiglie a cifre ragionevoli sui 25/30€.

In conclusione, Châteauneuf du Pape vale una sosta sia per la visita al castello da cui si può godere del panorama, sia per qualche assaggio e acquisto. Avendo più tempo sarebbe sicuramente interessante visitare e degustare nelle cantine fuori dal centro abitato e poi spostarsi verso nord seguendo il corso del Rodano. Ci vorrebbe una vacanza intera solo per questa zona e non mezza giornata come è successo a me.

Luca Gonzato

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La bottiglia e la sua famiglia

Informazioni pratiche e curiosità sulle bottiglie da vino.

Principali tipologie di bottiglie. Infografica ©dipendechevino

Quella della bottiglia è un’evoluzione che ha accompagnato la storia del mondo. Dall’anfora georgiana di 8000 anni fa al vetro arrivato a noi attraverso i fenici e diffusosi in tutto l’impero romano. L’invenzione della bottiglia in vetro, per contenere il vino, avvenne in Inghilterra nel 1652 per merito di Sir Kenelm Digby. Le prime bottiglie erano di forma sferica, tozze e con un collo più o meno lungo. Ci vorrà quasi un’altro secolo per arrivare alla bottiglia dalla tipica forma slanciata che conosciamo oggi.

Le Bottiglie si sono evolute in forme, spessori e colori diversi, in base al tipo di vino che avrebbero dovuto contenere. Ad esempio la forma bordolese è specifica per trattenere, prima dell’ingresso del vino nel collo della bottiglia, durante la mescita, i residui di affinamento decaduti sul fondo. Più slanciata la borgognotta dove tipicamente, il Pinot noir e lo Chardonnay hanno meno problemi di residui. L’alsaziana diventa più slanciata così come la renana, entrambe dedicate a vini bianchi e limpidi della valle del Reno.

Esempi di bottiglie, da sinistra: Bordolese ‘cubana’, Bordolese ‘piccola’ o ‘stretta’, Renana, Alsaziana, Borgognotta trasparente, bottiglia del Consorzio dei vini del Collio

Ci sono poi bottiglie dove prevale l’aspetto estetico, che hanno dato una forte personalità e riconoscibilità al vino contenuto, penso all’anfora del Verdicchio o la pulcianella che ha reso famoso il Mateus portoghese e l’Armagnac francese. In Italia abbiamo avuto il fiasco toscano a rendere esportabili e famosi i vini toscani. Qui però era una questione di salvaguardia durante il trasporto sui carri.

Le tre bottiglie più diffuse e l’indicazione delle parti che compongono una bottiglia.

Le forme di bottiglia più diffuse sono le bordolesi, le borgognotte e le champagnotte. In Italia meritano una menzione la piemontese albeisa, simile alla borgognotta e la recente bottiglia dal collo stretto adottata dal Consorzio del Collio. Le bottiglie per champagne/spumanti hanno un vetro più spesso per resistere alla pressione interna che può superare le 6 atmosfere (la stessa pressione di uno pneumatico da camion).

Le bottiglie brevettate di Villa Sparina, Travaglini e Ferghettina

I vini giovani, da consumare nell’annata, come ad esempio i rosé o alcuni bianchi, sono spesso presentati in bottiglie trasparenti per mostrare la bellezza del colore del vino. Di solito i vetri sono di colore scuro, in tonalità che vanno dal verde al marrone, per proteggere il vino dalla luce. Ci sono poi casi particolari, come il famoso Champagne Crystal, dove viene usato un vetro trasparente ricoperto all’esterno, da una pellicola che scherma la luce. Oppure le bottiglie brevettate da singole cantine, che hanno reso riconoscibili e famosi i propri vini, ad esempio quella di Villa Sparina per il suo Gavi, Travaglini per i suoi Nebbioli oppure quella dello spumante Ferghettina

Classificazione francese delle bottiglie. Infografica ©dipendechevino

Per quanto riguarda la dimensione e la quantità di vino che possono contenere le bottiglie, i francesi hanno creato degli specifici formati, multipli della bottiglia da 0,75 l. Prendendo in analisi le bottiglie di Bordeaux, Borgogna e Champagne, a parte il ‘quartino’ e la ‘mezza’, si passa dalla bottiglia alle successive: Magnum di 1,5l (corrisponde a 2 bottiglie); Jeroboam  3l (4 bott.), a Bordeaux la 3l è chiamata Double magnum mentre la Jeroboam bordolese è di 4,5l; la Réhoboam di 4,5l (6 bott.); la Mathusalem di 6l (8 bott.), a Bordeaux viene chiamata Impériale, la Salmanazar di 9l (12 bott.), non presente a Bordeaux; la Balthazar da 12l (16 bott); la Nabuchodonosor da 15l (20 bott.); la Salomon da 18l (24 bott), chiamata Melchior a Bordeaux. In Champagne sono presenti anche il formato Souverain da 26,25l (35 bott.); il Primat da 27l (36 bott.) e il Melchisédech da 30l (40 bott). 

Il significato dei nomi delle bottiglie:

Jéroboam: Da Geroboamo, nome del primo Re del regno di Israele, separato da quello di Giuda dopo la morte di re Salomone (difese il suo regno da Roboamo).

Réhoboam: Da Roboamo, figlio di Salomone, primo Re di Giuda quando alla morte del re Salomone il Regno di Giuda e Israele si divise in due regni rivali.

Mathusalem:  uno dei patriarchi citati nella Genesi, celebre per la sua longevità che nella Bibbia ammonta a 969 anni.

Salmanazar: Da Salmanàssar, nome di cinque Re Assiri. Salmanàssar I (1273-1274 A.c.) conquistò l’Armenia e la Mesopotamia settentrionale e fondò la città di Kalkhu (Nimrud).

Balthazar: l’origine del nome è incerta ma si ritiene che derivi dal nome di uno dei Re Magi, Baldassarre (anche se nella bibbia non vi sono riferimenti). Probabile invece che il riferimento sia all’ebraico Belsha’ṣṣar che nella Bibbia è citato come re di Babilonia, figlio di Nabucodonosor.

Nabuchodonosor: Deve il nome a Nabucodonosor II, re babilonese che regnò tra il 604A.c. e il 562 A.c., valoroso generale che conquistò Gerusalemme. Al suo regno risalgono le fortificazioni di Babilonia e la ziqqurat (torre di Babele). Alla sua storia si ispirò Verdi con l’opera del Nabucco.

Melchior: Deriva dall’ebraico Melki’or e significa ‘il mio re è luce’. Il nome è un riferimento ad uno dei tre Re Magi, Melchiorre.

Salomon: Da Salomone, Re d’Israele, figlio e successore di Re David. A lui si deve la costruzione del tempio di Gerusalemme.

Souverain: Il ‘sovrano’ nome dato dalla maison di Champagne Taittinger che realizzò questo formato di bottiglia per il battesimo della nave più grande al mondo (al momento della costruzione e per tonnellaggio), la “Sovereign of the sea”, il 16 gennaio 1988.

Primat: Questo nome deriva dal latino gallo-romano ‘primate’, primato, di prim’ordine. La bottiglia è stata inventata nel 1999 dalla maison di Champagne Drappier, celebra le origini gallo-romane della prima vigna piantata ad Urville. Stando alle informazioni del sito di Drappier, hanno l’esclusiva di questo formato.

Melchisédec: Nella Bibbia, re cananeo di Salem, probabilmente Gerusalemme. Offrì pane e vino ad Abramo e lo benedisse.

La Melchisédech, che corrisponde a 40 bottiglie normali è la bottiglia più grande prodotta in serie. Ma la più grande in assoluto al mondo (guinnessworldrecords), misura un’altezza di 4,17 m e 1,21 m di diametro, riempita con 3.094 litri di vino. È stata realizzata da André Vogel in Lyssach, Svizzera, il 20 ottobre 2014. Tutte le bottiglie che ho in cantina non basterebbero a riempirne una così, ne servirebbero 4125.

Luca Gonzato

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Le “Bolghereise”

Villa Donoratico 2016, Bolgheri, Tenuta Argentiera.

Rosso toscano composto da uve di Cabernet sauvignon 50%, Merlot 30%, Cabernet franc 15%, Petit verdot 5%. 

Tenebroso e compatto nel calice regala profumi intensi di more e ciliegie, viole, cuoio. Entra fresco in bocca, con frutti maturi al punto giusto, si allunga come polpa di ciliegia che si scioglie lentamente in bocca affiancato da note morbide di legno, nel finale una nota vegetale e una chiusura di liquirizia. 

Equilibrato e vellutato nei tannini. Fa un anno di barrique, in perfetto stile bordolese. Questo Bolgheri si dimostra generoso ed appagante. 

La Tenuta Argentiera, che deve il nome alle antiche miniere d’argento, si trova a Donoratico (LI), da lì non si vede la Garonne ma il mar Tirreno, decisamente più bello. A parte la battuta, è un bel esempio di eccellenza vinicola italiana. Il costo è corretto, poco meno di 20€.

L’abbinamento con il cibo andrebbe alle carni, penso ad una tagliata al rosmarino oppure ad un grosso hamburger di manzo ma sognerei di provarlo con un’anguilla stufata nel vino rosso a ricordare la ‘Lamproie à la bordelaise’.

Luca Gonzato

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Languedoc-Roussillon: il Minervois

Nel Minervois, zona vinicola (Aoc-Aop) del Languedoc-Roussillon, la regione a sud della Francia che arriva fino alla Spagna. Il Minervois, posto ad una cinquantina di chilometri dal mare, fa parte del dipartimento dell’Aude (fiume che l’attraversa).

Il Canal du Midi a Homps

A poca distanza dall’Aude, passa il ‘Canal du Midi’ (patrimonio mondiale Unesco), che è anche chiamato ‘Canal des Deux Mers’ (canale dei due mari) perché collega l’Atlantico al Mediteraneo. Nella prima parte il collegamento è attraverso il fiume Garonne e da Tolosa al Mediterraneo con il Canal du Midi.

I terreni del Minervoise sono di ciottoli, arenarie, scisti o calcari alternati a marna calcarea e arenaria. A nord-ovest, vicino a Caunes-Minervois, sono presenti vene di scisto e di marmo rosa. Il clima è mediterraneo con influenze oceaniche e inverni freddi. Le estati sono calde e con frequenti giornate ventose. I vini di questa denominazione sono tipicamente da uve di Syrah, Grenache e Carignan ma si può trovare anche del Mourvèdre, Cinsault, Terret, Aspiran e Piquepoul. Nei bianchi Marsanne, Roussanne, Maccabeu, Bourboulenc, Clairette, Grenache Blanc, Vermentino, Picpoul e Muscat petits grains.

Dei bianchi ho assaggiato uno Château de Ventenac, Minervois. Annata 2018, blend di Marsanne, Borboulenc e Muscat petits grains. In sottofondo ci sono le note floreali tipiche del moscato, ma in bocca, nei sentori retronasali, prevale un frutto estivo, il melone in particolare (sull’etichettta si parla di albicocca). È abbastanza leggero e di facile beva. Ideale con pesci grassi ma anche con le ‘mules’ (cozze) che qui si trovano dappertutto. 

Allo Château Vergel Authenac di Ginestas, piccola cantina dove alloggio in questo tour estivo della Francia, ho assaggiato un bianco e un rosso. La dimora conta solo su sei ettari vitati dati in gestione ma il proprietario che ha acquistato il podere circa otto anni fa, mi racconta che erano 250 gli ettari. La dimora è per buona parte dismessa e in attesa di ristrutturazione ma lascia intravedere un passato glorioso. Le premesse non sono granché ma assaggiando i vini capisco che queste poche vigne mantenute producono ancora qualcosa di speciale. Entrambi vengono vinificati in acciaio e poi imbottigliati. Il rosé è ottenuto da una breve macerazione di uve Grenache. Fresco e con un bel frutto rosso che ricorda la fragola. Il rosso è un Syrah 50%, Grenache 30% e Carignan 20%. Anche qui prevale la fragranza del frutto ma si può sentire del floreale di rosa e note di pepe bianco e note di tostatura, cacao e liquirizia. Armonico nel complesso, chiederebbe una ‘viande’ d’accompagnamento.

Nella cittadina di Homps, è presente la Maison du Vin e numerosi punti vendita dove si può acquistare vino, ci passa il Canal du Midi ed è meta turistica con il suo porticciolo dove attraccano i battelli in navigazione tra i due mari. Arrivando da Ginestas ci si inoltra verso nord, nell’entroterra, il paesaggio collinare è quasi completamente a vigneti.

Alla Maison du Port en Minervois, ogni giorno di questo periodo vacanziero (agosto), viene messa in degustazione una diversa cantina delle circa 50 presenti. Io ho trovato Château d’Agel e degustato i loro rossi. I primi due affinati in vasche di cemento e il terzo in barrique. Mi piacciono sempre i vini passati in cemento o anfora, mantengono i frutti freschi e regalano sensazioni minerali e di ampiezza gustativa. Questi sono vini da mettere in tavola ogni giorno, non troppo impegnativi ma molto piacevoli. Discorso diverso per ‘In Extremis 2014’, blend di Syrah 60% e Grenache 40%. Vino ottenuto dalle parcelle migliori, è grande, morbido ed armonico, dai frutti neri a note floreali di viola fino alle note del legno che lo rendono ampio. Un rosso per le grandi occasioni.

Sono poi stato, sempre ad Homps, nel punto vendita di Chateau Fauzan, azienda con 50 ettari, posta su un plateau argillo/calcareo a 350m slm, nel dipartimento dell’Aude e Hérault. Qui la degustazione è stata di tutta la linea di vini che producono. Come alla maison du Port ho trovato tanta gentilezza e disponibilità. Marie ha messo in fila le bottiglie e una dopo l’altra me le ha presentate.

Tutti ottimi vini ma a sorprendermi sono stati lo Chardonnay Bonelli 2016, elevato in barrique per 18 mesi. Gusto fresco, rotondo in bocca, lunghissimo. Non è un vitigno tipico della zona ma il risultato che ne hanno ottenuto è fantastico. Tra i migliori ‘bianchi’ assaggiati in questo tour. Poi il “La Balme 2014”, un Syrah 100%, affinato 18 mesi in legno, molto equilibrato con aromi di mora, pepe nero e cuoio. E il terzo, altro vitigno non proprio tipico della zona, un Pinot noir. Qui ci ritrovo tutta la finezza e l’eleganza che contraddistinguono questo vitigno. Sono davvero felice di portarmelo a casa e degustarlo prossimamente, con tutta la calma e la quantità necessaria (stay tuned).

Il mio passaggio nel Minervoise si conclude in un ristorante a La Somail, sul Canal du Midi. Per accompagnare la cena ho scelto un rosso, biologico, 2018, del Domaine des Maels. Assemblaggio di Grenache 33%, Carignan 33%, Syrah 33 %. Un vino ‘tosto’, con un volume alcolico del 14%. Frutti rossi polposi e note di affinamento di cacao, legni, liquirizia. Bel vino anche questo, robusto.

Non credevo di trovare dei rossi così ‘corposi’ nel Languedoc ed invece a contraddistinguerli è proprio la potenza che raggiungono. I suoli e il caldo estivo, che ho potuto sentire di persona, insieme alla vicinanza del mare e dei fiumi, fanno maturare le uve con molti zuccheri che poi si trasformano in un notevole volume alcolico. Questa Regione è un puzzle di terroir tutti da scoprire. Bello vedere le analogie tra questo territorio e quello della Sardegna dove si trovano due vitigni uguali ma dal nome diverso, il Cannonau (corrisponde alla Grenache), e il Carignano (Carignan).

Carcassonne

Nel Minervoise, a differenza di altre zone più rinomate, si possono trovare dei buonissimi vini a buon prezzo. Se avessi un’enoteca verrei sicuramente qui per un mese a selezionare i migliori. Altro motivo per visitare la zona è la cittadina di Carcassonne con la sua splendida città/fortezza medievale.

Luca Gonzato

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Il Floc e l’Armagnac

Nel sud ovest della Francia, in visita al Domaine de Paguy a Betbezer d’Armagnac. Una tenuta storica del XVI secolo, di 12,5 ettari nel Bas-Armagnac, che insieme a Tenereze e Haut Armagnac formano il trittico produttivo del distillato di vino (acquavite) Armagnac. Probabilmente il distillato più antico al mondo, se ne hanno tracce storiche dal XII secolo.

Il Domaine de Paguy

Il Bas Armagnac è la zona migliore di produzione, nel Tenereze si hanno Armagnac più ‘duri’ e nell’Haut Armagnac sono pochi i produttori. Eauze è considerata la capitale dell’Armagnac.

La prima scoperta di questa bellissima zona, detta Nouvelle Aquitaine, ma conosciuta come Gascogne, è il Floc. Una bevanda da consumare nell’arco di un paio d’anni che è composta per due terzi dal succo d’uva non fermentato e per un terzo da Armagnac. Il Floc è la bevanda tipica dell’aperitivo, viene prodotta sia in bianco che in rosso. Nel rosso fanno capolino note di frutti rossi come la fragola mentre nel bianco prevalgono i sentori floreali e fruttati bianchi. Ha comunque una gradazione di 17 gradi ma servito fresco, soprattutto d’estate, è molto buono ed è davvero lontano dai vini tradizionali fortificati ed ossidati. Personalmente preferisco il bianco.

Le uve del Floc e dell’Armagnac sono l’Ugni Blanc (corrisponde all’italiano Trebbiano), il Folle Blanche, il Colombard e il tipico Baco. A François Baco si deve questo ibrido diventato tipico nella zona ed incrociato nei primi anni del 900 in cui la Fillossera mieteva specie vinicole in tutta europa. 

Per la produzione dell’Armagnac, dopo la fermentazione delle uve si passa ad una distillazione continua. Da 6 litri di vino si ottiene un litro di distillato. Per essere un vero Armagnac si superano i 40 gradi di volume alcolico.

Marianne, con passione, porta avanti la tradizione di famiglia

Al domaine de Paguy, dopo la distillazione, si passa all’affinamento nella ‘Chai’ (cantina) in botti da 530 litri di quercia francese chiamate ‘Piece’. Qui restano per due anni e due mesi, dopodiché fanno passaggi su botti sempre più vecchie che hanno sempre meno scambio d’aria con l’esterno.

A distanza di 10-15 anni vengono fatte le cuvée e l’imbottigliamento. Diciamo che finché il distillato resta nelle botti si arricchisce di aromi e si ammorbidice poi una volta imbottigliato non c’è più nessuna evoluzione. Quindi attenzione alla data di imbottigliamento perché magari vi viene venduta una bottiglia di 20 anni che però è stata imbottigliata 10 anni prima e non si è arricchita come una che all’opposto è rimasta fino a poco prima in botte. Ovviamente più è il tempo trascorso in legno e più il costo sale. C’è da considerare che soprattutto nel primo passaggio in botti nuove vi è una notevole ‘evaporazione’ e quindi perdita di contenuto, la cosiddetta ‘parte degli angeli’. Le pareti della bottaia di Paguy sono annerite proprio da questa parte sacrificata agli angeli.

Le pareti annerite dall’alcool evaporato

In degustazione ho assaggiato Armagnac di 10, 15 e 20 anni. È stato bello vedere come la complessità cambiava, in particolare tra 10 e 15 anni. Vaniglia, cacao, buccia d’arancia, albicocca passita, sono alcuni degli aromi che mi è parso di identificare. 

Alcune bottiglie d’epoca e vecchie damigiane, fanno da sfondo i numerosi titoli ricevuti

Come ci spiegano, per essere un buon Armagnac non deve bruciare in gola ma scaldare la bocca. È così, non sono un amante di super alcolici ma questo Armagnac mi ha convinto e conquistato al primo sorso. Caldo, complesso negli aromi, tanto da farti immaginare seduto in poltrona a sorseggiarlo d’inverno. Lo vedo come un potente anti stress in grado di svoltarti la serata.

Ho preferito il 15 anni, più rotondo e morbido rispetto al 20 anni, che paradossalmente era più imponente e duro. Il 10 anni era buono ma dopo aver assaggiato gli altri risultava troppo giovane ed aggressivo per il mio palato. 

A parte la degustazione, ho capito che quella dell’Armagnac è una tradizione magnifica, una passione che non ha poi un riscontro economico tale da compensare gli sforzi e l’immobilizzazione di un bene per così tanto tempo. Vi invito ad assaggiarlo e sostenere il consumo (moderato) di questo magnifico distillato della Gascogne. Poi se avete occasione di passare in Armagnac dovete assolutamente fermarvi in questo posto magnifico dove si può anche alloggiare. Marianne e la sua famiglia sono splendidi.

Luca Gonzato

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Sfumature di Bordeaux

Le vigne fuori le mura di St Èmilion

Bordeaux, l’aerea vinicola più grande al mondo, il luogo dove alcuni dei vitigni più conosciuti trovano la loro massima espressione. Parlo di Merlot, di Cabernet Sauvignon e di Cabernet Franc. Ma non dimentichiamo i bianchi, in particolare il Sauvignon Blanc e il Semillon. Gli spumanti Crémant di Bordeaux e i vini dolci di Sauternes e Barsac. Un universo, quello di Bordeaux dove l’uva è al centro di ogni cosa.

Per dare un’idea delle dimensioni di questa zona vinicola, i numeri riportati sulla guida 2019-2020 dell’ufficio del turismo bordolese sono:

  • 645 Milioni di bottiglie commercializzate ogni anno
  • 20 bottiglie di Bordeaux vendute ogni secondo nel mondo
  • 123000 ettari di vigne
  • più di 5000 Château
  • 52 cantine cooperative
  • 4,4 milioni di visite ogni anno nelle cantine

Il mio tour inizia da una delle zone simbolo del Merlot, Saint-Emilion, nella parte nord ovest del Bordeaux, lungo il fiume Dordogne. La cittadina è un piccolo gioiello, quest’anno festeggia 20 anni dalla sua proclamazione di patrimonio mondiale Unesco.

Vicino alla cattedrale c’è la sede del consorzio viticoltori dove è possibile degustare e acquistare. Si susseguono i negozi di vino, sembrano boutique e fanno bella mostra di etichette altisonanti.

Fuori da uno di questi negozi era presente un display con le quotazioni delle bottiglie più rare e rinomate. Numerose anche le enoteche dove poter degustare. Intorno alla cittadina i vari ‘settori’ di vigne.

In questi giorni d’agosto c’è parecchia gente ed anche trovare da parcheggiare non è stato semplice però è sicuramente un posto dove fermarsi a fare una visita.

Vigne tra St Èmilion e Pomerol

La tentazione di vedere dove fossero quei famosi Chateau è stata troppo forte e sebbene non vi fosse possibilità di visitarli ho comunque voluto vedere dove si trovavano le vigne. Parlo di Pomerol, a nord di Saint-Emilion e degli Chateau Cheval Blanc e Petrus. Cantine leggendarie i cui vini arrivano a costare migliaia di euro a bottiglia.

Si respira nell’aria che ci si trova in luoghi particolari, tutto è molto curato e le vigne tenute come giardini, vige una ricerca assoluta di qualità.

Gli Château si susseguono su ogni strada percorribile di questa zona, la tentazione di fermarsi è incessante.

La Dordogne a Libourne

Spostandosi a Libourne ho potuto vedere da vicino il fiume Dordogne, marrone, limoso. Ha percorso centinaia di chilometri dal Massiccio centrale a qui, superando foreste immense e portando con sé un patrimonio di sostanze minerali che andranno ad arricchire il suolo bordolese.


Vigne nella zona di Entre-deux-Mers

Tra i due fiumi, Dordogne e Garonne c’è la Aoc di Entre-deux-Mers, qui i terreni sono più sciolti, limosi e sabbiosi, dominano i vitigni bianchi di Sauvignon Blanc, Sémillon e Muscadelle.

L’Abbazia di La Sauve-Majeure

Vale la visita l’imponente struttura dell’Abbazia di La Sauve-Majeure. All’ingresso è anche presente la “Maison des vins”, enoteca dove si possono fare degustazioni e acquistare vini a buon prezzo.

Passiamo ora alla visita di uno château nella Aoc di Fronsac. Tra le centinaia di château che avrei potuto visitare, ne ho scelto uno che è certificato sia biologico che biodinamico. Lo Château De La Dauphine.

Lo Chateau de la Dauphine, ora residenza di vacanze della famiglia Labrune, proprietari.

È uno storico Château, costruito nel 1750 dove è passata Marie-Josèphe De Saxe, detta la Dauphine (delfina) di Francia (moglie di Luigi Ferdinando di Francia ‘il Delfino’, figlio di Luigi XV) madre degli ultimi re di Francia tra cui Luigi XVI. La sosta qui, di qualche giorno della Dauphine, ha dato il nome alla proprietà. Il castello è passato di mano varie volte e durante la seconda guerra mondiale, occupato dai tedeschi, è stato completamente svuotato e ne sono andate perse tutte le bottiglie storiche. Nel 1985, François-Régis Marcettau of Brem vendette La Dauphine alla famiglia Moueix di Libourne (Château Petrus, Château Trotanoy e Château Magdeleine). Nel 2000, Jean HAalley, ex leader e co-fondatore del Gruppo Promodes (Carrefour) l’acquisito. A lui e a suo figlio si devono i grandi investimenti volti a migliorare la qualità della produzione e il valore della tenuta. Nel 2015 la tenuta è stata venduta alla famiglia Labrune, fondatrice di Cegedim, una società che opera nel mondo della sanità.

Una parte di vigna, a Merlot, di fronte alla cantina. In fondo, dietro le case e gli alberi, passa la Dordogne.

È del 2015 il primo millesimo certificato biodinamico. Gli ettari coltivati totali sono 53, con uve prevalentemente di Merlot e in percentuale minore di Cabernet Franc. I terreni della proprietà sono molto diversi tra loro, si va da quelli ricchi di sabbia e limo, che si trovano molto vicini al corso del fiume (Dordogna), a quelli prevalentemente d’argilla e calcaree della côte (costa della collina).

Grappoli di Merlot nella fase dell’invaiatura

Come ogni viticoltore biodinamico, anche alla Dauphine i trattamenti sono limitati a rame e zolfo oltre che a nebulizzazioni di tisane naturali a seconda della necessità e del periodo vegetativo. Certo che, come ci spiegano, in questa zona umida e dove le piogge sono frequenti, è dura operare in biodinamica ed infatti non sono tanti i produttori biologici e ancora meno quelli biodinamici. La Cantina è spettacolare, una struttura circolare ‘a caduta’ la prima nel Bordeaux. Al centro arrivano le uve (raccolte a mano in cassette), vengono diraspate per poi passare su una griglia dove gli acini più piccoli (non maturi e troppo acidi) cadono e vengono scartati. Attraverso un nastro trasportatore si passa ad una controllo manuale dove 5/6 persone tolgono gli acini marci o altro materiale che può trovarsi tra i chicchi. A questo punto vanno in macerazione per 3/4 settimane in vasche di cemento con frequenti follature e rimontaggi. La fermentazione avviene con lieviti naturali, quelli presenti sulle bucce. Dopo la svinatura si procede al passaggio delle bucce nelle pressa centrale del piano inferiore della cantina da cui si potrà prendere, se necessario, una piccola parte da aggiungere alla cuvée per mettere la firma Dauphine al vino.

Tutte le parcelle vengono vinificate separatamente e solo alla fine si procede all’assemblaggio. L’affinamento avviene in barrique con 1, 2 o 3 anni d’età e realizzate da diversi produttori. Ne ho viste di almeno tre tipi dove la differenza è il grado di tostatura oltre che la provenienza dei legni. L’impressione è che Dauphine potrebbe produrre un sacco di etichette tra le sue 200.000 bottiglie totali. Magari di ogni Cru ed invece sono solo tre i vini che realizza. Un rosato, Château de La Dauphine Rosé, fresco e semplice da bere, blend di Merlot 80% e Cabernet Franc 20%. Poi un rosso, Merlot 100%, il Delphis de La Dauphine, fruttato e beverino (parlo comunque di un gran Merlot) proveniente dalle vigne più vicine al fiume ed infine, il Top di questa cantina, lo Château de La Dauphine, Merlot 90% e Cabernet Franc 10%, dalle vigne più strutturate che si trovano in collina.

L’affinamento in barrique è di un anno. È un vino molto equilibrato, succoso di frutti rossi e ricco di aromi che vanno dalla vaniglia al cacao fino all’humus e al cuoio. Elegante e persistente, trasmette sontuosità e ampiezza. Costo sui sui 25€. 

Le Canelés de Bordeaux

Una nota finale, a riguardo della vinificazione, tipica di Bordeaux, è l’utilizzo del bianco d’uovo per la filtrazione (il bianco scende verso il basso portando con sé le impurità e le parti solide). A questa pratica si è aggiunta la necessità di sfruttare la parte rossa dell’uovo, il tuorlo, che insieme agli aromi di rum e vaniglia, danno origine al dolce tipico di questa zona, le Canelés de Bordeaux. Ottimo.

La Dordogne nei pressi di Fronsac

Passiamo da Bordeaux, gran bella città con la sua cattedrale, la torre dell’orologio e gli edifici storici.  Si affaccia sul fiume Garonne che è ancora più grande della Dordogne.

La Garonne a Bordeaux

Seguendo il corso del fiume, si arriva alla Cité du Vin, il monumentale museo del vino la cui forma ricorda un enorme decanter.

Dopo una sosta e un giro tra le vie delle città prendiamo la direzione Medoc, meta Pauillac. Nel tragitto c’è il tempo per prenotare la visita ad uno Château di Margaux, non quello più famoso ma comunque il quinto dei Grand Cru classé del 1855, Château Dauzac. Lo raggiungiamo nel pomeriggio, ripercorrendo un pezzo di strada all’indietro ma sulla parte interna, più vicina al fiume.

Si susseguono le vigne e le indicazioni degli Château. A Margaux si uniscono i fiumi Dordogne e Garonne dando vita alla Gironde che sboccherà poi sull’Oceano. Le vigne sono basse, l’orizzonte si allunga e il cielo costellato da piccole nuvolette bianche sembra di poterlo toccare. Qui il Cabernet Sauvignon trova il terreno migliore, una stratificazione di sassi, sabbia e argilla. Materiali trasportati e sedimentati da millenni. 

Château Dauzac è una tenuta di circa 49 ettari, la sede è un gioiello di eleganza e sostenibilità. Il castello, i prati ben curati e i laghetti, la cantina perfetta ed immacolata. La storia è lunghissima, accenno solo che inizia nel 1190 quando il più anziano proprietario di Margaux nel settore vinicolo riceve i terreni da Riccardo 1° (cuor di leone), re d’Inghilterra, conte dei Poitiers, duca di Aquitania, conte di Maine e di Anjou. Nel 1685 il commerciante di vini di Bordeaux, Pierre Druillard, tesoriere di Francia fece diventare i vigneti tra i più belli di Francia. Nel 1700 il Domaine passa al nipote, Jean-Baptiste-Lynch, sindaco di Bordeaux per grazia di Napoleone. Nel 1863, Johnston, proprietario anche di Ducru-Baucaillou crea la prima etichetta gialla. Il direttore della proprietà, Ernest David, sviluppa la famosa ‘poltiglia bordolese’ (fungicida a base di rame), che ha salvato i vigneti dalla rovina e probabilmente la viticoltura mondiale. Nel 1955 la proprietà viene acquistata dal Sig. Bernat, proprietario di Glacierès Bernat. È sua l’idea di introdurre del ghiaccio nelle vasche durante la fermentazione, realizzando così i primi passi della termoregolazione. Nel 1989, dopo il passaggio di Miailhe e Chatellier, il MAIF (società assicurativa francese) prende il castello diventandone l’unico proprietario fino ad oggi.

I vigneti Dauzac sono coltivati per il 30% a Merlot e il restante 70% a Cabernet Sauvignon. Le vigne storiche sono nei terreni più elevati. Un detto della zona è che “i migliori Château devono vedere il fiume”. Qui c’è tutto, terreno stratificato; esposizione ottimale; vista e vicinanza del fiume che porta con sé le correnti d’aria atlantiche. La Cantina è moderna e pulitissima. Spettacolari le botti tronco coniche che possiedono solo loro e Château Petrus. Una nota interessante è quella relativa all’utilizzo di una proteina vegetale derivata dalla patata per la chiarificazione del vino al posto del bianco d’uovo. Questa soluzione conferisce al vino la qualifica di Vino Vegano. Le barrique d’affinamento sono fornite da sei diverse tonnellerie, in parte nuove o al massimo di 2-3 anni. Anche qui sono solo tre i vini prodotti.

In degustazione Labastide Dauzac 2015, cuvée di Cabernet Sauvignon 32% e Merlot 68%. Solo acciaio per questo vino potente ma ancora tannico. L’Aurore de Dauzac 2014 è invece composta dal 70% di Cabernet Sauvignon e 30% da Merlot. Più semplice da bere con un bel frutto fragrante. Il terzo vino è quello che aspettavo di assaggiare, lo Château Dauzac 2016, 68% di Cabernet Sauvignon e 32% Merlot, affinato in barrique nuove per il 68%. Ottimo, starei qui a sorseggiarmene una bottiglia intera. Bel frutto, armonia, rotondità, lunghezza aromatica. Immagino quanto possano essere migliori le bottiglie delle annate precedenti. Questo 2016 è ottimo ma la sensazione è che abbia ancora necessità di qualche anno per arrotondarsi ancora di più e mostrare tutta la sua potenzialità.

Purtroppo una bottiglia come questa costa sui 50€ e se si va alle annate precedenti le cifre praticamente raddoppiano di anno in anno. Da non dimenticare che questi vini sono ricchi di polifenoli, tannini e acidità che gli consentono un lungo invecchiamento. Vini che iniziano ad esprimere il loro meglio dopo almeno cinque anni. Del resto anche al nostro amato Barolo servono anni per indossare il miglior vestito.

La Gironde a Pauillac

Altra tappa in questa zona è Paulliac, sulla Gironde, bella cittadina che si affaccia sul fiume. È un’altra denominazione famosa, posta tra quella di St-Julien-Beychevelle e quella di St Estèphe, ci si trova comunque nell’ampia zona dell’Haut Medoc. Delle grosse bottiglie svettano come fari all’inizio dei pontili che danno accesso al porticciolo. Le acque della Gironda sono fangose e per niente rassicuranti. Immagino i vascelli che risalivano il fiume per arrivare a Bordeaux, quanta storia è passata da qui. La cittadina sembra aver vissuto un periodo di splendore che ora è però solo un ricordo. Sono pochi i turisti che passano da Paulliac. 

Intorno è tutto un susseguirsi di Château e di vigne. Ripenso a St Emilion, i chilometri percorsi tra le colline e i boschi, i tanti laghetti, i villaggi, i grandi fiumi e le foreste. Al centro le vigne, un terroir incredibile dove per poter cogliere tutte le sfumature delle diverse zone, che si riflettono nei vini, ci vorrebbero probabilmente degli anni. Per ora un piccolo assaggio ed un tassello in più nella comprensione di questa zona vinicola.

Luca Gonzato

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