Categoria: aromi

Amedeo il Custoza di Cavalchina

Amedeo, Azienda Agricola Cavalchina dalla frazione Custoza di Sommacampagna (VR). È un bianco di Custoza Doc Superiore, da uve di Garganega 40%, Fernanda 30% (clone locale del Cortese), Trebbianello 15% (biotipo locale del Friulano/Tai) e Trebbiano (toscano) 15%.

La zona è famosa per il microclima del Lago di Garda e i suoli di origine morenica che conferiscono ai vini caratteristiche qualitative riconosciute sin dal ‘800 mentre le prime testimonianze di coltivazione della vite risalgono all’epoca romana.

L’annata che ho nel calice è la 2018, ha toni dorati brillanti ed aromi intensi. Complesso nell’olfatto, regala sentori di fiori bianchi, fieno, miele. In bocca è rotondo e minerale, morbido e sapido, domina il floreale ma ci sento anche note di mela golden, agrume e mandorla amara. Il volume alcolico è del 13,5%, non poco per un bianco ma è bilanciato dalla fresca acidità (non svolge la malolattica). Ha un bel finale di frutta polposa ma non è molto persistente negli aromi una volta deglutito, lascia la bocca fresca e pulita invitando un nuovo sorso.

Il mix di uve origina un concerto armonico di sensazioni aromatiche. Bel Custoza, conferma di una denominazione ancora sottovalutata ma che offre ‘bianchi’ di gran qualità a ottimi prezzi.

Il nome Amedeo, è un omaggio al Principe Amedeo I, secondogenito di Vittorio Emanuele II, che nel 1866, durante la Terza Guerra di Indipendenza, rimase ferito nella battaglia di Custoza e si guadagnò la medaglia d’oro al valor militare. La DOC Bianco di Custoza arrivò circa un secolo dopo, nel 1971 e il merito probabilmente fu proprio di Cavalchina che nel 1962 fu la prima a chiamare Custoza il vino bianco della zona.

Custoza, il bianco da provare o riscoprire.

Luca Gonzato

Domenica di quiete a Milano, è passata una lepre.

Mentre la osservo sento profumi di more, di frutti di bosco in confettura, peperone, china, rabarbaro. Ha il pelo morbido e liscio, è giovane e si muove con agilità, si sente che arriva dalle montagne. Difficile capire perchè in città, ma si sa che in questo periodo di chiusura tanti animali si sono avvicinati alle zone abitate. Penso piuttosto che sia fuggita da qualche vineria della Darsena che ora pullula di cacciatori in divisa blu, immagino la paura. Ha lasciato una scia fruttata che faceva coppia amorevolmente con i sentori d’affinamento, penso a vaniglia e liquirizia. Trasmette calma osservarla. Una calma indotta appena deglutito il primo sorso, pensi che devi prenderti il tempo giusto, che le sfumature contano e ad ogni sorso ne percepisci di nuove. In etichetta la giovane lepre di Albrecht Dürer, simbolo di naturalità, avvalora anche la mia tesi sulla calma. È ferma, a riposo, con le orecchie alzate e il naso attento. Passano tanti profumi e se la metti in tavola, allora sì, si mette a correre e sfodera le sue doti di abbinamento. Zampe potenti per piatti importanti, brasati, selvaggina. Gran bella lepre, quella del 2015. Me la guardo ancora, con calma, finché resta.

Faye rosso di Pojer e Sandri, Faedo (TN). Blend di Cabernet Sauvignon 50%, Cabernet Franc, Merlot e Lagrein per l’altro 50%.

Luca Gonzato

Il vino naturale, la pandemia e la resistenza

Milano 6 aprile 2020. Come si fa a scrivere di vino quando c’è una pandemia ed un bollettino quotidiano di morti?, me lo chiedo ogni volta che mi appresto a farlo da un mese a questa parte. Vengo invaso da un senso di colpa, per i sanitari che rischiano la vita e per chi già l’ha persa vittima del virus. Poi però cerco di vedere un accenno di primavera in questa desolazione di lutti e mi convinco che ogni granello di speranza e di positività possa costruire un’isola dove stare meglio anche se per poco.

Mi piacerebbe far dimenticare per un attimo i problemi a chi vive situazioni di stress e far ricordare che esistono tante piccole e grandi cose belle, come il vino. Non il vino da ingollare per stordirsi e dimenticare, ma quello responsabile, fatto di conoscenza e rispetto, storia e passione. Un momento di piacere e di scoperta per distrarsi un attimo dalle preoccupazioni e magari programmare l’acquisto di una bottiglia di vino italiano.

E allora scelgo un vino ‘resistente’ come vorrei che fossimo tutti noi di fronte al virus. Il Silvo di Villa Persani lo è, proviene da uve resistenti alle principali malattie fungine della vite. L’uva di Souvignier Gris di cui è principalmente composto questo spumante, è un incrocio di Vitis vinifera con altre Vitis (americana, asiatica…).

Tornando un attimo alla situazione che viviamo, è ormai chiaro a tutti che ‘niente sarà più come prima‘ e forse sarà anche il momento di accelerare le scelte nel mondo del vino per quanto riguarda l’allevamento della vite. La sostenibilità ambientale non è più procrastinabile. Pesticidi e metalli pesanti nel terreno e nelle uve dovrebbero sparire o quantomeno essere ridotti al minimo indispensabile. I vini da vitigni resistenti (anche chiamati Piwi o Iperbio) rispondono già a questa esigenza e al concetto di ‘naturalità‘ nel vino. Una risposta nuova che in realtà arriva da un secolo di studi, incroci e selezioni qualitative.

Il Silvo è già ‘oltre‘, anche nel modo di presentarsi. Innanzitutto la bottiglia, da mezzo litro, la misura perfetta per 2 persone e per un aperitivo frizzante ed informale. Poi il tappo a corona avvolto dalla capsula bianca, questo si mi riporta il sorriso, spettacolo. Villa Persani, l’Azienda Agricola di Silvano Clementi di Pressano (TN), riesce a coniugare immagine e sostanza in questa bottiglia fuori dal comune.

Nel calice è luminoso con una leggera torbidità dovuta alla rifermentazione in bottiglia senza sboccatura. Altra particolarità è che per la seconda fermentazione non vengono aggiunti zuccheri come nel metodo classico tradizionale ma bensì il solo succo d’uva in cui sono naturalmente presenti gli zuccheri. 

I profumi sono floreali, penso ad una rosa delicata e fruttati di agrumi, arancia, pompelmo, poi i frutti tropicali, ananas e litchi. In bocca trasmette una sensazione minerale, sapida e una piacevole acidità. È abbastanza persistente a dal retrogusto fruttato. Si apprezza per la freschezza e la possibilità di abbinarlo facilmente. Ottima ‘bollicina’, fresca, scorrevole e soprattutto sana. Il Silvo è definito Bio Vegan e giusto per mettermi in sintonia con l’informalità che lo caratterizza, l’ho abbinato (e non me ne vogliate a male), con crudo di Parma e burrata 😋.

Della stessa cantina ho assaggiato anche l’Aromatta, un’altro vino ‘resistente’ dalla bottiglia slanciata e altissima. Nell’Aromatta i profumi sono molto intensi, aromatici, ricorda subito il moscato con le note di petali di rose, ma anche profumi di frutto della passione e agrumi, mandarino e note tioliche di erbaceo e sottile fumé. In bocca è fragrante e minerale, sapido, via via si espande in un finale più morbido e dolce con richiami al fieno e al miele.

Terzo ed ultimo vino assaggiato è sempre un incrocio ma questa volta da vitigni tradizionali del Trentino, Teroldego e Lagrein. È il Nero Silvo, un vino ricco di polifenoli e antociani dal colore intenso e dai sentori di more, bacche scure, tabacco, sottobosco. In bocca è fragrante, fresco, con un finale di ribes e rabarbaro che lascia una sensazione fresca e minerale. Il volume alcolico non elevato, del 12%, rende questo vino facilmente bevibile.

In conclusione posso dire che aldilà della piacevolezza di tutti i vini assaggiati ho apprezzato molto la sensazione di bere vini sani ...naturali davvero. Li trovate direttamente sul sito web di Villa Persani.

Luca Gonzato

La Fanciulla Reale

Fetească Regală 2016, Dorvena.

Vino Rumeno della Transilvania dal cuore Italiano. A condurre la cantina Dorvena è il colosso Genagricola con i sui 8000 ettari coltivati in Italia e gli oltre 5000 in Romania (proprietà di Assicurazioni Generali).

Property of Dorvena


La bottiglia si presenta con una elegante etichetta dove al centro c’è un acino a rappresentare il colore del vino e intorno gli elementi che lo caratterizzano: sole, grappolo, suolo, foglia, stella, luna, acqua, microelementi, passione e viticci.
Il colore è paglierino brillante, i profumi arrivano intensi al naso.
Floreale, mi ricorda i girasoli, il fieno asciutto, il miele e la pesca gialla.
In bocca la sensazione è di frutto maturo, ancora pesca gialla e mela golden.
Morbido e con una spalla acida che sostiene un corpo importante.
Sorso caldo (14% vol.), avvolgente ma mai stancante.
Finale sapido che chiama un nuovo sorso.
Lo trovo interessante ed è bello vedere superate le aspettative.
Mi ha incuriosito e così, saltando da un sito all’altro, ho scoperto che la supervisione della cantina è affidata all’enologo Riccardo Cotarella, praticamente una certificazione di qualità.
Consiglio l’abbinamento con capesante gratinate o un’altro piatto che per struttura regga la potenza aromatica di questo buon vino.

Luca Gonzato

L’oro di Sauternes

A Sauternes, nelle Graves, la famosa zona di produzione di vini botritizzati (da Botrytis Cinerea, muffa nobile). Circa 2000 ettari di vigneti a sud di Bordeaux. Da qui il vino reso celebre da Riccardo Cuor di Leone nel XII secolo. Un vino mitico tutto da scoprire.

Si caratterizza per un colore dorato brillante che vira all’ambra dopo anni di affinamento, ha una dolcezza equilibrata dall’acidità che lo mantiene fresco e bevibile. Gli aromi sono complessi e generalmente vanno dall’albicocca alla pesca gialla, dal miele alle resine fino a note di frutti canditi e pasticceria. Più passano gli anni e più si ammorbidisce arricchendosi di aromi.

Un vigneto del Sauternes

Il vitigno principe è il Semillon ma possono concorrere in minima parte, se serve avere più acidità ad equilibrare la dolcezza, il Sauvignon Blanc che arricchisce anche gli aromi e il Muscadelle.

Una parcella di Château Sigalas

A rendere il terroir di Sauternes unico concorrono la vicinanza del fiume Garonne con le sue correnti d’aria; l’umidità della zona e le acque fredde del Ciron (affluente della Garonne che scorre tra Barsac e Sauternes). Notevole l’escursione termica dalla notte al giorno. Se non fosse per l’esposizione e il sole rovente del pomeriggio, le muffe diverrebbero marciume. Poco distante inizia anche l’enorme triangolo di foresta che arriva fino all’oceano. I terreni sono un mix di calcare, argilla e sassi, ci sono poi delle sabbie rosse nella zona di Barsac.

Immagini di muffa nobile dalla cantina Château Sigalas

Le uve da cui si ottiene il Sauternes, maturano e appassiscono sulla pianta ricoperte dalla botrite. In questa fase gli zuccheri si concentrano all’interno degli acini. All’esterno, il fungo della botrite resta asciutto, ‘arrostito’ dal sole. La vendemmia avviene verso fine ottobre, viene fatta a mano e in momenti diversi a seconda del grado di maturazione delle diverse parcelle.

I torchi di Château Sigalas

La pressatura è fatta con speciali torchi, devono sviluppare una grande pressione per estrarre quel nettare così prezioso, ricco di zuccheri e aromi. Si avvia poi la fermentazione e il passaggio in barrique scolme dove la ‘flor’ che si forma in superficie viene immersa frequentemente per estrarre tutti gli aromi. L’affinamento è di minimo due anni e le barrique solitamente sono nuove o di secondo e terzo passaggio come da tradizione nella regione di Bordeaux.

Il paese di Sauterners è microscopico ma il fascino di questo terroir è enorme. In piazza si trova la Maison du Sauternes, vale la sosta sia per l’opportunità che offre di degustare gratuitamente, tra una cinquantina di produttori, che per la possibilità di acquistare a cifre di cantina.

Ho assaggiato dei Sauternes di zone di cui non avevo mai assaggiato niente, cioè Barsac (i primi due nella foto) e Bommes (il terzo). Château La Tour Blanche 2009 è spettacolare per complessità ed armonia, però costava il triplo rispetto agli altri. Château Lamothe 2010 è risultato il più semplice ed anche il più economico. Château Caillou 2008, che ho poi acquistato, ha tutte le caratteristiche del gran Sauternes senza diventare esageratamente opulento, mantiene un bel grado di acidità e il costo di 25€ circa è accettabile.

Sulla strada per Sauternes ho prenotato via email la visita ad una cantina, non il famoso Château d’Yquem, unico Premier Cru Supérior della zona, ma in un castello vicino, Château Sigalas Rabaud, Premier Cru Classé del 1855.

Château Sigalas Rabaud, con i suoi 14 ettari è il più piccolo dei Premier Cru Classé. Ho visitato la vigna, la residenza, ora utilizzata per gli ospiti, la cantina e la barricaia dove infine, nel locale attiguo, ho fatto la degustazione di 5 vini.

Il primo vino assaggiato, “La Demoiselle de Sigalas”, è un bianco secco, annata 2014, composto all’85% da Semillon e restante 15% di Sauvignon Blanc. Bel vino da aperitivo fresco con aromi floreali. Il secondo è un’altro secco “La Sémillante de Sigalas” 2014, Semillon 100%, presenta note di agrumi, resina e miele.

Il terzo vino, il “5” deve il nome al fatto d’essere stato il quinto vino creato dalla cantina, ma è anche un riferimento al famoso profumo Chanel 5. In effetti troverai estremamente attraente una donna con due gocce di Sauternes sul collo. Il 5 è molto interessante perché si posiziona esattamente a metà tra i secchi e i dolci. Floreale, cambia in bocca sul fruttato. Bella acidità e leggero grado zuccherino. 95% Semillon e 5% Sauvignon blanc. Ed ora, il top, “Château Sigalas Rabaud”, anche per questi il Semillon concorre per il 95/97% e il rimanente è un tocco di Sauvignon Blanc. Il 2015 ha complessità di fiori, erbe, frutta fresca. Lo trovo fantastico per l’equilibrio e la ricchezza che esprime. Il 2006 è ‘regale’, opulento, frutta candita e secca, spiccata dolcezza, pastoso. Entrambi in vendita a 38/39€. Ho scelto il 2015. Un ultimo sguardo alle vigne e la promessa di tornarci.

Spero d’aver fatto venir voglia di assaggiare un Sauternes, se è così, i consigli per degustarlo al meglio sono: temperatura di 8-10° (alla Maison consigliano di metterlo in frigorifero 3 settimane prima), servito in piccoli calici. Come aperitivo, può essere servito con un paio di cubetti di ghiaccio e qualche goccia di limone. Come antipasto con prosciutto crudo e melone. L’abbinamento classico è con il Foie Gras (paté di fegato d’oca), di cui i francesi vanno ghiotti, oppure con i ‘Bleu’, i formaggi erborinati tipo Roquefort, Gorgonzola ecc. ed in generale con i formaggi di capra in cui sia crea un bel contrasto con le note dolci del Sauternes. Infine con i dolci, ad esempio un cioccolato fondente oppure con una macedonia di frutta. Praticamente è buono in ogni occasione. Il Sauternes è famoso nella sua versione dolce ma l’uva di Semillon, come avete visto nel paragrafo di degustazione allo Château Sigalas viene vinificata anche in vino secco o con un grado zuccherino inferiore. In questo caso la vinificazione è in acciaio e non viene fatto nessun passaggio in legno.

Luca Gonzato

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