Dipende che Vino

Appunti di degustazione

Cannonau 2018, Le Anfore di Elena Casadei.

Estratto porpora di linfa mediterranea. Di piccoli frutti rossi e bacche nere. Un sorso che scivola elegante su note retronasali speziate. Arriva fresco in fondo, con sentori di lampone e vegetali di peperone verde ed erbe balsamiche. Rimane abbastanza per regalarti un tocco salino e un progressivo calore che avvolge e ammorbidisce la bocca. Il nuovo sorso non è una richiesta ma la risposta all’esigenza di allietare nuovamente il palato. Lo si sente respirare ad ogni passaggio, vivo, in movimento, un soffio di vento che porta i profumi della vegetazione. Elegante come solo i migliori Cannonau sanno essere. 

Agricoltura biodinamica, lieviti indigeni, lunga macerazione e affinamento in anfora. 14% di Vol.. Bottiglia 2509 di 4900. 

Un cannonau che arriva al cuore, moderno nel suo proporsi in antica veste.

Luca Gonzato

Si può dire che un vino fa schifo?

Sant’Ambrogio è una ricorrenza sentita a Milano, vengono conferiti gli Ambrogini e quest’anno la coppia più bella e celebre d’Italia se ne è aggiudicato uno. Io, nel mio piccolo, ho colto l’occasione per riesumare dai sepolcri quella bottiglia che mi era stata regalata un paio di anni fa. 

Un Recioto Amarone 1969 dell’Enoteca Sant’Ambrogio. In etichetta è riportato il vescovo milanese patrono delle api e delle startup. La bottiglia è un enigma, non sono riuscito a trovare nessuna informazione, posso solo dedurre alcune cose. All’epoca non c’era ancora la DOCG, in etichetta è riportato sia Recioto che Amarone, a testimoniare il passaggio che ha visto il Recioto (vino dolce da uve passite) sdoppiarsi per prendere la strada dell’Amarone. È famosa la definizione dell’Amarone come di un Recioto scapa’, cioè ‘scappato’, per il fatto che anzichè fermare la fermentazione e mantenere il grado zuccherino, e quindi la dolcezza, ha proseguito con il conseguente aumento di gradazione alcolica e struttura.

Ma veniamo alla mia reliquia. La capsula è integra e anche il tappo in buono stato. 💨 Poi però il cielo si è fatto cupo e la pioggia assordante. Ho iniziato a imprecare. In che altro modo avrei potuto reagire alla zaffata marsalata mista a castagne cotte e ciliegie marce che mi è arrivata?. Fa vomitare questo odore, mi viene da piangere, non c’è nemmeno quell’esile dubbio che ti farebbe dire ‘proviamo ad assaggiare’. È finita così. 

Allora posso dirlo che questo vino fa schifo? – No -, potrei dire che questa bottiglia fa schifo, magari ne esiste un’altra conservata perfettamente. Le distinzioni vanno fatte, soprattutto quando si tratta di giudicare una sostanza sensibile come il vino. Non si tratta di un vino buono o di un vino cattivo, si tratta di distinguere tra un vino sano e un vino malato (difettato) o un vino morto e in putrefazione come questo.

50 anni sono davvero tanti, anche per un Amarone, in realtà avevo messo in conto l’alta probabilità di un riscontro negativo. Il decennio di affinamento è generalmente un bel test di espressività per i grandi rossi italiani, fino ai 20 anni è probabile una buon mantenimento ma poi diventa sempre più difficile trovare vini in perfetta forma. Ho assaggiato rossi con 40 anni ancora buoni e ricordo uno Chateau Musar del ’77 strabiliante ma sono casi rari. 

Ai meno esperti consiglio di non aspettare troppo, soprattutto se il vino che conservate non è tra quelli che possono vivere a lungo, penso ad esempio a quelli che iniziano per B e finiscono per O. Poi è fondamentale conservare il vino a temperatura costante sui 14° e in assenza di luce. Nel dubbio meglio bersela quella bottiglia, finché ha qualcosa da dire. Le prossime festività potrebbero essere l’occasione giusta, io sicuramente faccio un controllo su cosa è a rischio. 

E tu sei mai stato deluso da una bottiglia sulla quale riponevi grandi aspettative?

Idòl 2019, Cooperativa Alpi dell’Adamello

Vista dalla città la montagna è un miraggio, irraggiungibile in questo periodo.

È lei ad arrivare da me, sotto vetro, con il nome antico di Edolo e la sagoma dell’Adamello impressi in etichetta. 

È l’Idòl, quello ufficiale, annata 2019, prima produzione commercializzata della Cooperativa Alpi dell’Adamello. Una realtà che ha puntato in modo esclusivo, e direi con successo, sulle varietà resistenti (PIWI*). Un bel esempio di sviluppo sostenibile e di inclusione. I vigneti sono coltivati tra i 700 e i 900 m/slm, su suoli di origine morenica con presenza di rocce scistose. 

La varietà utilizzata in questo bianco fermo è il Solaris, un incrocio che oltre a resistere alle malattie fungine resiste bene anche al freddo (lo coltivano anche in Svezia). Resistenza alle malattie significa fare il minor numero di trattamenti in vigna e vini più sani in bottiglia.

Vediamo ora cosa racconta nel bicchiere. Si presenta scintillante, come cristalli di neve sotto il primo sole. La bottiglia è passata dalla cantina alla terrazza e l’ho stappata a circa 7°. Il profumo è elegante e gioioso, di aromi che ricordano i fiori bianchi e il fruttato di pesca, profumi freschissimi come si direbbe del pesce dagli occhi brillanti messo sul bancone. Pescato fresco, ma qui siamo in montagna ed è piuttosto un “appena colto”, dell’annata 2019. All’assaggio entra come un ruscello tra le rocce, ricco di mineralità. Esplode in bocca diffondendo gli aromi su tutta la cavità. Quando si deglutisce arrivano nuove note retronasali, vegetali, di erbe aromatiche come il timo e la salvia. Il fruttato si estende arrivando a contemplare note di frutta esotica. Si percepisce una bella sapidità sulla punta della lingua, la fragranza del frutto rimane a lungo e la chiusura è fresca e invitante al nuovo sorso. 

Ho assaggiato diversi Solaris e in questo Idòl trovo un’espressione unica e caratteristica di questa zona. Lo so che il termine mineralità è abusato e mal tollerato da molti ma questo vino ne è una dimostrazione concreta. Se volete testare di persona, vi invito a contattare il produttore per vedere dove poter trovare una delle 1305 bottiglie prodotte. È passato almeno un minuto e sento ancora la lingua che frizza e un bel frutto tra le guance. 

Oltre alla piacevolezza (che mi ha fatto versare oltre mezza bottiglia per questa degustazione), voglio segnalare il terroir della Valcamonica come uno tra i più interessanti da scoprire.

Il volume alcolico è del 13%, inizio a sentirlo, meglio metterci sopra qualcosa, proverò l’ossobuco alla milanese, un concentrato di morbidezze che troverà sicuramente nell’Idòl il miglior antagonista. 

Happy

Articolo pubblicato su www.vinievitiresistenti.it

Forma e sostanza, Valcerasa 2015

Valcerasa 2015, Etna Rosso DOC, Azienda Agricola Alice Bonaccorsi

Forma e sostanza in questo vino rosso Biologico dalle pendici dell’Etna. Profuma di piccoli frutti rossi macerati e tostatura in legno. All’assaggio è vigoroso e succoso. Al fruttato si aggiungono note speziate di liquirizia amara, rabarbaro ed erbe balsamiche. Le uve provengono dalle vigne coltivante nel versante nord dell’Etna, nel comune di Randazzo, ad una altitudine tra i 750 e gli 850 m/slm. Sarà che mi faccio suggestionare ma ci sento una nota fumé ed una sensazione polverosa che mi ricorda la cenere e le pietre vulcaniche.

È sapido, tannico ed elegante nella sua naturalezza. Caldo e minerale. Trasporta con finezza un ampio e persistente bouquet aromatico. Il volume alcolico è del 14,5%. Retrogusto fantastico se non fosse che nel cervelletto mi si insinua una vocina a dirmi “dammene ancora e ancora”.

Le uve sono quelle tipiche e da disciplinare della DOC Etna rosso, con minimo 80% di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio 20%. Vinificato con macerazione di circa due settimane, affina poco meno di un anno in legno e poi in bottiglia.

Sound on. Forma e sostanza, da Tabula rasa elettrificata dei CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti), un giro di basso memorabile come il retrogusto di questo Valcerasa.

Vagabondo bianco 2017 Le Anfore, Marcel Zanolari

Il tramonto su Milano non sarà come quello sul mare o sulle montagne Valtellinesi ma ha comunque il suo fascino, soprattutto se arriva dopo giorni di nebbioni. L’ultimo sole fa brillare i toni aranciati del Vagabondo nel calice. Sentendone i profumi gioisco per trovarmi di fronte ad un vino che già all’olfatto racconta una storia.

Si apre su note di moscato e fiori bianchi, ricordi da “vino passito” di albicocca e canditi. Le uve bianche da varietà di Riesling (15 diversi cloni) e di Moscato (Piwi), macerano sulle bucce per oltre tre mesi, in anfora. Fermenta naturalmente con i lieviti presenti sugli acini e in cantina, svolge la malolattica e non viene filtrato.

All cieca, dopo aver sentito i profumi, ti aspetteresti un vino dolce, ed eccolo invece secco e fresco con una punta amarotica e speziata. Si percepisce in contemporanea una presenza tannica astringente e una sensazione burrosa accompagnata con armonia da una vena sapida e minerale.

Il produttore è Marcel Zanolari di Bianzone (SO), in Valtellina. Opera una viticoltura biologica e biodinamica certificata.

Nel frattempo ho apprezzato il retrogusto che rimanda alle note del moscato, uva spina, rosa… È ancora in bocca, con una persistenza infinita. Si scioglie sui sentori dolci dell’olfatto e, come su una giostra che ha terminato il giro, non vedi l’ora di farne un’altro per quanto ti sei divertito. 

In qualche modo quella struttura potente ma elegante che caratterizza i rossi di Chiavennasca (Nebbiolo delle Alpi) la si ritrova anche in questo Vagabondo, degna espressione in bianco del territorio Valtellinese.

Casa vinicola Marcel Zanolari di C.V.L.T. , Via Teglio 6/10, Bianzone (SO) – sito

Articolo pubblicato su www.vinievitiresistenti.it

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