Dipende che Vino

Appunti di degustazione

Gotico 2016, Ciù Ciù

Piceno DOC Superiore – Biologico/vegano

Prendi un cestino e mettici dentro la confettura di ciliegie, le spezie di vaniglia e cacao, passa dal bosco e raccogli qualche muschio, poi sali in collina e accendi Spotify con Sananda Maitreya. Non sai chi è?, ricordi il brano Rain di Terence Trent d’Arby?, è la stessa persona solo che dal 2001 ha cambiato nome. Vive da anni a Milano, quest’anno è uscito un suo doppio album (Pandora’s PlayHouse) che è perfetto per accompagnare le note gustative del Gotico Ciù Ciù e la domenica.

No, non sono in collina, dalla terrazza vedo i palazzi dello Stadera, che se fossero colline vorrei fossero quelle di Offida. Ma mancherebbe il mare e l’Idroscalo è solo un lago artificiale, pista per idrovolanti. L’unico vero legame di questo vino sembra essere il colore rosso che a Milano significa stare a casa per il rischio contagi.

Il rosso Gotico è decisamente meglio, per il 70% di Montepulciano e il 30% di Sangiovese. Due varietà che insieme parlano dell’Italia, di macchia mediterranea e di vini naturali.

Nel Gotico di Ciù Ciù si apprezza la succosità e l’armonia associata ad un corpo robusto e caldo del 14% di volume alcolico. Dettagli che potrebbero essere sintetizzati in due aggettivi, espressivo ed emozionale. I tannini sono setosi e la persistenza è abbastanza lunga da farti immaginare una vacanza nel Piceno.

Da provare.

San Leonardo 2015

Uno vino simbolo è difficile da presentare. C’è una sorta di timore reverenziale, ti fa pensare che qualunque cosa succeda dopo averlo stappato, non saranno ammesse critiche. Sarà senza ombra di dubbio eccellente. È certificato da super esperti di ogni dove e quindi niente, stai schiscio e vedi di far lavorare le papille, anche per l’investimento fatto nell’acquisto. È una delle 71.182 bottiglie prodotte dalla Tenuta San Leonardo nell’annata 2015.

Ladies and Gentlemen, San Leonardo!

Questa cantina attraversa quasi tre secoli di storia e rappresenta una delle pagine più belle dell’enologia Italiana. Un racconto che, parlando del suo vino rosso più conosciuto inizia con la prima annata del 1982. Io ho nel  calice la 2015, una grande annata per il vino italiano. L’uvaggio si rifà alla tradizione Bordolese. Nel San Leonardo spicca una dominanza di Cabernet  Sauvignon al 60%, insieme e  Carmenère 30% e Merlot 10%. La vinificazione avviene in cemento e l’affinamento in barriques per due anni e poi in bottiglia. Il terroir è quello trentino della località San Leonardo di Avio (TN). Le vigne sono a circa 150 m/slm protette dalle montagne e radicate su suoli drenanti e composti da residui fluviali di ciottoli, sabbie e calcari dolomitici. 

Pensare ad un bordolese/trentino mi ha riportato alla memoria il viaggio fatto da  St. Emilion al Medoc ma anche i tanti rossi di questa magnifica regione vinicola che è il Trentino.

Alla vista ha un colore compatto, lascia intravedere sfumature di rosso granato e rubino sui bordi. I profumi parlano con voce calma e pacata di frutti di bosco ed erbe balsamiche. Eleganza e pulizia sono subito percepibili. Pensavo alle note tipiche del Cabernet che qui sono evolute nel migliore dei modi. L’assaggio è dinamico, inizialmente teso ed energico. Gli aromi di piccoli frutti come mirtilli e ribes danzano su sensazioni minerali e sapide. Si allunga sul retronasale con note speziate e balsamiche. Sfuma lentamente tra le guance, accompagnato da un tannino sottile.

Dimostra una gran bella personalità. Ti rimane in bocca con sentori di cacao e sottobosco che ti fanno sentire in gita. Grande armonia e piacevolezza. Il volume alcolico, contenuto al 13%, non opprime e lascia spazio alle fragranze. È un vino che solo per uvaggio e precisione mi ricorda i bordolesi. Il San Leonardo parla di Trentino, di verticalità e mineralità. All’opulenza di tanti bordolesi si contrappone con finezza ed energia, caratteristiche di un terroir ben diverso. Bello vedere come interagiscono e si esprimono in questo grande rosso. Continuo a ripensare a quanto sia buono il Cabernet quando evolve come nel San Leonardo, dove il “vegetale” diventa un distillato balsamico di pura bellezza.

Silene 2019, Damiano Ciolli

Questo vino rosso, Olevano Romano DOC, è ottenuto da un vitigno tipicamente Laziale, il Cesanese di Affile. Amo questo terroir con i suoi terreni di origine vulcanica che conferiscono ai vini un carattere unico. In più, questo Silene, viene vinificato e affinato in cemento, altro materiale che apprezzo nel conferimento di sensazioni minerali ai vini.

Il nome Silene arriva da un fiore molto diffuso in queste zone, il Silene Vulgaris. Nel calice il vino si mostra di un bel rosso rubino che annuncia profumi di fiori scuri come la viola ed erbe aromatiche. L’assaggio trasmette completezza e vitalità. Gli aromi si allargano sui frutti di bosco in confettura e le erbe balsamiche vanno sul retronasale come una caramella Ricola che ti entra nelle narici. Acidità, e tannini composti, aiutano e invogliano l’abbinamento con un cibo grasso e succulento. La componente di sapidità gioca un ruolo importante nel conferire carattere e mantenere vivo il desiderio del nuovo sorso. Che altro dire, è buono, pulito e aperto, di grande bevibilità, succoso e appagante nella progressione e nel finale fruttato.

A Milano e in tante altre località siamo ancora in zona rossa, ma finché c’è la salute e la possibilità di degustare ottimi vini, tutto è sopportabile. Complimenti a Damiano e Letizia per questo Cesanese, e Auguri per i 20 anni di attività vinicola.

Vitovska 2019, Castelvecchio

Il loop cromatico della lombardia è nuovamente sul rosso. Alzo il bianco e scappo nel Carso con questa Vitovska che ho nel calice. Il produttore è l’Azienda Agricola Castelvecchio.

Profuma di fiori di acacia e di erbe aromatiche. All’assaggio è fine, pulita, elegante. Nasce in quella zona dove l’Isonzo inizia a piegare per dirigersi verso il mare, a Sagrado, nel Carso Goriziano. Su terreni di roccia calcarea e di terra rossa ricca di minerali.

Si esprime sugli aromi floreali anche nel retronasale. All’orizzonte si sente un soffio marino e salino. È una Vitovska del 2019. Buona la persistenza in bocca e anche l’equilibrio generale. Le uve sono coltivate in regime biologico e vinificate in acciaio. È una Vitovska delicata rispetto ad altre espressioni molto sapide e spigolose che mi è capitato di assaggiare. Qui prevale la fragranza e la bevibilità. Ne risulta un vino di precisione, perfetto accompagnamento ad un aperitivo di mare.

Barbera 2018, Auriel

Barbera in legno?

Oh yes!, viva la Barbera affinata in legno. Auriel, è la cantina di Felice Cappa e sua moglie Marta Peloso. Realizzano questa Barbera del Monferrato utilizzando uve coltivate in regime biologico/biodinamico su terreno argilloso-calcareo a circa 350 m slm. Le uve fermentano con lieviti indigeni, il vino affina 12 mesi in botti di rovere da 20/35 hl – non viene filtrato. L’ Annata che assaggio è la 2018.

Profuma di ciliegie e piccoli frutti neri, legni antichi e incenso. All’assaggio ha quella bella verve tipica della barbera, con sentori di viola e prugna nel retronasale. Il legno l’ha resa più docile, anche nel retrogusto che riporta note vanigliate. Il tannino è evoluto e fine, insieme all’acidità se la giocano a tenere a bada il 14% di volume alcolico. È comunque una Barbera di razza, vibrante e tesa, dal finale sapido e fruttato. Ho chiuso gli occhi e sognato il gran bollito piemontese ad accompagnarla.

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