Il Nebbiolo 2017 dell’Astemia Pentita

Torno sul Nebbiolo, quello dell’Astemia Pentita di Barolo. Ho stappato e degustato con calma una delle bottiglie acquistate nella recente visita ed è davvero un gran Nebbiolo quello dell’annata 2017. Robusto di corpo, con tannini già integrati che stanno in perfetto equilibrio con la morbidezza alcolica del 14,5%. Intenso nei profumi, di viola, spezie, frutti di bosco freschi e liquirizia. L’acidità è ben presente e gli dona una facile bevibilità.  Elegante e profondo. Lo metto sul podio dei Nebbioli, quelli giovani ma che hanno una personalità da leader, un giovane e fighissimo Nebbiolo che fa le scarpe a certi Barolo. Da provare perchè è veramente molto al di sopra di tanti altri Nebbiolo. Piacevole da bere e ricco di qualità. Le uve provengono dai vigneti del comune di Barolo, la vinificazione prevede una macerazione di circa 20 giorni e l’affinamento di un anno in tonneaux di rovere francese.

Per la cronaca, l’Astemia Pentita è l’imprenditrice Sandra Vezza, titolare anche dell’azienda Gufram, famosa nel mondo del design per aver creato il divano a forma di bocca. I miei migliori complimenti vanno all’enologo Daniele Mauro per questo grande Nebbiolo. 

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Luca Gonzato

Tenuta Fontanafredda

Entrare in Fontanafredda è come fare un tuffo nel passato, tutto qui traspira storia. Da quella più lontana, agli albori del Barolo, fino alla più recente con la nascita del movimento Slow Food. 

Il nome Fontana Fredda rimanda a documenti del 1700 che indicano una valletta fresca e ricca di fonti, di cui una che alimentava il pozzo e il sottostante laghetto ancora presenti nella tenuta. Gli edifici a righe del borgo sono distintivi delle proprietà Sabaude. Re Vittorio Emanuele II che divenne possessore nel 1858 donò la tenuta alla sua amante preferita, di umili origini, la ’Bela Rosin’ (Rosa Vercellana), conferendole anche il titolo di contessa di Mirafiore e Fontanafredda, che tra l’altro sono le due linee di vini prodotte ancora oggi.

Vittorio Emanuele II, la Bella Rosina e il loro figlio Emanuele Guerrieri. Immagini dal museo di Fontanafredda.

Dall’amore del re con la Rosina nacquero Guerrieri Emanuele (poi divenuto conte di Mirafiori) e Maria Vittoria. A loro, nel 1860 vennero intestate le proprietà. Fu Emanuele che nel 1878 diede slancio alla produzione. Grazie alla passione e alle innovazioni introdotte, ad esempio quella dei condotti che permettevano i travasi senza dover caricare in spalla e trasportare il vino nelle sale d’invecchiamento sottostanti, la cantina visse anni di splendore.

Il borgo contemplava in sé tutto il necessario per la vita di una trentina di famiglie. Dal panificio alla scuola, fino agli spazi di svago del dopolavoro. L’attività principale era ovviamente legata alla produzione del vino, le cantine storiche sono tra le più belle al mondo. Impressionante il susseguirsi di botti e il cunicolo sotterraneo che collegava le zone di vinificazione a quelle di affinamento.

La tenuta conobbe in seguito anni di declino, anche per la terribile Fillossera che negli anni 30 distrusse i vigneti. La proprietà passò poi al Monte dei Paschi e il marchio ‘Casa E. Di Mirafiore’ alla famiglia Gancia. Nel 2009 la tenuta e i marchi sono stati acquisiti dal fondatore di Eataly, Oscar Farinetti, il quale ha  riportato allo splendore questo incredibile luogo.

L’ingresso dell’enoteca

La Fontanafredda di oggi conserva nel migliore dei modi gli edifici storici e il museo ma è anche un luogo di incontro, cultura e svago. È sede della Fondazione Mirafiore, vi sono diversi ristoranti, un hotel e spazi per incontri di lavoro e degustazione, inoltre nell’edificio principale è presente una bella enoteca dove acquistare tutti i vini prodotti in Fontanafredda e da Borgogno (altra cantina di proprietà dal 2008). 

Uno dei luoghi più affascinanti di Fontanafredda è la ‘Rotonda’, attuale zona di affinamento con centinaia di barrique, un tempo era il fulcro della cantina, dove avveniva la pigiatura e la vinificazione. Qui ebbe luogo, nel 1986, la prima riunione di quel gruppo di amici capitanati da Carlin Petrini che diedero poi vita al movimento di Slow Food.

L’ingresso al Bosco dei pensieri e a destra il pozzo di Fontana Fredda

Altro luogo speciale è il ‘bosco dei pensieri’, dove poter passeggiare nella quiete tra piante secolari ed ammirando le colline vitate. Sono 122 gli ettari totali di Fontanafredda, di cui 100 di vigneti (78 intorno al borgo), 10 tra borgo e cantina e 12 di bosco. 400 le famiglie di contadini che conferiscono le uve a Fontanafredda. Il tutto nel rispetto del territorio  e all’insegna di uve sane con certificazione biologica. I vini prodotti sono tanti, spumanti, bianchi e soprattutto rossi con le varietà tipiche piemontesi. Ovviamente il Nebbiolo è l’uva principe e le sue declinazioni in Barolo trovano diverse espressioni.

La casa della Bela Rosin, oggi sede del Guido ristorante

All’interno della tenuta, nello stellato ‘Guido ristorante’, ho avuto il piacere di degustare il Barolo ‘La Rosa’ 2013. Un Barolo importante tra i migliori simboli vinicoli di Fontanafredda, votato nel 2008 da Wine Spectator tra i 100 migliori vini al mondo.

Vigna La Rosa si esprime con grande eleganza e corpo, complice anche l’annata calda del 2013. Ai tipici profumi floreali di viola e rosa si associano un bel frutto rosso in confettura e sentori di sottobosco. Le note di affinamento in legno (3 anni) regalano un tannino vellutato e sentori di legni pregiati. Complesso e morbido come seta sulla pelle. Questo Barolo accarezza la lingua regalando una piacevolezza che si allunga snocciolando tante piccole sensazioni aromatiche. La Rosa accompagnata dalla faraona arrosto dello chef Ugo Alciati sono qualcosa di magico.

Nella tenuta Fontanafredda, anche per le dimensioni e la notorietà, non ci si può aspettare quell’atmosfera ‘raccolta’ tipica di altre cantine del Barolo però vale davvero la visita. È un luogo che fa capire bene quanta storia ci sia dietro al Re dei vini e quanto, un tempo, il lavoro avesse un valore ‘Alto’ che portava a condividere gli stessi spazi ed obiettivi, come in una grande famiglia, quella di Fontanafredda.

Luca Gonzato

Ettore Germano, viticoltori dal 1856

Tornare tra le colline delle Langhe, patrimonio dell’umanità, è sempre un piacere. Questa volta il mio interesse mi ha portato a Serralunga d’Alba, uno degli 11 comuni del Barolo, nella storica cantina ‘Ettore Germano’, viticoltori dal 1856. A condurre l’azienda sono Sergio Germano con la moglie Elena ma nelle retrovie si sta già formando la quinta generazione. Ad accoglierci troviamo Simona, un’amministrativa che si occupa anche dei clienti, simpatica e preparata ci accompagnerà nella visita e nella degustazione.

Immagini di Sergio Germano all’ingresso

Il profumo di mosto arriva pungente dal piano inferiore, la vendemmia è stata fatta solo un paio di settimane fa. Nella zona di affinamento dei vini sono presenti botti di dimensioni diverse, barrique, tonneaux e botti grandi che arrivano ai 2500 litri.

Interessante vedere alcuni campioni di terreno provenienti da quattro cru, danno immediatamente l’idea delle diversità che caratterizzeranno poi anche i vini. 

Campioni di suolo dei Cru di Cerretta, Prapò, Lazzarito e Vignarionda.

I suoli della zona di Barolo sono famosi per le marne, stratificazioni formatesi milioni di anni fa nel Miocene, quando qui c’era un mare. Il formarsi delle colline ha quindi mischiato i terreni creando infinite variabili di terreno. Da Germano, nel Cru Cerretta, si trova la marna di Sant’Agata (Tortoniano), il colore tende al grigio/blu, il terreno è calcareo/argilloso; il Cru Prapò è calcareo/argilloso con strati di arenaria; il Cru Lazzarito è calcareo con presenza di una vena ferrosa e di calcio; in Vignarionda è calcare marnoso.

La sala di degustazione di Ettore Germano

Ci spostiamo poi nella sala di degustazione al piano superiore da cui si ha accesso a una grande terrazza sulle vigne. Si potrebbe godere di un bel panorama sulle colline ma purtroppo il clima è tipicamente autunnale con quella nebbiolina mista a pioggia polverizzata.

Nell’ampia sala sono presenti le belle carte tridimensionali di Enogea e i due ‘vangeli’ delle MGA così si possono vedere e comprendere sia la posizione dei Cru che le altitudini e le esposizioni. 

Le mappe 3D del Barolo DOCG e di Serralunga d’Alba a destra

Nel frattempo Simona ha preparato i calici ed iniziamo la degustazione con uno spumante metodo classico da uve di Nebbiolo al 100%. Si chiama Rosanna (nome della madre di Sergio) ed è un extra brut, affina sui lieviti per circa 18 mesi. È molto fine ed elegante con un bel finale dolce. Bella sorpresa, avevo assaggiato altri spumanti da Nebbiolo ma nessuno mi aveva mai conquistato, questo sì. 

Il secondo assaggio è la Nascetta, tipico vitigno bianco piemontese, dimenticavo di dire che Sergio ha introdotto la coltivazione di uve bianche, i vigneti si trovano però in Alta Langa a Cigliè. Questa Nascetta è decisamente particolare per complessità aromatica, conserva una bella freschezza ed acquista sentori più minerali anche grazie all’affinamento in anfora. Altro assaggio il Binel (significa gemello in piemontese), un blend di 85% Chardonnay e 15% Riesling, piacevole anche questo con note burrose, morbide e fruttate tipiche dello Chardonnay ed arricchite dai sentori evolutivi tipici del Riesling.

A questo punto, dopo che avevo manifestato la mia curiosità su questo vitigno, Simona ci fa la sorpresa di farci assaggiare anche l’Hérzu 2011, Riesling 100%. Mi si allarga il sorriso, qui i sentori di idrocarburi danzano con il frutto in un contesto di acidità che mantiene la bocca pulita e pronta ad accogliere un nuovo sorso. Grande, potente, lunghissimo nella persistenza, peccato che le scorte siano finite e non si possa acquistare. Passiamo ai rossi iniziando da una Barbera d’Alba superiore ‘della Madre’ del 2016, si percepisce un bel frutto rosso maturo e le note di tostatura in legno (tonneaux per 1 anno), vaniglia, cacao. Anche qui l’acidità lo rende facilmente bevibile. Ed ora il Nebbiolo 2018, vinificato con una breve macerazione sulle bucce. Sorprende perchè mi aspettavo tutt’altro ed invece mi trovo a degustare un vino elegante, sottile, più vicino ad un rosé che a un nebbiolo strutturato. Piacevole proprio per la sua finezza, da riprovare come aperitivo.

Arriviamo ai Baroli, Prapò 2014, Cerretta 2014 e Lazzarito riserva 2012. Un crescendo di piacevolezza e complessità che rende pienamente l’idea di questo territorio di Serralunga. I legni sono usati sempre con discrezione e finalizzati ad armonizzare più che ad aggiungere aromi. Come affinamenti, il Prapò fa botte grande per due anni, risulta ancora fresco, tannico, complesso negli aromi di frutti rossi e neri e tostatura. Il Cerretta mi è sembrato più pronto, con un tannino più vellutato, affina due anni in tonneaux da 700 litri. Bel Barolo anche questo. Infine la riserva Lazzarito, il cru con le vigne più vecchie, circa 80 anni. Qui il piacere è tanto, se nei precedenti era l’austerità e la verticalità ad imporsi, qui sono la familiarità e la rotondità ad arrivarmi come un abbraccio. Le uve fanno una lunga macerazione di quasi due mesi e poi affina in botte grande quasi 3 anni e minimo due anni in bottiglia. Corpo ed eleganza rendono questo Barolo una vera eccellenza. Un ultimo sguardo alle colline sorseggiando nuovamente i Baroli rimasti nei calici e già mi spiace dover andar via. Bella visita e grazie di cuore a Simona per l’ospitalità e la simpatia. Complimenti a Sergio che anche se non ho potuto conoscere di persona mi ha trasmesso attraverso i suoi vini una personalità forte, legata alle tradizione quel che serve e aperta a nuove interpretazioni, penso al Langhe nebbiolo e allo Spumante rosé ma anche all’interessante via intrapresa con l’introduzione dell’anfora.

Luca Gonzato

Albarossa

Che bel nome per un vino, epico ed intrigante. L’Albarossa non è molto conosciuto, forse per la sua giovane età (si fa per dire), è nato nel 1938. Anno in cui il Professor Giovanni Dalmasso ha incrociato due tipiche varietà piemontesi, la Barbera e lo Chatus (detto anche Nebbiolo di Dronero). Il nome Albarossa, è un omaggio alla città di Alba. La sua breve storia, fino ad oggi, vede nel 1977 l’iscrizione al Registro nazionale dei vitigni, nel 1990 gli studi condotti nel centro sperimentale vitivinicolo della Tenuta Cannona a Carpeneto. Nel 2001 è entrato a far parte delle varietà adatte alla coltivazione in Piemonte e dopo un decennio ha ottenuto la Doc. Come appassionato trovo l’incrocio di Dalmasso molto interessante, è una bella sintesi delle qualità che maggiormente apprezzo in un vino rosso, carattere e longevità. 

I produttori di Albarossa sono circa 85 e 18 tra questi si sono associati nell’Albarossa Club per promuoverla nel mondo. Uno di questi 18 produce la bottiglia che ho appena stappato. Si tratta di Michele Chiarlo, un produttore con vigneti nelle Langhe, in Monferrato e nel Gavi, credo non serva dire altro visto il successo dei suoi vini tra gli appassionati.

Questa Albarossa è del 2015, solo 4 anni di affinamento, pochi se si pensa che potrebbe tranquillamente raggiungere il traguardo del decennio. Il colore è rosso rubino scuro, luminoso e consistente nel calice. Profumi di more, prugna, spezie, sottobosco. Le vigne da cui provengono le uve sono quelle di La Serra, un vigneto che visto in foto, sul sito, è incredibile, sembra un anfiteatro romano. Ecco da dove arriva l’ispirazione del disegno in etichetta. In bocca è robusto e caldo (14% di vol. alcolico), fruttato con sensazione polverosa, fine, elegante. Affina un anno in botte grande. Acidi e tannini sono ancora ben presenti e lasciano pensare ad un ulteriore margine di miglioramento. Bella la parte fruttata che rimane a lungo in bocca e il finale speziato che sembra pepe. Un vino che richiede una pietanza di valore, vista la stagione penserei ad esempio ad uno stufato con polenta o al gran bollito. Dopo un’oretta dalla stappatura, il vino si è pienamente aperto, comunica armonia e piacevolezza. Cerco un confronto con altre Barbera e Nebbioli piemontesi assaggiati ma trovo solo in parte delle corrispondenze. Qui, la cosa bella è trovarci la personalità e l’autorevolezza di un bel nebbiolo miscelati insieme alla fragranza di una barbera. Il prezzo è sui 12€. Se amate i rossi piemontesi, l’Albarossa vi può regalare belle sensazioni.

Luca Gonzato

Vini veri, persone vere

Persone e vini veri alla fiera Viniveri 2019 svoltasi a Cerea (Vr). Sono stati 132 i produttori che hanno animato il grande salone dell’Area EXP che, ironia della sorte, ha avuto le sue origini nel 1908 come fabbrica di concimi chimici e che grazie al comune di Cerea è stata poi recuperata nel 1995 e convertita a polo espositivo. Oggi i protagonisti in questo spazio sono coloro che hanno bandito dalla loro produzione ogni sostanza di derivazione chimica e che offrono quel genere di vini che possiamo definire naturali. Praticamente operano tutti in biologico o biodinamico. Ad accomunarli sotto il cappello di Viniveri è il rispetto di un manifesto che prevede regole chiare di coltivazione e di lavoro in cantina e la passione per le cose sane e rispettose della natura.

Avevo grandi aspettative per questa fiera, anche perchè l’avevo scelta al posto del mastodontico Vinitaly che partirà tra un paio di giorni. Aspettative pienamente soddisfatte dai quasi sessanta assaggi fatti e dalla conoscenza di tante belle persone, vere come i loro vini. C’era un bel clima, scanzonato ma anche professionale nell’approfondimento delle tematiche produttive. Bello vedere tanti coniugi, familiari ed amici che dietro i banchetti si adoperavano nel racconto e nella mescita. Ero in compagnia dell’amico sommelier Sasha e di un centinaio di altri soci Ais arrivati in pullman da Milano. Praticamente una gita di giovani quarantenni e più che volevano godersi una giornata intera di assaggi senza l’ansia di dover poi guidare. A far da portabandiera l’immancabile e mitico Hosam.

La regola era implicita, ‘bollicine, bianchi, rossi, passiti’, così gran parte di noi si è diretta ai banchi di Champagne mentre io e Sasha abbiamo optato per la cantina slovena di Slavček e i loro spumanti da Ribolla più Riesling e Rosé da Refosco. Il primo l’ho trovato proprio bello con i suoi sentori agrumati di pompelmo e di nespola. Più particolare il rosé dalla lieve vena tannica.

Siamo poi tornati dalla simpatica coppia di produttori per assaggiare anche i bianchi da uve con brevi macerazioni e i rossi. L’azienda è anche TripleA (agricoltori, artigiani, artisti), segnalo il loro Pinot Grigio 2015 e la Ribolla riserva tra i migliori. Si trovano a Dornberk (Dorimbergo) nel Collio Sloveno, a pochi km da Nova Gorica e dal confine italiano.

Salto in Champagne da Christophe Mignon dove c’è l’importatore a coinvolgere e far ridere gli astanti con le sue battute dallo spiccato accento veneto. Ottimo il Brut da Pinot Meunier 60% e Chardonnay 40%. Più austero il Brut Nature da Meunier 100%.

Eccoci poi da Aci Urbajs l’eccentrico produttore di Organic Anarchy, linea di vini bianchi dalle lunghe macerazioni e nessun uso di solfiti. Chardonnay 2015, Pinot grigio 2016 e 2017 e il Radicali ‘0’ 2017 blend di Chardonnay, Riesling e Kern (gran vino, complesso e lunghissimo con piacevoli note di miele).

I vini di questa cantina mi ricordano molto quelli di Nicolas Joly, padre della biodinamica e produttore della Aoc Savenniers nella Valle della Loira. Interessante assaggiare il Pinot grigio decantato da alcune ore ed evoluto con aromi molto diversi ed intensi. Le etichette dei vini rappresentano in modo chiaro lo stile di questa cantina che produce vini unici, tra i migliori assaggiati oggi. Si trovano anche loro in Slovenia ma molto più nell’entroterra e vicini all’Austria.

Sono seguiti poi gli assaggi di Mas Des Agrunelles, nel Languedoc francese. Un blend molto piacevole di Grenache Blanc e Marsanne (50/50) ed un Viogner. 

La cantina seguente è stata l’austriaca Nikolaihof Wachau dove erano presenti la produttrice, l’importatore e una magnifica sequenza di 4 Gruner Veltliner di annate diverse e altrettanti Riesling. Un assaggio meglio dell’altro. Le annate hanno evidenziato una bella evoluzione olfattiva che andava dal frutto fresco della 2017 alla sempre maggiore presenza di idrocarburi nelle 2014 e 2011. Tra i miei preferiti il Veltliner 2010 e il Riesling 2014 dove si percepiva una bella presenza armonica di frutto e idrocarburo.

Il passo successivo ci ha portato in Alsazia al Domain Valentin Zusslin dove abbiamo assaggiato uno strepitoso Riesling Neuberg 2014, al Top della giornata di assaggi. Elegante, intenso nei profumi tipici ed armonico. Visto che l’Alsazia è anche patria dei migliori Gewurtztraminer abbiamo provato il Bollenberg con residuo zuccherino. Il sommelier è stato molto bravo a servirlo freddo, quasi ghiacciato. È risultato molto piacevole e bevibile con un bel frutto tropicale fresco. Qualche grado in più e avrebbe rischiato di essere percepito come stucchevole. 

E i vini italiani? Eccoci da Gino Pedrotti in Trentino vicino al lago di Cavedine in provincia di Trento. Ad accoglierci il giovane titolare Giuseppe Pedrotti che è davvero una bella persona, simpatico e pronto ad esaudire ogni nostra curiosità. Tutti i loro vini hanno un filo conduttore che è l’eleganza, non quella dei lustrini ma quella delle cose fatte bene con pochi ingredienti. Uva, terra, clima, passione e una conduzione familiare. Abbiamo assaggiato la bella Nosiola 2017 (vitigno autoctono Trentino) poi uno Chardonnay 2017 e il blend di Chardonnay e Nosiola dell’etichetta L’Aura, gran bianco che consiglio di assaggiare.

Poi il rosso Rebo (vitigno ottenuto da Teroldego e Merlot) ed un magnifico Vino Santo Trentino del 2002, ottenuto da uve di Nosiola passite e botritizzate a cui segue una lenta fermentazione ed un lungo affinamento che arriva fino ai dieci anni. Non esagero a dire che è uno dei migliori passiti mai bevuti.

A questo punto l’amico Sasha si sgancia per una degustazione di sigari e vino ed io approfitto per approfondire le mie conoscenza sui vini di una regione ingiustamente poco considerata, il Lazio. Mi spiace non avere immagini di ognuno ma a volte mi perdo nella degustazione dimenticando di scattare le foto. Da Milana Gioacchino di Olevano Romano (Rm) ho assaggiato una Malvasia 2017 e un blend di Malvasia e Trebbiano sempre del 2017 che mi è piaciuta parecchio. Poi il rosso Cesanese (di Affile), dalle belle note fruttate e dalla facile beva. Anche qui una bella famiglia a presentare i propri vini.

Nei banchetti seguenti, con produttori della stessa regione, ho trovato i ragazzi di Noro Carlo in Labico (Rm) ed assaggiato la sorprendente Passerina, in quanto non conoscevo la versione laziale di questo vitigno che qui si esprime con gran corpo e profumi intensi rispetto alle ‘sottili’ Passerine marchigiane. Assaggiato anche il loro Cesanese del Piglio da suoli diversi dove era evidente la grande struttura e i diversi marcatori fruttati tra uno e l’altro, dalle more alla ciliegia e amarena. Finezza e struttura a seconda del suolo di terre rosse ricche di ferro oppure argillose compatte. 

Un passo più in là e mi trovo dal produttore La Visciola di Piglio (Rm) dove assaggio 5 versioni di Cesanese del Piglio da diversi Cru. I vini di questa simpatica coppia sono incredibilmente buoni, pur avendo ognuno delle diverse sfumature si esprimono come gran rossi degni di accompagnare le carni più saporite. Al palato i vini sono vellutati, caldi, con frutto carnoso ed una bella spalla acida. I tannini sono perfettamente integrati. Peccato che se volessi acquistare qualche loro bottiglia dovrei per forza recarmi nella loro cantina. Se vi capita di trovarne una da qualche parte non fatevela scappare.

Tornato Sasha ci dirigiamo al banco di Oasi degli Angeli di Cupra Marittima nelle Marche, “mica ti vorrai lasciar scappare la possibilità di assaggiare i loro grandi vini!” Il Kupra da uve Bordò (una specie di cannonau), grandissima espressione di piccoli frutti rossi e di erbe aromatiche di macchia mediterranea a cui fanno da cornice eleganti note di affinamento in legno. Poi il Kurni, meravigliosa creatura 100% Montepulciano. Rotondo, spesso, solare, un vino che vorrei sempre avere in cantina. Purtroppo la loro produzione è molto limitata e di conseguenza il costo/valore di ogni bottiglia è elevato. Apprezzo molto e ringrazio i titolari Eleonora Rossi e Marco Casolanetti per aver presenziato questo evento e dato così la possibilità a tanti appassionati di assaggiare i loro vini. (la faccia sulla foto è seguente alla mia richiesta di poter scattare 🤣)

Altro produttore eccellente trovato a Viniveri è stato Rinaldi, piemontese di Barolo dove ho assaggiato i due Baroli presenti, il Tre Tine 2015 e il Brunate 2015. Entrambi di grande eleganza e finezza. Buoni ma sono certo che tra qualche anno avranno tannini più integrati ed una migliore armonia generale. Mi spiace non averli compresi fino in fondo, forse l’assaggio è stato penalizzato dai precedenti assaggi di rossi con aromi molto presenti.

Una puntata in Spagna da Uva De Vida di Castilla nella Mancha. Qui abbiamo assaggiato alcune versioni da uve Graciano e Tempranillo. Rossi potenti, talvolta ruvidi e con sentori selvaggi, di cuoio, cavallo e carne macerata. Poi all’azienda La Senda con gli ottimi rossi da uve Mencia e Palomino.

A questo punto è diventato difficile continuare a degustare con obiettività e quindi ho smesso di prendere appunti e mi sono goduto gli ultimi assaggi per puro piacere. Dopo poco è arrivato il momento di recarsi al pullman per il rientro.

Siamo tornati felici verso Milano, con qualche nozione in più sui vini naturali e con le papille gustative che danzavano. Spero di esserci anche l’anno prossimo con nuovi vini e persone vere da conoscere.

Luca Gonzato

Note:

Le regole di produzione che sono tenuti a rispettare i produttori del consorzio Viniveri riguardano sia le operazioni in vigna che quelle in cantina. In vigna non è consentito l’uso di diserbanti e/o disseccanti, concimi chimici e viti modificate geneticamente. Nei nuovi vigneti si introducono piante ottenute da selezione massale e si predilige la coltivazione di vitigni autoctoni. Sono ammessi i trattamenti contro le malattie purché rispettino le norme dell’agricoltura biologica. Sono vietati i trattamenti di sintesi, penetranti o sistemici. Infine la vendemmia deve essere manuale. Per quel che riguarda il lavoro in cantina si possono utilizzare solo lieviti indigeni presenti sull’uva ed in cantina con esclusione di qualsiasi prodotto di nutrimento. Non sono permessi i sistemi di concentrazione ed essiccazione forzata, solo appassimento naturale dell’uva all’aria.  È vietata ogni manipolazione alla fermentazione naturale compreso il controllo della temperatura. Esclusione anche di chirificante e filtrazione. La solforosa totale non potrà mai essere superiore ad 80 mg/l per i vini secchi e 100 mg/l per i vini dolci. 

Gattinara

Gattinara, è un comune e una Denominazione dell’alto Piemonte in provincia di Vercelli. Territorio di Nebbiolo e di altre uve tipiche come la Vespolina e l’Uva rara. A caratterizzare i vini di questa zona sono i suoli di origine vulcanica che danno al Nebbiolo caratteristiche particolari e differenti da quelli delle Langhe o della Valtellina. Sapidità e mineralità contribuiscono al tipico bouquet olfattivo del Nebbiolo con note speziate e balsamiche. Poi c’è l’apporto delle altre uve, usate in piccola percentuale, che donano un’ulteriore impronta di stile, migliorandone sia l’aspetto visivo, con più colore (il Nebbiolo ha poca sostanza colorante), che di complessità gusto olfattiva, con l’apporto di speziatura e sentori di frutti rossi. 

Oggi assaggio il Gattinara 2014 della cantina Torraccia del Piantavigna, con sede in Ghemme e attiva dagli anni 50. Deve il nome a Pierino Piantavigna il fondatore e ad una collina ben esposta chiamata Torraccia. Si presenta con un bel colore rubino/granato e profumi fragranti. Seppur ancora giovane (sono vini in grado di evolvere per molti anni) è già un vino pronto e pienamente apprezzabile. Sono comunque passati 3 anni in legno e quasi due in bottiglia. I profumi sono floreali di viola e rosa, fruttati di marasca e prugne con note di erbe aromatiche come il timo e sentori di affinamento in legno. Profumi che evolvono nel calice… dopo un’oretta vi regalerà profumi più speziati e balsamici. È lungo nella persistenza, fresco e progressivamente avvolgente nel palato. L’astringenza tannica è presente ma in modo composto e per nulla fastidiosa anche degustando il vino da solo.  Minerale, sapido, con finale che ricorda profumi mentolati. La domanda sorge spontanea, ma se l’annata 2014 che non era stata granché, per via delle piogge e della difficile maturazione delle uve, ha dato alla luce un vino così, come saranno le versioni delle ‘belle’ annate come ad esempio la 2010?. Questo per dire che è un ottimo Gattinara, per certi aspetti austero come ogni Nebbiolo di classe ma allo stesso tempo bevibile con sempre maggior piacere. Perchè diciamocelo, i vini buoni sono quelli che ti fanno venir voglia di berne ancora e questo è così.

Sono 16 i produttori del Gattinara Docg che ho individuato e riportato nell’infografica, (segnalatemi se ho dimenticato qualcuno).

La prossima settimana ci sarà un appuntamento imperdibile per chi volesse scoprire tutti i Nebbioli dell’alto Piemonte, si chiama Taste Alto Piemonte, 30-31 marzo, 1 Aprile 2019,al Castello di Novara. Trovate maggiori info su https://www.tastealtopiemonte.it

Luca Gonzato

Il vino del parroco

Barbaresco 2003, Cantina Parroco di Neive, Cru Gallina.

Piemonte, Langhe, Nebbiolo 100%. La Cantina è l’Azienda San Michele, fondata nel 1973 dall’arciprete don Giuseppe Cogno parroco di Neive, insieme ad altri 3 viticoltori. Stappo con cautela questa bottiglia con oltre 15 anni di vita, ho sempre il timore di difetti dovuti al tappo o alla cattiva conservazione. Il tappo è integro e non presenta profumi anomali, ho aperto la bottiglia una mezz’ora prima di metterla in tavola. Colore rosso granato, aranciato nell’unghia, discretamente luminoso, come il sole di questa domenica invernale, il massimo che ci si possa aspettare da un vino di questa età.  Il profumo è fine ed elegante, di viola, con sentori dolci di caramello, se lo si sveglia dal torpore, roteandolo nel calice, sprigiona quelle note tipiche che mi aspettavo da un Barbaresco del Cru Gallina di Neive, cioè sottobosco, humus, qualcosa di selvaggio, potenza.

L’ingresso è fresco ed elegante, si impongono gli aromi di frutti rossi macerati, prosegue con note dolciastre di legno, vaniglia. Morbido, concentrato, caldo (14,5% Vol.), con tannini ben presenti seppur integrati, stringe l’interno delle labbra sui denti. È perfetto ad accompagnare l’ossobuco alla milanese, untuoso e grasso. Il finale regala sensazioni dolci di cioccolato e note balsamiche. Persistente nei toni dolci, rotondo ed opulento, quasi da meditazione. Dalle cronache delle Langhe, l’annata 2003 risulta essere stata molto calda, con i grappoli più esposti scottati dal sole. Si percepisce una notevole concentrazione di aromi in questo vino, in qualche modo ricorda alcuni rossi da uve passite. Un Barbaresco ottimo ed in splendida forma, gran domenica insieme.

Luca Gonzato

Piccola bottiglia, grande Nebbiolo

Gattinara 2013, Travaglini

Acquistare vino online ha i suoi rischi, ad esempio quello di ricevere una bottiglia sottodimensionata a  0,50 l., ma se si tratta del Gattinara di Travaglini ne sei comunque felice perchè la bottiglia è bellissima anche in versione mignon. È stata pensata dal fondatore dell’Azienda, Giancarlo Travaglini nel 1958, per conservare il vino in modo ottimale, con vetro oscurato e con una forma che possa trattenere i residui che si formano dopo anni di affinamento. Tornando all’errore d’acquisto, sono stato ingannato dal prezzo, pensavo si riferisse alla bottiglia da 0,75 l., avrei dovuto porre più attenzione ma aldilà di questo, Travaglini fa uno dei Nebbioli (varietà Spanna), migliori del Piemonte, nella DOCG Gattinara. Vale il costo e se amate i vini da uve di Nebbiolo dovete assolutamente assaggiarlo. È elegante, ‘very cool’, si esprime con i tipici sentori di prugna e frutti rossi, ‘autoritario’ e ‘pulito’ in ogni fase della degustazione, si lascia bere con grande freschezza/scorrevolezza, i tannini e la sapidità sono ben equilibrati con la morbidezza glicerica e il grado alcolico (13,5 Vol.),  Il finale fruttato è lungo, puoi sentire tutte le componenti stare insieme in modo armonico. Non voglio fare la sviolinata ma non fissatevi sui Nebbioli di Barolo o Barbaresco, questo Gattinara è Top. Vellutato, di corpo, con sentori di affinamento in legno (2 anni in botti di rovere di slavonia) eleganti, non disturbano o sovrastano ma semplicemente completano il profilo di questo nebbiolo che raggiunge livelli di eccellenza. Vabbé, basta che altrimenti sembra che mi pagano e non è così. Provatelo e se avete qualche rimostranza scrivetemi.

Luca Gonzato

Il Barolo, il territorio e le interpretazioni dell’Azienda Sordo

Otto Cru dell’annata 2013 e due Riserve nella menzione Perno delle annate 2010 e 2007

Tanta sostanza in questa interessante serata organizzata da Onav e presentata dal presidente Vito Intini con la partecipazione del marketing manager di Sordo il Sig. Paolo Trave. Dieci diversi Barolo nei calici, che per un amante del Nebbiolo non potevano che trasformarla in una serata memorabile.

Siamo in Piemonte, Provincia di Cuneo, nella DOCG Barolo che include 11 Comuni: Barolo, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba ed in parte il territorio dei comuni di Monforte d’Alba, Novello, La Morra, Verduno, Grinzane Cavour, Diano d’Alba, Cherasco e Roddi. Sulla mappa qui sotto puoi vedere la suddivisione dei comuni, la collocazione dei Cru di Perno in degustazione e le zone di formazione Elveziana e Tortoniana.

Il Terreno delle Langhe

Ciò che sta sotto alla vigna, che cambia anche solo spostandosi di qualche centinaio di metri, da un Cru all’altro, come nel caso delle parcelle di Sordo che si trovano in comuni, esposizioni e altitudini diverse, influisce sulla pianta e sul vino che verrà. A caratterizzare i suoli delle Langhe sono le Marne, formazioni stratificate del periodo Elveziano (Miocenico intermedio, era Cenozoica) e Tortoniano (7/11 milioni di anni fa). Lì dove una volta c’era il mare e dove ora si ritrovano numerosi fossili a testimoniarlo, c’è la tipica Marna grigio bluastra. Argilla, Limo, Sabbie, Calcaree, Minerali ecc. interagiscono nella Marna apportando proprietà specifiche al terreno. L’Argilla ha proprietà colloidali spinte, elevata ritenzione idrica, scarsa permeabilità, altissima coesione, elevata fertilità. La Sabbia ha scarsa ritenzione, alta permeabilità, facile penetrazione delle radici. Il Limo si muove su caratteristiche intermendie tra Argilla e Sabbia. Il Calcaree ha la proprietà di compattare ed indurire la Marna mentre la Sabbia la sfalda. Immagina quante variabili si creano lì sotto e come possono influire sul vino.

La zona più ad est, quella più antica, del periodo Elveziano, e corrispondente ai Comuni di Serralunga, Monforte e Castiglione Falletto determina nei vini una struttura del vino più possente, imponente, adatta ad un lungo affinamento. La zona più a ovest, di formazione più recente, il Tortoniano, offre al vino sensazioni più eleganti e sottili. Nel Barolo abbiamo comunque grande complessità e intensità in entrambe le zone.

Il Vitigno 

È il Nebbiolo, vitigno complicato che richiede uno specifico terroir. Bacca pruinosa, buccia sottile, tannica, maturazione tardiva. La vite predilige i pendii meglio esposti a sud-est e a sud ovest ad un’altitudine compresa tra i 150 e i 400 metri. Preferisce un terreno magro e composto da marne calcaree con microclima particolare. I cloni di Nebbiolo usati nelle Langhe sono, prevalentemente il Lampia, il Michet anche se ormai abbastanza raro e il Rosé ormai quasi scomparso. Le uve di Nebbiolo hanno spesso una scarsa proprietà cromatica dovuta alla Peonina, un Antociano (sostanza colorante presente nella buccia). Così come nel Pinot Noir possiamo trovarci di fronte ad un vino eccellente con un colore però più trasparente e meno intenso rispetto ad esempio a un Sangiovese o una Barbera dove ad influire cromaticamente in modo molto più intenso è la Malvidina. Nel registro delle varietà di Nebbiolo sono registrati 46 diversi cloni. Lo ritroviamo nei sinonimi di varietà come Chiavennasca in Valtellina,  Spanna (Gattinara, Piemonte), Picotendro (Donnas, Valle d’Aosta), Nebiolo (Luras, Sardegna). Una percentuale di biotipo X piuttosto che un’altra, il comportamento della pianta in base al terreno e alla sua gestione, il clima, il grado di maturazione tecnologica/fenolica, il periodo di vendemmia… hai già capito che determinano una gran quantità di variabili gustative.

Il Lavoro in Vigna

Cosa metti nel terreno, come gestisci la pianta, potature ecc. è ovvio che influiranno sul frutto che si svilupperà. Ognuno ha le sue tradizioni e il suo modo di gestire la vigna, ovviamente tutti i viticoltori operano in base alle proprie necessità e filosofie seppur nel rispetto del disciplinare di produzione, ed ora anche con la tutela/responsabilità dell’essere Patrimonio Mondiale UNESCO per il paesaggio vitivinicolo. L’Azienda Sordo si muove nel rispetto della natura con inerbimento controllato tra i filari di graminacee e altre specie che oltre a consolidare il terrreno, che per sua natura è abbastanza friabile, lo protegge dal dilavamento delle acque piovane e ne aumenta la sostanza organica. Non sono utilizzati concimi organici e diserbanti. Le viti vengono trattate con zolfo e prodotti cuprici come la poltiglia Bordolese, solo in caso di grave necessità si utilizzano altri presidi sanitari sotto lo stretto controllo di agronomi qualificati. La resa delle uve è di 80 quintali per ettaro.

Il Lavoro in Cantina

Come, quando e con quali modalità vengono svolte le operazioni di vinificazione, botte piccola o grande?, sono altre variabili che determineranno le differenze sui vini. Da Sordo le uve sono raccolte a piena maturazione e vinificate immediatamente all’arrivo in Cantina. Segue fermentazione tumultuosa a circa 30°C e macerazione a cappello sommerso che per tradizione dura circa sei settimane, successivamente la svinatura e la fermentazione malolattica (trasformazione acido malico in lattico). Maturazione in botti di rovere della Slavonia di grande capacità (oltre 100 in questa azienda). Affinamento almeno 38 mesi e due anni in botte. La Riserva ha un affinamento di 62 mesi.

L’Azienda Sordo

L’Azienda Agricola Sordo Giovanni, oggi guidata dal figlio Giorgio è situata ai piedi della collina di Barolo nel comune di Castiglione Falletto in provincia di Cuneo. Fondata nei primi del ‘900 e giunta alla terza generazione. L’Azienda ha un totale di 53 ettari suddivisi nei comuni di Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, Monforte d’Alba, Barolo, Novello, La Morra, Verduno, Grinzane Cavour e Vezza d’Alba.

I Barolo di Sordo in degustazione

L’annata 2013

È stata fresca ed in buona parte piovosa, ci sono stati periodi abbastanza lunghi di sole e bel tempo, sia in estate che durante la vendemmia, fatta in ritardo di una decina di giorni. I vigneti dei Cru presentati hanno ricevuto gli stessi trattamenti e processi di vinificazione.

La degustazione è stata guidata da Vito Intini. In generale ho potuto apprezzare la fragranza di fiori e frutti rossi ancora freschi e una nota di liquirizia che in qualche modo era presente in molti dei 2013, chiaro che hanno un notevole margine di miglioramento essendo predisposti ad una lunga evoluzione. Strutturati e complessi, con un tannino ben presente e in qualche caso ancora piuttosto spinto. Spero di avere l’occasione di assaggiare nuovamente questi 2013 tra qualche anno e riportarne l’evoluzione. Comunque, come dicevo all’inizio, tanta sostanza. 

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Barolo Monvigliero 2013 

Menzione del Comune di Verduno situata nella la zona più a nord del territorio del Barolo, collina a 250/300 m. slm. Terreno abbastanza sciolto, marne chiare, fini e asciutte. Tortoniano con presenza di sabbie.

Rubino con deboli riflessi granato, floreale appassito, la tipica viola, pasticceria dolce, frutto rosso, ribes, leggere note di spezie, pepe nero e chiodo di garofano, gusto elegante, tannini già composti e ottimo retrogusto.

Giovane, non molto strutturato. Ci rivediamo l’anno prossimo.

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Barolo Ravera 2013

Menzione del Comune di Novello e in minima parte del Comune di Barolo, collina a 330/480 m. slm. Terreno sciolto, marnoso biancastro Tortoniano su strati di marne grigio-bluastre.

Si differenzia dal precedente per l’assenza di note dolciastre e per sentori più balsamici con note mentolate, un frutto più complesso ed una maggiore struttura. Risulta energico con un tannino più potente e una buona persistenza gusto-olfattiva.

È un Barolo che chiama la succulenza del cibo, un brasato di manzo avrebbe da far lavorare bene questi tannini con la loro azione frenante sulla salivazione.

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Barolo Gabutti 2013 

Menzione del Comune di Serralunga d’Alba, collina a 250/300 m. slm. Geologicamente formazione di Lequio con marne argillo-calcaree non compattissime, Elveziano, stupendo e storico microclima

Olfatto potente, floreale appassito, marmellata di frutta, note terrose, di humus, grafite, tostatura, liquirizia, robusto, morbido, sensazione polverosa, tattile, sensazione di masticabilità.

Un bel Barolo. Tra i più premiati.

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Barolo Parussi 2013

Menzione del Comune di Castiglione Falletto, collina a 250/270 m. slm. Composizione dei terreni, misti con marne chiare (argilla e calcare), buona presenza di sabbie, Elveziano.

Note balsamiche mentolate, fragranza di frutti e fiori, struttura sottile ma molto elegante, lunga persistenza, armonico.

Mi è piaciuto davvero molto.

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Barolo Rocche di Castiglione 2013

Menzione del Comune di Castiglione Falletto e in minima parte del Comune di Monforte d’Alba, collina a 300/340 m. slm. Terreno Elveziano con sedimenti argillosi e calcarei, ricco di ferro.

Olfatto energico ed elegante, intenso, più cupo rispetto al precedente, liquirizia, frutta macerata, marasca, fiore appassito, polveroso, grafite, tabacco, complesso, imponente nella quantità di estratto secco, morbido, caldo.

Ottimo, chiede solo l’ulteriore sviluppo di aromi terziari nei prossimi anni per raggiungere l’eccellenza.

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Barolo Villero 2013

Menzione del Comune di Castiglione Falletto, collina a 250/350 m. slm. Terreno Elveziano con sedimenti argillosi e calcarei, ricco di ferro.

Vena più speziale all’olfatto, chiodi di garofano e noce moscata, cacao, caffé, elegante, molta liquirizia al gusto, morbido, masticabile, grande estratto, lunghissimo.

Wow!!!

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Barolo Monprivato 2013

Menzione del Comune di Castiglione Falletto, collina a 250/300 m. slm. Porzione Elveziana del territorio di Castiglione Falletto, esposizione completa a sud, uno degli 11 vigneti ‘Top’ del Barolo. Terreni calcarei e di marna bluastra di origine marina.

Colore più chiaro, sottile, leggermente burroso, speziato, pepe bianco e noce moscata, note mentolate, finezza ed eleganza estrema.

Da mettere in Cantina per le migliori occasioni.

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Barolo Perno 2013

Menzione del Comune di Monforte d’Alba, collina a a 250/380 m. slm. Terreno tufaceo con strati di terra rossa marnosa di non facile lavorazione. Sottosuolo di sassi e roccia cementata dura con argilla e sabbia, Elveziano.

Forte impatto olfattivo di cuoio, tabacco, ribes nero, pepe nero, legni nobili, struttura e tannini imponenti abbastanza evoluti.

Molto ‘maschio’

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Barolo Perno Riserva 2010

Caffè, cacao, eucaliptolo, liquirizia, struttura, complessità, persistenza.

Tutti gli ingredienti di una Riserva che arriva da una grande annata.

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Barolo Perno Riserva 2007

Marasca, carne macerata molto gradevole, tannini composti, morbidezza, lungo, caldo e avvolgente.

Grande grande

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Note finali

Sono arrivato all’ultima parte della degustazione, quella delle Riserve, con le papille gustative quasi esauste e meno ricettive, mi dispiace non aver potuto dare altri pareri, vorrei avere i tre calici qui, e valutarli adesso, sono sicuro che troverei molto altro da dire. Per concludere posso dire che i vini assaggiati sono stati tutti di ottima qualità, terrei in casa un Monprivato da bere in questi giorni accompagnandolo all’ossobuco alla Milanese e farei posto in cantina per blindare le menzioni Parussi, Rocche di Castiglione e Villero per qualche anno.

Il Costo a bottiglia di questi Barolo Sordo è all’incirca di 40€

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Qualche info sul Barolo e la sua fama

È a metà dell’800 che Camillo Benso Conte di Cavour e la Marchesa Giulia Colbert Falletto assumono l’enologo francese Oudart dando così vita al moderno Barolo e promuovendolo in casa Savoia. Il Barolo diventa a fine 800 il primo vino italiano di fama.

Nel 1934  nasce il Consorzio di tutela Barolo e Barbaresco

Vengono definite aree e un disciplinare generico

23 Aprile 1966 diventa Barolo DOC

1 Luglio 1980 diventa Barolo DOCG

11 Comuni nel 2008

513 aderenti al Consorzio, 281 imbottigliatori

il 22 giugno 2014 durante il 38° World Heritage Committee a Doha in Qatar, durante il quale il sito “I Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato” è stato riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità UNESCO

Si stima che i terreni abbiano un valore di 2 milioni di euro per ettaro.

A Barolo si può visitare il bel Museo del vino WI.MU. http://www.wimubarolo.it/it/ e terminare la visita con una bella degustazione nell’enoteca attigua, oppure visitare una delle numerose cantine presenti nel territorio http://www.langhevini.it

Luca Gonzato