Dipende che vino: Vendita vini ...e qualche calice in degustazione

Via Bonghi 12 Milano. Tram 3 e 15 - Bus 90/91 - Metro più vicina Romolo (più 10 minuti a piedi o Bus).

L’Albarola delle Cinque Terre

Er Giancu, Azienda Agricola Possa
Giallo paglierino intenso, profumi di frutta gialla matura, miele, floreale, mi ricorda il corbezzolo… qualche minuto di attesa e una vigorosa rotazione nel calice, si apre ed arriva un’ondata marina con sentori salmastri che sembra di stare sugli scogli. Note minori di timo, fumé… In bocca ha una bella freschezza, è sapido e minerale, sensazione ‘polposa’ di frutto e leggerezza che chiama il ‘sorso’ con semplicità e discreta finezza. È un ‘triple A’ (agricoltori, artigiani, artisti), ciò che meglio si avvicina al concetto di ‘vini naturali’. Il vitigno (autoctono) è l’Albarola, la zona dei vigneti sono le Cinque Terre, Riomaggiore in Liguria. La produzione è minima e rapportata ad un territorio di ‘viticoltura eroica’, 1000/1500 le bottiglie prodotte. Giustificato quindi il prezzo, di circa 18€. Personalità autentica in questo vino che si abbina perfettamente a piatti di pesce con insita grassezza, ad esempio Orata, Rombo o con tendenza dolce come i Crostacei. L’unico difetto è che finisce troppo in fretta. Buono buono!

Luca Gonzato

Nerello Mascalese, Vigne Vecchie, Calabretta

Il Nerello Mascalese di Massimiliano Calabretta, nella versione Vigne Vecchie del 2007. Indubbiamente un vino carismatico dove gli aromi terziari di affinamento giocano un ruolo di primo piano nel dargli carattere e spessore. L’uva, Nerello Mascalese, vitigno autoctono siciliano, viene coltivato da Calabretta in vigne a piede franco con oltre 80 anni di età ai piedi dell’Etna, su suoli ‘neri’ vulcanici. La cantina si trova a Randazzo, in Provincia di Catania. Il vino, dopo un lungo affinamento di 60 mesi in botti di rovere e in vetro, si presenta di un bel rosso rubino tendente al granato con profumi di rosa passita e frutti rossi. Sentori balsamici e spezie dolci su base sapida. Caldo e tannico si muove morbido accompagnando lungamente gli aromi. Nel complesso è armonico e fine. Ma… al secondo assaggio, inizio a sentire l’alcol, 15° di volume. Immagino queste uve scaldate dal sole di giorno, tanta luce, il fresco della sera con il terreno che mantiene e rilascia il calore. Le viti ci godono e offrono uve ricche di zuccheri che in fermentazione (naturale con lieviti indigeni) si trasformano in gradazioni elevate. Per certi versi mi ricorda alcune Barbera piemontesi, ma qui c’è una finezza diversa, minerale. Questo Nerello Mascalese Vigne Vecchie è un vino ‘maschio’ per la potenza che trasmette e ‘femmina’ per l’eleganza con cui si lascia bere. Ancora un goccio, davvero buono. Mi rigiro tra le dita il tappo, al tatto non capisco se è sintetico o sughero, non presenta il classico punto di contatto con il vino, rosso e profumato, è di un tenue rosato. Sono passati 11 anni e questo tappo è integro. Approfondisco la questione visitando il sito di Nomacorc, è una linea di tappi 100% riciclabili, derivati dalla canna da zucchero e dall’aspetto molto simile al sughero. Le prestazioni più interessanti di questa tipologia di tappi sono relative alla capacità di scambio controllato di ossigeno e all’esenzione garantita da TCA (difetto del vino, dovuta al sughero infettato, odore di tappo). Beh devo dire che non rimpiango il sughero, svolge il suo ruolo in modo eccellente proteggendo il vino e consentendo la naturale evoluzione. Dimenticavo di dire che questo vino è un “triple A” (agricoltori, artigiani, artisti), sinonimo di vini naturali prodotti nel rispetto della terra. Spero di avervi fatto venir voglia di assaggiare un Nerello Mascalese, che come vitigno è poco conosciuto soprattutto nel nord Italia. Poi se volete la garanzia di assaggiarne uno ‘buono’ vi consiglio questo di Massimiliano Calabretta. L’abbinamento è ovviamente con le carni rosse ma se non avete preconcetti verso il ‘fast food’ io l’ho trovato fantastico con un grande hamburger insaporito da salse (es. BigMac). Gran bel lunedì.

Luca Gonzato 

Brunello di Montalcino Banfi

Tenevo il Brunello di Montalcino 2011 di Banfi in cantina quasi come fosse una reliquia, aspettavo l’occasione, ma non sono così coerente con me stesso da aspettare una reale occasione, me la creo, “giornata lavorativa intensa = ci vuole un buon vino”. Torno al Sangiovese perchè è il ‘nostro’ vino, il rosso italiano per antonomasia, il vitigno più coltivato in Italia e tra i primi dieci nel mondo. Il terroir rinomato di Montalcino, la produzione di Castello Banfi, caratteristiche uniche per un gran vino. Per la cronaca sono 118 i cloni registrati di Sangiovese, riconducibili alle macrofamiglie di Toscano, Brunello, Prugnolo Gentile, Morellino, Romagnolo e Marchigiano. Purtroppo, a cena, ho sbagliato l’abbinamento, tocchi di pollo saltati nella wok con aglio, rosmarino, salvia, timo, liquirizia, aceto balsamico e marsala (si lo confesso il marsala non mi fa impazzire e la bottiglia aperta da mesi la voglio finire in qualche modo). Il Brunello Banfi si presenta di un bel colore rubino intenso, ricco di sostanza colorante che lascia poco spazio alla luce, l’unghia è aranciata. Consistente nel calice sprigiona sentori di piccoli frutti rossi in confettura, fiori passiti, viola, more. Il gusto è fruttato con un filo conduttore balsamico, mi ricorda l’eucalipto, il mentolo. Ha un bella struttura, i tannini sono ben integrati e mi fanno sognare delle succulente costine alla brace piuttosto che questa carne bianca di pollo aromatizzata. Si sentono bene anche delle note di affinamento in legno (2 anni, 50% in botti grandi e 50% in barriques + un anno -minimo- in bottiglia). Acidità equilibrata e armonia di tutte le componenti. È un vino che nelle guide riceve punteggi molto alti, sopra i 90 punti. Forse sbaglio ma questo 2011 non ha ancora quella persistenza aromatica che mi aspettavo, per il resto mi è piaciuto molto e confermo un ottimo giudizio. Eccellente per rimettersi in sesto dopo una giornata di lavoro.

Luca Gonzato

Pinot bianco Toros

È passato del tempo dall’ultimo vino recensito, nel frattempo ne ho assaggiati diversi senza però che nessuno mi colpisse per particolari qualità. Erano uno spumante trentino da Chardonnay, un Greco di Tufo, un Bordeaux ‘low cost’ selezionato da una nota catena di supermercati, un Montepulciano d’Abruzzo ed infine un Curtefranca bianco da uve Chardonnay e Pinot bianco. Non faccio i nomi delle cantine per rispetto del loro lavoro, ma non ci ho trovato niente degno di nota. Preferisco parlare solo di quei vini che mi fanno spalancare gli occhi e allargare il sorriso come questo Collio friulano, Pinot Bianco 2016 della Cantina Toros di Cormons. Ho attinto alla mia riserva ‘garantita’ in cantina, sapevo che non mi avrebbe deluso. 

È un ‘bianco’ elegante e fine con un corpo da rosso. Sapido e fresco, fiori bianchi, pesca, con una morbidezza quasi burrosa e sentori di lieviti, pane. Persistente negli aromi si distingue per la sua bellezza armonica. Ottimo con un risotto ai frutti di mare. Garantito che una volta tolto il tappo non servirà ad altro che aumentare la collezione di sugheri. Questo sì, è un Pinot Bianco memorabile. Sorrido ancora adesso ripensandoci. 😃

Luca Gonzato

Piccola bottiglia, grande Nebbiolo

Gattinara 2013, Travaglini

Acquistare vino online ha i suoi rischi, ad esempio quello di ricevere una bottiglia sottodimensionata a  0,50 l., ma se si tratta del Gattinara di Travaglini ne sei comunque felice perchè la bottiglia è bellissima anche in versione mignon. È stata pensata dal fondatore dell’Azienda, Giancarlo Travaglini nel 1958, per conservare il vino in modo ottimale, con vetro oscurato e con una forma che possa trattenere i residui che si formano dopo anni di affinamento. Tornando all’errore d’acquisto, sono stato ingannato dal prezzo, pensavo si riferisse alla bottiglia da 0,75 l., avrei dovuto porre più attenzione ma aldilà di questo, Travaglini fa uno dei Nebbioli (varietà Spanna), migliori del Piemonte, nella DOCG Gattinara. Vale il costo e se amate i vini da uve di Nebbiolo dovete assolutamente assaggiarlo. È elegante, ‘very cool’, si esprime con i tipici sentori di prugna e frutti rossi, ‘autoritario’ e ‘pulito’ in ogni fase della degustazione, si lascia bere con grande freschezza/scorrevolezza, i tannini e la sapidità sono ben equilibrati con la morbidezza glicerica e il grado alcolico (13,5 Vol.),  Il finale fruttato è lungo, puoi sentire tutte le componenti stare insieme in modo armonico. Non voglio fare la sviolinata ma non fissatevi sui Nebbioli di Barolo o Barbaresco, questo Gattinara è Top. Vellutato, di corpo, con sentori di affinamento in legno (2 anni in botti di rovere di slavonia) eleganti, non disturbano o sovrastano ma semplicemente completano il profilo di questo nebbiolo che raggiunge livelli di eccellenza. Vabbé, basta che altrimenti sembra che mi pagano e non è così. Provatelo e se avete qualche rimostranza scrivetemi.

Luca Gonzato

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