Categoria: vini rossi italiani

Cannonau, Anima e Corpo

Nepente di Oliena, Cantina Oliena

Aprire una bottiglia di un vino che ami e conosci da tempo è rassicurante, sai che non avrai brutte sorprese, torneranno quelle sensazioni che te lo hanno fatto amare e i ricordi dei primi incontri. Ho passato parecchie estati in quella meravigliosa isola che è la Sardegna e ho avuto la possibilità di soggiornare in tutte e tre le sottozone dove il Cannonau si esprime a livelli di eccellenza, cioè le denominazioni di: Capo Ferrato – comuni di Castiadas, Muravera, San Vito, Villaputzu e Villasimius nella provincia di Cagliari. Jerzu – comuni di Jerzu e di Cardedu nella provincia di Ogliastra. Oliena o Nepente di Oliena –  comune di Oliena e parte di quello di Orgosolo nella provincia di Nuoro.

Estati in cui Pecorino sardo e Cannonau erano sempre sulla tavola, a Solanas (CA) dove compravo i miei primi Cannonau sfusi, poi a Cardedu in Ogliastra, con le vigne sotto casa, che arrivavano a poche decine di metri dal mare, ed infine ad Orosei in quella zona della Sardegna che più di tutte amo, nella provincia di Nuoro. Da una parte il mare e dall’altra le montagne del Supramonte. Dorgali, Oliena, vallate dove la vite cresce rigogliosa, con il sole accecante e la brezza marina che fanno maturare le uve con un grande contenuto zuccherino che poi si trasformerà in Cannonau con volumi di alcol superiori al 14%.

Tra i vari Cannonau che ho assaggiato il Nepente di Oliena della Cantina Oliena è senza dubbio tra quelli che consiglierei di assaggiare. Rubino tendente al granato, luminoso, consistente nel bicchiere. Morbido in bocca, con tannini setosi e la giusta acidità a non renderlo pastoso, sentori che, chiudendo gli occhi, ti riportano a quei profumi di macchia mediterranea che senti appena sbarchi sull’isola, e aromi di bacche, frutti maturi e saporiti, prugna, more, ciliegia. Note leggere amarognole di noce, mandorla. Un finale che è un abbraccio caloroso, dolce e fruttato. Non mi stupisce che Gabriele D’Annunzio ne abbia decantato le qualità. Il Nepente di Oliena è un toccasana per anima e corpo, altro che antidepressivi, un calice di Nepente e la tristezza se ne va.

Luca Gonzato

Note. Il Cannonau è il vitigno più coltivato della Sardegna, riconosciuto autoctono. Seppur con varietà diverse è coltivato in molti paesi, conosciuto con il nome di Grenache in Francia (al top nella Valle del Rodano) e Garnacha in Spagna.

I migliori degustatori del pianeta si ritrovano al Bicerìn di Milano

Tommaso, Luca e Roberto

Non è vero che sono i migliori degustatori, il resto sì.

“È un posto superfigo per i vini”, così Giovanna aveva lanciato la proposta di location per una degustazione tra amici, in effetti il Bicerìn (bicchierino in milanese) è proprio così. Una “libreria di vini” ben selezionati e ordinati sugli scaffali, comodi divanetti dove ‘leggersi’ un vino in tranquillità, luci soffuse e personale premuroso, sia nel servizio che nel consigliare i vini. Siamo nel centro di Milano, in via Panfilo Castaldi 24, a due passi da Corso Buenos Aires. Il posto è ben frequentato, anche da Vip, proprio ieri sera è comparsa nel locale la bella e simpatica Victoria Cabello. I prezzi direi che sono leggermente sopra la media, dipende comunque da cosa decidi di bere, e noi non ci siamo dati limiti, forse sui taglieri mi aspettavo qualcosa in più o in meno sul costo, comunque sono dettagli, di fatto quando vado in un locale la cosa che mi importa di più è sentirmi bene, a mio agio, essere in compagnia e divertirmi, poi l’aspetto economico lo guardo alla fine mettendolo in relazione all’esperienza vissuta, del tipo ‘ne valeva la pena aver speso X per questa serata?’, Sì. Siamo in tre, a farmi compagnia ci sono Roberto e Tommaso, mentre Giovanna ci segue su WhatsApp, direttamente con il termometro in mano, ma non per darci consigli sulle temperature quanto per misurarsi la febbre che le ha imposto di rinunciare all’uscita.

Cosa possono mai degustare tre amici appassionati di vino sempre alla ricerca di qualcosa che li stupisca?, ovvio, si inizia con uno Champagne, lo Yann Alexandre Grand Reserve Brut, della Montagna di Reims, 40%Pn, 40%Ch, 20%Pn e ben 72 mesi sui lieviti. Un inizio spettacolare direi, ci lanciamo nel riconoscimento degli aromi, è bello degustare in compagnia, si riescono a cogliere impressioni che ti aiutano a capire meglio il vino e sono soddisfazioni se le impressioni che suggerisci sono riconosciute anche dagli altri. Questo Champagne ha grande carattere, bella acidità, fiori e frutti freschi, agrumi, mandarino, mela, complessità e persistenza. Un calice, due, tre, si potrebbe andare avanti tutta la serata tanto è buono. Si parla di Ais, Onav, Fisar, Alma, Aspi, tante sigle e differenti approcci, pro e contro di queste associazioni impegnate nella formazione di appassionati e professionisti. Ma noi siamo già assaggiatori, la nostra missione di oggi è andare oltre lo Champagne, torniamo in Italia, all’assaggio di un vino che al di fuori dell’ambito regionale di provenienza è poco conosciuto, l’Albana, quella di Francesconi Paolo, zona di Faenza, viticoltura biologica e macerazione sulle bucce, avvertiamo note eteree di cipria e smalto ma in bocca è più sul frutto giallo maturo con note di fieno, bel vino.

Alziamo l’asticella e passiamo a qualcosa di più corposo, il Rosso R.L. di Nino Barraco di Marsala in Sicilia, uve da vitigno autoctono Orisi, ha un forte impatto al naso, l’aggettivo giusto potrebbe essere ‘selvaggio’, profumi di cuoio, salamoia, acciughe, addirittura olive, non mancano i frutti rossi, è stranissimo, in bocca è di corpo, persistente con sapidità evidente. Saremmo anche a posto, le chiacchiere si sono ormai spostate dal vino alla situazione politica in Italia, ci propongono il  Nebbiolo Gattinara di Travaglini, come fai a dire di no dopo che ti hanno messo davanti la particolare bottiglia brevettata nel formato Magnum?. È un Nebbiolo avvolgente, con tannini levigati, robusto, con tutte le componenti ben equilibrate, l’annata è di quelle top, la 2010, non serve dire altro, Travaglini fa vini indiscutibilmente buoni. Unica nota negativa della serata è che Tommaso, approfittando dei fumi alcolici che amplificavano la chiacchiera, mia e di Roberto, sì è fatto da solo un assaggio furtivo di un Ghemme Riserva de La Torretta, zitto zitto, senza commentare, ma bastava il suo sorriso per capire che si era bevuto qualcosa di buono (b.do!). Ormai la serata è al termine, domani si lavora, il Bicerìn è stato più di uno e si è passata una bella serata in questo locale di grande personalità. Ultimo impegno, rimettere mano all’agenda e programmare nuova uscita, il vino ci aspetta!

Luca Gonzato

PS sono stato nuovamente, a distanza di un anno circa, in questa enoteca e, mi spiace dirlo, ma ho trovato dei prezzi molto alti sia per il vino servito al calice che per i taglieri dal contenuto ‘minimal’.

Sangiovese e Sbirro

Piove, che palle, devo anche fare un bancomat, al ritorno mi fermo al Simply a prendere due cose, come al solito faccio una puntata al reparto vini, ho voglia di un rosso, penso che è già mezzogiorno e quelli che ho in cantina sono troppo freddi per poterli degustare a pranzo, un Sangiovese, scelgo quello di Cecchi, storica azienda del Chianti Classico a Castellina in Chianti, nella versione celebrativa dei 125 anni, chiamato Storia di famiglia, è un 2015 realizzato con il 90% di uve Sangiovese e restanti uve rosse della zona, immagino il Colorino ad esempio. Per questo sabato grigio milanese è perfetto, già che ci sono acquisto un formaggio da provare in abbinamento, lo Sbirro prodotto con il latte biellese di vacca Pezzata Rossa di Oropa e Bruna Alpina e con la birra Menabrea. Questo Chianti Classico, appena versato si esprime con sentori delicati, guardo gli archetti e le gocce scendere lentamente, sarà certamente morbido e caldo ed infatti all’assaggio si conferma così, si dispiegano i sentori retronasali di Ciliegia e prugna matura, rosa rossa carnosa, una nota balsamica, tannini composti, bella acidità, morbido e caldo. Composto ed elegante, meriterebbe una carne arrostita, ma anche lo Sbirro ha le sue ragioni, ne mangio un boccone con il pane, assaggio, ripeto e ripeto. Mangio e mi viene voglia di bere, finito di bere ho di nuovo voglia di mangiare e cosí tre quarti di bottiglia se ne è andata in questo abbinamento che definirei armonico, con i tannini e l’acidità del vino ad asciugare e pulire la bocca dalla grassezza e dalla succulenza di questo formaggio. Io e le mie papille gustative siamo felici. Buon sabato, anche se fuori piove. 

Luca Gonzato

Ruché, Rouchet, Ruscé

Antica Casa Vinicola Scarpa – Rouchet Briccorosa 2015-1996

Guardo le slide proiettate della zona di Nizza Monferrato vista dall’alto, un mare appena mosso di vigne, tutte le sfumature del verde con linee bianche disegnate a mano a dividere le vigne, torna la calma dopo l’innervosimento acuto che mi aveva preso poco prima, quando attraversavo in moto la città paralizzata dal traffico a causa della manifestazione e dello sciopero dei mezzi, con i gas di scarico che mi riempivano le narici e il rischio di arrivare in ritardo. Adesso son qui con i 6 calici davanti pronti a ricevere il pieno. A presentare la serata è un relatore di cui ho sentito tanto parlare, Armando Castagno, docente e appassionato di vini, è bravo a farsi capire, conduce la serata con disinvoltura e passione, dimostra una conoscenza approfondita (volevo dire pazzesca), con questo accento romanesco bello da sentire, poi mi spiazza e mi fa capire quanto debba ancora studiare, “il Ruché è un vitigno aromatico”, e io che ero rimasto fermo ad alcune Malvasie, Gewurtztraminer, Moscato e Brachetto, grazie comunque per avermi insegnato anche questa cosa, mi è venuta voglia di fare il tuo Master sulla Borgogna, devo solo racimolare qualche centinaio di euro. Dunque, eravamo alle vigne, sono lo spunto per capire cosa e perchè rende Briccorosa così speciale, è una parcella di vigna di Scarpa della famosa Bogliona, che poi è una serie di colline, il cui sottosuolo è composto dalle arenarie di Serravalle, compattamenti di sabbie su un substrato di marne bianche, qui 15 milioni di anni fa c’era un mare. Questi terreni di Castel Rocchero, così ricchi di sabbie, sono inospitali per altre colture ma per la vite che affonda le sue radici in profondità diventano un luogo di prosperità, le uve si contraddistinguono per la nettezza aromatica e il grado zuccherino che si trasformerà in elevato grado alcolico. Poco distante, a Nizza Monferrato, sono presenti le famose marne azzurre, dette di Sant’Agata, le stesse che ci sono a Barolo e Barbaresco. Quindi, fatti due più due, ci troviamo in un posto dove la vite si esprime al suo meglio, che sia Barbera, Nebbiolo o Rouchet. Sono curioso di questa verticale di annate tra il 2015 e il 1996. Il Ruché è un vitigno poco conosciuto, autoctono del Piemonte, e coltivato solo in questa regione, nel Monferrato viene chiamano Rouchet (pronuncia Ruscé), ha rischiato l’estinzione dal panorama vinicolo italiano se non fosse per l’attaccamento di pochi produttori come Scarpa che lo hanno preservato. Storica azienda nata nel 1854 Scarpa deve la sua notorietà alla caparbietà di Mario Pesce, che a metà del ‘900 porta i vini prodotti fino a quel momento ad una qualità superiore, da qui in poi questa filosofia di produzione basata sulla qualità ne regolerà le produzione fino ad oggi, tanto che, anche l’enologo presente in sala ci tiene a sottolineare che se un’annata non è buona non fanno quella tipologia di vino. Scarpa è famosa per le sue Barbera ed è anche una delle poche aziende a poter produrre Barolo e Barbaresco al di fuori delle zone canoniche, oltre a questi vini produce anche il Dolcetto e da poco ha impiantato il Timorasso, vitigno bianco che negli ultimi anni sta avendo un notevole successo. A guardarli nel bicchiere, questi Rouchet hanno tutti un bel colore, vivace in quelli più giovani e compatto tendente all’aranciato nelle versioni affinate a lungo, l’aroma che ne esce è potente e invitante.

La degustazione

Rouchet Briccorosa 2015 È un’anteprima, non ancora in commercio. Nel 2015 l’estate ha avuto picchi di 38°, l’uva era perfetta. Il vino ha quasi il 14% di Vol Alcol, poca acidità (5,66 g/l) e molto estratto secco (27,90g/l), profuma di rosa selvatica, frutti di bosco, speziatura di pepe, minerale di gomma bruciata, al gusto lo senti ancora giovane pur avendo dei tannini già levigati, sapidità e finale ammandorlato. Già buono così se apprezzi il frutto fresco e la mineralità.

Rouchet Briccorosa 2014 Annata sofferta con frequenti piogge estive e lenta maturazione delle uve. Il vino ha un Vol. Alcol inferiore, stimato a 12,71%, acidità 5,65g/l ed estratto secco 26,90 g/l. Colore più aranciato, nota vegetale di carota, frutta agrumata, erbe medicinali, geranio, come sensazioni gustative si avvicina molto a un rosato. È particolare, femminile direi, ma con con quella spregiudicatezza adolescenziale che lo farebbe abbinare bene anche ad una portata di pesce.

Rouchet Briccorosa 2011 Estate calda e siccitosa, vendemmia precoce, basse rese. Alcol 13,94%, acidità 5,73 g/l, estratto secco 28,40 g/l. Sebbene l’annata per altri sia stata difficile, questo vitigno ne ha giovato, ha una bel profumo di frutta matura, mora, ribes nero. In bocca è austero, con note minerali di gesso, polvere, cacao amaro, una punta di liquirizia. Probabilmente il miglior Ruché della serata. Ne percepisci il valore alla pari dei cugini più famosi.

Rouchet Briccorosa 2007 Inverno gelido e primavera calda ed assoalta, vendemmia anticipata. Alcol 14,78%, acidità 5,75 g/l, estratto secco 27,60 g/l. Sentori balsamici, gomme, fiori di glicine e lavanda, anice, resina, menta, spezie, frutta. In bocca ricorda l’after eight, la ciliegia sotto spirito, il rosmarino. Grande equilibrio e spinta alcolica. Anche questo è davvero un ottimo vino che se la vede con il precedente per il podio della serata.

Rouchet Briccorosa 1999 Ideale distribuzione delle precipitazioni, escursioni termiche rilevanti, uve ricche sia in zuccheri che in acidità. Di questa vendemmia non sono stati registrati i valori di alcol, acidità ed estratto. Si ricorda comunque come una grande annata in tutto il Piemonte. Il vino ha note terziarie quasi metalliche, nel mio bicchiere sono presenti residui, il colore è scarico. Note di torrefazione, corteccia. Quello che mi è piaciuto meno.

Rouchet Briccorosa 2007 Annata imponente e classica, vecchio stile, vini spesso chiusi e irrigiditi. Questo vino aveva preso diversi premi, ora si presenta dopo più di vent’anni con sentori che ricordano, la ciliegia sotto spirito, la cenere del camino, note aromatiche ancora dolci e grande acidità, è maturo e come si direbbe di una persona anziana in piena forma, è invecchiato bene.

A fine degustazione ho ripercorso gli assaggi e confermato il 2011 e il 2007 come le migliori versioni che ho assaggiato. Credo proprio che ne acquisterò qualche bottiglia cercando di dimenticarne almeno una in cantina per una decina di anni, magari a fianco di un barolo e un barbaresco, perchè è quello il posto che si merita. Bella azienda quella di Scarpa, dinamica ma con salde radici nel passato, ora però voglio assaggiare anche gli altri vostri vini, in primis la Barbera.

Luca Gonzato

Note:

  • Il Ruché di Castagnole Monferrato DOCG è prodotto in un’altra zona, sopra ad Asti, ne consegue che sia un Ruché diverso, per posizione geografica e composizione dei terreni che poi si esprime in vini con caratteristiche molto diverse da quello di di Nizza Monferrato.
  • Non è vero che i vitigni aromatici danno sempre lo stesso vino, questo Ruché di diverse annate lo dimostra benissimo
  • Tutti i Ruché Scarpa fermentano in acciaio e affinano in bottiglia almeno un anno, non vedono legni e malgrado questo nelle versioni 2011 e 2007 sembrava di percepirne la presenza
  • il 95% dei lieviti risiede in cantina, solo il 5% arriva in cantina sulle bucce delle uve

Montefalco Sagrantino DOCG

Bastardo, è il nome del paese a pochi chilometri da Montefalco dove circa 20 anni fa conobbi il Sagrantino, l’occasione era la ‘Maialata’ una Sagra dove poter gustare il maiale in ogni sua parte, perchè come si dice ‘del maiale non si butta via niente’, figurati a 30 anni, con gli amici tutti assetati e affamati quale occasione imperdibile si era presentata, evvai di Montefalco Rosso (un blend di Sangiovese dal 60 al 70%, Sagrantino dal 10 al 15% e altri vitigni a bacca rossa per un massimo del 30%), quante risate e che bella gente gli Umbri. Il clou è stato a una cena di quel weekend dove è comparso sulla tavola il Sagrantino (100% uva Sagrantino), non lo conoscevo e caspita mi sembrava la cosa più buona mai bevuta. Questo ricordo mi torna ogni volta che apro un Sagrantino, tornano i sorrisi degli amici e il clima di festa, è un gran vino, per festeggiare qualcosa, sia anche la fine della settimana lavorativa o la visita di un amico che non vediamo da tempo, da ammirare e sorseggiare ringraziando quel monaco pellegrino devoto di S. Francesco che, si presume, abbia lasciato le prime barbatelle nella zona, documenti storici ne attestano l’esistenza del vitigno già dal 1572.

Sono 5 le località che possono produrre il Montefalco Sagrantino: Montefalco, Gualdo Cattaneo e parti dei Comuni di Bevagna, Castel Ritaldi e Giano dell’Umbria, tutti in provincia di Perugia. Non è chiara l’origine del nome ma sembra derivi dal fatto che venisse usato in cerimonie sacre o durante le sagre. Il Montefalco Sagrantino in versione secca è in realtà un vino ‘recente’, che venne prodotto per la prima volta nel 1972, prima era solo in versione dolce Passito. È un vino ricco di Polifenoli con Tannini che necessitano di un discreto periodo di affinamento, potete lasciarlo in cantina anche 20 anni e ritrovarlo al massimo della sua evoluzione.

Quasi in concomitanza con la presentazione a Montefalco dell’annata 2014 io celebro oggi quella del 2010 nella versione di Terre de la Custodia, azienda storica con vigneti a Montefalco e Gualdo Cattaneo. Fermentato in acciaio per una decina di giorni resta poi sulle bucce un’altra settimana, affinato un anno in barrique poi in bottiglia, non una bottiglia qualunque ma la loro bottiglia brevettata, sintesi perfetta di utilità e praticità. Ha due incavi nella parte inferiore, fronte e retro, quello frontale serve a creare uno spazio che impedisce la formazione di bolle d’aria che durante la mescita possano movimentare il residuo che si è creato nel fondo ed esternamente diventa punto di presa per il pollice, quello posteriore, lineare, funge da barriera che trattiene i residui all’interno, sul fondo, quando la bottiglia è inclinata, è anche punto di presa sicura per l’indice piegato che tiene la bottiglia sul retro.

Montefalco Sagrantino 2010 Terre de la Custodia

Note di degustazione: Rosso rubino intenso tendente al granato, consistente nel bicchiere. Al naso è molto intenso con profumi di ciliegia e note di sottobosco, legni pregiati e cuoio, al gusto è puro piacere, il frutto è carnoso, di amarene e ciliegie, morbido, tannini significativi ma ben evoluti, bella acidità e sapidità a bilanciare tanta morbidezza alcolica, rimane in bocca almeno 20 secondi in un splendido gioco di aromi che lentamente si allontanano lasciandoti il ricordo di qualcosa di molto piacevole. L’abbinamento richiede piatti succulenti, carni grasse, brasati, io l’ho abbinato ad un risotto allo zafferano ed era armonico, con l’arrosto di manzo il vino era predominante ma non mi è dispiaciuto per niente che lo fosse. Se vuoi provarlo, il 2010 costa 25/30 euro mentre l’annata 2011 si trova a 16,50 direttamente nello shop online dell’Azienda.

Luca Gonzato

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