Leuchtenberg 2017, Kaltern

Quando di un vino si stappa la seconda bottiglia c’è sicuramente qualcosa di molto piacevole dentro. È così per questo Leuchtenberg, vino ottenuto dalla Schiava (vitigno tipico dell’Alto Adige), della cantina sociale di Caldaro. L’annata è la 2017 e il costo non arriva ai 10€. Adoro la Schiava di Kaltern Kellerei (in tedesco), con i suoi sentori fragranti di frutti di bosco e quella sensazione tipica dei vini che fanno un passaggio in cemento o in anfora. Non riesco bene a descriverla ma ricorda sentori balsamico/mentolati che rendono il vino ‘ampio’ nella percezione gustativa e allo stesso tempo mantengono freschi i profumi floreali e fruttati. A proposito di floreale, questo vino rimanda anche ai profumi della rosa rossa e sul frutto mi ricorda le ciliegie mangiate sull’albero da bambino, non tanto per il sapore in sé quanto per il ricordo di frutta fresca, appena colta, il sole e l’aria pulita come scenario. È al gusto che si dimostra fantastica, schietta e facile come un’esclamazione che non porta con sé fraintendimenti. Buona!. È facilmente abbinabile sia a salumi tipici come lo speck piuttosto che a un piatto a base di pasta o a un formaggio mediamente stagionato. Quello che voglio dire è che la Schiava, e questo Leuchtenberg in particolare, possono facilmente accompagnare una serata estiva dall’aperitivo al secondo piatto con grande adattabilità. Da servire fresca. Il volume alcolico è del 13%, non ‘stronca’ in due calici, potete concedervi il terzo e il quarto. L’acidità che rende così bevibile questo vino è tipica nei vini del nord italia e si apprezza solitamente nei bianchi. Se vi piace questa caratteristica abbinata alle qualità  dei rossi, allora dovete provarla. Vabbé basta con la sviolinata, a me piace un sacco, non c’è altro da dire.

Luca Gonzato

MiVino 2019

Alla mostra mercato dei vignaioli e dei vini biologici e naturali di Milano. Eccomi di nuovo nel grande spazio sociale Base in via Bergognone. Sono un centinaio gli espositori presenti. Si può degustare ed acquistare direttamente. Sono quasi tutti dei piccoli produttori che per la maggior parte non conosco. Questo aspetto è un vantaggio, mi consente di muovermi tra i banchi con la medesima curiosità.

Appena entrato cerco con gli occhi le bottiglie con gabbietta e i bianchi, giusto per iniziare con i vini più leggeri, ma a catturare la mia attenzione sono il sorriso e gli occhi chiari di Lina della cantina Cascina Bandiera. Leggo Derthona su una bottiglia e penso al vitigno Timorasso e alla zona del Tortonese. Si mi fermo. Lina mi propone una mini verticale di uno dei loro vini bianchi, il Sansebastiano. Non vuole dirmi il vitigno, provo a nominare i bianchi tipici piemontesi e lei sorride scuotendo la testa. Versa il primo vino, annata 2015. Si sentono note che via via diventeranno più evidenti e una notevole sapidità, ma qui siamo ancora a profumi giovani di limone e fieno. Poi la 2014 e la 2013, si sente il corpo che prende forma e gli aromi si intensificano. Mi ricorda anche il Timorasso per certe note minerali ma non lo è. Arriviamo alla 2007 e alla 2006 con Lina che mi spiega di quanto tempo abbiamo bisogno questi vini bianchi per esprimersi. Annuso, assaggio e cerco di ricordare cosa mi ricorda. C’è sempre un minimo di imbarazzo e paura di dire una grande fesseria di fronte a chi quel vino l’ha fatto, ma Lina è una persona che percepisci subito come ‘amica’ e quindi mi lascio andare dicendole che mi ricorda certi Chablis e a questo punto annuisce. In testa esclamo ‘cazzo è lo Chardonnay’ e le dico che è veramente buono, che di fronte alla banalità di tanti Chardonnay questo ha una personalità incredibile. Le ultime due annate sono strepitose, corpo, rotondità, frutto giallo maturo, miele e soprattutto questa vena sapida e minerale. Un bianco di grande complessità che nell’annata più lontana, la 2006, trova la sua migliore espressione. Sarà poi una delle tre bottiglie che acquisterò a fine giornata. A questo punto assaggio anche il Derthona 500 nelle annate 2016, 2015 e 2013. Grandi anche questi e allo stesso tempo bisognosi di lungo affinamento. Però c’è tutto, compresi quei bei sentori che riportano agli idrocarburi che sono tipici dei vini da uve Timorasso. Un vitigno riscoperto qualche anno fa e che tra gli appassionati è un cult. Se vi piace il Riesling renano ma non conoscete il Timorasso provatelo, purché abbia qualche anno sulle spalle di affinamento. Peccato che Cascina Bandiera produca solo 3000 bottiglie totali dei loro tre vini. Hanno anche un interessante Pinot Nero, il Castelvero. 

Bell’inizio, mi piace già questa fiera dove oltretutto, come Sommelier Ais, ho usufruito di uno degli ingressi gratuiti. Guardo intorno su quale banco spostarmi e individuo Eraclio, un amico assaggiatore Onav accompagnato a sua volta da due suoi amici e mi unisco a loro. È più divertente degustare in compagnia ed infatti la giornata passerà in un lampo tra un calice, un’osservazione tecnica e una risata.

Proviamo a dare un senso alla degustazione andando ad assaggiare gli Spumanti metodo classico di Colle San Giuseppe. Siamo in zona di Mompiano (BS), da cui prendono il nome queste bollicine. Testiamo con piacere il Brut (2 anni sui lieviti), il Pas Dosé (30 mesi) e la Riserva Pas Dosé (60 mesi). Pas Dosé significa che non ha residuo zuccherino, il più secco nella classificazione degli spumanti. Questi sono tutti ottenuti da uve Chardonnay e Pinot bianco, fermentate con lieviti autoctoni. Apprezziamo molto i Pas Dosé, affilati come lame e ricchi di aromi. Nella Riserva si percepisce una piacevole avvolgenza e morbidezza che si bilancia perfettamente con la punzecchiatura alla lingua delle bollicine. Gran bel  Franciacorta!, ops, non si può dire e nemmeno lo è, siamo fuori dall’area della denominazione ma in fondo molto vicini per quanto riguarda la qualità del risultato. Poi vedo la scritta Nebbiolo e rimango sbalordito, come? …mi raccontano del precedente proprietario che, amante dei nebbioli di Langa, aveva deciso di impiantarlo e così hanno continuato a produrlo. Al diavolo la sequenza assaggiamolo. Niente male, elegante e dai profumi puliti di piccoli frutti rossi, il tannino è ancora vivace in questa bottiglia del 2012, del resto il Nebbiolo è un vino che si apprezza sulla lunga distanza. 

Dalla Lombardia passiamo alla Calabria per assaggiare i vini di Cirò (Kr) della cantina Brigante. Tante belle espressioni del vitigno Gaglioppo. Ci cattura in primis il color rosa cerasuolo intenso e brillante del Manyari, tanta fragranza e intensità aromatica. Segue l’altro rosato, lo Zero, dal bel packaging in carta che avvolge la bottiglia. Zero perchè ha zero solfiti, zero lieviti selezionati e zero filtrazioni. Un vino vero, di sostanza, che però è anche bello da vedere e verrebbe voglia di portarlo a qualche cena milanese di fighetti che si presentano con lo ‘champagnino’ rosé da 300€. Pam, sul tavolo, un po’ come Chef Rubio quando si piazza a tavola nelle locande per camionisti. E se poi compare il sapientone di turno che alza il sopracciglio con sufficienza esclamando ’no io bevo solo rossi’, potresti sfoderare una bottiglia di 0727 Cirò Classico Superiore. Muti tutti perchè è davvero tanta roba. Quelle tartine anemiche del buffet dovrebbero sparire e lasciar posto a salamelle e costine alla brace. …bello il ricordo di questo vino ma mi mangio le dita per non essermi portato a casa una bottiglia.

Seguono vari assaggi che tralascio e arrivo alla cantina Terre di Gratia di Camporeale (PA), tra le migliori in assoluto di oggi. Tutti i suoi vini mi sono piaciuti. Dal Cataratto, fresco e fruttato, al Rosé Dama Rosa da uve Perricone che ci ha fatto immaginare abbinamenti con pesce crudo. Gran rosé che abbiamo apprezzato ancor di più per il fatto che poco prima ne avevamo assaggiato uno terribile al gusto solforosa (sarà solo quella cantina tra tutte a deludere, ma non vi dico quale era). Proviamo anche i rossi, un bel Syrah con sottili note speziate e un Nero d’Avola in cravatta da mettere su una tovaglia bianca ad accompagnare sottili fette di roast beef. C’è poi il Perricone in purezza (altro vino acquistato), tanto tanto buono ed unico come caratteristiche gusto-olfattive. Uno degli aromi ricorda il rabarbaro, quello delle caramelline quadrate che, non si sa come, hanno imperversato per anni in tutta la penisola. Su questo vino dico solo che lo metto sul podio dei rossi bevuti oggi. Ne parlerò prossimamente quando degusterò con calma la bottiglia acquistata (stay tuned). 

Altra interessante realtà scoperta è quella di Cà del Prete con i giovani e ‘un pochino folli’ ragazzi che si sono inventati un metodo classico a base Barbera. Cavoli, ti fa sorridere, ma non per la stravaganza, quanto per il risultato che è molto più che piacevole. C’è la bellezza del fruttato rosso fragrante tipico della Barbera associato all’anidride carbonica che lo esalta e alle note di pane sullo sfondo. Ottimo anche il rosato Malvé frizzante extra dry.

Gli ultimi assaggi li ho dedicati ai vini con residuo zuccherino. In particolare segnalo l’ottima Malvasia, sia secca che passita, di Fenech Francesco dell’Isola di Salina. Poi volevo assaggiare i Sauternes della cantina francese Chateau Pascaud ma c’era la fila e quindi mi sono spostato all’ultimo banchetto, quello di una cantina di Pantelleria. Gran scelta perchè vi ho trovato il Bagghiu, un gran Zibibbo passito, dagli spiccati aromi di albicocca e miele. La Cantina produttrice è quella di Antonio Gabriele… è così che la terza ed ultima bottiglia è finita nello zainetto. 

MiVino è stata una gran bella manifestazione che spero si ripeta l’anno prossimo. C’è sempre sete di vini sani e naturali come questi, poi la possibilità di conoscere tanti piccoli produttori con le loro perle vinicole non ha prezzo. Bravi agli organizzatori! Però la prossima volta non dimenticate di dare una sacchetta porta calice, perchè è comoda e utile per chi vuole scattare una foto o prendere un appunto senza avere il calice tra le mani.

Luca Gonzato

L’inconfondibile Bonarda dei Fratelli Agnes

Produttori di un inconfondibile Bonarda, questo il claim pubblicitario che presenta i vini dei Fratelli Agnes di Rovescala nell’Oltrepò Pavese. Ed è così, una Bonarda che nelle sue diverse versioni si esprime ai massimi livelli e in modo unico. Non so quanti amino la Bonarda ma posso dire che spesso non viene apprezzata abbastanza. Per non dire che tanti la snobbano a priori. Anche io avevo dei preconcetti fino a qualche anno fa. Accomunavo la Bonarda e la Croatina a vini rossi frizzanti ‘così così’, ricordavo quelli bevuti a caraffate nelle sagre estive lombarde o le bottiglie che metteva in tavola uno dei miei fratelli con grande orgoglio e che a me facevano c.. Spesso vini a basso costo ma anche di bassa qualità. Fortunatamente sono passati anni da quei ricordi e ho avuto modo di assaggiare Bonarde degne della loro storia millenaria, come quelle degli Agnes, che mi hanno fatto cambiare idea. Recentemente sono stato da loro in occasione di una master Ais e ho acquistato la bottiglia che vi presento. Sono una bella famiglia, appassionata ed orgogliosa del proprio lavoro. Ho anche imparato la differenza tra spollonatura e scacchiatura!… Tornando alla Bonarda, quella degli Agnes, che avevo già assaggiato in passato e che senza dubbio mi aveva fatto tornare ad amare questo vino è stata la Bonarda vivace Cresta dei Ghiffi, riconoscibile anche perchè spicca in etichetta una bellissima testa di gallo. Dovrebbe essere usata come testimonial per rappresentare l’essenza lombarda di un piatto di salumi nostrani accompagnati da un bicchiere di vino rosso. Poi ho nel cuore il Loghetto, un vino fermo che sembra un vino francese ma è 100% Oltrepò Pavese. 

Il vino che avevo acquistato e che assaggio oggi è la Bonarda Millennium 2015. Viene prodotta solo nelle annate migliori ed affina in botte grande per un anno. Già versandola se ne percepisce il corpo, è densa e scura. Emana sentori speziati, balsamici, di cioccolato. Frutti neri, more, mirtilli ma anche una bella ciliegia matura.

In bocca si sente il frutto e qualcosa di vegetale che mi ricorda il peperone verde, le erbe aromatiche, timo, rosmarino. Insomma ha una bella complessità. È calda con i suoi 15° di volume alcol ma ha comunque un bella spinta acida ed un tannino che lavora. Mi piace molto sentire come mantiene le caratteristiche tipiche di un frutto fragrante, accompagnate alle note morbide, terziarie, di affinamento in legno. Un’evoluzione che la accompagna senza schiacciarla. Ideale accompagnamento ad un piatto succulento a base di carne, ad esempio uno spezzatino. Se avete qualche pregiudizio sulla Bonarda dovete assaggiare quelle dei Fratelli Agnes e vi ricrederete. Meglio ancora se gli fate visita e le assaggiate godendovi la vista sulle vigne.

Luca Gonzato

La Tintilia di Vinica

Dovevo scrivere qualcosa sulla giornata passata in Oltrepò Pavese, in una cantina specializzata in vini da uve di Croatina e Bonarda, poi però a cena avevo voglia di un rosso bello fermo e corposo, eccomi così a stappare una Tintilia. La conosci?, è un vitigno (rosso) autoctono del Molise. L’azienda agricola Vinica di Ripalimosani (CB) vinifica la Tintilia in purezza nel suo ‘Lame del Sorbo’. L’annata in questione è la 2013. Ho assaggiato questo vino in varie occasioni e si è guadagnato una speciale classificazione tra i miei preferiti, cioè quella del ‘vai sul sicuro”, questo per dire che dopo certi vini mossi avevo bisogno di una buona certezza. La bottiglia ha il tappo a vite, non è tanto bello da vedere ma è funzionale. Ha sei anni di affinamento ma esprime ancora un bel frutto rosso fragrante. La cosa che preferisco sono le note aromatiche che mi ricordano il timo, il sottobosco, il pepe bianco, la macchia mediterranea. È equilibrato nelle componenti alcoliche (13,5%) e di acidità/tannini. È un buon vino che si può apprezzare a tavola con numerose portate. Lo vorrei provare con un piatto di cavatelli al sugo oppure azzarderei un piatto distante 1000 km come le scaloppine alla valdostana. Non vi dico con cosa l’ho abbinato perchè era totalmente sbilanciato verso il vino ma del resto era lui che volevo gustare 🤣. Si trova sui 13€. Da provare e riprovare senza indugi.

Luca Gonzato

Vini Vintage #1

Barbaresco 1974 – Giuseppe Contratto

Cantina storica, fondata da Giuseppe Contratto nel 1867, conosciuto come primo produttore di spumanti in Italia nonché fornitore del Vaticano e della Casa Reale. Le cantine storiche sono scavate nel tufo calcareo della collina che protegge la cittadina di Canelli ed occupano più di 5000 mq. Un lungo elenco di riconoscimenti e medaglie segnano la storia di questa Cantina delle Langhe. Nel 1993 viene acquisita dal noto produttore di grappe Carlo Bocchino e la produzione si sposta dagli Spumanti ai vini fermi. Nel 2011 Giorgio Rivetti di La Spinetta rileva Contratto e riporta in primo piano la produzione di Spumanti metodo classico. Anche se è superfluo, voglio ricordare che i Barbaresco di La Spinetta sono in assoluto tra i migliori sul mercato. 

Torniamo però a questa bottiglia con 45 anni di affinamento. Confesso d’essere emozionato, in qualche occasione ho assaggiato vini con età simili e non sempre s’è trovato del ‘buono’. Confido nelle uve di Nebbiolo e nella carica di tannini, acidità ed alcool che possano averlo preservato. L’annata 1974 viene ricordata come ottima, per aver dato vita ad un Barbaresco ‘maestoso’’ (fonte, LoveLanghe: http://langhe.net/2086/  ).

Vediamo un po’

Alla stappatura il tappo si è spezzato a metà ma è stato comunque estratto senza lasciare residui, non presenta odori sgradevoli. Ho usato il decanter per lasciare eventuali residui nella bottiglia e farlo arieggiare un paio d’ore prima di assaggiarlo. Il vol. alcolico dichiarato in etichetta è del 13%. Il colore è rosso granato con un’unghia aranciata. Per l’età e la tipologia d’uva trovo che abbia mantenuto molto bene il colore. Il profumo che balza al naso (e che speravo di trovare) è quello di ‘goudron’ cioè di catrame, tipico nei nebbioli di Langa affinati a lungo. Si sente poi la frutta sotto spirito, ricorda quei liquori fatti in casa ed aromatizzati con bacche rosse. Bellissima la prugna dolce, come un sacchetto di Sunsweet appena aperto. Manca un pochino di acidità ma è comprensibile, in compenso i tannini sono perfettamente integrati e morbidi. Assaggiato anche dopo circa 4 ore mantiene un bel bouquet e regala ulteriori profumi che virano verso il cacao. Un Barbaresco di grande stoffa che dopo 45 anni è ancora in ottima forma. Lo abbinerai ad uno stufato di carne. Direi che il test di longevità è superato a pieni voti.

Luca gonzato

Un ringraziamento sentito a Tullio, grande appassionato e conoscitore di vini, per avermi regalato numerose bottiglie della sua collezione, compresa questa.

Sapori di casa

Chianti Classico 2015, Castello di Verrazzano

Tornato in patria dopo la breve vacanza greca avevo una gran voglia di ritrovare i sapori di casa. Ho scelto il vitigno italiano più coltivato e conosciuto al mondo, il Sangiovese. La bottiglia che presento arriva dal Chianti Classico, cioè la zona storica di coltivazione*.

Il produttore è Castello di Verrazzano, viticoltori dal 1170 in Greve in Chianti. Nell’etichetta è rappresentato Giovanni da Verrazzano, celebre navigatore ed esploratore**. La tenuta Verrazzano è di 230 ettari, di cui 52 a vigneto, disposti a ventaglio intorno al castello. I terreni sono perlopiù sassosi, argillosi e calcarei. Le vigne sono tra i  300 e i 400 m/slm. Il vino è certificato biologico, l’annata è la 2015, una delle migliori dal 2000 ad oggi.

Già nel calice dimostra autorevolezza, rosso rubino vivo, nascosto tra le pieghe scure di tanta materia colorante. Si muove pesante lasciando archetti lenti. I profumi ricordano i fiori passiti, la viola, la confettura di frutti di bosco, il cuoio lavorato. In bocca è ampio, i tannini sono accesi se assaggiato da solo, il frutto ancora fresco. Mentre il vino continua ad arieggiarsi preparo la cena e lo assaggio prima con un hamburger di manzo e poi con del formaggio stagionato. Il tannino che prima era evidente svolge un ruolo eccellente di ‘pulizia’ in entrambi i casi, gli aromi si bilanciano e soprattutto con il formaggio grasso risulta eccellente. A cena finita continuo a sorseggiare questo Chianti che sempre più si ammorbidisce e regala sensazioni armoniche. Un vino perfetto da mettere in tavola con le pietanze ricche e gustose della cucina italiana. Il finale regala sentori balsamici e di cacao. Bello essere a casa.

Questo Chianti Classico DOCG del Castello di Verrazzano è “l’entry level” nella loro produzione di Sangiovese, spero di assaggiare presto la Riserva e la Gran Selezione, immagino dei grandi vini.

La bottiglia è stata acquistata nella Casa del Chianti Classico, situata nel Convento di Santa Maria al Prato a Radda in Chianti (SI). Si trova anche online o in enoteca sui 14/15€ oppure direttamente allo shop del Castello di Verrazzano. Senza dubbi lo consiglio.

Luca Gonzato

* Il Chianti Classico comprende i comuni di Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti, Greve in Chianti, Radda in Chianti e in parte quelli di Barberino Tavarnelle, Castelnuovo Berardenga, Poggibonsi e San Casciano in Val di Pesa. 

** Giovanni da Verrazzano nacque intorno al 1485 nell’omonimo castello di Greve in Chianti dove ha sede la Cantina. Fu il primo europeo ad esplorare la costa atlantica degli Stati Uniti ed a entrare nella baia di New York il 17 aprile 1524. Si narra che la sua morte fu terribile, ucciso e divorato dai cannibali delle Bahamas nel 1528.

Il Cirò della domenica

Domenica con un vino tipico Calabrese, il Cirò Rosso, nella versione Classico Superiore 2015 di Cataldo Calabretta di Cirò Marina in Provincia di Crotone. È un vino ottenuto da uve di Gaglioppo allevate ad alberello nella zona storica della Doc Cirò. È certificato biologico, fermentato con lieviti autoctoni ed affinato in vasche di cemento per 10 mesi. 14% il volume alcolico. Si presenta di un bel color rosso granato vivace e splendente. I profumi sono intensi e rimandano a frutti rossi come la ciliegia e l’amarena, poi un floreale appassito e profumi di macchia mediterranea. In bocca è ricco di corpo, con tannini setosi. Mi aspettavo qualcosa di più hard negli aromi, come altri vini rossi naturali e invece è piacevolmente fine e composto. Mantiene la sua grande potenza ma sotto un vestito elegante, forse il paragone è azzardato ma mi ricorda certi bei nebbioli passati in cemento. Qui però c’è un appetitoso frutto rosso carnoso in sottofondo. Mi piace assai. Si trova in commercio a poco più di 10€. Lo vedrei bene in un abbinamento che abbraccia e unisce tutta l’Italia dalla Calabria al Veneto, con delle grosse e grasse fette di soppressa o con un gran piatto di tagliatelle al ragù. È passata un’oretta dalla strappatura e regala ancora bei profumi che sono sfociati nel balsamico. Bel vino per chiudere il weekend e per ogni altro giorno in cui avete bisogno di un buon rosso a tavola.

Luca Gonzato

Vini veri, persone vere

Persone e vini veri alla fiera Viniveri 2019 svoltasi a Cerea (Vr). Sono stati 132 i produttori che hanno animato il grande salone dell’Area EXP che, ironia della sorte, ha avuto le sue origini nel 1908 come fabbrica di concimi chimici e che grazie al comune di Cerea è stata poi recuperata nel 1995 e convertita a polo espositivo. Oggi i protagonisti in questo spazio sono coloro che hanno bandito dalla loro produzione ogni sostanza di derivazione chimica e che offrono quel genere di vini che possiamo definire naturali. Praticamente operano tutti in biologico o biodinamico. Ad accomunarli sotto il cappello di Viniveri è il rispetto di un manifesto che prevede regole chiare di coltivazione e di lavoro in cantina e la passione per le cose sane e rispettose della natura.

Avevo grandi aspettative per questa fiera, anche perchè l’avevo scelta al posto del mastodontico Vinitaly che partirà tra un paio di giorni. Aspettative pienamente soddisfatte dai quasi sessanta assaggi fatti e dalla conoscenza di tante belle persone, vere come i loro vini. C’era un bel clima, scanzonato ma anche professionale nell’approfondimento delle tematiche produttive. Bello vedere tanti coniugi, familiari ed amici che dietro i banchetti si adoperavano nel racconto e nella mescita. Ero in compagnia dell’amico sommelier Sasha e di un centinaio di altri soci Ais arrivati in pullman da Milano. Praticamente una gita di giovani quarantenni e più che volevano godersi una giornata intera di assaggi senza l’ansia di dover poi guidare. A far da portabandiera l’immancabile e mitico Hosam.

La regola era implicita, ‘bollicine, bianchi, rossi, passiti’, così gran parte di noi si è diretta ai banchi di Champagne mentre io e Sasha abbiamo optato per la cantina slovena di Slavček e i loro spumanti da Ribolla più Riesling e Rosé da Refosco. Il primo l’ho trovato proprio bello con i suoi sentori agrumati di pompelmo e di nespola. Più particolare il rosé dalla lieve vena tannica.

Siamo poi tornati dalla simpatica coppia di produttori per assaggiare anche i bianchi da uve con brevi macerazioni e i rossi. L’azienda è anche TripleA (agricoltori, artigiani, artisti), segnalo il loro Pinot Grigio 2015 e la Ribolla riserva tra i migliori. Si trovano a Dornberk (Dorimbergo) nel Collio Sloveno, a pochi km da Nova Gorica e dal confine italiano.

Salto in Champagne da Christophe Mignon dove c’è l’importatore a coinvolgere e far ridere gli astanti con le sue battute dallo spiccato accento veneto. Ottimo il Brut da Pinot Meunier 60% e Chardonnay 40%. Più austero il Brut Nature da Meunier 100%.

Eccoci poi da Aci Urbajs l’eccentrico produttore di Organic Anarchy, linea di vini bianchi dalle lunghe macerazioni e nessun uso di solfiti. Chardonnay 2015, Pinot grigio 2016 e 2017 e il Radicali ‘0’ 2017 blend di Chardonnay, Riesling e Kern (gran vino, complesso e lunghissimo con piacevoli note di miele).

I vini di questa cantina mi ricordano molto quelli di Nicolas Joly, padre della biodinamica e produttore della Aoc Savenniers nella Valle della Loira. Interessante assaggiare il Pinot grigio decantato da alcune ore ed evoluto con aromi molto diversi ed intensi. Le etichette dei vini rappresentano in modo chiaro lo stile di questa cantina che produce vini unici, tra i migliori assaggiati oggi. Si trovano anche loro in Slovenia ma molto più nell’entroterra e vicini all’Austria.

Sono seguiti poi gli assaggi di Mas Des Agrunelles, nel Languedoc francese. Un blend molto piacevole di Grenache Blanc e Marsanne (50/50) ed un Viogner. 

La cantina seguente è stata l’austriaca Nikolaihof Wachau dove erano presenti la produttrice, l’importatore e una magnifica sequenza di 4 Gruner Veltliner di annate diverse e altrettanti Riesling. Un assaggio meglio dell’altro. Le annate hanno evidenziato una bella evoluzione olfattiva che andava dal frutto fresco della 2017 alla sempre maggiore presenza di idrocarburi nelle 2014 e 2011. Tra i miei preferiti il Veltliner 2010 e il Riesling 2014 dove si percepiva una bella presenza armonica di frutto e idrocarburo.

Il passo successivo ci ha portato in Alsazia al Domain Valentin Zusslin dove abbiamo assaggiato uno strepitoso Riesling Neuberg 2014, al Top della giornata di assaggi. Elegante, intenso nei profumi tipici ed armonico. Visto che l’Alsazia è anche patria dei migliori Gewurtztraminer abbiamo provato il Bollenberg con residuo zuccherino. Il sommelier è stato molto bravo a servirlo freddo, quasi ghiacciato. È risultato molto piacevole e bevibile con un bel frutto tropicale fresco. Qualche grado in più e avrebbe rischiato di essere percepito come stucchevole. 

E i vini italiani? Eccoci da Gino Pedrotti in Trentino vicino al lago di Cavedine in provincia di Trento. Ad accoglierci il giovane titolare Giuseppe Pedrotti che è davvero una bella persona, simpatico e pronto ad esaudire ogni nostra curiosità. Tutti i loro vini hanno un filo conduttore che è l’eleganza, non quella dei lustrini ma quella delle cose fatte bene con pochi ingredienti. Uva, terra, clima, passione e una conduzione familiare. Abbiamo assaggiato la bella Nosiola 2017 (vitigno autoctono Trentino) poi uno Chardonnay 2017 e il blend di Chardonnay e Nosiola dell’etichetta L’Aura, gran bianco che consiglio di assaggiare.

Poi il rosso Rebo (vitigno ottenuto da Teroldego e Merlot) ed un magnifico Vino Santo Trentino del 2002, ottenuto da uve di Nosiola passite e botritizzate a cui segue una lenta fermentazione ed un lungo affinamento che arriva fino ai dieci anni. Non esagero a dire che è uno dei migliori passiti mai bevuti.

A questo punto l’amico Sasha si sgancia per una degustazione di sigari e vino ed io approfitto per approfondire le mie conoscenza sui vini di una regione ingiustamente poco considerata, il Lazio. Mi spiace non avere immagini di ognuno ma a volte mi perdo nella degustazione dimenticando di scattare le foto. Da Milana Gioacchino di Olevano Romano (Rm) ho assaggiato una Malvasia 2017 e un blend di Malvasia e Trebbiano sempre del 2017 che mi è piaciuta parecchio. Poi il rosso Cesanese (di Affile), dalle belle note fruttate e dalla facile beva. Anche qui una bella famiglia a presentare i propri vini.

Nei banchetti seguenti, con produttori della stessa regione, ho trovato i ragazzi di Noro Carlo in Labico (Rm) ed assaggiato la sorprendente Passerina, in quanto non conoscevo la versione laziale di questo vitigno che qui si esprime con gran corpo e profumi intensi rispetto alle ‘sottili’ Passerine marchigiane. Assaggiato anche il loro Cesanese del Piglio da suoli diversi dove era evidente la grande struttura e i diversi marcatori fruttati tra uno e l’altro, dalle more alla ciliegia e amarena. Finezza e struttura a seconda del suolo di terre rosse ricche di ferro oppure argillose compatte. 

Un passo più in là e mi trovo dal produttore La Visciola di Piglio (Rm) dove assaggio 5 versioni di Cesanese del Piglio da diversi Cru. I vini di questa simpatica coppia sono incredibilmente buoni, pur avendo ognuno delle diverse sfumature si esprimono come gran rossi degni di accompagnare le carni più saporite. Al palato i vini sono vellutati, caldi, con frutto carnoso ed una bella spalla acida. I tannini sono perfettamente integrati. Peccato che se volessi acquistare qualche loro bottiglia dovrei per forza recarmi nella loro cantina. Se vi capita di trovarne una da qualche parte non fatevela scappare.

Tornato Sasha ci dirigiamo al banco di Oasi degli Angeli di Cupra Marittima nelle Marche, “mica ti vorrai lasciar scappare la possibilità di assaggiare i loro grandi vini!” Il Kupra da uve Bordò (una specie di cannonau), grandissima espressione di piccoli frutti rossi e di erbe aromatiche di macchia mediterranea a cui fanno da cornice eleganti note di affinamento in legno. Poi il Kurni, meravigliosa creatura 100% Montepulciano. Rotondo, spesso, solare, un vino che vorrei sempre avere in cantina. Purtroppo la loro produzione è molto limitata e di conseguenza il costo/valore di ogni bottiglia è elevato. Apprezzo molto e ringrazio i titolari Eleonora Rossi e Marco Casolanetti per aver presenziato questo evento e dato così la possibilità a tanti appassionati di assaggiare i loro vini. (la faccia sulla foto è seguente alla mia richiesta di poter scattare 🤣)

Altro produttore eccellente trovato a Viniveri è stato Rinaldi, piemontese di Barolo dove ho assaggiato i due Baroli presenti, il Tre Tine 2015 e il Brunate 2015. Entrambi di grande eleganza e finezza. Buoni ma sono certo che tra qualche anno avranno tannini più integrati ed una migliore armonia generale. Mi spiace non averli compresi fino in fondo, forse l’assaggio è stato penalizzato dai precedenti assaggi di rossi con aromi molto presenti.

Una puntata in Spagna da Uva De Vida di Castilla nella Mancha. Qui abbiamo assaggiato alcune versioni da uve Graciano e Tempranillo. Rossi potenti, talvolta ruvidi e con sentori selvaggi, di cuoio, cavallo e carne macerata. Poi all’azienda La Senda con gli ottimi rossi da uve Mencia e Palomino.

A questo punto è diventato difficile continuare a degustare con obiettività e quindi ho smesso di prendere appunti e mi sono goduto gli ultimi assaggi per puro piacere. Dopo poco è arrivato il momento di recarsi al pullman per il rientro.

Siamo tornati felici verso Milano, con qualche nozione in più sui vini naturali e con le papille gustative che danzavano. Spero di esserci anche l’anno prossimo con nuovi vini e persone vere da conoscere.

Luca Gonzato

Note:

Le regole di produzione che sono tenuti a rispettare i produttori del consorzio Viniveri riguardano sia le operazioni in vigna che quelle in cantina. In vigna non è consentito l’uso di diserbanti e/o disseccanti, concimi chimici e viti modificate geneticamente. Nei nuovi vigneti si introducono piante ottenute da selezione massale e si predilige la coltivazione di vitigni autoctoni. Sono ammessi i trattamenti contro le malattie purché rispettino le norme dell’agricoltura biologica. Sono vietati i trattamenti di sintesi, penetranti o sistemici. Infine la vendemmia deve essere manuale. Per quel che riguarda il lavoro in cantina si possono utilizzare solo lieviti indigeni presenti sull’uva ed in cantina con esclusione di qualsiasi prodotto di nutrimento. Non sono permessi i sistemi di concentrazione ed essiccazione forzata, solo appassimento naturale dell’uva all’aria.  È vietata ogni manipolazione alla fermentazione naturale compreso il controllo della temperatura. Esclusione anche di chirificante e filtrazione. La solforosa totale non potrà mai essere superiore ad 80 mg/l per i vini secchi e 100 mg/l per i vini dolci. 

Gattinara

Gattinara, è un comune e una Denominazione dell’alto Piemonte in provincia di Vercelli. Territorio di Nebbiolo e di altre uve tipiche come la Vespolina e l’Uva rara. A caratterizzare i vini di questa zona sono i suoli di origine vulcanica che danno al Nebbiolo caratteristiche particolari e differenti da quelli delle Langhe o della Valtellina. Sapidità e mineralità contribuiscono al tipico bouquet olfattivo del Nebbiolo con note speziate e balsamiche. Poi c’è l’apporto delle altre uve, usate in piccola percentuale, che donano un’ulteriore impronta di stile, migliorandone sia l’aspetto visivo, con più colore (il Nebbiolo ha poca sostanza colorante), che di complessità gusto olfattiva, con l’apporto di speziatura e sentori di frutti rossi. 

Oggi assaggio il Gattinara 2014 della cantina Torraccia del Piantavigna, con sede in Ghemme e attiva dagli anni 50. Deve il nome a Pierino Piantavigna il fondatore e ad una collina ben esposta chiamata Torraccia. Si presenta con un bel colore rubino/granato e profumi fragranti. Seppur ancora giovane (sono vini in grado di evolvere per molti anni) è già un vino pronto e pienamente apprezzabile. Sono comunque passati 3 anni in legno e quasi due in bottiglia. I profumi sono floreali di viola e rosa, fruttati di marasca e prugne con note di erbe aromatiche come il timo e sentori di affinamento in legno. Profumi che evolvono nel calice… dopo un’oretta vi regalerà profumi più speziati e balsamici. È lungo nella persistenza, fresco e progressivamente avvolgente nel palato. L’astringenza tannica è presente ma in modo composto e per nulla fastidiosa anche degustando il vino da solo.  Minerale, sapido, con finale che ricorda profumi mentolati. La domanda sorge spontanea, ma se l’annata 2014 che non era stata granché, per via delle piogge e della difficile maturazione delle uve, ha dato alla luce un vino così, come saranno le versioni delle ‘belle’ annate come ad esempio la 2010?. Questo per dire che è un ottimo Gattinara, per certi aspetti austero come ogni Nebbiolo di classe ma allo stesso tempo bevibile con sempre maggior piacere. Perchè diciamocelo, i vini buoni sono quelli che ti fanno venir voglia di berne ancora e questo è così.

Sono 16 i produttori del Gattinara Docg che ho individuato e riportato nell’infografica, (segnalatemi se ho dimenticato qualcuno).

La prossima settimana ci sarà un appuntamento imperdibile per chi volesse scoprire tutti i Nebbioli dell’alto Piemonte, si chiama Taste Alto Piemonte, 30-31 marzo, 1 Aprile 2019,al Castello di Novara. Trovate maggiori info su https://www.tastealtopiemonte.it

Luca Gonzato

Esperti in Franciacorta, da Ferghettina

Una giornata in famiglia, anzi due, quella di Onav e quella di Ferghettina 🥂❤️🍾 in Franciacorta, ad Adro, nel regno della bollicina italiana. L’occasione è stata la consegna dei diplomi di Esperti Assaggiatori.

Ferghettina produce vini dal 1991. Sono 200 gli ettari coltivati e circa mezzo milione le bottiglie prodotte. Il nome Ferghettina deriva dal primo appezzamento acquistato ad Erbusco. Ambiente giovane e familiare in Ferghettina, bellissima la struttura con annessa cantina sviluppata su tre livelli.

Sono sette le versioni di Franciacorta prodotte, una scelta che esalta sui vini le differenze dei diversi terreni della proprietà. Impressionanti i 150 serbatoi di vinificazione ma ancor di più il caveau dove sono conservati i campioni di tutte le annate.

Per festeggiare il diploma ci siamo spostati nella terrazza con vista sulle vigne e abbiamo assaggiato tre belle espressioni di Franciacorta baciate da sole. Ferghettina Brut (85% Chardonnay e 15% Pinot nero), bella bollicina, agrumata, fresca in ingresso, piena e rotonda nel finale quasi burroso. Poi il Milledì, 100% Chardonnay, nella tipica bottiglia a base quadrata brevettata da Ferghettina. La forma quadrata consente una maggiore superficie di contatto dei lieviti che, all’opposto, nelle bottiglie tradizionali, occupano solo una striscia (a bottiglia sdraiata). Beh, questo Chardonnay mi è piaciuto molto per la sua finezza ed eleganza. Il terzo ed ultimo assaggio è stato un grande ed apprezzato regalo offerto da Ferghettina, l’Eronero 2009. Spumante 100% Pinot nero che è stato sui lieviti 5 anni ed ha poi riposato in bottiglia per presentarsi oggi in una forma smagliante. Rosato ramato con una complessità olfattiva davvero interessante. Spiccano sentori di rabarbaro e caramello ma anche di piccoli frutti rossi. Il sorso è appagante sotto ogni punto di vista, ti trasporta lontano, senti qualcosa di speciale che solo l’età può dare.

Complimenti a Ferghettina per l’alta qualità dei suoi Spumanti e ad Onav per la bella giornata passata insieme. Grazie a tutti ed in particolare a Giovanna, Roberto e Tommaso con i quali ho condiviso il percorso di studi e tante degustazioni.

Luca Gonzato

Riserva Contucci 2013

Il Nobile di Montepulciano. Un vino ottenuto con le uve nobili destinato alle mense dei nobili. Un vino la cui storia corre parallela a quella dei Contucci, produttori dal 1700, le cui Cantine risalgono al XIII secolo e facevano parte della prima cinta muraria di Montepulciano.

Il mio ricordo è molto più recente, dell’estate scorsa, quando ho avuto il piacere di visitare la storica cantica su tre livelli, fare una degustazione e portarmi a casa questa Riserva 2013.

Il territorio, tra la Val di Chiana e la Val d’Orcia in Toscana, è caratterizzato da suoli sabbiosi e argillosi del Pliocene. Ma veniamo al vino, è una Riserva con minimo 3 anni di affinamento in legno ed uno in bottiglia. L’uvaggio è 80% Prugnolo gentile (Sangiovese grosso), 10% Canaiolo nero, 10% Colorino. Il colore è rosso granato con ancora dei bei riflessi rubino, rimanda profumi di violetta, amarena, prugna, spezie dolci, rabarbaro, chiodi di garofano, cuoio, tabacco, una nota ematica. Grande eleganza sia olfattiva che gustativa. Ingresso fresco, brioso, si allunga via via in una morbidezza vellutata ed un tannino evoluto. Equilibrato, armonico, caldo. Buono, buono.

Adoro il Nobile di Montepulciano per la sua eleganza e per la facilità con cui si lascia bere. Questa Riserva di Contucci regala belle emozioni e la voglia di tornare presto a Montepulciano.

Luca Gonzato

P.N.19-2015 Terramossa Picchi

Magnum n19, Pinot Noir Terramossa 2015, Azienda vitivinicola Picchi di Casteggio in Oltrepó Pavese. È una delle due magnum portate a casa dopo la mattinata trascorsa in vigna al master viticoltura organizzato da AisMilano. Ora mi è finalmente chiara la differenza tra Guyot e Cordone Speronato, due modi di allevare la vite che richiedono un diverso sistema di potatura. A spiegarci le differenze c’era Gabriele Picchi, agronomo ed enologo della Cantina, oltre che relatore nei corsi per sommelier Ais. Certo che questa mattina tirava un’aria che tagliava le orecchie, soprattutto sul crinale della collina coltivata a Pinot nero.

Bello vedere come i terreni cambiano colore e consistenza anche a soli 50 metri di distanza. Argille gialle, terre rosse ferrose oppure sabbiose con componenti minerali gessose. È l’Oltrepò, una terra di vini eccellenti che però non ha ancora sfondato certi pregiudizi in tanti consumatori. Terra di Spumanti a metodo classico e di varietà tipiche come l’Uva rara, la Croatina e la Bonarda. Trovano spazio anche belle espressioni di Pinot grigio e Riesling. Non dimentichiamoci poi della Barbera. Ma il Top dei vini che rendono grande questo terroir è il Pinot nero. Uno tra i pochissimi posti in Italia dove riesce a dare risultati in grado di competere con gli altri Pinot neri del mondo. Picchi ne produce una versione elegante e di corpo che è impossibile non amare. Nella degustazione effettuata nell’agriturismo Circe, attiguo alla cantina di Picchi, è bastato un primo sorso, accompagnato da brasato con polenta, a riportare il sorriso sui nostri volti infreddoliti e farci rendere grazie d’essere qui. Morbido, vellutato, con un bel frutto rosso carnoso e note balsamiche, lungo ed elegante. Di questo vino ci vuole proprio una Magnum da mettere in tavola, così non rischi di rimanere a bocca asciutta ogni volta che ti verrà voglia di fare un’altro sorso. Very very good. Se passate da Casteggio fermatevi da Picchi a fare un assaggio, ma fate in fretta perchè anche le magnum 2015 stanno finendo!

Luca Gonzato

Vini di Gallura: tre di Tani

Le recenti e legittime proteste dei pastori sardi mi hanno portato a voler parlare di vini sardi e, anche se alla lontana, sostenere i prodotti tipici di quella splendida regione che è la Sardegna. Ho scelto alcuni vini della Cantina Tani, situata in Gallura nel paese di Monti. Il primo assaggiato è stato il  Vermentino di Gallura Superiore, Taerra 2017. Bel colore, giallo paglierino intenso, profumi delicati di fiori bianchi e agrumi come il mandarino e il limone, qualcosa anche di erbe aromatiche come il basilico. In bocca è di gran corpo, le sensazioni morbide quasi burrose sulla lingua fanno da contraltare ad una splendida mineralità che gli sta intorno e che chiude il sorso in un bellissimo equilibrio. Maestoso. Davvero buono. 

Pur essendo una zona famosa per il Vermentino, Tani produce anche due rossi che mi incuriosivano parecchio. Il Donosu, Connonau di Sardegna 2017 è molto diverso dai Cannonau del sud della regione o perlomeno da quelli che ho avuto modo di assaggiare. È più sottile e riporta a frutti freschi, erbe balsamiche, rosa, mirtilli. In bocca è leggiadro, minerale e sapido, si ammorbidisce in un finale abbastanza equilibrato. Si apprezza la sua fragranza aromatica. Per la sua freschezza e mineralità mi ricorda certe Barbera piemontesi. Da apprezzare con un bel formaggio pecorino di media stagionatura.

L’altro rosso di Tani è il Serranu 2015, blend di Cannonau 45%, Merlot 10% e altre varietà rosse non specificate. Affina in botti da 1000 litri per 24 mesi. Dimenticavo di dire che in questa zona i suoli hanno una forte componente di granito. Il colore del Serranu è impenetrabile, giusto sui bordi rilascia un rubino/granato intenso. La rotazione del calice è ‘pesante’, si formano archetti che lentamente ritornano nel vino. I profumi sono eleganti, di frutti in confettura, erbe balsamiche, rabarbaro, menta. Spezie, chiodi di garofano. In bocca ha un bel corpo, il frutto è sciropposo, il tannino composto. Gli aromi retronasali riportano alle erbe balsamiche. È un gran rosso, rotondo e lungo. Finale fresco di bacche nere, more e mirtilli. Sogno un maialino arrosto da accompagnare a questa perla rossa di Gallura.

Sarà che è ancora inverno e che i ‘rossi’ la fanno da padrona ma lo trovo davvero ottimo come piacevolezza ed unico come carattere.

Luca Gonzato

Verticale Solaia Antinori

2004 – 2005 – 2006 – 2009 – 2013 – 2015

Sei annate del celebre vino toscano

Cosa c’è dietro un vino valutato 100/100? Questa è la domanda che mi ha spinto ad iscrivermi alla serata organizzata da AIS Milano.

La risposta arriva ancor prima di assaggiare i vini. Dietro ogni eccellenza c’è la passione e la cura estrema di ogni dettaglio. Nel caso del Solaia si traduce in un percorso di passione e ricerca che dura da ventisei generazioni di Antinori, Vinattieri dal 1385. 

Solaia è la punta di diamante tra i vini di Marchesi Antinori. È prodotto nella Tenuta Tignanello, nel Chianti Classico, su colline tra i 200 e i 400 metri di altezza, in una porzione di vigneto su una micro collina che ricorda la forma di un panettone, completamente soleggiata durante il giorno e chiamata per questo Solaia. Il terreno è stratificato con i primi 80 cm prevalentemente di pietra alberese, un calcare marnoso che consente un buon drenaggio dell’acqua, seguiti da uno strato argilloso più profondo che garantisce una riserva d’acqua per i periodi secchi. Ogni metro di vigna è conosciuto e curato con il massimo dell’attenzione.

Il Solaia è relativamente giovane come età, la prima annata risale al 1978. Nato dalla volontà di creare un vino che potesse competere con i blasonati vini francesi di Bordeaux e quelli americani della Napa Valley in California. L’enologo degli inizi era il famoso Giacomo Tachis. L’uvaggio dell’epoca prevedeva un 80% di Cabernet Sauvignon e il 20% di Cabernet Franc. Nei primi anni ’80, è stato aggiunto il Sangiovese per dare un’impronta tipicamente italiana che lo distinguesse dagli altri (francesi del Medoc). Si è arrivati all’attuale uvaggio del 75% di Cabernet Sauvignon più 20% di Sangiovese e 5% di Cabernet Franc. La Tenuta Tignanello era la più frequentata dalla famiglia Antinori ed anche per questo era il luogo più incline alla sperimentazione e al perfezionamento. Uno dei perfezionamenti apportati fu quello di affinare separatamente il Cabernet e il Sangiovese. Nel 2000 il Solaia dell’annata 1997 viene giudicato miglior vino al mondo da James Suckling, Wine Spectator, James arriverà a spostare la sua residenza dalle colline bordolesi a quelle toscane. A Marchesi Antinori il merito d’aver intuito che il Cabernet e il terreno che aveva a disposizione potevano dare un grande risultato. C’è poi l’utilizzo della barrique e la capacità di usarla nel migliore dei modi. Nel 2001, Renzo Cotarella, amministratore delegato, agronomo ed enologo della Marchesi Antinori, viene eletto miglior winemaker del mondo da Wine Enthusiast. Nel 2007 viene fatto un ulteriore passo in avanti con il rifacimento dei vigneti e l’impianto dei migliori cloni di piante in relazione ai terreni di Tignanello. Basta guardare sul sito Antinori per capire come sono state le annate di Solaia dal 2007 ad oggi, tutte sopra i 90 punti, giudicate con il massimo punteggio da numerose guide specializzate ed esperti degustatori. Come un campione sportivo che cura ogni dettaglio della sua performance agonistica, anche il Solaia viene realizzato con lo stesso livello di attenzione. Basti pensare che si è arrivati ad una scelta di barrique specifiche in base all’annata, ordinate dopo la vinificazione. Insomma non è un caso il voto di cento/centesimi di Wine Advocate e James Suckling per l’annata 2015 in commercio. Ci sarebbe da dire tanto altro sulla storia di Marchesi Antinori, dell’altro vino super premiato, il Tignanello, speculare al Solaia ma con l’80% di Sangiovese, poi le tenute sparse per la Toscana, in Umbria, Puglia, California, Cile… ma è il momento di passare alla degustazione. C’è sempre il loro sito per chi vuole saperne di più.

Ora che ho scoperto cosa c’è ‘dietro’ vorrei anche capire se 125€ valgono l’assaggio di sei calici riempiti neanche per metà. Ho già l’ansia che ogni sorso mi calerò giù 5 euro, poi cavolo ho di fianco uno che puzza d’aglio, maledetto, non ho il coraggio d’alzarmi e cambiare posto, la sala è piena. Ok concentrazione, resettiamo l’aglio, non esiste. A presentare l’azienda è stato il direttore della tenuta di Tignanello Stefano Carpaneto, in Antinori dal 2002. A guidare la degustazione è il Sommelier degustatore AIS Francesco Albertini.

Solaia 2004: Annata buona per quantità e qualità. Potenza, ricchezza, esuberanza. Qualità che in quegli anni erano ben recepite. Frutto ancora percepibile, mirtillo, ribes nero, nota di petalo di rosa. Speziatura, cannella, noce moscata, legno di sandalo. Eucalipto, pepe nero. Tannino dolce, cioccolato. Lunghissimo. Ancora vivace nel carattere, nell’eccellenza pecca un pochino di raffinatezza a mio giudizio.

Solaia 2005: Clima complesso durante l’anno, freddo e piovoso con maturazione lunga, produzione scarsa con cernita delle uve. Si riflette nel vino nella sua verticalità con tannino affilato. Il fruttato è più acidulo. Note di chinotto, agrumi, leggero floreale. Nota ematica, sottobosco, humus. Spezie, noce moscata, curcuma. Grande persistenza e ritorno balsamico. Non l’ho apprezzato granché.

Solaia 2006: Si cambia registro, è da subito ‘wow’. Oltre alla potenza si percepisce in modo netto l’eleganza. Componenti aromatiche fruttate e floreali, spicca una nota di alloro, poi carruba, cioccolato, spezie, macchia mediterranea, rabarbaro. Grande finezza, un’impronta simile ai migliori bordolesi. Tannino dolce, cioccolatoso. Questo assaggio compensa i precedenti. Infinito.

Solaia 2009: Annata lunga, maturazione lenta. Il vino dei ’10 anni’, quello che per molti appassionati è il tempo ideale di affinamento per vini di questo livello. In effetti si presenta con grande fascino e profumi intensi di visciole, susina, arancia sanguinella. Bella anche la componente floreale di viola, rosa, lavanda. Erbe aromatiche, menta, salvia e una delicata nota di canfora. In bocca è succoso, invitante. Tannini sottili, eleganza. Luminoso e fantastico.

Solaia 2013: Buona vendemmia, si è distinta in cantina con un utilizzo di legni specifici di una nuova tonnellerie. Elegante e fine. Mirtillo, ribes, legni aromatici. Balsamico con profumi di timo, violetta, lavanda. Vigoroso in bocca. Pur di gran qualità l’ho apprezzato meno rispetto ad altri.

Solaia 2015: Viene definita la miglior annata mai prodotta. Clima adeguato, vendemmia fatta con calma, belle uve. Si aveva la percezione che ne sarebbe uscito un grande vino. L’impatto olfattivo è sorprendentemente floreale, rosa, iris. Poi i piccoli frutti neri, ciliegia, arancia rossa. Note balsamiche eleganti, qualcosa di piccante. Dolcezza di spezie, cioccolato, liquirizia. Grande equilibrio e armonia. Fine, lunghissimo con un ritorno di frutti freschi. Spettacolo.

Aldilà del 100/100, anche il meno esperto dopo aver deglutito il Solaia 2015 percepisce la qualità superiore di questo vino. Non sono certo al livello del degustatore Albertini che riesce a trovare una quantità esagerata di percettori ma riesco a capire quando mi trovo di fronte a vini eccellenti e questo lo è. Esprime un’armonia ed una eleganza unica. Piacevolezza e personalità al 100%. 

Le bottiglie prodotte di Solaia 2015 sono state 88.000. La produzione totale di Antinori è di 25 milioni di bottiglie. Il costo del Solaia 2015 è di circa 240€ a bottiglia (sempre che si riesca a trovare). Io non posso permettermelo, ma di certo lo vorrei avere in cantina, almeno una bottiglia da assaggiare con calma, per tutta la serata, con e senza cibo, appena stappato e dopo due ore quando è completamente cambiato. Il Solaia merita tanta cura e attenzione, anche da chi lo degusta.

Luca Gonzato

Merlot Ronco del Gelso

Freddo e neve in città chiamano un bel rosso a scaldare la serata, dopo i giorni della merla stappo un Merlot. Ho scelto quello dell’Azienda Agricola Ronco Del Gelso di Cormons (GO). La Cantina è conosciuta per i vini bianchi ma produce anche Cabernet e questo Merlot chiamato Sintesi dei Capitoli, sottozona Rive Alte, nella DOC Isonzo del Friuli. L’annata è la 2012, 20 giorni di macerazione sulle bucce e due anni di affinamento in botti di rovere. 13,5% il volume d’alcol. Sul sito web viene presentato come “robusto, caratterizzato da tannini dolci ed un’elegante speziatura al naso. La bocca è cremosa, concentrata e profonda”. In effetti è così, pepe, chiodo di garofano, legni pregiati ma anche frutti neri, mirtilli, more. Una nota marina, mi ricorda il profumo sugli scogli. Morbido in bocca con tannini evoluti. Di facile beva. Corposo e abbastanza lungo nella persistenza dei profumi. Lo proverei volentieri con il pollo alla valdostana, mi accontento degli involtini di tacchino e speck. Anche un buon formaggio d’alpeggio ci starebbe alla grande, penso alla Fontina ma il Montasio sarebbe il suo abbinamento regionale corretto.

IIn Sintesi, il Merlot è un gran bel vitigno che dona sempre eleganza e morbidezza. In questa versione 2012 di Ronco del Gelso apprezzo la finezza e il bouquet aromatico. Un vino da mettere in tavola con allegria… alla faccia del freddo.

Luca Gonzato

Il vino del parroco

Barbaresco 2003, Cantina Parroco di Neive, Cru Gallina.

Piemonte, Langhe, Nebbiolo 100%. La Cantina è l’Azienda San Michele, fondata nel 1973 dall’arciprete don Giuseppe Cogno parroco di Neive, insieme ad altri 3 viticoltori. Stappo con cautela questa bottiglia con oltre 15 anni di vita, ho sempre il timore di difetti dovuti al tappo o alla cattiva conservazione. Il tappo è integro e non presenta profumi anomali, ho aperto la bottiglia una mezz’ora prima di metterla in tavola. Colore rosso granato, aranciato nell’unghia, discretamente luminoso, come il sole di questa domenica invernale, il massimo che ci si possa aspettare da un vino di questa età.  Il profumo è fine ed elegante, di viola, con sentori dolci di caramello, se lo si sveglia dal torpore, roteandolo nel calice, sprigiona quelle note tipiche che mi aspettavo da un Barbaresco del Cru Gallina di Neive, cioè sottobosco, humus, qualcosa di selvaggio, potenza.

L’ingresso è fresco ed elegante, si impongono gli aromi di frutti rossi macerati, prosegue con note dolciastre di legno, vaniglia. Morbido, concentrato, caldo (14,5% Vol.), con tannini ben presenti seppur integrati, stringe l’interno delle labbra sui denti. È perfetto ad accompagnare l’ossobuco alla milanese, untuoso e grasso. Il finale regala sensazioni dolci di cioccolato e note balsamiche. Persistente nei toni dolci, rotondo ed opulento, quasi da meditazione. Dalle cronache delle Langhe, l’annata 2003 risulta essere stata molto calda, con i grappoli più esposti scottati dal sole. Si percepisce una notevole concentrazione di aromi in questo vino, in qualche modo ricorda alcuni rossi da uve passite. Un Barbaresco ottimo ed in splendida forma, gran domenica insieme.

Luca Gonzato

Il Bruciato di Antinori

Senza giri di parole voglio dire che Il Bruciato di Antinori 2016 è buono, ogni componente si integra perfettamente con le altre. Frutti rossi e neri, tostatura, cacao e liquirizia, bella sapidità, tannini evoluti, finale piacevolissimo e buona persistenza. Un vino che si fa bere con facilità e ha le caratteristiche per non scontentare nessuno. Si potrebbe dire che è un vino ‘piacione’ ma sarebbe sbagliato, è un vino conosciuto ma non gli si può fare una colpa per questo, anzi, bisogna riconoscere quando qualcosa è fatto bene, in ogni campo anche se non proviene dal piccolo produttore. Del resto non mi aspettavo niente di meno da una cantina come Antinori. Difficile che di questo vino ne resti in bottiglia. Ottimo anche il rapporto qualità/prezzo. 

Luca Gonzato

Gaja, Ca’ Marcanda, Promis 2000

La bellezza di internet è la possibilità di trovare qualcosa in pochissimi secondi ma anche quella di poterti perdere tra un approfondimento e l’altro rimanendo comodamente seduto. È così che, a tema vino, si insegue un produttore, un’etichetta o una storia che ti porta lontano e le lancette dell’orologio girano senza che te ne accorgi. Finisci poi in un luogo digitale che non avevi ipotizzato e procedi magari all’acquisto di una bottiglia con quasi vent’anni di invecchiamento sulle spalle e dal nome altisonante, Gaja. Il famoso Gaja, quello del Barbaresco più conosciuto al mondo. Ma questa bottiglia del 2000 è Toscana, della tenuta Cà Marcanda di Castagneto Carducci. Siamo nella famosa zona della DOC Bolgheri Sassicaia della Tenuta San Guido, vino da oltre 300 euro a bottiglia che nel 2018 è stato premiato da Wine Spectator come miglior vino del mondo. Bolgheri è sinonimo di Supertuscan, cioè vini affinati in legno e provenienti da uve internazionali come il Merlot e il Cabernet Sauvignon. Torniamo però al Promis di Gaja che ha in sé un uvaggio che sposa l’internazionalità del Merlot (55%) e del Syrah (35%) con la tipicità del Sangiovese (10%). L’annata è quella del 2000 che (sempre spulciando tra i siti) risulta essere stata eccellente.

Ho quasi timore ad aprire la bottiglia, come i bambini di fronte ad un nuovo gioco mi sento emozionato, il tappo è umido e presenta qualche traccia di vino in superficie, il verme del cavatappi entra con facilità, lascio giusto un paio di giri ed inizio ad estrarre con cautela ma si spezza, c…o!!, immagino con orrore i residui galleggiare nel bicchiere e prefiguro la decantazione, ma non la voglio fare, preferisco vedere uscire il vino dalla sua bottiglia originale piuttosto che dal decanter, in quanto ad arieggiamento lo lascerò in un ampio calice per il tempo dovuto.

È questione di rispetto, non voglio bere un vino che esce da un decanter trasparente e anonimo, voglio sentirmi suggerire una storia dalla bottiglia che lo ha conservato così a lungo e che è passata dalle mani del produttore, magari proprio quelle di Angelo Gaja. Voglio sentire il suono di quando entra nel calice e rimirare l’etichetta ed infine sbirciare sul retro il livello rimasto.

Fortunatamente riesco ad estrarre con cautela anche l’ultima parte di tappo e iniziare a valutare il colore, che è di un bel rosso granato con riflessi rubini vivaci. È vivo. Attendo una ventina di minuti prima di metterci il naso sopra, nessun brutto odore, passo la mano sulla fronte, pericolo scongiurato, non è vero ma l’ho pensato. I profumi sono fini ed eleganti, di spezie ed erbe aromatiche, frutti neri come la mora e la prugna in confettura, ma sono i terziari e quaternari dell’evoluzione in legno e in vetro a dargli il tono dominante ed una personalità unica. Legno, cuoio, note di bosco e di terra che diventano cacao amaro, qualcosa riporta anche al goudron (catrame). Ci ritrovo il Sangiovese, la speziatura del Syrah, il fruttato e la morbidezza del Merlot. A stupirmi è la componente acida che lo ha mantenuto in una forma smagliante e quella tannicità con ancora una bella astringenza, perfetta ad accompagnare un buon formaggio stagionato o le carni rosse.

È un vino in forma smagliante per la sua età! Inizio a meditare che dato il costo, non troppo alto (24,40), potrei acquistarne un’altra bottiglia da tenere in cantina per altri dieci anni, sono certo che arriverebbe alla piena maturità con grandi cose da dire.  Sono passate un paio d’ore dalla stappatura, continua a comporsi come un puzzle, sempre più grande. È un vino che esprime calma, da gustarsi lentamente, in compagnia di belle persone e di buon cibo.

Buon inizio 2019 a tutti!

Luca Gonzato

Hic enoteca bistrot

 

Da Hic in via Sidoli a Milano, per festeggiare il titolo raggiunto di Esperti Assaggiatori Onav. Si inizia con un brindisi a base di uva Erbaluce (vitigno autoctono piemontese) spumantizzata con Metodo Classico, Cuvéè Tradizione 1968 di Orsolani, millesimo 2011, affinata sui lieviti per 60 mesi. Uno spumante davvero interessante nei profumi e alternativo ai competitor lombardi e francesi. In boccca conserva qualche nota agrumata e fresca ma a risaltare sono i profumi caldi e morbidi dell’affinamento sui lieviti, note di pasticceria, crosta di pane, frutta secca, bellissima nocciola finale. Si sposa bene al tagliere di formaggi che accompagna la degustazione.

Su consiglio del titolare di Hic, che si è prodigato nell’accoglienza e nel proporci diversi possibili assaggi, passiamo ad un Aglianico campano del 2015, l’Ognostro (vuol dire inchiostro) di Marco Tinessa, infatti il colore nel bicchiere è scuro e non lascia spazio a trasparenze. Un vino che si apre lentamente sprigionando un gran ventaglio di profumi, more, mirtilli, sentori minerali, note speziate, humus, sottobosco. In bocca ha un ingresso fresco con ancora un bel frutto fragrante e un’acidità che rende il sorso piacevole. Bel corpo e tannini composti, si succedono in bocca i percettori per poi terminare in un bel finale balsamico/mentolato. Grande Aglianico, caldo senza darlo a sentire (14,5% di volume alcolico), persistente in bocca ed appagante nel gusto. Ci vorrebbe un bel filetto al pepe verde per apprezzarlo fino in fondo.

Per il terzo assaggio, un’altra chicca dell’enoteca Hic, il rosso fortificato 1501 Merlino di Pojer e Sandri (Trentino), un vino con residuo zuccherino da uve Lagrein al quale viene aggiunto del brandy invecchiato e che affina poi per 8/10 mesi in botti dove c’era il brandy. È chiaramente un vino da centellinare e godersi con estrema lentezza, un ’fortificato’ che ti riporta il sorriso ed evoca i ricordi. Profumi di frutti rossi sotto spirito, i ‘Mon Chérie’, note di cacao, vaniglia. Avvolgente, vellutato ed estremamente persistente, anche dopo diversi minuti hai delle belle sensazioni dolci nel palato, perfetto con il cioccolato ma anche da solo, non gli manca niente. Bella serata da Hic, posto accogliente e prezzi giusti, interessante selezione di vini, molti i ‘naturali’ e triple ‘A’ visti sugli scaffali. Taglieri di salumi e formaggi gustosi e non minimalisti nella quantità, insomma un bel ritrovo in una zona tranquilla della città, fuori dal caos del centro di Milano. Da tornarci il prima possibile, anche perchè è rimasta la curiosità sul Beaujolais vintage…

Luca Gonzato

Luigi Moio e il suo Aglianico Terra d’Eclano in 10 annate

Ieri sul palco del Westin Palace di Milano c’è stato un concerto fantastico, a cantare sono state le annate di Aglianico di Quintodecimo, la Cantina di Luigi Moio, vera rockstar nel mondo del vino, professore, enologo e autore del testo sacro ‘il respiro del vino’. 

L’intro ha riguardato le origini della cantina, la scelta dei terreni, in Irpinia, nel cuore del Taurasi DOCG a Mirabella Eclano. L’impianto delle vigne è datato 2002 in terreni stratificati di roccia calcarea e materiale lavico. La scelta fatta da Moio risponde all’esigenza di impiantare le varietà che si adattano meglio a questi terreni, i tipici vitigni campani di Fiano, Falanghina, Greco e Aglianico. Moio ribadisce più volte un concetto che parrebbe semplice e che invece sembra ignorato da molti, quello della ‘giusta pianta nel giusto suolo’, di come possiamo trovare le migliori espressioni di un vitigno in un determinato luogo. Il Nebbiolo in Piemonte, il Pinot Noir in Borgogna, Cabernet e Merlot a Bordeaux, Cannonau in Sardegna ecc.., esempi chiari per dire che ogni vino è adatto al suo contesto pedoclimatico. Moio è uno spasso da ascoltare, tanti gli aneddoti nel suo racconto, da come lo prendevano per pazzo quando cercava i terreni dove impiantare le vigne a Veronelli cho lo ha spinto a diventare produttore, gli input ricevuti in Ais a Milano, la storia del marchio e il numero 5 ricorrente (profumi, sensi, cicli di produzione, vigneti del Terra d’Eclano…). Ogni tanto chiama in causa la moglie seduta in prima fila o il suo collaboratore un tavolo più in là, il clima è rilassato e amichevole, si muove da vera rockstar, si vede che è abituato a parlare davanti a una platea. Avevo il timore di una serata ‘pesante’ fatta magari da un professore impettito ed invece è estremamente coinvolgente e simpatico. Ma veniamo all’Aglianico, Quintodecimo lo coltiva in collina a 420m slm, agricoltura biologica, rese minime, 5 grappoli per ceppo, vinificazione con macerazione di 12/15 giorni, utilizzo di lieviti selezionati e percentuali bassissime di solforosa, poi la barrique di rovere dove si svolge la malolattica e dove affina per un un anno, infine la bottiglia per minimo sei mesi. Torno per un istante sul tema dei lieviti selezionati in quanto io, come penso molti altri, crediamo che sia ‘più naturale’ e possa esprimere meglio un vitigno, l’utilizzo di lieviti autoctoni (quelli presenti sulla buccia dell’uva o in cantina) ed invece, sentendo Moio, si può comprendere come la scelta di lieviti selezionati sia la migliore per conservare i profumi dell’Aglianico e preparare il vino ad una lunga vita. Questi lieviti selezionati, consentono di innescare subito la fermentazione ed evitano ossidazioni al vino che ne intaccherebbero il profilo sensoriale, inoltre permettono un utilizzo diverse volte inferiore di solforosa. Dettagli non di poco conto che, insieme ad una scelta ragionata della barrique, volta a favorire il percorso di stabilizzazione del vino senza l’apporto di profumi sovrastanti, contribuiscono alla realizzazione di un vino di qualità. 

Nel frattempo i dieci calici, uno dopo l’altro si sono riempiti del prezioso nettare, si può notare come tutte le annate siano ricche di sostanza colorante e di bella luminosità, indizi comuni di ottima salute dei vini.

Di seguito qualche nota di degustazione, seppur consapevole di tralasciare molto, scusate ma ero concentrato a godermeli più che a prendere appunti 😋.

2015 Frutti rossi, speziatura, secco, di buona acidità, tannini pronunciati, apprezzabile per la fragranza dei frutti che lo caratterizzano.

2014 Naso più compatto, frutti rossi e un anticipo di prugna, pulito, persistente, si percepisce l’evoluzione pur mantenendo un carattere giovane.

2013 Annata piovosa, il vino è fine con note di spezie, coriandolo, incenso, frutti rossi. Meno tannico, fa capolino una nota vegetale, il cacao, la vaniglia. Ricorda i tipici vini bordolesi. Sul podio come terzo classificato della serata.

2012 Annata terribile, profumi meno evidenti, magro in bocca e abbastanza corto. Malgrado le sue carenze è comunque un vino che si lascia bere con piacere.

2011 Entrata ricca di profumi, frutti rossi carnosi, pienezza in bocca, gran corpo e piacevolezza, erbe balsamiche. Armonico, elegante, persistente. Il mio preferito della serata.

2010 A parte i frutti rossi, qui si percepiscono note mentolate, cacao, liquirizia. È morbido, lungo. elegante e fine anche lui. Grandissimo Aglianico anche questo. Secondo classificato.

2008 Annata problematica per le piogge durante la vendemmia, risulta più scarico e debole, quasi diluito. Tanta liquirizia, finale asciutto.

2007 Annata caldissima, è molto concentrato, Ph più alto e minor acidità, note dolci di frutta in confettura.

2006 Altra annata piovosa, non molto strutturato, frutti rossi e note mentolate.

2004 Primo anno di vinificazione di uve provenienti dalle nuove vigne. Bel frutto in confettura, morbido. Pur essendo il più vecchio è ancora un ottimo Aglianico, risulta migliore del 2006. Ipoteticamente lo metterei al quarto posto, parimerito con il giovanissimo 2015, due belle espressioni dell’Aglianico, il giovane e il maturo.

Si può dedurre che lo status migliore di questi Terra d’Eclano si raggiunga dopo 7/8 anni.

La serata volge al termine e il vocio in sala aumenta, si scambiano opinioni e sensazioni. Si percepisce l’orgoglio di Moio nel fare vini fatti bene. La sua è una ricerca di BELLEZZA nel vino e a giudicare dai vini assaggiati, me ne è rimasta parecchia sulla lingua. Rifaccio con calma un giro di assaggi godendomi la pulizia e l’eleganza di questi vini campani che sembrano francesi.

Come due adolescenti ad un concerto, io e Ottavio (amico sommelier ed estimatore di Moio), chiediamo una foto insieme alla nostra rockstar preferita e andiamo via felici. Grandissima e memorabile serata. Faccio un appello a Moio per tornare presto a trovarci con i suoi vini, sono tanti i suoi fans a Milano.

Luca Gonzato