Autore: dipendechevino

Ho ancora molta sete di vino, sono solo all'inizio.

Sangiovese e Sbirro

Piove, che palle, devo anche fare un bancomat, al ritorno mi fermo al Simply a prendere due cose, come al solito faccio una puntata al reparto vini, ho voglia di un rosso, penso che è già mezzogiorno e quelli che ho in cantina sono troppo freddi per poterli degustare a pranzo, un Sangiovese, scelgo quello di Cecchi, storica azienda del Chianti Classico a Castellina in Chianti, nella versione celebrativa dei 125 anni, chiamato Storia di famiglia, è un 2015 realizzato con il 90% di uve Sangiovese e restanti uve rosse della zona, immagino il Colorino ad esempio. Per questo sabato grigio milanese è perfetto, già che ci sono acquisto un formaggio da provare in abbinamento, lo Sbirro prodotto con il latte biellese di vacca Pezzata Rossa di Oropa e Bruna Alpina e con la birra Menabrea. Questo Chianti Classico, appena versato si esprime con sentori delicati, guardo gli archetti e le gocce scendere lentamente, sarà certamente morbido e caldo ed infatti all’assaggio si conferma così, si dispiegano i sentori retronasali di Ciliegia e prugna matura, rosa rossa carnosa, una nota balsamica, tannini composti, bella acidità, morbido e caldo. Composto ed elegante, meriterebbe una carne arrostita, ma anche lo Sbirro ha le sue ragioni, ne mangio un boccone con il pane, assaggio, ripeto e ripeto. Mangio e mi viene voglia di bere, finito di bere ho di nuovo voglia di mangiare e cosí tre quarti di bottiglia se ne è andata in questo abbinamento che definirei armonico, con i tannini e l’acidità del vino ad asciugare e pulire la bocca dalla grassezza e dalla succulenza di questo formaggio. Io e le mie papille gustative siamo felici. Buon sabato, anche se fuori piove. 

Luca Gonzato

Ruché, Rouchet, Ruscé

Antica Casa Vinicola Scarpa – Rouchet Briccorosa 2015-1996

Guardo le slide proiettate della zona di Nizza Monferrato vista dall’alto, un mare appena mosso di vigne, tutte le sfumature del verde con linee bianche disegnate a mano a dividere le vigne, torna la calma dopo l’innervosimento acuto che mi aveva preso poco prima, quando attraversavo in moto la città paralizzata dal traffico a causa della manifestazione e dello sciopero dei mezzi, con i gas di scarico che mi riempivano le narici e il rischio di arrivare in ritardo. Adesso son qui con i 6 calici davanti pronti a ricevere il pieno. A presentare la serata è un relatore di cui ho sentito tanto parlare, Armando Castagno, docente e appassionato di vini, è bravo a farsi capire, conduce la serata con disinvoltura e passione, dimostra una conoscenza approfondita (volevo dire pazzesca), con questo accento romanesco bello da sentire, poi mi spiazza e mi fa capire quanto debba ancora studiare, “il Ruché è un vitigno aromatico”, e io che ero rimasto fermo ad alcune Malvasie, Gewurtztraminer, Moscato e Brachetto, grazie comunque per avermi insegnato anche questa cosa, mi è venuta voglia di fare il tuo Master sulla Borgogna, devo solo racimolare qualche centinaio di euro. Dunque, eravamo alle vigne, sono lo spunto per capire cosa e perchè rende Briccorosa così speciale, è una parcella di vigna di Scarpa della famosa Bogliona, che poi è una serie di colline, il cui sottosuolo è composto dalle arenarie di Serravalle, compattamenti di sabbie su un substrato di marne bianche, qui 15 milioni di anni fa c’era un mare. Questi terreni di Castel Rocchero, così ricchi di sabbie, sono inospitali per altre colture ma per la vite che affonda le sue radici in profondità diventano un luogo di prosperità, le uve si contraddistinguono per la nettezza aromatica e il grado zuccherino che si trasformerà in elevato grado alcolico. Poco distante, a Nizza Monferrato, sono presenti le famose marne azzurre, dette di Sant’Agata, le stesse che ci sono a Barolo e Barbaresco. Quindi, fatti due più due, ci troviamo in un posto dove la vite si esprime al suo meglio, che sia Barbera, Nebbiolo o Rouchet. Sono curioso di questa verticale di annate tra il 2015 e il 1996. Il Ruché è un vitigno poco conosciuto, autoctono del Piemonte, e coltivato solo in questa regione, nel Monferrato viene chiamano Rouchet (pronuncia Ruscé), ha rischiato l’estinzione dal panorama vinicolo italiano se non fosse per l’attaccamento di pochi produttori come Scarpa che lo hanno preservato. Storica azienda nata nel 1854 Scarpa deve la sua notorietà alla caparbietà di Mario Pesce, che a metà del ‘900 porta i vini prodotti fino a quel momento ad una qualità superiore, da qui in poi questa filosofia di produzione basata sulla qualità ne regolerà le produzione fino ad oggi, tanto che, anche l’enologo presente in sala ci tiene a sottolineare che se un’annata non è buona non fanno quella tipologia di vino. Scarpa è famosa per le sue Barbera ed è anche una delle poche aziende a poter produrre Barolo e Barbaresco al di fuori delle zone canoniche, oltre a questi vini produce anche il Dolcetto e da poco ha impiantato il Timorasso, vitigno bianco che negli ultimi anni sta avendo un notevole successo. A guardarli nel bicchiere, questi Rouchet hanno tutti un bel colore, vivace in quelli più giovani e compatto tendente all’aranciato nelle versioni affinate a lungo, l’aroma che ne esce è potente e invitante.

La degustazione

Rouchet Briccorosa 2015 È un’anteprima, non ancora in commercio. Nel 2015 l’estate ha avuto picchi di 38°, l’uva era perfetta. Il vino ha quasi il 14% di Vol Alcol, poca acidità (5,66 g/l) e molto estratto secco (27,90g/l), profuma di rosa selvatica, frutti di bosco, speziatura di pepe, minerale di gomma bruciata, al gusto lo senti ancora giovane pur avendo dei tannini già levigati, sapidità e finale ammandorlato. Già buono così se apprezzi il frutto fresco e la mineralità.

Rouchet Briccorosa 2014 Annata sofferta con frequenti piogge estive e lenta maturazione delle uve. Il vino ha un Vol. Alcol inferiore, stimato a 12,71%, acidità 5,65g/l ed estratto secco 26,90 g/l. Colore più aranciato, nota vegetale di carota, frutta agrumata, erbe medicinali, geranio, come sensazioni gustative si avvicina molto a un rosato. È particolare, femminile direi, ma con con quella spregiudicatezza adolescenziale che lo farebbe abbinare bene anche ad una portata di pesce.

Rouchet Briccorosa 2011 Estate calda e siccitosa, vendemmia precoce, basse rese. Alcol 13,94%, acidità 5,73 g/l, estratto secco 28,40 g/l. Sebbene l’annata per altri sia stata difficile, questo vitigno ne ha giovato, ha una bel profumo di frutta matura, mora, ribes nero. In bocca è austero, con note minerali di gesso, polvere, cacao amaro, una punta di liquirizia. Probabilmente il miglior Ruché della serata. Ne percepisci il valore alla pari dei cugini più famosi.

Rouchet Briccorosa 2007 Inverno gelido e primavera calda ed assoalta, vendemmia anticipata. Alcol 14,78%, acidità 5,75 g/l, estratto secco 27,60 g/l. Sentori balsamici, gomme, fiori di glicine e lavanda, anice, resina, menta, spezie, frutta. In bocca ricorda l’after eight, la ciliegia sotto spirito, il rosmarino. Grande equilibrio e spinta alcolica. Anche questo è davvero un ottimo vino che se la vede con il precedente per il podio della serata.

Rouchet Briccorosa 1999 Ideale distribuzione delle precipitazioni, escursioni termiche rilevanti, uve ricche sia in zuccheri che in acidità. Di questa vendemmia non sono stati registrati i valori di alcol, acidità ed estratto. Si ricorda comunque come una grande annata in tutto il Piemonte. Il vino ha note terziarie quasi metalliche, nel mio bicchiere sono presenti residui, il colore è scarico. Note di torrefazione, corteccia. Quello che mi è piaciuto meno.

Rouchet Briccorosa 2007 Annata imponente e classica, vecchio stile, vini spesso chiusi e irrigiditi. Questo vino aveva preso diversi premi, ora si presenta dopo più di vent’anni con sentori che ricordano, la ciliegia sotto spirito, la cenere del camino, note aromatiche ancora dolci e grande acidità, è maturo e come si direbbe di una persona anziana in piena forma, è invecchiato bene.

A fine degustazione ho ripercorso gli assaggi e confermato il 2011 e il 2007 come le migliori versioni che ho assaggiato. Credo proprio che ne acquisterò qualche bottiglia cercando di dimenticarne almeno una in cantina per una decina di anni, magari a fianco di un barolo e un barbaresco, perchè è quello il posto che si merita. Bella azienda quella di Scarpa, dinamica ma con salde radici nel passato, ora però voglio assaggiare anche gli altri vostri vini, in primis la Barbera.

Luca Gonzato

Note:

  • Il Ruché di Castagnole Monferrato DOCG è prodotto in un’altra zona, sopra ad Asti, ne consegue che sia un Ruché diverso, per posizione geografica e composizione dei terreni che poi si esprime in vini con caratteristiche molto diverse da quello di di Nizza Monferrato.
  • Non è vero che i vitigni aromatici danno sempre lo stesso vino, questo Ruché di diverse annate lo dimostra benissimo
  • Tutti i Ruché Scarpa fermentano in acciaio e affinano in bottiglia almeno un anno, non vedono legni e malgrado questo nelle versioni 2011 e 2007 sembrava di percepirne la presenza
  • il 95% dei lieviti risiede in cantina, solo il 5% arriva in cantina sulle bucce delle uve

Sì lo Chardonnay e che Chardonnay!

Vie di Romans Chardonnay 2015

Prima però il ‘pippone’ introduttivo sullo Chardonnay: coltivato in tutto il mondo è tra i pochi ad essere considerati vitigni internazionali, vinificato in tanti modi, secco, frizzante, spumante, in purezza o nei vari blend. Originario della Francia in Borgogna, la famosa Cǒte d’Or, nel paese di Chardonnay a cui deve il nome. Da questa zona arrivano i migliori Chardonnay al mondo, Yonne, Chablis, Montrachet, Mâconnais Lo ritroviamo come ‘base’ per le bollicine più nobili nella Champagne, in blend con Pinot Noir e Pinot Meunier, o da solo nei famosi Blanc de Blanc. In Italia, solo per citare qualche località, in Franciacorta dove è anche spumantizzato da solo nella versione Satén, in Trentino, Oltrepò Pavese, Alta Langa ecc., praticamente ovunque in versione secca. Lui c’è sempre. Lo conosco dall’adolescenza, quando vivevo in provincia e nei baretti si chiedeva uno Chardonnay, non un Prosecco, che all’epoca era sconosciuto dalle mie parti. Tra i suoi marcatori olfattivi più ricorrenti ci sono l’ananas e la banana, poi chiaramente in base a terroir, lieviti, affinamento ecc. ci puoi trovare altri fiori e frutti, dipende. Puoi berti uno Chardonnay ‘bananoso’ e banale da tre euro oppure puoi berti uno Chardonnay che ti farà venir voglia di rimetterlo tra i tuoi vini preferiti, come nel caso di questo, prodotto da Vie di Romans. La Cantina di Mariano del Friuli, si trova nella denominazione Friuli Isonzo, nella parte est della regione tra il Collio che gli sta sopra e il Carso sotto, al confine con la Slovenia. I vitigni Rive Alte da cui provengono le uve di questo Chardonnay, sono nella zona tra Gorizia e Cormòns, i terreni sono prevalentemente composti da argille e ghiaie rosse (determinate dalla presenza di ferro) e strati calcarei. Rive Alte è una zona più fresca rispetto alle altre della Doc, in cui le escursioni termiche sono accentuate. In questa zona soffia anche la bora ed influisce la vicinanza del mare. Si ok, basta, ho finito il ‘pippone’ introduttivo, adesso ti dico del vino: si presenta di un giallo paglierino intenso e cristallino. Consistente nel bicchiere, all’olfatto è invitante con bella nota balsamica, aromi di frutti gialli come l’ananas e la pesca gialla, una mandorla amara. Al gusto è sul frutto maturo, ananas, banana, pesca gialla, frutti tropicali, sapidità e acidità bilanciate da bella morbidezza quasi burrosa, la bocca ne è avvolta come da una patina, è lungo, il frutto ti rimane in bocca. Inizialmente assaggiato a 11 gradi ed ora, assaggiandolo ad una temperatura più alta, intorno ai 15, lo trovo ancora meglio, è proprio così, a temperatura più bassa si accentuano le durezze, acidità in primis e viceversa a temperatura più alta vengono esaltate le morbidezze (alcoli, polialcoli, zuccheri). Sono lì che aspetto delle note fumé che mi sembra vengano annunciate e invece no, chiude alla perfezione con questo frutto polposo e una bella mineralità che ti lascia la lingua pulita, non credo la bottiglia vedrà un domani, lo lascio lì, faccio altre cose, torno e lo riassaggio, ma quanto è bello sentire tutte le sfumature che ha un vino? ti cambia nel bicchiere, è vivo, non tutti si comportano così, è un gran vino. Sebbene la Cantina ne indichi una vita superiore ai 20 anni io lo trovo perfetto già così, intrigante e per nulla scontato, gran Chardonnay, molto meglio di alcuni Chablis che mi è capitato di assaggiare.

Luca Gonzato

Live Wine 2018

Come assaggiare oltre 35 vini e restare umani

  • Prima regola, non avere fretta, il vino si guarda, si annusa e si gusta in minima quantità, un sorso o due, lo finisci solo se davvero ne vale la pena.
  • Seconda regola, devi avere tempo, io ho avuto 4 ore a disposizione.
  • Terza regola, prendersi delle pause, mangiare qualcosa, chiacchierare e lasciare che il bevuto venga digerito.
  • Quarta regola, vai in ordine di intensità/corpo del vino, bollicine, bianchi, rossi, passiti.
  • Quinta regola, cerca di conoscere i tuoi limiti, 10 assaggi possono bastare o magari 50, solo tu sai quando è giusto smettere.

Resta comunque il problema delle papille gustative che si affaticano, la percezione cala proporzionalmente al numero di assaggi, in contrapposizione c’è da dire che questi eventi sono anche una festa per gli amanti del vino e non c’è niente di male se a un certo punto smetti di fare valutazioni tecniche e ti gusti questo nettare per puro piacere.

Cronaca della maratona: Ho iniziato gli assaggi con due Cremant Francesi (spumanti prodotti al di fuori della zona della Champagne, con un pressione inferiore, risultano più morbidi e meno complessi), delle regioni dello Jura e dell’Alsazia. Piacevoli ma subito dopo avevo nel calice due Champagne Bonnet-Ponson della Montagne de Réims che li surclassavano, per struttura, persistenza e finezza. Adoro le bollicine, e in Champagne sono maestri nel farle. Sapevo della presenza di Legret et Fils che conosco come etichetta dall’enolaboratorio Champagne di un paio di anni fa a Monza con Onav, mi è tornata la voglia del loro Rosé de Saignée, ma prima ho assaggiato il Blanc de Blanc (solo uve Chardonnay) e poi il Saignée che ha una breve macerazione sulle bucce, entrambi degli ottimi Champagne, il Rosé però è unico, da provare se non lo avete ancora fatto.

Mentre decidevo su quale banco andare ho incontrato gli amici Sommelier del mio corso Ais, Sasha e Ottavio così abbiamo iniziato a degustare insieme, che è la cosa migliore, ci si confronta cercando di individuare gli aromi e le qualità dei singoli vini per poi darne un giudizio complessivo che non sempre è concorde ma questo è il bello di degustare, si possono avere pareri diversi, ci sono aspetti oggettivi che possono essere discussi ed aspetti soggettivi che dipendono dal proprio gusto.

Insieme abbiamo quindi proseguito con i bianchi, prima un Veltliner della Repubblica Ceca che però non ha entusismato nessuno poi il trittico Terraquilia (Emilia Romagna) di vini da uve Grechetto (Pignoletto) prodotti con metodo Ancestrale (fermentazione innescata da lieviti indigeni presenti sulla buccia che viene bloccata ad un determinato grado zuccherino per poter imbottigliare, la fermentazione riprende e termina in bottiglia), il primo era velato con una leggera effervescenza, il secondo più spiccata e il terzo uno spumante, ad accomunarli un frutto fresco che a me ricordava la mela. All’unanimità il secondo e il terzo i migliori.

Ed eccoci in Abruzzo da Emidio Pepe alla ricerca del suo famoso Pecorino che però non c’era, l’Azienda presentava un ottimo Trebbiano d’Abruzzo (ne vorrei una cassa in cantina per quanto mi è piaciuto), poi visto che ci era rimasta questa voglia di Pecorino ci siamo spostati da Paolini Stanford dove abbiamo potuto assaggiare la loro versione e un Incrocio Bruni 54 che abbiamo apprezzato per la sua particolarità, simpatici e molto disponibili a spiegarci le loro vinificazioni ci hanno poi fatto assaggiare un loro primo esperimento di spumantizzazione ancestrale di Incrocio Bruni da una bottiglia senza etichetta, interessante inizio, spero di vederlo realizzato l’anno prossimo, comunque complimenti per la qualità e la passione.

Adesso si va in Friuli da Dario Prinčič, all’assaggio di Pinot Grigio con macerazione sulle bucce di 8 giorni, si potrebbe classificare come Orange wine, bel colore ramato luminoso, poi il Jakot (Friulano) con oltre 20 giorni di macerazione sulle bucce, si presenta di un bel giallo paglierino dorato e notevole consistenza, Bianco Trebež è il terzo, blend di Chardonnay, Pinot Grigio e Sauvignon ha un bel colore giallo ambrato. In tutti e tre i casi ci troviamo di fronte a vini molto strutturati e pomposi, ricchi di aromi, complessità ed eleganza, direi vini più da meditazione che da pasto o perlomeno bisogna saperci abbinare qualcosa di altrettanto strutturato ed aromatico.

Rimanendo nel Collio, da I Clivi di Ferdinando e Mario Zanusso degustiamo il Friulano (Clivi Brazan 2015) in quella che consideriamo un’interpretazione più classica, personalmente è quella che preferisco, poi il loro Verduzzo Friulano che è stata una bella sorpresa per la sua aromaticità e freschezza.

A questo punto concordiamo che sia il momento di passare ai ‘rossi’ e la prima scelta è per la Tintilia di Vinica (Molise), al suo banco troviamo un’accoglienza informale, ci lasciamo convincere ad assaggiare anche i loro bianchi Sauvignon e Riesling, pur mantenendo caratteristiche tipiche dei vitigni sono però molto differenti dalle espressioni di regioni più a nord o ad esempio dei Riesling della Mosella, interessanti ma dopo la struttura dei Friulano è più difficile apprezzarli fino in fondo. “Dai facci assaggiare la Tintilia”, però c’è anche il Pinot nero, ok proviamo, colore scarico tipico e frutto rosso fresco, bella acidità che chiama la beva, anche questo lo vorrei in cantina, di quei vini che ne berresti a secchiate. E finalmente la Tintilia Vigne del Sorbo che assaggiamo in due annate, credo 2013 e 2011 ma sinceramente non mi ricordo, la prima si sente che è più esuberante con tannini ancora da domare mentre la seconda è perfetta, avvolgente e morbida, equilibrata ed armonica, di questa farei l’abbonamento.

Un salto in Calabria da ‘A Vita’ e il suo Cirò, qui grande speziatura che ti fa immaginare fantastici abbinamenti con i cibi speziati e le piccantezze calabresi. Percorriamo più di 1000 km in pochi passi per trovarci di fronte ai Baroli di Principiano Ferdinando, dopo l’allegria che mi sembra di percepire negli aromi dei rossi del sud ci troviamo di fronte all’austerità del Nebbiolo, il primo all’assaggio è il 2014, già bevibile ma ancora ruvido nei tannini mentre il 2011 è di grande eleganza, io me lo vedo sulla tovaglia bianca della domenica con i tovaglioli ricamati e ricche portate ad esaltarlo, e questo non lo vuoi mettere in Cantina?

Qualcosa dalla Francia, Côtes du Rhône nel Domaine du Petit Oratoire, assaggiamo vari blend tutti fatti bene e ottimi al gusto, purtroppo non li ho fotografati tutti, quello nell’immagine Les Lauzes Blanches è un blend di syrah, grenache, carignan e mourvèdre mi è sembrato il migliore, in generale questo banco ci ha fatto meditare sulla capacità di fare grandi vini che hanno i francesi, avessi un carrello  ne infilerei subito dentro un paio di bottiglie. Tra l’altro la maggioranza dei banchi fa anche la vendita ma in questo momento non ho voglia di portarmi in giro bottiglie. A questo punto siamo tutti ormai agli sgoccioli come capacità degustative, Ottavio ci lascia mentre io e Sasha sentiamo il bisogno di mettere qualcosa sotto i denti, facciamo visita ai banchi alimentari e dopo un assaggio di baccalà vicentino acquistiamo a caro prezzo una bruschetta burro e acciuga (4€) ed una di crema di baccalà spalmata (8€), non posso che dire una ‘ladrata’, ripensandoci dopo avrei dovuto rispondergli in veneto ‘eh che sboro!’. L’aspetto positivo è che ci è tornata voglia di bere, devo mandare già quest’acciuga che mi si è fermata in gola. Ci fermiamo da un distributore che insiste per farci assaggiare più vini possibili tra quelli selezionati dal figlio, ottime selezioni, il primo ci riporta nel Collio quello Sloveno da Stekar e il suo Pinot Draga (Pinot Grigio), non filtrato, sapidità caratteristica della zona e complessità, l’acciuga è scesa. Sempre dalla Slovenia Brandulin Jordano, un Tocaj friulano di cui però non ricordo granché così come del Domaine de la Cras Marc Soyard, Bourgogne 2016 da uve Chardonnay, ultimo un Pinot noir dell’Alsazia che però ricordo essere stato di gran livello, sorry ma iniziavo ad essere stanco. Dai basta, si va a casa che ormai sono le sette, ci salutiamo ma intravedo a poca distanza un’altro amico, Tommaso (compagno di corso in Onav), ci salutiamo e aggiorniamo sulle rispettive degustazioni e mi convince a bere qualcosa insieme a sua moglie che lo accompagna, penso a cosa avrei rimpianto di non aver assaggiato ed è il Sauternes così lo proviamo tutti insieme e ci ritrovo quello zafferano che lo caratterizza, è ottimo, ha una bella freschezza, non è opulento come altri che ho bevuto e l’azione della muffa nobile non lo ha caricato troppo di aromi vicini agli idrocarburi. Ora basta, no dai, insiste Tommaso e allora chiudiamo veramente bene così come iniziato, si torna da Legret et Fils dove magicamente il rappresentante del banco fa comparire un rosè che non c’era all’inizio, un Brut magnifico, prima, dopo, durante, per lo Champagne è sempre il momento giusto.

Buon vino a Livewine 2018 e grazie a Sasha, Ottavio e Tommaso per la compagnia e le degustazioni fatte insieme.

Luca Gonzato

Sherry Fino

Lo Sherry

È un tipico vino spagnolo ‘fortificato’ al quale viene aggiunto dell’alcol alla fine delle fermentazioni (il volume di alcol sopra il 15% impedisce che continuino o si inneschino altre fermentazioni). Viene prodotto nella zona di Jerez de la Frontera, in Spagna, all’incirca in quella parte di terra che affacciandosi sul golfo divide la Spagna dal Portogallo.

Questo che assaggio è fatto da sole uve Palomino nella versione Fino e secco, affinato 5 anni, altre tipologie di Sherry utilizzano anche uve Pedro Ximènez e Moscatel; viene affinato con il metodo Soleras (botti sovrapposte e collegate tra loro dove ogni anno si aggiunge il nuovo vino a quelle sopra (criaderas) e da quelle più in basso (solera) si preleva per l’imbottigliamento. Esistono altre tipologie di Sherry che in base alle uve, all’affinamento e all’azione dei lieviti Flor (che stanno in superficie) decretano le denominazioni Manzanilla, Amontillado, Oloroso, Palo Cortado e Pedro Ximénez.

Sherry Pando Fino Williams & Humbert

Tolto dal frigorifero, ha una temperatura di 11°. Profumo intenso di frutta passita e candita che però mantiene caratteristiche di freschezza, aromi terziari di alcoli evoluti, nota dolce di mandorla, mi ricorda il Marsala e il Passito di Pantelleria. Al gusto è secco con una bellissima acidità/freschezza che lascia il posto ad aromi legati al legno, sottobosco, carbonella e leggera sensazione polverosa sulla lingua, è caldo con il suo 15% di volume alcol. Mi piace questa combinazione di freschezza e potenza alcolica. Un spalmata di Gorgonzola su una fetta di pane sarebbe perfetta in questo momento come abbinamento, ma non ce l’ho e mi accontento di sgranocchiare insieme della frutta secca che circola in casa dalle feste di Natale, buon modo per finirla. Cos’altro dire, non sono un consumatore abituale di vini fortificati ma ogni tanto ci può stare, questo lo vedo bene anche come aperitivo alternativo nelle sere d’estate, senza esagerare però, perchè i suoi 15° di Vol. si sentono tutti. La prossima volta proverò un Sherry di quelli più strutturati ed evoluti.

Luca Gonzato

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