Verticale Solaia Antinori

2004 – 2005 – 2006 – 2009 – 2013 – 2015

Sei annate del celebre vino toscano

Cosa c’è dietro un vino valutato 100/100? Questa è la domanda che mi ha spinto ad iscrivermi alla serata organizzata da AIS Milano.

La risposta arriva ancor prima di assaggiare i vini. Dietro ogni eccellenza c’è la passione e la cura estrema di ogni dettaglio. Nel caso del Solaia si traduce in un percorso di passione e ricerca che dura da ventisei generazioni di Antinori, Vinattieri dal 1385. 

Solaia è la punta di diamante tra i vini di Marchesi Antinori. È prodotto nella Tenuta Tignanello, nel Chianti Classico, su colline tra i 200 e i 400 metri di altezza, in una porzione di vigneto su una micro collina che ricorda la forma di un panettone, completamente soleggiata durante il giorno e chiamata per questo Solaia. Il terreno è stratificato con i primi 80 cm prevalentemente di pietra alberese, un calcare marnoso che consente un buon drenaggio dell’acqua, seguiti da uno strato argilloso più profondo che garantisce una riserva d’acqua per i periodi secchi. Ogni metro di vigna è conosciuto e curato con il massimo dell’attenzione.

Il Solaia è relativamente giovane come età, la prima annata risale al 1978. Nato dalla volontà di creare un vino che potesse competere con i blasonati vini francesi di Bordeaux e quelli americani della Napa Valley in California. L’enologo degli inizi era il famoso Giacomo Tachis. L’uvaggio dell’epoca prevedeva un 80% di Cabernet Sauvignon e il 20% di Cabernet Franc. Nei primi anni ’80, è stato aggiunto il Sangiovese per dare un’impronta tipicamente italiana che lo distinguesse dagli altri (francesi del Medoc). Si è arrivati all’attuale uvaggio del 75% di Cabernet Sauvignon più 20% di Sangiovese e 5% di Cabernet Franc. La Tenuta Tignanello era la più frequentata dalla famiglia Antinori ed anche per questo era il luogo più incline alla sperimentazione e al perfezionamento. Uno dei perfezionamenti apportati fu quello di affinare separatamente il Cabernet e il Sangiovese. Nel 2000 il Solaia dell’annata 1997 viene giudicato miglior vino al mondo da James Suckling, Wine Spectator, James arriverà a spostare la sua residenza dalle colline bordolesi a quelle toscane. A Marchesi Antinori il merito d’aver intuito che il Cabernet e il terreno che aveva a disposizione potevano dare un grande risultato. C’è poi l’utilizzo della barrique e la capacità di usarla nel migliore dei modi. Nel 2001, Renzo Cotarella, amministratore delegato, agronomo ed enologo della Marchesi Antinori, viene eletto miglior winemaker del mondo da Wine Enthusiast. Nel 2007 viene fatto un ulteriore passo in avanti con il rifacimento dei vigneti e l’impianto dei migliori cloni di piante in relazione ai terreni di Tignanello. Basta guardare sul sito Antinori per capire come sono state le annate di Solaia dal 2007 ad oggi, tutte sopra i 90 punti, giudicate con il massimo punteggio da numerose guide specializzate ed esperti degustatori. Come un campione sportivo che cura ogni dettaglio della sua performance agonistica, anche il Solaia viene realizzato con lo stesso livello di attenzione. Basti pensare che si è arrivati ad una scelta di barrique specifiche in base all’annata, ordinate dopo la vinificazione. Insomma non è un caso il voto di cento/centesimi di Wine Advocate e James Suckling per l’annata 2015 in commercio. Ci sarebbe da dire tanto altro sulla storia di Marchesi Antinori, dell’altro vino super premiato, il Tignanello, speculare al Solaia ma con l’80% di Sangiovese, poi le tenute sparse per la Toscana, in Umbria, Puglia, California, Cile… ma è il momento di passare alla degustazione. C’è sempre il loro sito per chi vuole saperne di più.

Ora che ho scoperto cosa c’è ‘dietro’ vorrei anche capire se 125€ valgono l’assaggio di sei calici riempiti neanche per metà. Ho già l’ansia che ogni sorso mi calerò giù 5 euro, poi cavolo ho di fianco uno che puzza d’aglio, maledetto, non ho il coraggio d’alzarmi e cambiare posto, la sala è piena. Ok concentrazione, resettiamo l’aglio, non esiste. A presentare l’azienda è stato il direttore della tenuta di Tignanello Stefano Carpaneto, in Antinori dal 2002. A guidare la degustazione è il Sommelier degustatore AIS Francesco Albertini.

Solaia 2004: Annata buona per quantità e qualità. Potenza, ricchezza, esuberanza. Qualità che in quegli anni erano ben recepite. Frutto ancora percepibile, mirtillo, ribes nero, nota di petalo di rosa. Speziatura, cannella, noce moscata, legno di sandalo. Eucalipto, pepe nero. Tannino dolce, cioccolato. Lunghissimo. Ancora vivace nel carattere, nell’eccellenza pecca un pochino di raffinatezza a mio giudizio.

Solaia 2005: Clima complesso durante l’anno, freddo e piovoso con maturazione lunga, produzione scarsa con cernita delle uve. Si riflette nel vino nella sua verticalità con tannino affilato. Il fruttato è più acidulo. Note di chinotto, agrumi, leggero floreale. Nota ematica, sottobosco, humus. Spezie, noce moscata, curcuma. Grande persistenza e ritorno balsamico. Non l’ho apprezzato granché.

Solaia 2006: Si cambia registro, è da subito ‘wow’. Oltre alla potenza si percepisce in modo netto l’eleganza. Componenti aromatiche fruttate e floreali, spicca una nota di alloro, poi carruba, cioccolato, spezie, macchia mediterranea, rabarbaro. Grande finezza, un’impronta simile ai migliori bordolesi. Tannino dolce, cioccolatoso. Questo assaggio compensa i precedenti. Infinito.

Solaia 2009: Annata lunga, maturazione lenta. Il vino dei ’10 anni’, quello che per molti appassionati è il tempo ideale di affinamento per vini di questo livello. In effetti si presenta con grande fascino e profumi intensi di visciole, susina, arancia sanguinella. Bella anche la componente floreale di viola, rosa, lavanda. Erbe aromatiche, menta, salvia e una delicata nota di canfora. In bocca è succoso, invitante. Tannini sottili, eleganza. Luminoso e fantastico.

Solaia 2013: Buona vendemmia, si è distinta in cantina con un utilizzo di legni specifici di una nuova tonnellerie. Elegante e fine. Mirtillo, ribes, legni aromatici. Balsamico con profumi di timo, violetta, lavanda. Vigoroso in bocca. Pur di gran qualità l’ho apprezzato meno rispetto ad altri.

Solaia 2015: Viene definita la miglior annata mai prodotta. Clima adeguato, vendemmia fatta con calma, belle uve. Si aveva la percezione che ne sarebbe uscito un grande vino. L’impatto olfattivo è sorprendentemente floreale, rosa, iris. Poi i piccoli frutti neri, ciliegia, arancia rossa. Note balsamiche eleganti, qualcosa di piccante. Dolcezza di spezie, cioccolato, liquirizia. Grande equilibrio e armonia. Fine, lunghissimo con un ritorno di frutti freschi. Spettacolo.

Aldilà del 100/100, anche il meno esperto dopo aver deglutito il Solaia 2015 percepisce la qualità superiore di questo vino. Non sono certo al livello del degustatore Albertini che riesce a trovare una quantità esagerata di percettori ma riesco a capire quando mi trovo di fronte a vini eccellenti e questo lo è. Esprime un’armonia ed una eleganza unica. Piacevolezza e personalità al 100%. 

Le bottiglie prodotte di Solaia 2015 sono state 88.000. La produzione totale di Antinori è di 25 milioni di bottiglie. Il costo del Solaia 2015 è di circa 240€ a bottiglia (sempre che si riesca a trovare). Io non posso permettermelo, ma di certo lo vorrei avere in cantina, almeno una bottiglia da assaggiare con calma, per tutta la serata, con e senza cibo, appena stappato e dopo due ore quando è completamente cambiato. Il Solaia merita tanta cura e attenzione, anche da chi lo degusta.

Luca Gonzato

Merlot Ronco del Gelso

Freddo e neve in città chiamano un bel rosso a scaldare la serata, dopo i giorni della merla stappo un Merlot. Ho scelto quello dell’Azienda Agricola Ronco Del Gelso di Cormons (GO). La Cantina è conosciuta per i vini bianchi ma produce anche Cabernet e questo Merlot chiamato Sintesi dei Capitoli, sottozona Rive Alte, nella DOC Isonzo del Friuli. L’annata è la 2012, 20 giorni di macerazione sulle bucce e due anni di affinamento in botti di rovere. 13,5% il volume d’alcol. Sul sito web viene presentato come “robusto, caratterizzato da tannini dolci ed un’elegante speziatura al naso. La bocca è cremosa, concentrata e profonda”. In effetti è così, pepe, chiodo di garofano, legni pregiati ma anche frutti neri, mirtilli, more. Una nota marina, mi ricorda il profumo sugli scogli. Morbido in bocca con tannini evoluti. Di facile beva. Corposo e abbastanza lungo nella persistenza dei profumi. Lo proverei volentieri con il pollo alla valdostana, mi accontento degli involtini di tacchino e speck. Anche un buon formaggio d’alpeggio ci starebbe alla grande, penso alla Fontina ma il Montasio sarebbe il suo abbinamento regionale corretto.

IIn Sintesi, il Merlot è un gran bel vitigno che dona sempre eleganza e morbidezza. In questa versione 2012 di Ronco del Gelso apprezzo la finezza e il bouquet aromatico. Un vino da mettere in tavola con allegria… alla faccia del freddo.

Luca Gonzato

Il vino del parroco

Barbaresco 2003, Cantina Parroco di Neive, Cru Gallina.

Piemonte, Langhe, Nebbiolo 100%. La Cantina è l’Azienda San Michele, fondata nel 1973 dall’arciprete don Giuseppe Cogno parroco di Neive, insieme ad altri 3 viticoltori. Stappo con cautela questa bottiglia con oltre 15 anni di vita, ho sempre il timore di difetti dovuti al tappo o alla cattiva conservazione. Il tappo è integro e non presenta profumi anomali, ho aperto la bottiglia una mezz’ora prima di metterla in tavola. Colore rosso granato, aranciato nell’unghia, discretamente luminoso, come il sole di questa domenica invernale, il massimo che ci si possa aspettare da un vino di questa età.  Il profumo è fine ed elegante, di viola, con sentori dolci di caramello, se lo si sveglia dal torpore, roteandolo nel calice, sprigiona quelle note tipiche che mi aspettavo da un Barbaresco del Cru Gallina di Neive, cioè sottobosco, humus, qualcosa di selvaggio, potenza.

L’ingresso è fresco ed elegante, si impongono gli aromi di frutti rossi macerati, prosegue con note dolciastre di legno, vaniglia. Morbido, concentrato, caldo (14,5% Vol.), con tannini ben presenti seppur integrati, stringe l’interno delle labbra sui denti. È perfetto ad accompagnare l’ossobuco alla milanese, untuoso e grasso. Il finale regala sensazioni dolci di cioccolato e note balsamiche. Persistente nei toni dolci, rotondo ed opulento, quasi da meditazione. Dalle cronache delle Langhe, l’annata 2003 risulta essere stata molto calda, con i grappoli più esposti scottati dal sole. Si percepisce una notevole concentrazione di aromi in questo vino, in qualche modo ricorda alcuni rossi da uve passite. Un Barbaresco ottimo ed in splendida forma, gran domenica insieme.

Luca Gonzato

Il Bruciato di Antinori

Senza giri di parole voglio dire che Il Bruciato di Antinori 2016 è buono, ogni componente si integra perfettamente con le altre. Frutti rossi e neri, tostatura, cacao e liquirizia, bella sapidità, tannini evoluti, finale piacevolissimo e buona persistenza. Un vino che si fa bere con facilità e ha le caratteristiche per non scontentare nessuno. Si potrebbe dire che è un vino ‘piacione’ ma sarebbe sbagliato, è un vino conosciuto ma non gli si può fare una colpa per questo, anzi, bisogna riconoscere quando qualcosa è fatto bene, in ogni campo anche se non proviene dal piccolo produttore. Del resto non mi aspettavo niente di meno da una cantina come Antinori. Difficile che di questo vino ne resti in bottiglia. Ottimo anche il rapporto qualità/prezzo. 

Luca Gonzato

Gaja, Ca’ Marcanda, Promis 2000

La bellezza di internet è la possibilità di trovare qualcosa in pochissimi secondi ma anche quella di poterti perdere tra un approfondimento e l’altro rimanendo comodamente seduto. È così che, a tema vino, si insegue un produttore, un’etichetta o una storia che ti porta lontano e le lancette dell’orologio girano senza che te ne accorgi. Finisci poi in un luogo digitale che non avevi ipotizzato e procedi magari all’acquisto di una bottiglia con quasi vent’anni di invecchiamento sulle spalle e dal nome altisonante, Gaja. Il famoso Gaja, quello del Barbaresco più conosciuto al mondo. Ma questa bottiglia del 2000 è Toscana, della tenuta Cà Marcanda di Castagneto Carducci. Siamo nella famosa zona della DOC Bolgheri Sassicaia della Tenuta San Guido, vino da oltre 300 euro a bottiglia che nel 2018 è stato premiato da Wine Spectator come miglior vino del mondo. Bolgheri è sinonimo di Supertuscan, cioè vini affinati in legno e provenienti da uve internazionali come il Merlot e il Cabernet Sauvignon. Torniamo però al Promis di Gaja che ha in sé un uvaggio che sposa l’internazionalità del Merlot (55%) e del Syrah (35%) con la tipicità del Sangiovese (10%). L’annata è quella del 2000 che (sempre spulciando tra i siti) risulta essere stata eccellente.

Ho quasi timore ad aprire la bottiglia, come i bambini di fronte ad un nuovo gioco mi sento emozionato, il tappo è umido e presenta qualche traccia di vino in superficie, il verme del cavatappi entra con facilità, lascio giusto un paio di giri ed inizio ad estrarre con cautela ma si spezza, c…o!!, immagino con orrore i residui galleggiare nel bicchiere e prefiguro la decantazione, ma non la voglio fare, preferisco vedere uscire il vino dalla sua bottiglia originale piuttosto che dal decanter, in quanto ad arieggiamento lo lascerò in un ampio calice per il tempo dovuto.

È questione di rispetto, non voglio bere un vino che esce da un decanter trasparente e anonimo, voglio sentirmi suggerire una storia dalla bottiglia che lo ha conservato così a lungo e che è passata dalle mani del produttore, magari proprio quelle di Angelo Gaja. Voglio sentire il suono di quando entra nel calice e rimirare l’etichetta ed infine sbirciare sul retro il livello rimasto.

Fortunatamente riesco ad estrarre con cautela anche l’ultima parte di tappo e iniziare a valutare il colore, che è di un bel rosso granato con riflessi rubini vivaci. È vivo. Attendo una ventina di minuti prima di metterci il naso sopra, nessun brutto odore, passo la mano sulla fronte, pericolo scongiurato, non è vero ma l’ho pensato. I profumi sono fini ed eleganti, di spezie ed erbe aromatiche, frutti neri come la mora e la prugna in confettura, ma sono i terziari e quaternari dell’evoluzione in legno e in vetro a dargli il tono dominante ed una personalità unica. Legno, cuoio, note di bosco e di terra che diventano cacao amaro, qualcosa riporta anche al goudron (catrame). Ci ritrovo il Sangiovese, la speziatura del Syrah, il fruttato e la morbidezza del Merlot. A stupirmi è la componente acida che lo ha mantenuto in una forma smagliante e quella tannicità con ancora una bella astringenza, perfetta ad accompagnare un buon formaggio stagionato o le carni rosse.

È un vino in forma smagliante per la sua età! Inizio a meditare che dato il costo, non troppo alto (24,40), potrei acquistarne un’altra bottiglia da tenere in cantina per altri dieci anni, sono certo che arriverebbe alla piena maturità con grandi cose da dire.  Sono passate un paio d’ore dalla stappatura, continua a comporsi come un puzzle, sempre più grande. È un vino che esprime calma, da gustarsi lentamente, in compagnia di belle persone e di buon cibo.

Buon inizio 2019 a tutti!

Luca Gonzato

Hic enoteca bistrot

 

Da Hic in via Sidoli a Milano, per festeggiare il titolo raggiunto di Esperti Assaggiatori Onav. Si inizia con un brindisi a base di uva Erbaluce (vitigno autoctono piemontese) spumantizzata con Metodo Classico, Cuvéè Tradizione 1968 di Orsolani, millesimo 2011, affinata sui lieviti per 60 mesi. Uno spumante davvero interessante nei profumi e alternativo ai competitor lombardi e francesi. In boccca conserva qualche nota agrumata e fresca ma a risaltare sono i profumi caldi e morbidi dell’affinamento sui lieviti, note di pasticceria, crosta di pane, frutta secca, bellissima nocciola finale. Si sposa bene al tagliere di formaggi che accompagna la degustazione.

Su consiglio del titolare di Hic, che si è prodigato nell’accoglienza e nel proporci diversi possibili assaggi, passiamo ad un Aglianico campano del 2015, l’Ognostro (vuol dire inchiostro) di Marco Tinessa, infatti il colore nel bicchiere è scuro e non lascia spazio a trasparenze. Un vino che si apre lentamente sprigionando un gran ventaglio di profumi, more, mirtilli, sentori minerali, note speziate, humus, sottobosco. In bocca ha un ingresso fresco con ancora un bel frutto fragrante e un’acidità che rende il sorso piacevole. Bel corpo e tannini composti, si succedono in bocca i percettori per poi terminare in un bel finale balsamico/mentolato. Grande Aglianico, caldo senza darlo a sentire (14,5% di volume alcolico), persistente in bocca ed appagante nel gusto. Ci vorrebbe un bel filetto al pepe verde per apprezzarlo fino in fondo.

Per il terzo assaggio, un’altra chicca dell’enoteca Hic, il rosso fortificato 1501 Merlino di Pojer e Sandri (Trentino), un vino con residuo zuccherino da uve Lagrein al quale viene aggiunto del brandy invecchiato e che affina poi per 8/10 mesi in botti dove c’era il brandy. È chiaramente un vino da centellinare e godersi con estrema lentezza, un ’fortificato’ che ti riporta il sorriso ed evoca i ricordi. Profumi di frutti rossi sotto spirito, i ‘Mon Chérie’, note di cacao, vaniglia. Avvolgente, vellutato ed estremamente persistente, anche dopo diversi minuti hai delle belle sensazioni dolci nel palato, perfetto con il cioccolato ma anche da solo, non gli manca niente. Bella serata da Hic, posto accogliente e prezzi giusti, interessante selezione di vini, molti i ‘naturali’ e triple ‘A’ visti sugli scaffali. Taglieri di salumi e formaggi gustosi e non minimalisti nella quantità, insomma un bel ritrovo in una zona tranquilla della città, fuori dal caos del centro di Milano. Da tornarci il prima possibile, anche perchè è rimasta la curiosità sul Beaujolais vintage…

Luca Gonzato

Luigi Moio e il suo Aglianico Terra d’Eclano in 10 annate

Ieri sul palco del Westin Palace di Milano c’è stato un concerto fantastico, a cantare sono state le annate di Aglianico di Quintodecimo, la Cantina di Luigi Moio, vera rockstar nel mondo del vino, professore, enologo e autore del testo sacro ‘il respiro del vino’. 

L’intro ha riguardato le origini della cantina, la scelta dei terreni, in Irpinia, nel cuore del Taurasi DOCG a Mirabella Eclano. L’impianto delle vigne è datato 2002 in terreni stratificati di roccia calcarea e materiale lavico. La scelta fatta da Moio risponde all’esigenza di impiantare le varietà che si adattano meglio a questi terreni, i tipici vitigni campani di Fiano, Falanghina, Greco e Aglianico. Moio ribadisce più volte un concetto che parrebbe semplice e che invece sembra ignorato da molti, quello della ‘giusta pianta nel giusto suolo’, di come possiamo trovare le migliori espressioni di un vitigno in un determinato luogo. Il Nebbiolo in Piemonte, il Pinot Noir in Borgogna, Cabernet e Merlot a Bordeaux, Cannonau in Sardegna ecc.., esempi chiari per dire che ogni vino è adatto al suo contesto pedoclimatico. Moio è uno spasso da ascoltare, tanti gli aneddoti nel suo racconto, da come lo prendevano per pazzo quando cercava i terreni dove impiantare le vigne a Veronelli cho lo ha spinto a diventare produttore, gli input ricevuti in Ais a Milano, la storia del marchio e il numero 5 ricorrente (profumi, sensi, cicli di produzione, vigneti del Terra d’Eclano…). Ogni tanto chiama in causa la moglie seduta in prima fila o il suo collaboratore un tavolo più in là, il clima è rilassato e amichevole, si muove da vera rockstar, si vede che è abituato a parlare davanti a una platea. Avevo il timore di una serata ‘pesante’ fatta magari da un professore impettito ed invece è estremamente coinvolgente e simpatico. Ma veniamo all’Aglianico, Quintodecimo lo coltiva in collina a 420m slm, agricoltura biologica, rese minime, 5 grappoli per ceppo, vinificazione con macerazione di 12/15 giorni, utilizzo di lieviti selezionati e percentuali bassissime di solforosa, poi la barrique di rovere dove si svolge la malolattica e dove affina per un un anno, infine la bottiglia per minimo sei mesi. Torno per un istante sul tema dei lieviti selezionati in quanto io, come penso molti altri, crediamo che sia ‘più naturale’ e possa esprimere meglio un vitigno, l’utilizzo di lieviti autoctoni (quelli presenti sulla buccia dell’uva o in cantina) ed invece, sentendo Moio, si può comprendere come la scelta di lieviti selezionati sia la migliore per conservare i profumi dell’Aglianico e preparare il vino ad una lunga vita. Questi lieviti selezionati, consentono di innescare subito la fermentazione ed evitano ossidazioni al vino che ne intaccherebbero il profilo sensoriale, inoltre permettono un utilizzo diverse volte inferiore di solforosa. Dettagli non di poco conto che, insieme ad una scelta ragionata della barrique, volta a favorire il percorso di stabilizzazione del vino senza l’apporto di profumi sovrastanti, contribuiscono alla realizzazione di un vino di qualità. 

Nel frattempo i dieci calici, uno dopo l’altro si sono riempiti del prezioso nettare, si può notare come tutte le annate siano ricche di sostanza colorante e di bella luminosità, indizi comuni di ottima salute dei vini.

Di seguito qualche nota di degustazione, seppur consapevole di tralasciare molto, scusate ma ero concentrato a godermeli più che a prendere appunti 😋.

2015 Frutti rossi, speziatura, secco, di buona acidità, tannini pronunciati, apprezzabile per la fragranza dei frutti che lo caratterizzano.

2014 Naso più compatto, frutti rossi e un anticipo di prugna, pulito, persistente, si percepisce l’evoluzione pur mantenendo un carattere giovane.

2013 Annata piovosa, il vino è fine con note di spezie, coriandolo, incenso, frutti rossi. Meno tannico, fa capolino una nota vegetale, il cacao, la vaniglia. Ricorda i tipici vini bordolesi. Sul podio come terzo classificato della serata.

2012 Annata terribile, profumi meno evidenti, magro in bocca e abbastanza corto. Malgrado le sue carenze è comunque un vino che si lascia bere con piacere.

2011 Entrata ricca di profumi, frutti rossi carnosi, pienezza in bocca, gran corpo e piacevolezza, erbe balsamiche. Armonico, elegante, persistente. Il mio preferito della serata.

2010 A parte i frutti rossi, qui si percepiscono note mentolate, cacao, liquirizia. È morbido, lungo. elegante e fine anche lui. Grandissimo Aglianico anche questo. Secondo classificato.

2008 Annata problematica per le piogge durante la vendemmia, risulta più scarico e debole, quasi diluito. Tanta liquirizia, finale asciutto.

2007 Annata caldissima, è molto concentrato, Ph più alto e minor acidità, note dolci di frutta in confettura.

2006 Altra annata piovosa, non molto strutturato, frutti rossi e note mentolate.

2004 Primo anno di vinificazione di uve provenienti dalle nuove vigne. Bel frutto in confettura, morbido. Pur essendo il più vecchio è ancora un ottimo Aglianico, risulta migliore del 2006. Ipoteticamente lo metterei al quarto posto, parimerito con il giovanissimo 2015, due belle espressioni dell’Aglianico, il giovane e il maturo.

Si può dedurre che lo status migliore di questi Terra d’Eclano si raggiunga dopo 7/8 anni.

La serata volge al termine e il vocio in sala aumenta, si scambiano opinioni e sensazioni. Si percepisce l’orgoglio di Moio nel fare vini fatti bene. La sua è una ricerca di BELLEZZA nel vino e a giudicare dai vini assaggiati, me ne è rimasta parecchia sulla lingua. Rifaccio con calma un giro di assaggi godendomi la pulizia e l’eleganza di questi vini campani che sembrano francesi.

Come due adolescenti ad un concerto, io e Ottavio (amico sommelier ed estimatore di Moio), chiediamo una foto insieme alla nostra rockstar preferita e andiamo via felici. Grandissima e memorabile serata. Faccio un appello a Moio per tornare presto a trovarci con i suoi vini, sono tanti i suoi fans a Milano.

Luca Gonzato

Valcalepio DOC 2009, La Rocchetta

Valcalepio Doc Rosso Riserva 2009, La Rocchetta.

L’ho scovato questa mattina al margine di uno scaffale, attaccato alla parete, quasi nascosto da un altro espositore. È stato messo in offerta a €10,60 che, per essere una riserva del 2009, è un bel prezzo. Certo che l’etichetta, marrone e oro, non ti invoglia all’acquisto. Già la competizione tra un vino della provincia di Bergamo e un Toscano o un Piemontese è dura, poi se anche l’immagine non è granché non resta che la giacenza sullo scaffale. Io però trovo la situazione perfetta, un vino potenzialmente ottimo ad un prezzo vantaggioso, metto nel cestino con gran curiosità. Arriva sera e, prima della degustazione, butto l’occhio sul sito del produttore, La Rocchetta. Deve aver cambiato nome perchè mi ritrovo nella pagina del Podere Castel Merlo, ‘superfigo’, bel marchio e foto hi res, ora l’immagine aziendale e le etichette sono molto curate e l’offerta di vini ampia, di fascia alta. Bene, sentiamo se questo Valcalepio Rosso, che da disciplinare, è composto da uve Merlot 40-75% e Cabernet Sauvignon 25-60% è all’altezza della nuova immagine aziendale. Avrete già capito che si tratta di un taglio bordolese, in questa zona viene chiamato semplicemente ’niger’ (nero). È previsto un affinamento di almeno un anno  in barrique e poi in bottiglia, anche per lungo tempo. Ora che è finalmente nel calice posso dire che il colore del vino è rosso rubino scuro, ‘niger’, con unghia rosso granato. Lo lascio riposare una decina di minuti e lentamente il vino si apre regalando un bel ventaglio di profumi, dai classici futti rossi, amarena e ciliegia a floreali scuri e note più vegetali che tendono al balsamico e mentolato. Champignon, humus, cuoio, spezie dolci. Tante le sfumature. In bocca è fine, i tannini evoluti. Scorre lungamente con profumi di amarena sotto spirito, tostatura, carne macerata. Finale molto bello, fruttato. Questo è un vino che vale almeno il doppio, se non il triplo, di quanto l’ho pagato. Domani torno alla Pam/Panorama a prenderne un paio di bottiglie da tenere in cantina e appena possibile faccio un giro in Valcalepio a visitare qualche produttore perchè questa è una zona poco conosciuta ma capace di regalare ottimi vini. Guardo se Deliveroo consegna il capriolo con polenta taragna, sarebbe perfetto.

Luca Gonzato

Primitivo di Manduria, Sessantanni, Vintage 2015, Cantine San Marzano

Vi presento una Rockstar del vino. Il Primitivo di Manduria, Sessantanni, Vintage 2015, Cantine San Marzano.

Il nome del vino ‘sessantanni’ descrive l’età dei vigneti da cui provengono le uve di questo Primitivo, fiore all’occhiello della produzione sociale della Cantina San Marzano e della viticoltura Pugliese in generale. 

Si presenta in modo possente, ‘solido’, come la bottiglia che lo accoglie, di un colore rosso rubino quasi impenetrabile. Profumi intensi di frutti rossi carnosi, mora, prugna, ciliegia. Profumi affiancati egregiamente da quelli di evoluzione in legno: cioccolato, liquirizia, vaniglia, legni pregiati (sono 12 i mesi di evoluzione in barrique).

A rendere questo vino eccellente è l’equilibrio che riesce a trasmettere. Da una parte il frutto fresco, l’acidità, la freschezza e la mineralità sapida e dall’altra la morbidezza alcolica, le note dolci d’evoluzione, il corpo robusto e una persistenza aromatica di grande finezza.

Un vino che è stato giudicato miglior vino rosso in assoluto d’Italia 2019, con 99 punti, da Luca Maroni; ha ricevuto il massimo punteggio sulla guida Vitae 2019 dell’Associazione Italiana Sommelier (4 viti)’ e i Tre Bicchieri nei Vini d’Italia 2019 del Gambero Rosso.

Modestamente io posso mettermi in coda ed evidenziare il mio apprezzamento consigliandolo come vino rosso per le prossime festività. Ideale ad accompagnare preparazioni a base di carni rosse, meglio se con tendenza amara come ad esempio la selvaggina, oppure con formaggi stagionati. Il prezzo è sui 25 euro. Stay Rock & Drink Primitivo!

Luca Gonzato

Oltrepò Pavese, Azienda Agricola Torti

Avevamo fissato da tempo la data per una gita in Oltrepò Pavese, la destinazione si è concretizzata solo ieri con la disponibilità dell’Azienda Agricola Torti di ricevere la nostra piccola comitiva composta da 7 appassionati di vino. L’accoglienza è stata a dir poco spettacolare. Dino Torti, la moglie Giusy, le figlie Patrizia e Laura, Baldo, tutti si sono prodigati nel rendere questa visita memorabile. In particolare Patrizia e Dino hanno saputo raccontarci le vicende dell’azienda e trasmetterci la loro passione per il vino che è arrivata alla quinta generazione. Un bel racconto che vede Dino Torti come primo protagonista del Pinot nero in Oltrepó Pavese, oltre quarant’anni fa, un’epoca difficile dove gli veniva dato del ‘matto’. Caparbietà e applicazione delle conoscenze acquisite nei viaggi in Francia e Australia gli permisero di concretizzare un sogno. Le prime vinificazioni in rosso del Pinot nero e i complimenti di autorevoli esperti come l’enologo Giacomo Tachis e via via quelli di altri produttori in altre regioni. Non era una follia quella di Dino nel voler fare il Pinot nero in rosso quando gli altri lo concepivano solo per la spumantizzazione, bensì la consapevolezza di avere a disposizione tutti gli ingredienti necessari per farlo bene. Il giusto clima, il giusto terreno (tra l’altro in una collina chiamata Borgogna ricca di minerali nel sottosuolo) e una famiglia che lo supportava. Il resto è un crescendo di successi che porteranno i vini di Torti in mezzo mondo.


Scorrono i ricordi e lo sguardo su queste colline vitate che nelle belle giornate lasciano intravedere Milano all’orizzonte. Negli anni la cantina è cresciuta sino agli attuali 30 ettari coltivati. Patrizia e Dino ci accompagnano poi al piano inferiore dove visitiamo la zona di affinamento dei vini. Sono schierate circa 500 barrique francesi, create ad hoc come composizione di legni, e una decina di botti grandi. Scopriremo poi che questa particolare scelta di ‘legni’ dona un carattere unico ai vini di Torti.

Per la degustazione c’è una sala dedicata dove troviamo una tavola giá apparecchiata con calici e taglieri di salumi vari e il caminetto acceso a scaldare l’ambiente, wow stento a credere che tutto questo sia stato preparato per noi, davvero troppo, grazie!!. Il primo assaggio è uno spumante metodo charmat prevalentemente da Pinot nero che ha una bella freschezza, sentori fragranti che vanno dall’ananas alla mela con accenti di miele e agrumi. Bell’inizio, si sposa alla perfezione con i salumi della zona. Segue un Pinot nero (in rosso), vinificato in acciaio dove si apprezzano i piccoli frutti rossi e se vogliamo la ‘semplicitá’ di un vino per un consumo quotidiano non banale. Altra cosa il Pinot nero 2010 affinato in legno che assaggiamo subito dopo, la punta di diamante dell’Azienda. I profumi terziari viaggiano a braccetto con le note di frutti rossi in confettura, sentori di cuoio e humus, mineralità, tannini evoluti e lunga persistenza. Un Pinot molto diverso da quelli prodotti in altre zone, unico nella personalità che lo contraddistingue, l’eleganza nel vino, il marchio Torti.

Ora però ci è venuta la curiosità di assaggiare le Barbera di casa. Patrizia, con grande disponibilità soddisfa anche questa richiesta. La produzione è suddivisa in un vino più giovane e fresco fatto in acciaio e una riserva affinata in legno. La prima Barbera ha una bella acidità che la rende molto beverina, ‘glugluglu’ e in un attimo il calice è svuotato. Di quei vini capaci di mettere d’accordo l’esperto bevitore e il neofita in quanto a piacere gustativo. La riserva è forse il vino che più mi ha colpito, per corpo ed eleganza, una signora Barbera che mantiene un bel frutto maturo in una cornice vellutata di tannini e profumi terziari di cacao, vaniglia e legni pregiati. Calda e ben strutturata, la definirei un’ottima compagna per le fredde serate che ci attendono nei prossimi mesi.

Il tempo è volato, è stato bello degustare tutti insieme tra una battuta scherzosa è una riflessione tecnica. Queste visite in cantina sono momenti che più di altri ti fanno amare il mondo del vino. L’incontro con chi produce è sempre una bella esperienza e se poi ti capita di conoscere persone come Patrizia e Dino ecco che raggiungi un livello superiore di piacere e consapevolezza. Capisci quanto sia importante per tutti questo rapporto vero, diretto e senza filtri capace di gratificare in egual modo produttori e appassionati. Qualcosa di concreto in mondo ‘istantaneo’ fatto di ‘like’. Se avete voglia di fare qualcosa di vero, fatevi un giro in cantina, quella della famiglia Torti ad esempio, garantisco su qualità e accoglienza. Ora scusatemi ma devo finire quel calice che mi sono versato a casa della Barbera 2009 di Torti ♥️, avevo già nostalgia.

Luca Gonzato

Teroldego Foradori 2016

Il Teroldego 2016 di Elisabetta Foradori. Piccoli frutti rossi fragranti, mineralità, erbe di montagna. Corpo, lunghezza. Un vino solare, fresco e luminoso. La forma della bottiglia mi intimoriva, è tozza e solida come un tronco, ti fa pensare alle manone consumate dei contadini, alle sere d’inverno e alle pietanze ipercaloriche a base di polenta e cacciagione. Al sorso lascia il suo aspetto austero e diventa amichevole, gioioso. Si lascia apprezzare con facilità, sarà che hai subito la percezione di un prodotto ‘naturale’. È un Triple ‘A’… e si sente. Ripenso ad un video visto recentemente dove una enotecara piemontese parlava dei vini naturali e di come, dopo averli scoperti, sia difficile tornare indietro… Non ha tutti i torti, soprattutto se i vini naturali sanno raccontarsi come questo Teroldego della tradizione trentina. Gran vino. Si trova sui 15 euro (li vale tutti).

Luca Gonzato 

Nerello Mascalese, Vigne Vecchie, Calabretta

Il Nerello Mascalese di Massimiliano Calabretta, nella versione Vigne Vecchie del 2007. Indubbiamente un vino carismatico dove gli aromi terziari di affinamento giocano un ruolo di primo piano nel dargli carattere e spessore. L’uva, Nerello Mascalese, vitigno autoctono siciliano, viene coltivato da Calabretta in vigne a piede franco con oltre 80 anni di età ai piedi dell’Etna, su suoli ‘neri’ vulcanici. La cantina si trova a Randazzo, in Provincia di Catania. Il vino, dopo un lungo affinamento di 60 mesi in botti di rovere e in vetro, si presenta di un bel rosso rubino tendente al granato con profumi di rosa passita e frutti rossi. Sentori balsamici e spezie dolci su base sapida. Caldo e tannico si muove morbido accompagnando lungamente gli aromi. Nel complesso è armonico e fine. Ma… al secondo assaggio, inizio a sentire l’alcol, 15° di volume. Immagino queste uve scaldate dal sole di giorno, tanta luce, il fresco della sera con il terreno che mantiene e rilascia il calore. Le viti ci godono e offrono uve ricche di zuccheri che in fermentazione (naturale con lieviti indigeni) si trasformano in gradazioni elevate. Per certi versi mi ricorda alcune Barbera piemontesi, ma qui c’è una finezza diversa, minerale. Questo Nerello Mascalese Vigne Vecchie è un vino ‘maschio’ per la potenza che trasmette e ‘femmina’ per l’eleganza con cui si lascia bere. Ancora un goccio, davvero buono. Mi rigiro tra le dita il tappo, al tatto non capisco se è sintetico o sughero, non presenta il classico punto di contatto con il vino, rosso e profumato, è di un tenue rosato. Sono passati 11 anni e questo tappo è integro. Approfondisco la questione visitando il sito di Nomacorc, è una linea di tappi 100% riciclabili, derivati dalla canna da zucchero e dall’aspetto molto simile al sughero. Le prestazioni più interessanti di questa tipologia di tappi sono relative alla capacità di scambio controllato di ossigeno e all’esenzione garantita da TCA (difetto del vino, dovuta al sughero infettato, odore di tappo). Beh devo dire che non rimpiango il sughero, svolge il suo ruolo in modo eccellente proteggendo il vino e consentendo la naturale evoluzione. Dimenticavo di dire che questo vino è un “triple A” (agricoltori, artigiani, artisti), sinonimo di vini naturali prodotti nel rispetto della terra. Spero di avervi fatto venir voglia di assaggiare un Nerello Mascalese, che come vitigno è poco conosciuto soprattutto nel nord Italia. Poi se volete la garanzia di assaggiarne uno ‘buono’ vi consiglio questo di Massimiliano Calabretta. L’abbinamento è ovviamente con le carni rosse ma se non avete preconcetti verso il ‘fast food’ io l’ho trovato fantastico con un grande hamburger insaporito da salse (es. BigMac). Gran bel lunedì.

Luca Gonzato 

Brunello di Montalcino Banfi

Tenevo il Brunello di Montalcino 2011 di Banfi in cantina quasi come fosse una reliquia, aspettavo l’occasione, ma non sono così coerente con me stesso da aspettare una reale occasione, me la creo, “giornata lavorativa intensa = ci vuole un buon vino”. Torno al Sangiovese perchè è il ‘nostro’ vino, il rosso italiano per antonomasia, il vitigno più coltivato in Italia e tra i primi dieci nel mondo. Il terroir rinomato di Montalcino, la produzione di Castello Banfi, caratteristiche uniche per un gran vino. Per la cronaca sono 118 i cloni registrati di Sangiovese, riconducibili alle macrofamiglie di Toscano, Brunello, Prugnolo Gentile, Morellino, Romagnolo e Marchigiano. Purtroppo, a cena, ho sbagliato l’abbinamento, tocchi di pollo saltati nella wok con aglio, rosmarino, salvia, timo, liquirizia, aceto balsamico e marsala (si lo confesso il marsala non mi fa impazzire e la bottiglia aperta da mesi la voglio finire in qualche modo). Il Brunello Banfi si presenta di un bel colore rubino intenso, ricco di sostanza colorante che lascia poco spazio alla luce, l’unghia è aranciata. Consistente nel calice sprigiona sentori di piccoli frutti rossi in confettura, fiori passiti, viola, more. Il gusto è fruttato con un filo conduttore balsamico, mi ricorda l’eucalipto, il mentolo. Ha un bella struttura, i tannini sono ben integrati e mi fanno sognare delle succulente costine alla brace piuttosto che questa carne bianca di pollo aromatizzata. Si sentono bene anche delle note di affinamento in legno (2 anni, 50% in botti grandi e 50% in barriques + un anno -minimo- in bottiglia). Acidità equilibrata e armonia di tutte le componenti. È un vino che nelle guide riceve punteggi molto alti, sopra i 90 punti. Forse sbaglio ma questo 2011 non ha ancora quella persistenza aromatica che mi aspettavo, per il resto mi è piaciuto molto e confermo un ottimo giudizio. Eccellente per rimettersi in sesto dopo una giornata di lavoro.

Luca Gonzato

Piccola bottiglia, grande Nebbiolo

Gattinara 2013, Travaglini

Acquistare vino online ha i suoi rischi, ad esempio quello di ricevere una bottiglia sottodimensionata a  0,50 l., ma se si tratta del Gattinara di Travaglini ne sei comunque felice perchè la bottiglia è bellissima anche in versione mignon. È stata pensata dal fondatore dell’Azienda, Giancarlo Travaglini nel 1958, per conservare il vino in modo ottimale, con vetro oscurato e con una forma che possa trattenere i residui che si formano dopo anni di affinamento. Tornando all’errore d’acquisto, sono stato ingannato dal prezzo, pensavo si riferisse alla bottiglia da 0,75 l., avrei dovuto porre più attenzione ma aldilà di questo, Travaglini fa uno dei Nebbioli (varietà Spanna), migliori del Piemonte, nella DOCG Gattinara. Vale il costo e se amate i vini da uve di Nebbiolo dovete assolutamente assaggiarlo. È elegante, ‘very cool’, si esprime con i tipici sentori di prugna e frutti rossi, ‘autoritario’ e ‘pulito’ in ogni fase della degustazione, si lascia bere con grande freschezza/scorrevolezza, i tannini e la sapidità sono ben equilibrati con la morbidezza glicerica e il grado alcolico (13,5 Vol.),  Il finale fruttato è lungo, puoi sentire tutte le componenti stare insieme in modo armonico. Non voglio fare la sviolinata ma non fissatevi sui Nebbioli di Barolo o Barbaresco, questo Gattinara è Top. Vellutato, di corpo, con sentori di affinamento in legno (2 anni in botti di rovere di slavonia) eleganti, non disturbano o sovrastano ma semplicemente completano il profilo di questo nebbiolo che raggiunge livelli di eccellenza. Vabbé, basta che altrimenti sembra che mi pagano e non è così. Provatelo e se avete qualche rimostranza scrivetemi.

Luca Gonzato

Nero di Troia, Castel del Monte

Il must di ferragosto sembra essere la bollicina francese o il bianco altoatesino, ma non per me, io torno, anche se solo con il ricordo, al recente viaggio in Puglia e al passaggio a Castel del Monte, Andria.

Castel del Monte è famosa per la Fortezza del XII secolo, voluta dall’Imperatore Federico II, dalla caratteristica pianta ottagonale. Si erge su un promontorio che domina vigneti e uliveti, dà anche il nome alla DOCG Castel del Monte (Bombino Nero, Nero di Troia Riserva, Rosso Riserva). In questo post mi soffermo su due vini a base Nero di Troia, un vitigno poco conosciuto ma dalle eccellenti caratteristiche che comprendono una notevole sostanza polifenolica (tannini e antociani), che lo rendono adatto ad un lungo affinamento.  Due ‘rossi’ che ti faranno amare i vini delle Murge.

Nero di Troia 2016, Terrecarsiche1939. Vigneti in zona Castel del Monte, Uva Nero di Troia 100%. Al naso è intrigante, frutti rossi, viola, geranio, cuoio bagnato, in bocca è elegante, pulito, di buona persistenza aromatica. Bella mineralità che si contrappone alla morbidezza di questo vino che nel finale regala note balsamiche. Vinificazione in acciaio, prezzo sui 7€. Un bel tagliere di salumi o una pasta con un ragù di carne/salsicce sono il mio abbinamento consigliato per aperitivo e primo piatto.

Terranera, Rosso Riserva del Conte 2013, Conte Spagnoletti Zeuli. Vigneti in zona Castel del Monte, Uve di Nero di Troia 70%, Aglianico 15%, Montepulciano 15%. Amarene sotto spirito, cioccolato, castagne, sottobosco, spezie dolci, balsamico, mentolato. In bocca i piccoli frutti rossi ricordano una confettura fatta in casa. Tannini e acidità ben presenti e armonici. Caldo, robusto, pronto e ottimo già così, può ulteriormente evolversi con eleganza nei prossimi anni. È un gran bel vino, amichevole ed elegante allo stesso tempo. Affinato in Barrique per 12 mesi, prezzo sui 17€. Lo abbinerei ad un secondo piatto, ad esempio una tagliata di manzo con funghi porcini.

Questi due vini mi hanno confermato ancora una volta la qualità dei vini pugliesi che sempre più si presentano in modo raffinato e mantengono un’ottimo prezzo di vendita.

E voi con cosa avete ‘innaffiato’ il vostro ferragosto?

Casa del Chianti Classico

Sosta alla Casa del Chianti Classico in Radda in Chianti. Bellissima location nell’ex convento che ospita Museo, Enoteca e Bistrot. Si possono trovare tutte le etichette degli aderenti al consorzio, in vendita a prezzi di cantina e una decina di vini in degustazione, suddivisi tra ultime annate, riserve e gran selezioni.

Quattro i miei assaggi:

Chianti Classico 2016, Castello di Volpaia (Radda in Chianti), bel frutto fresco, dinamico, elegante, equilibrato, l’introduzione perfetta al Chianti Classico.

Chianti Classico Vigna Casi Riserva 2013, Castello di Meleto (Gaiole in Chianti), morbido con tannini evoluti e piacevoli note di tostatura in legno. Robusto, raffinato, bella personalità.

Chianti Classico Gran Selezione 2010, Millennium, Losi Querciavalle, (Castelnuovo Berardenga), carattere unico, gran corpo e armonia, a sorprendermi delle note finali di pino, di resina, wow.

Chianti Classico Bugialla Riserva 2015, Poggerino (Radda in Chianti). Begli aromi floreali e fruttati, robusto, speziato, pieno con finale balsamico, armonico e lungo, anche questa un’ottima riserva.

Tutti e 4 al Top, dove c’è il Gallo Nero c’è Qualità. Se passate da Radda in Chianti, fate una sosta, ne vale la pena, Angelica dell’enoteca è fantastica, al Bistrot si mangia bene spendendo il giusto… poi rilassarsi al fresco del chiostro con un calice di Chianti Classico ti rimette in sintonia con l’universo.

Luca Gonzato

Montepulciano e il suo Vino Nobile

Dopo una visita alle storiche cantine di Contucci, molto belle e tutt’ora in funzione, dove ho degustato i diversi crú e acquistato la Riserva 2013, sono stato all’Enoliteca del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano.

Il top per chi vuole avere una panoramica a 360”. Trovi l’ultima annata dei produttori di Vino Nobile di Montepulciano aderenti al Consorzio (circa il 70% dei produttori, oltre 100 le etichette). Con una comoda tessera a scalare si può scegliere dai distributori automatici l’etichetta preferita e la quantità, assaggio/degustazione oppure calice. Il posto è molto bello, con pavimento in vetro da cui si vedono gli scavi archeologici. Ottima anche l’assistenza del Sommelier in servizio.

Ho assaggiato una dozzina di Vini Nobili, tutti di qualità e degni di menzione, ma a mio gusto personale ne ho scelti 4 che segnalo come preferiti. Nobile di Salcheto 2015, elegante ed armonico. Nobile Simposio di TreRose 2013, potenza ed equilibrio. Nobile Talosa Riserva 2014, grande espressione dell’annata. Infine il Manvi 2014, bio. Un Nobile sincero, ricco, gustoso e naturale. 

È bella Montepulciano, si respira Sangiovese in ogni via e appena esci dal borgo sei tra le vigne ad ammirare i grappoli che ormai rossi si preparano per la prossima vendemmia.

Luca Gonzato

Vernaccia nera di Serrapetrona

Era da tempo che volevo assaggiare la famosa Vernaccia nera di Serrapetrona, lo spumante dalle 3 fermentazioni, metodo Charmat, ricavato in parte da uve appassite. Mentre a Milano è quasi introvabile, nelle Marche lo trovi anche al supermercato. La Cantina che ho scelto è quella di  Alberto Quacquarini a Serrapetrona. Di un bel color rosso rubino vivace, ha aromi di amarena, ribes rosso, ciliegie. Le bollicine sono poco persistenti ma in bocca è qualcosa di unico, secco, con i sentori dolci dei frutti e una sensazione vellutata. Ha una bella struttura e persistenza aromatica, io l’ho apprezzato come aperitivo accompagnandolo al tipico salame a grana fine e pasta morbida della zona, il Ciauscolo. Inutile dire che la bottiglia, in quattro, è presto finita.

Antica Cantina Valerio Lucarelli

Cercando sul web qualche Cantina nelle vicinanze di Gualdo (MC), nelle Marche, ho scoperto quella di Valerio Lucarelli, in Contrada S. Costanzo a San Ginesio, attiva dal 1791, così li ho chiamati e programmato una visita. Ad attenderci il Sig. Valerio che ci racconta la storia della Cantina, dei vigneti, che in questa zona producevano uve a basso contenuto zuccherino e di conseguenza vini di poca struttura e grado alcolico. Ci mostra l’antico forno e il calderone in rame che serviva a cuocere le uve per avere un mosto ridotto che poi fermentava dando vita a un vino più strutturato e ricco di aromi, un’antica usanza che ancora qualcuno porta avanti in questa regione. Racconta poi, con un tono triste, di quando la Comunità Europea finanziava per l’espianto delle vigne, si persero ettari di vigneti e varietà autoctone. Gli anni in Piemonte, la voglia di ritornare a far vino nella sua terra, i figli all’estero a specializzarsi ed infine il tragico evento del terremoto che gli ha tolto casa oltre che il sonno. Si percepisce però che gli fa piacere la nostra visita, ci si sente in famiglia da Lucarelli, aldilà del vino, è bello ascoltarlo perché riesco a capire di più sul territorio, quel ‘terroir’ che in primis è fatto da persone e tradizioni oltre che da vigne, terreni e clima. Valerio ha 79 anni, la sua è la quinta generazione, a testimoniare la storicità della cantina è in bella mostra nella bottaia un’antico torchio in legno costruito da maestri d’ascia.

Vecchie e nuove barrique riempiono lo spazio e arricchiscono di aromi i vini ottenuti da Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Vernaccia nera. Varietà che Lucarelli ha selezionato come le più adatte a questo territorio collinare poco distante dai monti Sibillini. Sento nel suo racconto tutto l’orgoglio per essere riuscito a far studiare e viaggiare i figli all’estero e quanto la passione per il vino lo abbia fatto andare avanti superando ogni difficoltà.

A farci compagnia sono arrivate anche la moglie e la figlia, ed insieme assaggiamo un bicchiere di Sarnum, l’orgoglio di casa. È un 2011, Sangiovese con una piccola percentuale di Cabernet Sauvignon (circa il 10%), affinato 2 anni in barrique e poi in bottiglia. I profumi di ciliegie, more, prugne e quelli di affinamento danno il benvenuto ad una consistenza robusta, quasi masticatile di frutti rossi e bellissime note di cacao. Il vino ha un volume alcolico del 15%, ma si sentirà solo dopo, ha ancora una bella acidità e tannini composti. Rimane lungamente in bocca con begli aromi. Ottima la combinazione con ‘una punta’ di cabernet che gli dona un lieve sentore vegetale che con l’affinamento mi sembra si trasformi in erbe aromatiche. Certamente un vino che può passare altri 10 anni in bottiglia e restituire piacevoli sensazioni.

Passerei la giornata con questa famiglia per conoscere meglio questa zona ma i miei figli piccoli premono per andare, non posso biasimarli ma mi dispiace non poter assaggiare anche l’altro vino di casa, il Lenòs, blend di Sangiovese e Vernaccia nera. Lo farò comunque nei prossimi giorni con i compagni di vacanze tra queste splendide colline. 

Un ringraziamento di cuore alla famiglia Lucarelli per averci aperto le porte in un giorno di festa, per il buon vino e la compagnia, con l’augurio di veder presto la sesta generazione affiancare la quinta nella produzione di vini. 

Ps mi sono fatto un appunto che tra un anno o due devo tornare per assaggiare il Sarnum che è ora in affinamento.

Luca Gonzato

Elegia, Primitivo di Manduria Riserva 2014, Produttori di Manduria

Bel componimento poetico dai color rubino intenso. I toni sentimentali e lirici si sviluppano con profumi di ciliegie, more e prugne per poi proseguire in bocca con grande morbidezza e sentori retronasali di affinamento, spezie dolci, cacao, liquirizia. In sottofondo, una sensazione balsamica accompagnata da profumi di legni esotici. Robusto, caldo (15% vol.), con tannini ben presenti e integrati. È una composizione di sole uve di Primitivo, un gran vino, persistente negli aromi e con un bel finale cremoso. Si trova tra i 15 e i 20 euro, è ottimo il rapporto qualità/prezzo per questo Primitivo affinato in barrique francesi per 12 mesi. Gli autori sono 400 piccoli artigiani del vino, Maestri in Primitivo della Cantina Produttori di Manduria.

Luca Gonzato