Châteauneuf du Pape

L’ultima tappa del mio Wine Summer Tour 2019 è nella Valle del Rodano, poco sopra Avignone, in un comune il cui solo nome evoca grandi vini, Châteauneuf du Pape. Regno del vitigno Grenache (da noi lo chiameremmo Cannonau, in Spagna Garnaccia), che insieme ad altre varietà dà origine a vini di grande personalità.

La cittadina, con il suo castello, è stata residenza estiva dei Papi di Avignone. Del Castello, che si trova in cima alla collina, ne è rimasta intatta solo una facciata. Da lì si può vedere il Rodano che scorre placido nella vallata, a nord il panorama è una distesa di vigneti.

Salendo al Castello si può visitare la bella cantina sotterranea di Verger Des Papes, oltre 200mq scavati nella roccia e una cinquantina di etichette di varie annate che si possono acquistare. In uno degli anfratti c’è una piccola saletta con gabbie metalliche, etichettate con i nomi dei proprietari, in cui sono custodite bottiglie d’epoca. La visita è gratuita.

Il paese si percorre facilmente a piedi, c’è solo l’imbarazzo della scelta sulla cantina dove fermarsi a degustare. All’ufficio del turismo è disponibile una mappa dei vignerons, sia in paese che in tutta l’area della denominazione.

In visita alla cantina Moulin-Tacussel ho degustato come primo vino uno Châteauneuf du Pape Blanc 2018 composto da Grenache blanc 40%, Roussanne 30%, Clairette 10%, Bourbulenc 10%, Picpoul 5% e Picardan 5%. Vinificato in acciaio. Un bianco prodotto in sole 1500 bottiglie che faccio fatica a decifrare in quanto ero già settato per assaggiare i rossi e questo è stato una sorpresa. Una bella sorpresa, visto che mi è piaciuto per la complessità aromatica. Mi ha ricordato un viticoltore del Collio che raccontava della tradizione di vinificare insieme le uve bianche delle proprie vigne nelle quantità che avevano disponibili. Il secondo vino è un Châteauneuf du Pape rosso del 2015, l’uvaggio è di Grenache noir 70%, Mourveèdre 10%, Syrah 10% e il restante suddiviso tra Cinsault, Counoise, Muscardin e Vaccarèse. Vino affinato in barrique seminuove. Un rosso importante con ancora belle note fragranti e note di tostatura. Il terzo vino è l’Hommage à Henry Tacussel, lo Châteauneuf du Pape dedicato al fondatore, è un Grenache al 100% dalle vigne storiche nelle migliori parcelle. Armonico e completo, affina in barrique per un anno. Un gran vino di cui riparlerò in un prossimo articolo dedicato.

La seconda fermata d’assaggio l’ho fatta in una piccola Cave sulla strada principale. Nel calice un Lacoste-Trintignant, Cuvée des Jeune Filles 2016, Grenache 100%, molto intenso nella parte aromatica e di gran corpo, forse pecca un pochino in finezza. Per la cifra a cui viene venduto (oltre 60€) mi aspettavo qualcosa di più armonico. L’altro vino, la Reserve Cardinalys era invece eccellente, però guardando il listino ho notato che costava oltre 90€. A quel punto ho guardato meglio e nessuno dei vini era venduto sotto i 50€. Di solito acquisto almeno una bottiglia se faccio una degustazione gratuita ma in questo caso ho preferito alzarmi, ringraziare e uscire.

Poi, per grazia, sono finito al punto vendita del Domaine Père Caboche. Qui ho trovato una gentilissima signora che mi ha fatto conoscere i loro vini partendo da uno Châteauneuf du Pape rosso nelle annate 2016 e 2017 con uvaggio di Grenache 70%, Syrah 15% e Mourvèdre 5%. Aromi di frutti di bosco, spezie e un tannino integrato. Bel vino che ho preferito nell’annata 2017. Anche per l’altro vino propostomi, nelle annate ’16 e ’17, lo Châteauneuf du Pape Elisabeth Chambellan, ho preferito il 2017. In questo secondo, l’uvaggio è diverso, 13 i vitigni usati. La parte del leone la fa ovviamente la Grenache con l’88%, poi un 10% di Syrah e infine gli altri (Mourvèdre, Cinsault, Clairette, Vaccarèse, Bourboulenc, Roussanne, Grenache Blanc, Counoise, Muscardin, Grenache gris e Terret noir). Un vino generoso, con sentori di confettura e fiori passiti, toni di cuoio e legni pregiati. Profondo, lungo. In questa cantina ho potuto acquistare un paio di bottiglie a cifre ragionevoli sui 25/30€.

In conclusione, Châteauneuf du Pape vale una sosta sia per la visita al castello da cui si può godere del panorama, sia per qualche assaggio e acquisto. Avendo più tempo sarebbe sicuramente interessante visitare e degustare nelle cantine fuori dal centro abitato e poi spostarsi verso nord seguendo il corso del Rodano. Ci vorrebbe una vacanza intera solo per questa zona e non mezza giornata come è successo a me.

Luca Gonzato

Languedoc-Roussillon: il Minervois

Nel Minervois, zona vinicola (Aoc-Aop) del Languedoc-Roussillon, la regione a sud della Francia che arriva fino alla Spagna. Il Minervois, posto ad una cinquantina di chilometri dal mare, fa parte del dipartimento dell’Aude (fiume che l’attraversa).

Il Canal du Midi a Homps

A poca distanza dall’Aude, passa il ‘Canal du Midi’ (patrimonio mondiale Unesco), che è anche chiamato ‘Canal des Deux Mers’ (canale dei due mari) perché collega l’Atlantico al Mediteraneo. Nella prima parte il collegamento è attraverso il fiume Garonne e da Tolosa al Mediterraneo con il Canal du Midi.

I terreni del Minervoise sono di ciottoli, arenarie, scisti o calcari alternati a marna calcarea e arenaria. A nord-ovest, vicino a Caunes-Minervois, sono presenti vene di scisto e di marmo rosa. Il clima è mediterraneo con influenze oceaniche e inverni freddi. Le estati sono calde e con frequenti giornate ventose. I vini di questa denominazione sono tipicamente da uve di Syrah, Grenache e Carignan ma si può trovare anche del Mourvèdre, Cinsault, Terret, Aspiran e Piquepoul. Nei bianchi Marsanne, Roussanne, Maccabeu, Bourboulenc, Clairette, Grenache Blanc, Vermentino, Picpoul e Muscat petits grains.

Dei bianchi ho assaggiato uno Château de Ventenac, Minervois. Annata 2018, blend di Marsanne, Borboulenc e Muscat petits grains. In sottofondo ci sono le note floreali tipiche del moscato, ma in bocca, nei sentori retronasali, prevale un frutto estivo, il melone in particolare (sull’etichettta si parla di albicocca). È abbastanza leggero e di facile beva. Ideale con pesci grassi ma anche con le ‘mules’ (cozze) che qui si trovano dappertutto. 

Allo Château Vergel Authenac di Ginestas, piccola cantina dove alloggio in questo tour estivo della Francia, ho assaggiato un bianco e un rosso. La dimora conta solo su sei ettari vitati dati in gestione ma il proprietario che ha acquistato il podere circa otto anni fa, mi racconta che erano 250 gli ettari. La dimora è per buona parte dismessa e in attesa di ristrutturazione ma lascia intravedere un passato glorioso. Le premesse non sono granché ma assaggiando i vini capisco che queste poche vigne mantenute producono ancora qualcosa di speciale. Entrambi vengono vinificati in acciaio e poi imbottigliati. Il rosé è ottenuto da una breve macerazione di uve Grenache. Fresco e con un bel frutto rosso che ricorda la fragola. Il rosso è un Syrah 50%, Grenache 30% e Carignan 20%. Anche qui prevale la fragranza del frutto ma si può sentire del floreale di rosa e note di pepe bianco e note di tostatura, cacao e liquirizia. Armonico nel complesso, chiederebbe una ‘viande’ d’accompagnamento.

Nella cittadina di Homps, è presente la Maison du Vin e numerosi punti vendita dove si può acquistare vino, ci passa il Canal du Midi ed è meta turistica con il suo porticciolo dove attraccano i battelli in navigazione tra i due mari. Arrivando da Ginestas ci si inoltra verso nord, nell’entroterra, il paesaggio collinare è quasi completamente a vigneti.

Alla Maison du Port en Minervois, ogni giorno di questo periodo vacanziero (agosto), viene messa in degustazione una diversa cantina delle circa 50 presenti. Io ho trovato Château d’Agel e degustato i loro rossi. I primi due affinati in vasche di cemento e il terzo in barrique. Mi piacciono sempre i vini passati in cemento o anfora, mantengono i frutti freschi e regalano sensazioni minerali e di ampiezza gustativa. Questi sono vini da mettere in tavola ogni giorno, non troppo impegnativi ma molto piacevoli. Discorso diverso per ‘In Extremis 2014’, blend di Syrah 60% e Grenache 40%. Vino ottenuto dalle parcelle migliori, è grande, morbido ed armonico, dai frutti neri a note floreali di viola fino alle note del legno che lo rendono ampio. Un rosso per le grandi occasioni.

Sono poi stato, sempre ad Homps, nel punto vendita di Chateau Fauzan, azienda con 50 ettari, posta su un plateau argillo/calcareo a 350m slm, nel dipartimento dell’Aude e Hérault. Qui la degustazione è stata di tutta la linea di vini che producono. Come alla maison du Port ho trovato tanta gentilezza e disponibilità. Marie ha messo in fila le bottiglie e una dopo l’altra me le ha presentate.

Tutti ottimi vini ma a sorprendermi sono stati lo Chardonnay Bonelli 2016, elevato in barrique per 18 mesi. Gusto fresco, rotondo in bocca, lunghissimo. Non è un vitigno tipico della zona ma il risultato che ne hanno ottenuto è fantastico. Tra i migliori ‘bianchi’ assaggiati in questo tour. Poi il “La Balme 2014”, un Syrah 100%, affinato 18 mesi in legno, molto equilibrato con aromi di mora, pepe nero e cuoio. E il terzo, altro vitigno non proprio tipico della zona, un Pinot noir. Qui ci ritrovo tutta la finezza e l’eleganza che contraddistinguono questo vitigno. Sono davvero felice di portarmelo a casa e degustarlo prossimamente, con tutta la calma e la quantità necessaria (stay tuned).

Il mio passaggio nel Minervoise si conclude in un ristorante a La Somail, sul Canal du Midi. Per accompagnare la cena ho scelto un rosso, biologico, 2018, del Domaine des Maels. Assemblaggio di Grenache 33%, Carignan 33%, Syrah 33 %. Un vino ‘tosto’, con un volume alcolico del 14%. Frutti rossi polposi e note di affinamento di cacao, legni, liquirizia. Bel vino anche questo, robusto.

Non credevo di trovare dei rossi così ‘corposi’ nel Languedoc ed invece a contraddistinguerli è proprio la potenza che raggiungono. I suoli e il caldo estivo, che ho potuto sentire di persona, insieme alla vicinanza del mare e dei fiumi, fanno maturare le uve con molti zuccheri che poi si trasformano in un notevole volume alcolico. Questa Regione è un puzzle di terroir tutti da scoprire. Bello vedere le analogie tra questo territorio e quello della Sardegna dove si trovano due vitigni uguali ma dal nome diverso, il Cannonau (corrisponde alla Grenache), e il Carignano (Carignan).

Carcassonne

Nel Minervoise, a differenza di altre zone più rinomate, si possono trovare dei buonissimi vini a buon prezzo. Se avessi un’enoteca verrei sicuramente qui per un mese a selezionare i migliori. Altro motivo per visitare la zona è la cittadina di Carcassonne con la sua splendida città/fortezza medievale.

Luca Gonzato

MiVino 2019

Alla mostra mercato dei vignaioli e dei vini biologici e naturali di Milano. Eccomi di nuovo nel grande spazio sociale Base in via Bergognone. Sono un centinaio gli espositori presenti. Si può degustare ed acquistare direttamente. Sono quasi tutti dei piccoli produttori che per la maggior parte non conosco. Questo aspetto è un vantaggio, mi consente di muovermi tra i banchi con la medesima curiosità.

Appena entrato cerco con gli occhi le bottiglie con gabbietta e i bianchi, giusto per iniziare con i vini più leggeri, ma a catturare la mia attenzione sono il sorriso e gli occhi chiari di Lina della cantina Cascina Bandiera. Leggo Derthona su una bottiglia e penso al vitigno Timorasso e alla zona del Tortonese. Si mi fermo. Lina mi propone una mini verticale di uno dei loro vini bianchi, il Sansebastiano. Non vuole dirmi il vitigno, provo a nominare i bianchi tipici piemontesi e lei sorride scuotendo la testa. Versa il primo vino, annata 2015. Si sentono note che via via diventeranno più evidenti e una notevole sapidità, ma qui siamo ancora a profumi giovani di limone e fieno. Poi la 2014 e la 2013, si sente il corpo che prende forma e gli aromi si intensificano. Mi ricorda anche il Timorasso per certe note minerali ma non lo è. Arriviamo alla 2007 e alla 2006 con Lina che mi spiega di quanto tempo abbiamo bisogno questi vini bianchi per esprimersi. Annuso, assaggio e cerco di ricordare cosa mi ricorda. C’è sempre un minimo di imbarazzo e paura di dire una grande fesseria di fronte a chi quel vino l’ha fatto, ma Lina è una persona che percepisci subito come ‘amica’ e quindi mi lascio andare dicendole che mi ricorda certi Chablis e a questo punto annuisce. In testa esclamo ‘cazzo è lo Chardonnay’ e le dico che è veramente buono, che di fronte alla banalità di tanti Chardonnay questo ha una personalità incredibile. Le ultime due annate sono strepitose, corpo, rotondità, frutto giallo maturo, miele e soprattutto questa vena sapida e minerale. Un bianco di grande complessità che nell’annata più lontana, la 2006, trova la sua migliore espressione. Sarà poi una delle tre bottiglie che acquisterò a fine giornata. A questo punto assaggio anche il Derthona 500 nelle annate 2016, 2015 e 2013. Grandi anche questi e allo stesso tempo bisognosi di lungo affinamento. Però c’è tutto, compresi quei bei sentori che riportano agli idrocarburi che sono tipici dei vini da uve Timorasso. Un vitigno riscoperto qualche anno fa e che tra gli appassionati è un cult. Se vi piace il Riesling renano ma non conoscete il Timorasso provatelo, purché abbia qualche anno sulle spalle di affinamento. Peccato che Cascina Bandiera produca solo 3000 bottiglie totali dei loro tre vini. Hanno anche un interessante Pinot Nero, il Castelvero. 

Bell’inizio, mi piace già questa fiera dove oltretutto, come Sommelier Ais, ho usufruito di uno degli ingressi gratuiti. Guardo intorno su quale banco spostarmi e individuo Eraclio, un amico assaggiatore Onav accompagnato a sua volta da due suoi amici e mi unisco a loro. È più divertente degustare in compagnia ed infatti la giornata passerà in un lampo tra un calice, un’osservazione tecnica e una risata.

Proviamo a dare un senso alla degustazione andando ad assaggiare gli Spumanti metodo classico di Colle San Giuseppe. Siamo in zona di Mompiano (BS), da cui prendono il nome queste bollicine. Testiamo con piacere il Brut (2 anni sui lieviti), il Pas Dosé (30 mesi) e la Riserva Pas Dosé (60 mesi). Pas Dosé significa che non ha residuo zuccherino, il più secco nella classificazione degli spumanti. Questi sono tutti ottenuti da uve Chardonnay e Pinot bianco, fermentate con lieviti autoctoni. Apprezziamo molto i Pas Dosé, affilati come lame e ricchi di aromi. Nella Riserva si percepisce una piacevole avvolgenza e morbidezza che si bilancia perfettamente con la punzecchiatura alla lingua delle bollicine. Gran bel  Franciacorta!, ops, non si può dire e nemmeno lo è, siamo fuori dall’area della denominazione ma in fondo molto vicini per quanto riguarda la qualità del risultato. Poi vedo la scritta Nebbiolo e rimango sbalordito, come? …mi raccontano del precedente proprietario che, amante dei nebbioli di Langa, aveva deciso di impiantarlo e così hanno continuato a produrlo. Al diavolo la sequenza assaggiamolo. Niente male, elegante e dai profumi puliti di piccoli frutti rossi, il tannino è ancora vivace in questa bottiglia del 2012, del resto il Nebbiolo è un vino che si apprezza sulla lunga distanza. 

Dalla Lombardia passiamo alla Calabria per assaggiare i vini di Cirò (Kr) della cantina Brigante. Tante belle espressioni del vitigno Gaglioppo. Ci cattura in primis il color rosa cerasuolo intenso e brillante del Manyari, tanta fragranza e intensità aromatica. Segue l’altro rosato, lo Zero, dal bel packaging in carta che avvolge la bottiglia. Zero perchè ha zero solfiti, zero lieviti selezionati e zero filtrazioni. Un vino vero, di sostanza, che però è anche bello da vedere e verrebbe voglia di portarlo a qualche cena milanese di fighetti che si presentano con lo ‘champagnino’ rosé da 300€. Pam, sul tavolo, un po’ come Chef Rubio quando si piazza a tavola nelle locande per camionisti. E se poi compare il sapientone di turno che alza il sopracciglio con sufficienza esclamando ’no io bevo solo rossi’, potresti sfoderare una bottiglia di 0727 Cirò Classico Superiore. Muti tutti perchè è davvero tanta roba. Quelle tartine anemiche del buffet dovrebbero sparire e lasciar posto a salamelle e costine alla brace. …bello il ricordo di questo vino ma mi mangio le dita per non essermi portato a casa una bottiglia.

Seguono vari assaggi che tralascio e arrivo alla cantina Terre di Gratia di Camporeale (PA), tra le migliori in assoluto di oggi. Tutti i suoi vini mi sono piaciuti. Dal Cataratto, fresco e fruttato, al Rosé Dama Rosa da uve Perricone che ci ha fatto immaginare abbinamenti con pesce crudo. Gran rosé che abbiamo apprezzato ancor di più per il fatto che poco prima ne avevamo assaggiato uno terribile al gusto solforosa (sarà solo quella cantina tra tutte a deludere, ma non vi dico quale era). Proviamo anche i rossi, un bel Syrah con sottili note speziate e un Nero d’Avola in cravatta da mettere su una tovaglia bianca ad accompagnare sottili fette di roast beef. C’è poi il Perricone in purezza (altro vino acquistato), tanto tanto buono ed unico come caratteristiche gusto-olfattive. Uno degli aromi ricorda il rabarbaro, quello delle caramelline quadrate che, non si sa come, hanno imperversato per anni in tutta la penisola. Su questo vino dico solo che lo metto sul podio dei rossi bevuti oggi. Ne parlerò prossimamente quando degusterò con calma la bottiglia acquistata (stay tuned). 

Altra interessante realtà scoperta è quella di Cà del Prete con i giovani e ‘un pochino folli’ ragazzi che si sono inventati un metodo classico a base Barbera. Cavoli, ti fa sorridere, ma non per la stravaganza, quanto per il risultato che è molto più che piacevole. C’è la bellezza del fruttato rosso fragrante tipico della Barbera associato all’anidride carbonica che lo esalta e alle note di pane sullo sfondo. Ottimo anche il rosato Malvé frizzante extra dry.

Gli ultimi assaggi li ho dedicati ai vini con residuo zuccherino. In particolare segnalo l’ottima Malvasia, sia secca che passita, di Fenech Francesco dell’Isola di Salina. Poi volevo assaggiare i Sauternes della cantina francese Chateau Pascaud ma c’era la fila e quindi mi sono spostato all’ultimo banchetto, quello di una cantina di Pantelleria. Gran scelta perchè vi ho trovato il Bagghiu, un gran Zibibbo passito, dagli spiccati aromi di albicocca e miele. La Cantina produttrice è quella di Antonio Gabriele… è così che la terza ed ultima bottiglia è finita nello zainetto. 

MiVino è stata una gran bella manifestazione che spero si ripeta l’anno prossimo. C’è sempre sete di vini sani e naturali come questi, poi la possibilità di conoscere tanti piccoli produttori con le loro perle vinicole non ha prezzo. Bravi agli organizzatori! Però la prossima volta non dimenticate di dare una sacchetta porta calice, perchè è comoda e utile per chi vuole scattare una foto o prendere un appunto senza avere il calice tra le mani.

Luca Gonzato

Vino a Mykonos

Per un appassionato di vini ogni viaggio diventa l’occasione per fare nuove scoperte. La meta raggiunta in questo ponte di fine aprile è tra le più conosciute e frequentate della Grecia, l’isola di Mykonos. Non c’è una ragione specifica ad averci guidato qui se non quella dell’offerta vantaggiosa. 

L’isola è davvero bella in questa stagione. La città vecchia di Mykonos è un piccolo gioiello splendente di bianco e blu. L’aria è però ancora fresca e l’acqua turchese del mare troppo fredda per poterci fare il bagno. I prezzi dei ristoranti sono piuttosto alti ma ci si può arrangiare con i Gyros Pita a buon prezzo o spostandosi nei ristoranti del centro dell’isola. Per quanto riguarda il vino ho fatto qualche assaggio al calice nei ristoranti, del bianco probabilmente più conosciuto, l’Assyrtico (originario dell’isola di Santorini), sia in purezza che in uvaggio con il Sauvignon Blanc. Forse non erano etichette di pregio ma non mi hanno colpito granché. Giusto per rispolverare i ricordi di tanti anni fa ho riprovato la Retzina, tipico vino da uve Savvatiano aromatizzato con la resina di pino di Aleppo. Curioso ma niente di più, a meno che vi piaccia tanto il gusto di pino.

On line ho trovato qualche riferimento per l’acquisto e così sono stato nel negozio Wine Room che si trova sopra la città vecchia di Mykonos. L’offerta è ampia e sbirciando tra le etichette, mi sono saltate all’occhio le bottiglie di Felluga e di Banfi, oltre alla vasta selezione di Champagne. Non aspettatevi un’enoteca dove vi coccolano in quanto è più un fornitore di ristoranti e bar. Mi sono comunque fatto consigliare tre bottiglie rappresentative di vini greci, una micro selezione che comprende un bianco, un rosé e un rosso. I costi sono stati simili ai nostri, tra i 10 e i 20 €. Nei ristoranti i prezzi sono ben i più alti e la qualità più bassa.

Il primo vino che voglio ricordare non è però tra quelli acquistati ma bensì uno trovato in camera, nell’hotel Madalena dove alloggiamo. È un vino bianco da uve tipiche del Peloponneso, il Moschofilero della regione Montinia e il Roditis il cui nome deriva da ‘radon’ (rosa). Infatti i profumi sono di petali di rosa, poi di agrumi, limone e citronella. La cantina che lo produce è Semèli, l’annata è la 2017 e il nome del vino è Feast. Bella la caratteristica della rosa che lo rende unico. Difficile paragonarlo ad altri, penso allo Chenin Blanc e a certi Sauvignon Blanc. Bel vino da aperitivo o per accompagnare stuzzichini di pesce o sushi.

Il secondo vino arriva da Amyndeon, nel nord della Grecia, appena sotto la Macedonia. È il Malagouzia Single Vineyard ”Turtles’’ 2018 di Alpha Estate. L’uva è 100% Malagouzia. Cristallino alla vista, di un giallo verdolino tenue, emana profumi floreali di rosa e di frutta fresca come il melone, la pesca bianca e il limone. Ha una leggera speziatura che lo rende accattivante, non saprei dire cosa sia ma guardando sul sito scopro essere il rosmarino. Bello, interessante, soprattutto nel finale fresco e persistente. 13% il volume alcolico, lo abbinerei ad una tipico pesce di questo mare, il ‘seabus’ che poi sarebbe un tipo di branzino. Bel vino bianco, sopra i 90 punti in varie guide.

Terzo vino, il rosato Petaloudes 2018 del Domaine Harlaftis. Sempre dal Peloponneso, di Nemea. Le uve sono di Shiraz al 100%. Profumi sottili di fiori passiti, fragoline di bosco, pepe bianco. Bel rosato dall’ingresso fresco che via via si ammorbidisce in bocca per poi chiudere lasciando una bella persistenza aromatica. Molto piacevole, finisci un calice e ne riempi un’altro. Il paragone va ai rosati pugliesi e non ha niente da invidiare. La cosa particolare è che la gradazione è piuttosto alta, del 13,5%, ma non si sente per niente. Per assonanza cromatica e per l’acidità che ‘sciacqua’ la bocca, lo abbinerei ai crostacei o a un risotto ai formaggi oppure a carni bianche particolarmente complesse nella preparazione.

Il quarto ed ultimo vino di questo post è un rosso, il Palivou Estate, Nemea 2016. Il vitigno è 100% Agiorgitiko (Saint George). Affinato 12 mesi in botti francesi per il 30% nuove, 30% di secondo uso e 30% di terzo uso, seguono poi almeno 6 mesi in bottiglia. Le uve provengono da una PDO, cioè Designazione di origine protetta, la zona antica di Nemea, Corinto. Rosso rubino dai profumi intensi di frutti rossi e neri, mirtilli, ribes, note balsamiche e di macchia mediterranea. Tannico ed elegante, anche in questo caso sono soddisfatto dell’acquisto. Guardando nel sito del produttore questo vino ha ricevuto premi internazionali in varie annate. Lungo e persistente, chiude con un frutto  rosso carnoso, di ciliegia matura. Le note di legno sono ai margini, a dare balsamicità al frutto. Grande rosso da provare e tenere in cantina insieme ai migliori. Il volume alcolico è del 14,5%. Mi ricorda il Primitivo di Manduria ma il paragone non ha molto senso. Ha un carattere unico, è un rosso memorabile.

In conclusione, i vini greci assaggiati sono stati molto soddisfacenti. Se avete in programma una vacanza in queste isole non perdete l’occasione di scoprirli.

Luca Gonzato

Il Bruciato di Antinori

Senza giri di parole voglio dire che Il Bruciato di Antinori 2016 è buono, ogni componente si integra perfettamente con le altre. Frutti rossi e neri, tostatura, cacao e liquirizia, bella sapidità, tannini evoluti, finale piacevolissimo e buona persistenza. Un vino che si fa bere con facilità e ha le caratteristiche per non scontentare nessuno. Si potrebbe dire che è un vino ‘piacione’ ma sarebbe sbagliato, è un vino conosciuto ma non gli si può fare una colpa per questo, anzi, bisogna riconoscere quando qualcosa è fatto bene, in ogni campo anche se non proviene dal piccolo produttore. Del resto non mi aspettavo niente di meno da una cantina come Antinori. Difficile che di questo vino ne resti in bottiglia. Ottimo anche il rapporto qualità/prezzo. 

Luca Gonzato

Gaja, Ca’ Marcanda, Promis 2000

La bellezza di internet è la possibilità di trovare qualcosa in pochissimi secondi ma anche quella di poterti perdere tra un approfondimento e l’altro rimanendo comodamente seduto. È così che, a tema vino, si insegue un produttore, un’etichetta o una storia che ti porta lontano e le lancette dell’orologio girano senza che te ne accorgi. Finisci poi in un luogo digitale che non avevi ipotizzato e procedi magari all’acquisto di una bottiglia con quasi vent’anni di invecchiamento sulle spalle e dal nome altisonante, Gaja. Il famoso Gaja, quello del Barbaresco più conosciuto al mondo. Ma questa bottiglia del 2000 è Toscana, della tenuta Cà Marcanda di Castagneto Carducci. Siamo nella famosa zona della DOC Bolgheri Sassicaia della Tenuta San Guido, vino da oltre 300 euro a bottiglia che nel 2018 è stato premiato da Wine Spectator come miglior vino del mondo. Bolgheri è sinonimo di Supertuscan, cioè vini affinati in legno e provenienti da uve internazionali come il Merlot e il Cabernet Sauvignon. Torniamo però al Promis di Gaja che ha in sé un uvaggio che sposa l’internazionalità del Merlot (55%) e del Syrah (35%) con la tipicità del Sangiovese (10%). L’annata è quella del 2000 che (sempre spulciando tra i siti) risulta essere stata eccellente.

Ho quasi timore ad aprire la bottiglia, come i bambini di fronte ad un nuovo gioco mi sento emozionato, il tappo è umido e presenta qualche traccia di vino in superficie, il verme del cavatappi entra con facilità, lascio giusto un paio di giri ed inizio ad estrarre con cautela ma si spezza, c…o!!, immagino con orrore i residui galleggiare nel bicchiere e prefiguro la decantazione, ma non la voglio fare, preferisco vedere uscire il vino dalla sua bottiglia originale piuttosto che dal decanter, in quanto ad arieggiamento lo lascerò in un ampio calice per il tempo dovuto.

È questione di rispetto, non voglio bere un vino che esce da un decanter trasparente e anonimo, voglio sentirmi suggerire una storia dalla bottiglia che lo ha conservato così a lungo e che è passata dalle mani del produttore, magari proprio quelle di Angelo Gaja. Voglio sentire il suono di quando entra nel calice e rimirare l’etichetta ed infine sbirciare sul retro il livello rimasto.

Fortunatamente riesco ad estrarre con cautela anche l’ultima parte di tappo e iniziare a valutare il colore, che è di un bel rosso granato con riflessi rubini vivaci. È vivo. Attendo una ventina di minuti prima di metterci il naso sopra, nessun brutto odore, passo la mano sulla fronte, pericolo scongiurato, non è vero ma l’ho pensato. I profumi sono fini ed eleganti, di spezie ed erbe aromatiche, frutti neri come la mora e la prugna in confettura, ma sono i terziari e quaternari dell’evoluzione in legno e in vetro a dargli il tono dominante ed una personalità unica. Legno, cuoio, note di bosco e di terra che diventano cacao amaro, qualcosa riporta anche al goudron (catrame). Ci ritrovo il Sangiovese, la speziatura del Syrah, il fruttato e la morbidezza del Merlot. A stupirmi è la componente acida che lo ha mantenuto in una forma smagliante e quella tannicità con ancora una bella astringenza, perfetta ad accompagnare un buon formaggio stagionato o le carni rosse.

È un vino in forma smagliante per la sua età! Inizio a meditare che dato il costo, non troppo alto (24,40), potrei acquistarne un’altra bottiglia da tenere in cantina per altri dieci anni, sono certo che arriverebbe alla piena maturità con grandi cose da dire.  Sono passate un paio d’ore dalla stappatura, continua a comporsi come un puzzle, sempre più grande. È un vino che esprime calma, da gustarsi lentamente, in compagnia di belle persone e di buon cibo.

Buon inizio 2019 a tutti!

Luca Gonzato

Riccardo Cotarella e sei grandi espressioni del vino Italiano 

Serata speciale quella organizzata da Onav Milano, con la partecipazione del famoso enologo nonché presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella, che insieme al Presidente di Onav Vito Intini e ai produttori dei vini in degustazione, ci hanno guidato alla scoperta di sei magnifiche realtà italiane.

Vito Intini e Riccardo Cotarella

Il valore del territorio e delle persone prima ancora del vitigno, la peculiarità italiana di avere oltre 350 vitigni autoctoni che possono garantire un futuro di prosperità per i nostri vini, l’imprescindibile traguardo della qualità, che si raggiunge con la ricerca, la sperimentazione e l’applicazione di precise tecniche di intervento in vigna e di lavorazione in cantina. Sembrerebbero semplici regole ma comportano un impegno che nel passato è stato spesso disatteso, con enologi messi in disparte a favore di produzioni quantitative dove magari i vini venivano annacquati per riempire più bottiglie. Solo da qualche decennio l’impegno di tutte le figure coinvolte nella filiera del vino si sono messe alla ricerca della qualità, più che della quantità. Il merito va ai giovani enologi e ai produttori lungimiranti che hanno capito il valore del proprio territorio e come farlo esprimere al meglio nei propri vini. A Cotarella e alla cooperativa La Guardiense si deve la riscoperta di vitigni come la Falanghina che un tempo erano ritenuti ‘anonimi’ e che invece sanno esprimere carattere e territorio con grande personalità. Oppure l’Albarossa, che grazie all’impegno dell’Azienda Bricco dei Guazzi, ha riportato in auge questo vitigno piemontese poco conosciuto, in grado di fondere insieme le caratteristiche di Nebbiolo e Barbera aggiungendo valore al territorio del Monferrato. Poi c’è la bella realtà del Brunello di Montalcino dove territorio e vino sono un tutt’uno conosciuto nel mondo. I vini pugliesi, Negroamaro, Nero di Troia e Primitivo, che un tempo  viaggiavano sulle navi per andare a dare colore e consistenza ai vini del nord, ora brillano della propria luce grazie all’impegno di tanti produttori di qualità. Sono tante le realtà che hanno visto coinvolto Cotarella in oltre 50 vendemmie, è bello ascoltarlo e percepire quanto abbia fiducia nelle giovani generazioni e nel futuro dei vini italiani, ci rende orgogliosi di condividere a testa alta il racconto delle eccellenze vinicole italiane. Cotarella dice che “il vino perfetto non esisterà mai“, c’è sempre un margine di miglioramento, aggiungo io che i vini degustati non saranno perfetti ma sono dei gran bei vini.

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I Mille per la Falanghina 2015, Sannio Dop, La Guardiense

A presentare il primo vino è Domizio Pigna, Presidente de La Guardiense. Azienda fondata nel 1960 da 33 soci, oggi ne conta circa mille. Agricoltori che coltivano a conduzione diretta più di 1.500 ettari di vigneto situati in collina a un’altitudine di circa 350 metri, con una produzione media annua di circa 200.000 quintali di uve. In Campania nella provincia di Benevento. Falanghina invecchiata 3 mesi in barrique, si presenta giallo paglierino brillante con profumi di frutti tropicali, mango, frutto della passione, banana, pesca bianca. Armonico, rotondo e morbido con finale acidico/agrumato, persistente. Bell’inizio.

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Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva 2004, Vigna Novali, Moncaro

Enologo Giuliano Ignazi. La Cantina di Montecarotto si trova nell’area classica dei Castelli di Jesi, Marche. Produce vini dal 1964 quando viene fondata la Società Cooperativa. Le uve di Verdicchio hanno una buccia molto spessa per questo viene fatta una macerazione di 18 ore a contatto che permette l’estrazione aromatica. Una piccola parte affina in barrique per 7/8 mesi. Quattordici gli anni di attesa per questo bianco che si mostra di un bel giallo dorato cristallino nel calice. Note evolutive, minerali, mielato che arriva al caramello, agrumi canditi, ananas, zafferano, sentori balsamici e bella acidità con sensazione burrosa in bocca. Maturo e armonico, gran piacere degustarlo.

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Brunello di Montalcino 2013, La Poderina Tenute del  Cerro

Presenta Francesco Ceccarelli, Trade Marketing Manager di Tenute del Cerro (Gruppo Unipol SAI). La Poderina è a Castelnuovo dell’Abate Montalcino (Siena). Le uve sono di Sangiovese Grosso qui chiamato Brunello. Vigneti con esposizione sud-est. Il vino è rosso rubino con riflessi aranciati, il colore abbastanza scarico ricorda quello del Pinot nero. Profumi di frutta rossa, marasca, vena speziata di pepe e chiodi garofano, vaniglia e un fondo terroso gradevole, percezioni vinose di giovinezza. Tannini fini, bella tattilità, elegante, lunga persistenza e corrispondenza gusto-olfattiva. Ottimo, con possibilità di ulteriore miglioramento in un paio di anni.

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Albarossa 2016, Bricco dei Guazzi

Presenta l’Azienda il suo Amministratore Alessandro Marchionne. Bricco dei Guazzi è nel Monferrato, comune di Olivola (Alessandria), fa parte del gruppo Genagricola che si occupa di viticoltura, agricoltura, allevamento e fonti rinnovabili. L’Albarossa è un vitigno clone dell’incrocio tra Nebbiolo e Barbera, selezionato come il migliore tra quelli sperimentati nel lontano 1938 dal Dott. Dalmasso, ampelografo originario dell’Astigiano. Il vino ha un colore intenso simile alla Barbera, profumi floreali, spicca la rosa, note di talco, frutti rossi, spezie dolci, noce moscata. Fresco ed elegante con nota di liquirizia, tattile, masticabile. Questa è la terza annata che viene prodotto. È stata una bella scoperta questa Albarossa che metto al Top della serata.

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Ogrà Syrah 2013, Famiglia Cotarella

Presenta Riccardo Cotarella. L’Azienda fondata nel 1979 con il nome Falesco è ora diventata Famiglia Cotarella proprio a significare il forte legame familiare che unisce i fratelli Renzo (amministratore delegato della Marchesi Antinori) e Riccardo Cotarella, entrambi enologi che hanno ora messo alla guida dell’azienda la terza generazione, rappresentata dalle figlie Dominga, Marta ed Enrica. La sede è a Montecchio (Terni), al confine tra Lazio e Umbria. In degustazione, l’Ogrà è rubino intenso, profumi di frutti rossi, cipria, pepe, legno fresco, floreale, ancora vinoso con sensazione vanigliata, morbido ed elegante al palato con il tipico aroma di liquirizia del Syrah. Gran bel Syrah.

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Selvarossa Riserva Salice Salentino 2013, Cantina Due Palme

Presenta Francesco Fortunato, giovane enologo. La cooperativa nasce nell’89, conta 1000 soci e 2500 ettari vitati. È una realtà importante nel nostro Paese che produce 15 milioni di bottiglie ed esporta in 45 paesi. Aggiungo una nota personale, conoscevo la Cantina per il loro Susumaniello, un rosso morbido e gustoso davvero piacevole, viene proposto ad un prezzo inferiore ai 10 euro. Stasera ho la conferma della bontà dei loro vini assaggiando questo Salice Salentino Riserva. Aromi di piccoli frutti rossi maturi, spezie dolci, cipria, grafite, frutto dolce, vanigliato. Bella freschezza, lunghissimo con questa prugna matura a far capolino. Se non è sul primo, è sul secondo gradino del podio. 

Luca Gonzato