Hic enoteca bistrot

 

Da Hic in via Sidoli a Milano, per festeggiare il titolo raggiunto di Esperti Assaggiatori Onav. Si inizia con un brindisi a base di uva Erbaluce (vitigno autoctono piemontese) spumantizzata con Metodo Classico, Cuvéè Tradizione 1968 di Orsolani, millesimo 2011, affinata sui lieviti per 60 mesi. Uno spumante davvero interessante nei profumi e alternativo ai competitor lombardi e francesi. In boccca conserva qualche nota agrumata e fresca ma a risaltare sono i profumi caldi e morbidi dell’affinamento sui lieviti, note di pasticceria, crosta di pane, frutta secca, bellissima nocciola finale. Si sposa bene al tagliere di formaggi che accompagna la degustazione.

Su consiglio del titolare di Hic, che si è prodigato nell’accoglienza e nel proporci diversi possibili assaggi, passiamo ad un Aglianico campano del 2015, l’Ognostro (vuol dire inchiostro) di Marco Tinessa, infatti il colore nel bicchiere è scuro e non lascia spazio a trasparenze. Un vino che si apre lentamente sprigionando un gran ventaglio di profumi, more, mirtilli, sentori minerali, note speziate, humus, sottobosco. In bocca ha un ingresso fresco con ancora un bel frutto fragrante e un’acidità che rende il sorso piacevole. Bel corpo e tannini composti, si succedono in bocca i percettori per poi terminare in un bel finale balsamico/mentolato. Grande Aglianico, caldo senza darlo a sentire (14,5% di volume alcolico), persistente in bocca ed appagante nel gusto. Ci vorrebbe un bel filetto al pepe verde per apprezzarlo fino in fondo.

Per il terzo assaggio, un’altra chicca dell’enoteca Hic, il rosso fortificato 1501 Merlino di Pojer e Sandri (Trentino), un vino con residuo zuccherino da uve Lagrein al quale viene aggiunto del brandy invecchiato e che affina poi per 8/10 mesi in botti dove c’era il brandy. È chiaramente un vino da centellinare e godersi con estrema lentezza, un ’fortificato’ che ti riporta il sorriso ed evoca i ricordi. Profumi di frutti rossi sotto spirito, i ‘Mon Chérie’, note di cacao, vaniglia. Avvolgente, vellutato ed estremamente persistente, anche dopo diversi minuti hai delle belle sensazioni dolci nel palato, perfetto con il cioccolato ma anche da solo, non gli manca niente. Bella serata da Hic, posto accogliente e prezzi giusti, interessante selezione di vini, molti i ‘naturali’ e triple ‘A’ visti sugli scaffali. Taglieri di salumi e formaggi gustosi e non minimalisti nella quantità, insomma un bel ritrovo in una zona tranquilla della città, fuori dal caos del centro di Milano. Da tornarci il prima possibile, anche perchè è rimasta la curiosità sul Beaujolais vintage…

Luca Gonzato

Bollicine per festeggiare. Lugana Metodo Classico Brut, Zenato

 

È abitudine che per brindare o festeggiare qualcosa, dal comune aperitivo con gli amici, all’evento per celebrare una ricorrenza o un successo, si utilizzi una ‘bollicina’. Champagne, Spumanti come Franciacorta o Trento Doc, oppure il diffusissimo Prosecco. Tutti hanno il comune denominatore delle bollicine e la capacità di trasmettere gioia e successo. Brindiamo con le bollicine per una proposta, un accordo, l’inizio del nuovo anno. Ognuno a suo modo e a suo gusto, dal Pas Dosé o Nature (senza aggiunta di zuccheri) fino agli Spumanti dolci, passando per extra brut, brut dry ecc.. ognuno con un pizzico di zucchero in più a soddisfare la voglia di dolcezza. Si stappa nei modi più diversi, col ‘botto’ e conseguente fuoriuscita di schiuma durante una festa o sul podio di un circuito, oppure con sciabolatura in un evento scenografico a base di Champagne o nel modo discreto ed elegante del Sommelier al ristorante, il cosiddetto ’soffio’. Bollicine democratiche, per tutti, dai 4 ai 400 euro e più a seconda della provenienza, dell’annata o del prestigio della Cantina, ognuno può trovare lo Spumante giusto per sé. Io oggi stappo un Lugana Metodo Classico Brut, da uve Trebbiano di Lugana, della Tenuta Zenato di S. Cristina a San Benedetto di Lugana, sulla sponda veneta del Lago di Garda. Prezzo sui 14€ e semplice stappatura al soffio in famiglia. Zenato offre uno Spumante Metodo Classico (rifermentato in bottiglia) con bei profumi di fiori bianchi e di frutti freschi come la mela e la pera, fanno da contorno sensazioni agrumate di mandarino e note di pasticceria. È fine ed elegante, scorrevole, ottimo sotto ogni aspetto e perfetto per festeggiare qualcosa. Festeggio l’aver superato l’esame di esperto assaggiatore Onav, ma avrei potuto aprire lo Spumante anche solo per festeggiare la domenica o il salame appena affettato. A mezza età non contano più i titoli conquistati ma le soddisfazioni che si traggono dalle passioni coltivate. Il vino in generale e oggi questo spumante in particolare, me ne regalano tante. Consiglio questo Spumante perchè buono sia nel gusto che nel rapporto qualità/prezzo.

Luca Gonzato

Il Derthona Timorasso di Claudio Mariotto

Piemonte, provincia di Alessandria, Colli Tortonesi Timorasso Derthona, 2016, Claudio Mariotto, Vignaiolo in Vho.

Vino bianco secco da uve di Timorasso. Elegante, floreale con sentori di acacia, ma anche pera e miele, un soffio minerale di grafite e ricordi di pietra bagnata. Sapido ed equilibrato alla morbidezza del volume alcolico del 14%. Piacevolmente persistente nella sensazione acido/minerale in bocca. Agile e verticale, perfetto con piatti di pesce strutturati. Lascia la bocca pulita e fresca. È un vino di carattere con un corpo strutturato, dimostra la sua personalità anche dopo breve tempo come questo 2016 ma il meglio lo può dare nelle lunghe distanze, bisognerebbe dimenticarlo in cantina e riprenderlo dopo un decennio per apprezzarne le note evolutive. Questo Derthona si trova al costo di circa 15 euro. Gran bianco che puoi tranquillamente mettere in tavola nelle occasioni migliori.

Luca Gonzato

L’Oro delle Isole

…ovvero come chiudere da Re una giornata di degustazioni con tre vini che brillano come lingotti. Valgono oltre i 90 punti sulle guide di settore e soprattutto si mostrano con un ventaglio di profumi così ampio che il termine ‘complessità’ sembra inventato apposta per loro. 

Puoi stare ore a ruotare questi vini nel calice e meditare su quali profumi si possono distinguere, oppure puoi goderteli con abbinamenti sorprendenti. Senz’altro sono tutti da provare almeno una volta.

Vernaccia di Oristano Riserva 1991 Contini. Dalla valle del Tirso in Sardegna questo vino maturato sui lieviti flor in piccole botti scolme di rovere e castagno. Un vino con note ossidative che si presenta con profumi intensi di mandorle, nocciole, agrumi, scorza d’arancio. Ideale con pasticceria, ma vista la bella sapidità e acidità io lo proverei con i tipici spaghetti alla bottarga. Il costo è di 35/40€.

Vecchio Samperi Perpetuo Marco De Bartoli. È di fatto un Marsala vergine, ‘sans année’, metodo di affinamento ‘perpetuo’, prevede un’aggiunta del 5% di vino nuovo, ogni anno ai fusti di rovere e castagno dove affina per almeno 20 anni. Uve Grillo 100%. Profumi di frutta secca e passita, note balsamiche ed eteree, caramello e tanto altro. Caldo, avvolgente, lunghissimo. Un vino senza tempo che puoi abbinare ad esempio al cioccolato fondente, io però lo metterei alla prova con i ricci di mare o con le ostriche. Costo sui 50€.

Bukkuram Sole d’Agosto 2015, Passito di Pantelleria Marco De Bartoli. Uve di Zibibbo 100% (Moscato di Alessandria). Colore ambra, sprigiona sentori di frutta sciroppata, agrumi, mango, zenzero, marmellata di albicocca e se lo tieni sulla lingua qualche minuto, magia, ti ricorda il dado per fare il brodo, l’umami. Dolce ed equilibrato nell’acidità, sole, mare, infinito. Pensa al dolce che preferisci, mangialo in fretta e poi goditi con estrema lentezza, questo passito.

Luca Gonzato

L’Albarola delle Cinque Terre

Er Giancu, Azienda Agricola Possa
Giallo paglierino intenso, profumi di frutta gialla matura, miele, floreale, mi ricorda il corbezzolo… qualche minuto di attesa e una vigorosa rotazione nel calice, si apre ed arriva un’ondata marina con sentori salmastri che sembra di stare sugli scogli. Note minori di timo, fumé… In bocca ha una bella freschezza, è sapido e minerale, sensazione ‘polposa’ di frutto e leggerezza che chiama il ‘sorso’ con semplicità e discreta finezza. È un ‘triple A’ (agricoltori, artigiani, artisti), ciò che meglio si avvicina al concetto di ‘vini naturali’. Il vitigno (autoctono) è l’Albarola, la zona dei vigneti sono le Cinque Terre, Riomaggiore in Liguria. La produzione è minima e rapportata ad un territorio di ‘viticoltura eroica’, 1000/1500 le bottiglie prodotte. Giustificato quindi il prezzo, di circa 18€. Personalità autentica in questo vino che si abbina perfettamente a piatti di pesce con insita grassezza, ad esempio Orata, Rombo o con tendenza dolce come i Crostacei. L’unico difetto è che finisce troppo in fretta. Buono buono!

Luca Gonzato

Pinot bianco Toros

È passato del tempo dall’ultimo vino recensito, nel frattempo ne ho assaggiati diversi senza però che nessuno mi colpisse per particolari qualità. Erano uno spumante trentino da Chardonnay, un Greco di Tufo, un Bordeaux ‘low cost’ selezionato da una nota catena di supermercati, un Montepulciano d’Abruzzo ed infine un Curtefranca bianco da uve Chardonnay e Pinot bianco. Non faccio i nomi delle cantine per rispetto del loro lavoro, ma non ci ho trovato niente degno di nota. Preferisco parlare solo di quei vini che mi fanno spalancare gli occhi e allargare il sorriso come questo Collio friulano, Pinot Bianco 2016 della Cantina Toros di Cormons. Ho attinto alla mia riserva ‘garantita’ in cantina, sapevo che non mi avrebbe deluso. 

È un ‘bianco’ elegante e fine con un corpo da rosso. Sapido e fresco, fiori bianchi, pesca, con una morbidezza quasi burrosa e sentori di lieviti, pane. Persistente negli aromi si distingue per la sua bellezza armonica. Ottimo con un risotto ai frutti di mare. Garantito che una volta tolto il tappo non servirà ad altro che aumentare la collezione di sugheri. Questo sì, è un Pinot Bianco memorabile. Sorrido ancora adesso ripensandoci. 😃

Luca Gonzato

Il Verdicchio di Montagna

Cantina Belisario, Matelica.

Se c’è un’uva che più di altre può ritenersi rappresentativa della regione Marche è il Verdicchio. Straordinario vitigno che contempla le due DOCG Castelli di Jesi Verdicchio Riserva e Verdicchio di Matelica Riserva oltre a una dozzina di DOC. Il Verdicchio di Jesi viene anche chiamato Verdicchio di mare, mentre quello di Matelica, coltivato su colline tra i 250 e i 700 m/slm viene definito Verdicchio di montagna. Tante le differenze tra i due, nascono da suoli e climi molto diversi. Volendo sintetizzare, a Matelica è presente una faglia del Miocene, terreni di flysh e marne calcaree mentre nella zona di Jesi i terreni sono perlopiù argillosi, calcarei e sabbiosi. Clima più freddo d’inverno all’interno con estati calde e a Jesi più mediterraneo con l’influenza del mare che dista solo 20 km. A Matelica il Verdicchio si esprime con note più minerali, fruttate e complessità mentre a Jesi prevalgono le note floreali e il corpo. Ovviamente non si può generalizzare perché sono troppe le variabili a definire un vino ma prendetela così, come una nota di indirizzo per inquadrare due diverse personalità.

In questo articolo e a seguito della visita fatta alla Cantina Belisario, mi soffermo sul Verdicchio di Matelica nelle versioni del suo più grande produttore, Cantine Belisario, il 70% della produzione totale con 300ha vitati. A raccontarci di Belisario abbiamo trovato nientemeno che il direttore commerciale Patrizio Gagliardi, ex sindaco di Matelica, sommelier Ais e grande conoscitore di vini. Una persona squisita che ha saputo illustrarci con perizia le caratteristiche del Verdicchio di Matelica, così versatile e generoso che riesce a declinarsi dalla bollicina al passito mantenendo le sue principali doti di piacevolezza, ovvero la mineralità e la freschezza data dall’alto tasso di acidità delle uve che nell’Alta Valle Esina arrivano ad essere vendemmiate a fine Ottobre.

Sono sei le versioni che ho voluto prendere in esame:

Cuvée Nadir, Spumante Brut metodo Charmat, uve di Verdicchio. Pérlage fine e persistente, fresco, minerale, con sentori di fiori bianchi, aromi dominanti di mela verde e ananas. Piacevole e ottimo come aperitivo.

Vigneti del Cerro, uve di Verdicchio coltivate sulle pendici est dell’Alta Valle Esina ai piedi del Monte San Vicino. Vinificato in acciaio. Fiori bianchi, pesca bianca, sensazione citrina, fresco, minerale con lievi note morbide finali.

Vigneti B., uve di Verdicchio clone matelicese, conduzione biologica del vigneto. Vinificato con tecnica dell’iperossigenazione, in assenza di solforosa. Profumi floreali e agrumati, in bocca è equilibrato con sensazioni morbide quasi burrose e minerali sapide. L’acidità si fa sentire e trasporta lungamente aromi freschi, vegetali e citrini. Pulito e sincero si lascia bere con gran piacere.

Meridia, bellissimo giallo dorato cristallino, fiori ed erbe di montagna, pesca gialla, miele, ananas. In bocca si contrappongono note burrose e dolci a bellissime sensazioni minerali e di sapidità. Il fruttato è cremoso, scorrevole con la spiccata acidità di questo Verdicchio affinato in antichi serbatoi in cemento vetrificato. Il finale è elegante e armonico. 

Cambrugiano, prodotto dal 1988 solo con uve Verdicchio vinificate con metodo della criomacerazione. Una parte matura almeno un anno in acciaio e l’altra in barili di legno di rovere tostato, si affina un altro anno in bottiglia. Grande complessità olfattiva con accenti di pesca gialla matura, miele, fieno, acacia, vaniglia. In bocca è godibilissimo per la sua morbidezza che corre lunga in un finale fresco di acidità e mineralità. Sentori di agrumi, pietra focaia, bella sapidità, corpo, equilibrio e armonia per questo Verdicchio da podio.

Melitites, vino (Verdicchio) e miele (di melata), della Cooperativa Apicoltori Montani di Matelica, una vera chicca della produzione Belisario. Quello che di più simile possa esserci al vino e miele bevuto dagli antichi romani e descritto da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia. Un vino che si presta bene ad accompagnare formaggi erborinati, pecorini stagionati oppure da solo a fine pasto, per una meditazione ricca di aromi. Color ambra, consistente e caldo (14% Vol.). Gli aromi del Verdicchio e del miele si sposano alla perfezione e donano al vino una bella freschezza e aromaticità agrumata che lentamente lascia il posto alle note dolci del miele, dei canditi e quelle più amarotiche di mandorle e castagne. Bottiglia da 50 cl e costo sotto i 13€. Una prelibatezza che consiglio di assaggiare almeno una volta. 

In sintesi posso dire che i Verdicchi di Belisario hanno tutti una grande personalità e, malgrado all’inizio avessi qualche perplessità sulla necessità di avere tutte queste versioni, ora la condivido pienamente come scelta, in quanto ognuno racconta qualcosa di diverso e ognuno può soddisfare i diversi gusti del consumatore. Meridia e Cambrugiano sono eccellenti, i miei preferiti, ma per un consumo più frequente o una cena leggera, i Vigneti del Cerro e Vigneti B. sono più adatti. Bella la scoperta dello spumante e del Melitites. Se passate da Matelica una sosta da Belisario è d’obbligo.

Luca Gonzato

Un Pros… anzi un Asti secco

Asti secco, DuchessaLia

Come al solito, facendo la spesa, ho fatto tappa alla corsia vini. Guardando nello scaffale più in basso ho visto quello che ero speranzoso di trovare, lo spumante Asti secco da uve di Moscato. Non avevo ancora assaggiato questa novità vinicola così volentieri l’ho messo nel cestino. Innanzitutto la bottiglia, DuchessaLia è giocata sui toni del bianco, vetro opaco, direi ‘figa’ questa bottiglia, tanto non si scandalizza nessuno. Lo spumante alla vista è brillante, giallo paglierino tenue con riflessi verdognoli, le bollicine sono abbastanza fini e molto persistenti. Gli aromi vanno dai fiori bianchi, glicine, al fruttato, mela verde, lychées, uva spina. Raffinato nella sua semplicità, se ami il moscato questa è una bella interpretazione. Penso sia un ottimo prodotto, dedicato ai giovani, al mondo dell’aperitivo, con un particolare occhio di riguardo al pubblico femminile che probabilmente apprezza maggiormente i sentori dolci che caratterizzano questo spumante dry. Si dice faccia concorrenza al Prosecco, forse è così, per quanto riguarda il tipo di produzione (metodo Martinotti/Charmat) e il target ma in quanto all’uva, la Glera (Prosecco) si esprime con ben altri aromi. Spero che i gestori dei bar lo propongano come alternativa al Prosecco visto che come fascia di prezzo siamo allo stesso livello. Mi piace questo Asti secco ma probabilmente lo apprezzerei maggiormente con un grado zuccherino inferiore, idealmente brut, extra brut o pas dosé. Avessi ancora vent’anni ne terrei comunque un paio di bottiglie in frigorifero da offrire alle nuove ‘amiche’.

Luca Gonzato

Zibibbo in Pithos, Terre Siciliane IGP, Cantina COS

Vino bianco secco da Zibibbo (Moscato di Alessandria), vinificato in anfora (Pithos in greco significa giara) ed affinato inizialmente in anfora e poi in bottiglia. Quello che ho davanti è un 2016. La cantina COS nasce nel 1980 per volontà di tre amici che prendono in affitto la cantina e la vigna del padre di uno di loro, il nome COS deriva dalle iniziali dei cognomi (Giambattista Cilia, Cirino Strano e Giusto Occhipinti). Biodinamica e utilizzo della terracotta sono le prerogative di COS per far esprimere al meglio il territorio e le uve. La cantina COS si trova a Vittoria (RG), le uve di questo Zibibbo provengono dalle vigne di Marsala (TP).

All’olfatto è magnifico, profuma di albicocca, canditi, fieno, fiori gialli, sentori dolci che vengono poi attenuati in bocca dalla bella acidità e dai sentori più amari di mandorle e agrumi. Il finale è lunghissimo, persistono gli aromi e si ritrova una nota sapida marina. È un gran bel vino, che si può abbinare facilmente a diversi piatti, dal pesce alle carni bianche speziate, piuttosto che a risotti succulenti. Come aperitivo o da solo… lo berrei anche a colazione con brioche e marmellate tanto mi piace.

Luca Gonzato

Offida, relax e Pecorino

Devi percorrere l’Italia dal Salento a Milano, dove ti fermeresti a riposare?, per un patito di vini la scelta è stata facile, nelle Marche, a Offida. Venti minuti circa dall’autostrada e ti ritrovi in mezzo ai vigneti, tra le colline, nelle quiete, a sorseggiare un bianco autoctono, il Pecorino. Offida dà il nome anche alla DOCG che, oltre al Pecorino, comprende la Passerina e il Rosso Piceno (uve Montepulciano e Cabernet Sauvignon).

Il Pecorino non è un ‘vinello’ qualsiasi bensì un bianco di quelli corposi e con volume alcolico notevole (questo del 14%). La versione assaggiata è dei Poderi San Lazzaro, chiamata Pistillo, prodotta in regime biologico. Ha un bel sentore floreale e agrumato che in bocca lascia posto ai frutti bianchi e gialli. Morbido e rotondo per l’affinamento di 4 mesi in barrique, non perde però la bella acidità che ti mantiene fresca la bocca. Bello il finale morbido e sapido. Morbidezze e durezze convivono armoniosamente in questo Pistillo dal buon rapporto qualità/prezzo (si trova online sui 9/10 euro). Certo che assaggiato nel tardo pomeriggio, seppur accompagnato da un piatto di prosciutto e formaggio locale, ha rischiato di stendermi a letto prima di cena (e non volevo perdermi le olive all’ascolana e la pasta fatta in casa). Se passate da queste parti vi consiglio di fare una sosta ad Offida, magari all’agriturismo Rosa dei venti, dove siamo stati noi. I costi sono davvero contenuti sia per cenare che per pernottare, poi guardare le colline che degradano verso il mare con un buon vino nel bicchiere è davvero ‘priceless’.

Luca Gonzato

Semplicemente Vino

Ci sono vini capaci di risvegliare i ricordi, come questo Semplicemente Vino bianco di Stefano Bellotti (Cascina degli Ulivi). Appena assaggiato mi ha riportato agli occhi mio padre e suoi amici che nei dopocena d’estate si ritrovavano sotto un grande pioppo a giocare a carte e ber vino, con la luce tremula di una lampadina penzolante, su quel tavolo rivestito in formica con le sedie sbeccate e le gambe arrugginite. Era sempre presente una bottiglia senza etichetta, che il babbo travasava dalla damigiana per poi tappare con il tappo a corona. Anche questa bottiglia di Bellotti è tappata a corona, solo che è di un bel giallo squillante mentre mio padre usava quelli color ottone. Il tappo è comunque un messaggio chiaro per il consumatore ‘da bere giovane’. Per la foto avevo versato su un calice da degustazione ma poi ho recuperato un normalissimo bicchiere per questo vino ‘dei ricordi’, che è bello degustare in semplicità. È un vino sincero, naturale, non ha bisogno di cerimonie. Cascina degli Ulivi opera in biodinamica (puoi approfondire leggendo l’articolo su Nicolas Joly/biodinamica a questo shortlink https://wp.me/p9DpAo-1l  ). Aderisce al movimento ‘Triple A’ che significa Agricoltori, Artigiani, Artisti. È a Novi Ligure, in Piemonte, nella zona del Gavi. L’uva utilizzata per questo bianco è appunto il Cortese, in purezza. Belli gli aromi floreali e fruttati di agrumi canditi, mela, ananas, mandorla, miele. Fresco, minerale e beverino con finale morbido, nutriente per la percezione di bere un vino ricco di sostanze nutritive. Fermentato con lieviti autoctoni, niente solfiti e chiarifiche. La cosa più ‘naturale’ che puoi immaginare in un vino. Il prezzo online è sui 12/14 euro. Sono sicuro che sarebbe piaciuto anche a mio padre.

Luca Gonzato

DOC Liguria

Visto che è arrivata l’estate e che la costa ligure è una delle mete preferite per passare qualche giorno al mare, ho pensato di dare qualche suggerimento sulle denominazioni da assaggiare durante la villeggiatura. Nelle provincie di Savona e Imperia il Rossese di Dolceacqua DOC, (vino rosso da uve di Rossese), l’Ormeasco di Pornassio DOC (rosso da uve Dolcetto), oppure una delle varietà del Riviera Ligure di Ponente DOC. Spostandosi a levante, sopra a Genova, il Val Polcèvera DOC nelle sue declinazioni oppure in quelle del Golfo del Tigullio-Portofino DOC. Sempre a levante, in provincia di La Spezia potete trovare la famosa doc Colli di Luni, conosciuta prevalentemente per il Vermentino. Nell’infografica sono riportate le zone delle DOC con le versioni consentite dai disciplinari e le principali uve usate per la produzione. Quando acquistate una bottiglia di questi vini sappiate che dietro c’è un lavoro enorme, di fatica, in vigneti che non consentono l’utilizzo di macchinari, inoltre la produzione è minima se rapportata ad altre regioni, quindi, se vi sembra che il prezzo sia di qualche euro superiore alla media, spendetelo con l’animo in pace perchè il motivo è più che giustificato. 

Tre vini liguri che mi sono piaciuti particolarmente

Riviera Ligure di Ponente DOC Pigato 2016, Terre Bianche: bel ‘bianco’, di buona struttura, con aromi di pesca bianca, miele e nota fumé, morbido in bocca, sapido e persistente. Lo abbinerei a piatti strutturati a base di pesce.

Rossese di Dolceacqua DOC Superiore 2016, Maccario Dringenberg: Colore simile a quello del nebbiolo, olfatto complesso ed invitante con note speziate di pepe, frutti rossi e rosa, sentori salmastri, caldo e tannico in bocca, lungo finale speziato. Ottimo in abbinamento con il coniglio alla ligure.

Colli di Luni DOC Vermentino 2015, Lunae: Profumi intensi di frutti, pesca, ananas, floreali di tiglio, ginestra, erbe aromatiche e agrumi freschi. Fresco, di corpo e sapido, lo ricordo ancora adesso a distanza di un anno da quando l’ho assaggiato. Se lo stappassi adesso ci farei un bel aperitivo (prolungato) a base di pesce.

Buon soggiorno e buon vino in Liguria

Urra di mare

Urra di Mare, il Sauvignon Blanc che non ti aspetti, perchè arriva dalla Sicilia e non dalle terre fredde del nord, perchè è di una finezza assoluta nel presentare i suoi profumi mentre tanti altri ti sbattono al naso un’intera pianta di pomodori o una cassetta di pesche gialle stramature. Questo Urra di Mare di Mandrarossa, è un’altra cosa, gli aromi si presentano ben integrati tra loro, eleganti, comunicando frutti freschissimi di pesca, ananas e agrumi, vegetali, dove è si presente la foglia di pomodoro, ma delicata, accompagnata da erbe aromatiche, timo, basilico e sensazioni minerali quasi di gesso che sfociano nel mentolato. In bocca  ha una bella acidità e sapidità, lieve e piacevole pungenza sulla lingua, chiude con un bellissimo agrumato citrino. Di quei vini che ti accompagnano disinvoltamente dall’aperitivo alla cena e dopo cena, che ti fanno portare il calice in giro per la casa in modo da averlo sempre disponibile a rinfrescarti e profumarti la bocca (peccato che la bottiglia finisca in fretta). Il nome Urra di mare è quello della Contrada dove sono ubicati i vigneti, a ridosso della riserva naturale del fiume Belìce, a Menfi (AG). I vigneti digradano fino al mare, immagino le sabbie africane trasportate dal vento che si depositano sulle vigne, le brezze marine, il sole che spacca e la forte escursione termica notturna. Terreni di medio impasto, argillosi e tradizione vinicola completano il profilo di questo ‘terroir’, capace di trasformare le uve di un vitigno internazionale in un vino dalla personalità unica. Il Sauvignon Blanc del Menfishire!

Luca Gonzato

Wine Days Italy, 11-13 maggio 2018 al Base di Milano

Quarantatré i banchi di degustazione presenti nei quali produttori o distributori accoglievano il pubblico con calore e grande voglia di farsi conoscere ed apprezzare per i propri vini. Non mi ero preparato una scelta di cantine e quindi mi sono spostato tra i banchi d’assaggio con l’unica regola di degustare prima i bianchi e poi i rossi.

Modeano, riviera del Friuli zona Latisana. Ribolla gialla, Malvasia Istriana e Sauvignon blanc, quelli assaggiati. Ben fatti, freschi e piacevoli con una bella sapidità e acidità. Simpatica ed esaustiva la titolare che presenziava. Se avete in previsione di andare a Jesolo o Bibione fate rifornimento da loro.

Villa Angarano di Bassano del Grappa con la loro interessante e gradevole Vespaiola, il rosé da Merlot perfetto per un aperitivo e lo Chardonnay Cà Michiel, spettacolare, può tranquillamente essere messo sullo stesso piano degli Chablis francesi. 

Tenuta San Marcello, Marche, Verdicchio dei Castelli di Jesi e Lacrima di Morro d’Alba, accoglienza super amichevole, ottimi vini da terreni calcarei argillosi con grande struttura e complessità. Mi sono ripromesso di fargli visita quella settimana d’agosto che sarò nella loro zona e fare scorta.

Terre Astesane, Mombercelli (Asti), un inusuale Sauvignon Blanc, ed alcune Barbera i miei assaggi della loro numerosa produzione. A fine giro sono poi tornato per acquistare la versione ‘Anno Domini’ di Barbera, fatta da una selezione di vigneti e uve. Bel frutto rosso e freschezza con tannini setosi, elegante ma allo stesso ‘di compagnia’ per una corposa cena con gli amici. Anche loro molto cordiali e disponibili ad ogni delucidazione.

Cantina dei Vignaioli del Tortonese (Alessandria), con il celebre ed ottimo vino bianco Derthona Timorasso, in compagnia dell’enologo Umberto Lucarno che mi ha illuminato su tante cose e che ringrazio per avermi fatto scoprire il vitigno Cellerina (rosso) che spero di vedere presto sugli scaffali delle enoteche.

Bulichella di Suvereto (LI), con il loro grande Syrah. 

Produttori di Govone (Cuneo), dove Marco è stato coinvolgente nel farmi assaggiare Albarossa, Ruché di Castagnole Monferrato, Barolo e Arneis Passito. Uno meglio dell’altro ma a colpirmi e farmi aprire il portafogli sono stati il Ruché con i suoi profumi di frutti tropicali e spezie, ed il Passito di Arneis, dolce ma bilanciato da notevole acidità ed elegante aromaticità.

A questo punto è suonato il campanello d’allarme a dirmi che stavo per superare la linea rossa oltre la quale il piacere di degustare si sarebbe trasformato in una sbronza, per cui mi sono avviato all’uscita e mi sono goduto la passeggiata fino a casa attraverso i Navigli affollati di turisti. Il Base (ex fabbrica Ansaldo), non lo conoscevo, bella struttura polifunzionale, animata e adatta anche per una puntatina con marmocchi al seguito. Streetfood, bancarelle, musica, tutto bello, poi se ti sei bevuto qualche calice prima lo è ancor di più.

Luca Gonzato

Riccardo Cotarella e sei grandi espressioni del vino Italiano 

Serata speciale quella organizzata da Onav Milano, con la partecipazione del famoso enologo nonché presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella, che insieme al Presidente di Onav Vito Intini e ai produttori dei vini in degustazione, ci hanno guidato alla scoperta di sei magnifiche realtà italiane.

Vito Intini e Riccardo Cotarella

Il valore del territorio e delle persone prima ancora del vitigno, la peculiarità italiana di avere oltre 350 vitigni autoctoni che possono garantire un futuro di prosperità per i nostri vini, l’imprescindibile traguardo della qualità, che si raggiunge con la ricerca, la sperimentazione e l’applicazione di precise tecniche di intervento in vigna e di lavorazione in cantina. Sembrerebbero semplici regole ma comportano un impegno che nel passato è stato spesso disatteso, con enologi messi in disparte a favore di produzioni quantitative dove magari i vini venivano annacquati per riempire più bottiglie. Solo da qualche decennio l’impegno di tutte le figure coinvolte nella filiera del vino si sono messe alla ricerca della qualità, più che della quantità. Il merito va ai giovani enologi e ai produttori lungimiranti che hanno capito il valore del proprio territorio e come farlo esprimere al meglio nei propri vini. A Cotarella e alla cooperativa La Guardiense si deve la riscoperta di vitigni come la Falanghina che un tempo erano ritenuti ‘anonimi’ e che invece sanno esprimere carattere e territorio con grande personalità. Oppure l’Albarossa, che grazie all’impegno dell’Azienda Bricco dei Guazzi, ha riportato in auge questo vitigno piemontese poco conosciuto, in grado di fondere insieme le caratteristiche di Nebbiolo e Barbera aggiungendo valore al territorio del Monferrato. Poi c’è la bella realtà del Brunello di Montalcino dove territorio e vino sono un tutt’uno conosciuto nel mondo. I vini pugliesi, Negroamaro, Nero di Troia e Primitivo, che un tempo  viaggiavano sulle navi per andare a dare colore e consistenza ai vini del nord, ora brillano della propria luce grazie all’impegno di tanti produttori di qualità. Sono tante le realtà che hanno visto coinvolto Cotarella in oltre 50 vendemmie, è bello ascoltarlo e percepire quanto abbia fiducia nelle giovani generazioni e nel futuro dei vini italiani, ci rende orgogliosi di condividere a testa alta il racconto delle eccellenze vinicole italiane. Cotarella dice che “il vino perfetto non esisterà mai“, c’è sempre un margine di miglioramento, aggiungo io che i vini degustati non saranno perfetti ma sono dei gran bei vini.

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I Mille per la Falanghina 2015, Sannio Dop, La Guardiense

A presentare il primo vino è Domizio Pigna, Presidente de La Guardiense. Azienda fondata nel 1960 da 33 soci, oggi ne conta circa mille. Agricoltori che coltivano a conduzione diretta più di 1.500 ettari di vigneto situati in collina a un’altitudine di circa 350 metri, con una produzione media annua di circa 200.000 quintali di uve. In Campania nella provincia di Benevento. Falanghina invecchiata 3 mesi in barrique, si presenta giallo paglierino brillante con profumi di frutti tropicali, mango, frutto della passione, banana, pesca bianca. Armonico, rotondo e morbido con finale acidico/agrumato, persistente. Bell’inizio.

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Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva 2004, Vigna Novali, Moncaro

Enologo Giuliano Ignazi. La Cantina di Montecarotto si trova nell’area classica dei Castelli di Jesi, Marche. Produce vini dal 1964 quando viene fondata la Società Cooperativa. Le uve di Verdicchio hanno una buccia molto spessa per questo viene fatta una macerazione di 18 ore a contatto che permette l’estrazione aromatica. Una piccola parte affina in barrique per 7/8 mesi. Quattordici gli anni di attesa per questo bianco che si mostra di un bel giallo dorato cristallino nel calice. Note evolutive, minerali, mielato che arriva al caramello, agrumi canditi, ananas, zafferano, sentori balsamici e bella acidità con sensazione burrosa in bocca. Maturo e armonico, gran piacere degustarlo.

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Brunello di Montalcino 2013, La Poderina Tenute del  Cerro

Presenta Francesco Ceccarelli, Trade Marketing Manager di Tenute del Cerro (Gruppo Unipol SAI). La Poderina è a Castelnuovo dell’Abate Montalcino (Siena). Le uve sono di Sangiovese Grosso qui chiamato Brunello. Vigneti con esposizione sud-est. Il vino è rosso rubino con riflessi aranciati, il colore abbastanza scarico ricorda quello del Pinot nero. Profumi di frutta rossa, marasca, vena speziata di pepe e chiodi garofano, vaniglia e un fondo terroso gradevole, percezioni vinose di giovinezza. Tannini fini, bella tattilità, elegante, lunga persistenza e corrispondenza gusto-olfattiva. Ottimo, con possibilità di ulteriore miglioramento in un paio di anni.

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Albarossa 2016, Bricco dei Guazzi

Presenta l’Azienda il suo Amministratore Alessandro Marchionne. Bricco dei Guazzi è nel Monferrato, comune di Olivola (Alessandria), fa parte del gruppo Genagricola che si occupa di viticoltura, agricoltura, allevamento e fonti rinnovabili. L’Albarossa è un vitigno clone dell’incrocio tra Nebbiolo e Barbera, selezionato come il migliore tra quelli sperimentati nel lontano 1938 dal Dott. Dalmasso, ampelografo originario dell’Astigiano. Il vino ha un colore intenso simile alla Barbera, profumi floreali, spicca la rosa, note di talco, frutti rossi, spezie dolci, noce moscata. Fresco ed elegante con nota di liquirizia, tattile, masticabile. Questa è la terza annata che viene prodotto. È stata una bella scoperta questa Albarossa che metto al Top della serata.

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Ogrà Syrah 2013, Famiglia Cotarella

Presenta Riccardo Cotarella. L’Azienda fondata nel 1979 con il nome Falesco è ora diventata Famiglia Cotarella proprio a significare il forte legame familiare che unisce i fratelli Renzo (amministratore delegato della Marchesi Antinori) e Riccardo Cotarella, entrambi enologi che hanno ora messo alla guida dell’azienda la terza generazione, rappresentata dalle figlie Dominga, Marta ed Enrica. La sede è a Montecchio (Terni), al confine tra Lazio e Umbria. In degustazione, l’Ogrà è rubino intenso, profumi di frutti rossi, cipria, pepe, legno fresco, floreale, ancora vinoso con sensazione vanigliata, morbido ed elegante al palato con il tipico aroma di liquirizia del Syrah. Gran bel Syrah.

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Selvarossa Riserva Salice Salentino 2013, Cantina Due Palme

Presenta Francesco Fortunato, giovane enologo. La cooperativa nasce nell’89, conta 1000 soci e 2500 ettari vitati. È una realtà importante nel nostro Paese che produce 15 milioni di bottiglie ed esporta in 45 paesi. Aggiungo una nota personale, conoscevo la Cantina per il loro Susumaniello, un rosso morbido e gustoso davvero piacevole, viene proposto ad un prezzo inferiore ai 10 euro. Stasera ho la conferma della bontà dei loro vini assaggiando questo Salice Salentino Riserva. Aromi di piccoli frutti rossi maturi, spezie dolci, cipria, grafite, frutto dolce, vanigliato. Bella freschezza, lunghissimo con questa prugna matura a far capolino. Se non è sul primo, è sul secondo gradino del podio. 

Luca Gonzato

Franciacorta, Orgoglio Italiano

Era il 1955 quando il giovane enologo Franco Ziliani, incontrò a Palazzo Lana Guido Berlucchi, discendente dei nobili Lana de’ terzi. Berlucchi lo aveva chiamato per migliorare il suo vino troppo torbido. Ziliani aveva però il sogno di realizzare quello che in Francia era lo Champagne e lo convinse ad intraprendere questa avventura che avrebbe poi dato alla luce, nel 1961, il primo Pinot di Franciacorta con rifermentazione in bottiglia, lo stesso metodo che in Francia è chiamato Champenoise. A loro si aggiunse nell’impresa l’Avvocato Giorgio Lanciani. Palazzo Lana e la sede di Berlucchi sono a Borgonato di Corte Franca in provincia di Brescia.

Il nome Franciacorta deriva da ‘corte franca’, perchè in epoca medievale la zona era esentata dal pagamento di dazi. Nel 1967 viene conferita la Doc Franciacorta e nel 1990 nasce il consorzio di Tutela con 29 iscritti che nel corso degli anni aumenteranno fino agli oltre 200 attuali. Nel 1995 diventa DOCG. La Franciacorta si estende in un’area di 250 chilometri quadrati tra il Lago d’Iseo e la città di Brescia. Il suolo è di derivazione morenica (glaciazioni), con stratificazioni di calcari, ghiaie, sabbie, detriti di varia natura, selci, limi e argille. La vicinanza del Lago mitiga le correnti fredde provenienti dalla Val Camonica creando un microclima ideale per la vite.

Le vigne sono perlopiù coltivate a Chardonnay e in piccola parte a Pinot Nero e Pinot Bianco. Nel disciplinare di produzione è consentito anche l’Erbamat, vitigno storico autoctono che però non può superare il 10%. Una delle versioni più interessanti del Franciacorta è il Satén, realizzato solo da uve a bacca bianca, Chardonnay e Pinot bianco, con minor sovrapressione in bottiglia. Si contrappone a quello che in Francia è il ‘Blanc de blanc’, (bianco da uve bianche). Satén vuole ricordare la seta, la sua trama liscia, il satinato, caratteristiche che ben rappresentano questa tipologia di Spumante che in bocca si esprime con morbidezza e scivolosità. 

Sono oltre 100 le cantine del Consorzio (vedi infografica), in stragrande maggioranza a conduzione familiare. Un vissuto di storia familiare e vitivinicola che si tramanda di generazione in generazione come nel caso dei figli di Ziliani che sono ora alla guida di Berlucchi. Sarebbe bello poter raccontare la storia e le caratteristiche di ogni Franciacorta prodotto nella zona ma né tempo né risorse lo consentono. Ho scelto quindi due Franciacorta da due Cantine che possono ben rappresentare questa Denominazione di Origine Controllata e Garantita: Palazzo Lana di Berlucchi e Annamaria Clementi di Cà del Bosco. Il primo l’ho acquistato direttamente in Berlucchi quando ricevetti l’agognato diploma e il Tastevin di Sommelier Ais, il secondo invece l’ho assaggiato durante una degustazione. Siamo di fronte a due Spumanti eccellenti che superano di gran lunga numerosi Champagne assaggiati, si esprimono con caratteri unici e memorabili. Sono gli Spumanti delle grandi occasioni, quelli che se dovete festeggiare qualcosa di importante vi consiglio di stappare. Se poi avete la possibilità di berli più frequentemente non posso che invidiarvi. Il prezzo, seppur giustificato, non è esattamente alla portata di tutti. Entrambi sono famosi e super premiati. Anche il neofita, di fronte alla domanda ‘quale Spumante?’ potrebbe rispondervi Berlucchi o Cá del Bosco.

Palazzo Lana Satèn Riserva 2008, Berlucchi

100% Chardonnay. Le uve provengono dalla migliore selezione tra i 520 ettari coltivati di cui 85 sono di proprietà Berlucchi. Fermentazione in tini d’acciaio e affinamento in barrique di rovere per 6 mesi sui lieviti. Seconda fermentazione in bottiglia e affinamento per almeno 7 anni sui lieviti, seguito da altri 6 mesi dopo la sboccatura. Cristallino, con bollicine abbastanza numerose, fini e persistenti. Giallo paglierino tenue. Sentori di mela gialla, limone, confetti, note di erbe balsamiche, bellissima complessità e sensazione di freschezza che ti accompagna in bocca in una lunga persistenza. Elegante ed armonico. Acquistato in cantina a 50 euro.

Cuvée Annamaria Clementi 2007, Cà del Bosco

55% Chardonnay, 25% Pinot Bianco, 20% Pinot Nero. Uve provenienti dalle vigne nei Comuni di Erbusco, Adro, Corte Franca, Iseo e Passirano. Prima fermentazione in piccole botti di rovere e riposo sui lieviti per 6 mesi, rifermentazione in bottiglia metodo classico, affinamento per oltre 8 anni sui lieviti. Perlage finissimo, cristallino, giallo paglierino con riflessi dorati, consistente, olfatto intenso, profumi di pesca, agrumi, fieno, miele, minerale. In bocca è morbido con bella acidità e sapidità, intenso e persistente. Elegante ed armonico. Il costo di questa cuvée si aggira intorno ai 90 euro.

In entrambe le degustazioni mi è capitato quello che mi succede ogni volta che mi trovo ad assaggiare qualcosa di veramente speciale, come se si accendesse un’insegna luminosa nel cervello che ti dice, ‘ecco la perfezione’, accompagnata da quella sensazione di felicità che si prova quando si riceve una bellissima sorpresa. Ripensando ai cugini d’oltralpe, mi sento orgogliosamente Italiano, grazie a Berlucchi e Cà del Bosco.

Luca Gonzato 

Bianco Schiopetto, Nero Venere

Venezia Giulia Bianco IGT Mario Schiopetto 2011

Finalmente sabato e finalmente il sole su Milano, così avevo iniziato a scrivere, poteva essere il pretesto per parlare di questo vino così luminoso… ma, ricomincio. È quasi l’ora di cena, c’è il tempo per un aperitivo e così mentre i bambini preparano patatine e coca-cola io stappo lo Schiopetto. È giallo paglierino, cristallino, perfettamente limpido, consistente nel bicchiere con archetti che scendono lentamente sul bicchiere, profumi invitanti di fiori bianchi e frutti, in bocca è complesso, ti trasmette frutti freschi, mela, banana, agrumi, secco e morbido, burroso, caldo e persistente, con una piacevole nota di mandorla finale, c’è altro, che però non saprei come descrivere se non come una sensazione appagante di armonia di sapori. Questo vino rappresenta la filosofia “Schiopetto”, ci trovo grande eleganza e raffinatezza, mineralità, sapidità equilibrata, con un bel ricordo del passaggio in legno che ha fuso insieme le caratteristiche di Chardonnay e Friulano (ex Tocai). Ok le patatine ma qui ci vuole un piatto degno di questo vino, chiedo a ‘my wife’ quando si cena, lei aspetta me, dice che sono più bravo io a cucinare, grrrr, preferirei stare qui a sorseggiarmi il vino con la città che abbassa il volume e il sole che cala. Riso venere con gamberi e zucchine è il piatto da preparare. I figli (10 e 8 anni) stanno litigando per banalità, faccio finta di niente, un altro assaggio poi mi metterò ai fornelli. Che buono, non dovrei dirlo, è un giudizio banale, soggettivo, andrebbe motivato in modo più tecnico… acidi e gliceridi a braccetto, aromi intensi di frutti maturi al punto giusto, lungo, avvolgente. Capriva del Friuli, nel mezzo del Collio, i terreni di ‘ponca’ (marna friulana di calcare e argilla), Mario Schiopetto, il pionere del Collio che diede vita al vino bianco friulano moderno, vinificazione in acciaio e passaggio in legno. Un aneddoto (come direbbe Francesco Renga a The Voice), ad un banco di degustazione di qualche anno fa, concentrai i miei assaggi sui banchi del Friuli, già amavo il ‘friulano’ e malgrado fossero tutti ottimi nei diversi banchi, quando assaggiai il friulano di Schiopetto, nella tipica bottiglia renana ad etichetta gialla, ne rimasi affascinato, perchè tra tutti si era mostrato, a mio giudizio, ad un livello superiore per complessità e capacità di trasmettere gli aromi in modo così intenso ed elegante. Il passo successivo fu quello di decidere che in cantina avrei sempre dovuto avere uno Schiopetto da offrire agli amici. On line, a parte il Friulano, comprai anche questo bianco IGT, blend di Friulano e Chardonnay 50/50, annata 2011. Sono passati sette anni per questo vino, lo trovo maturo al punto giusto ma non ho dubbi che potrebbe rimanere tranquillamente ancora qualche anno in bottiglia e mostrarsi poi con un’altra “faccia” altrettanto interessante. Eccola…si arrivo! (devo cucinare).

L’impiattamento è casalingo e forse neanche tanto bello da vedere, il sapore però è buono e strutturato. La cena è terminata come la bottiglia, abbinamento direi armonico, il riso venere mi sembra più saporito rispetto al riso bianco generico, i gamberi gli danno una bella sferzata aromatica e la tendenza dolce, zucchine anche loro con tendenza dolce, anche se poche (altrimenti i pargoli non lo avrebbero mangiato), acidità e sapidità del vino si sposano perfettamente per contrapposizione. Poi però, dato che non era una cena preparata per due portate, e la mia fame (come la sete), ha limiti sopra la media, sono passato ai salumi affettati, il prosciutto di San Daniele, che diciamocelo è la ‘morte sua’ con questo Schiopetto.

Se non lo avete già fatto, provate un vino di questa cantina, ne vale la pena, ve lo assicuro.

Luca Gonzato 

Vitalba, Albana in anfora, Tre Monti

Romagna DOCG Albana secco

Prima di aprire la bottiglia ho scelto il calice, sarebbe da Champagne ma poco importa, mi piace questa forma, volevo guardarlo bene e tenerlo stretto su un calice più piccolo rispetto a quelli da degustazione, poi è bello vederlo ergersi al fianco della bottiglia come un trofeo. Guarda che bel colore, e i profumi ragazzi, un’arcobaleno di frutti freschi, ananas, agrumi, pesca, note di erbe aromatiche. In bocca è completo, grande freschezza, mineralità e sapidità controbilanciate da una morbidezza vellutata, ancora frutti gialli, una nota di miele, continua lungo e persistente con una sensazione morbida in bocca e il ricordo di frutta fresca. È complesso, caldo, con un grado alcolico di 14,5° che trasporta gli aromi come frutti da masticare, che bello. A tavola ci sono orate al sale con patate al forno, vino e cibo si esaltano vicendevolmente, la grassezza dell’orata e la tendenza dolce delle patate si abbinano perfettamente con l’acidità del vino e il fruttato aggiunge una bella nota al sapore del pesce. Che domenica! mancherebbe solo Valentino che vince il Gran premio d’Argentina questa sera. Tra l’altro siamo dalle sue parti, l’Azienda Tre Monti è a Forlì. I vigneti sono a 100-150 m/slm, su terreni con prevalenza di argilla, limo e sabbie. Il mare è vicino e lo puoi sentire anche nel vino. Fermentato in anfore georgiane da 470 litri, regime biologico, fermentazione naturale da lieviti autoctoni e nessun controllo della temperatura. Gran vino questa Albana dell’Azienda Tre Monti, di quelli che bisognerebbe stappare appena incroci il solito talebano che ti dice ‘ah io bevo solo vino rosso’ come se i bianchi fossero vini di secondo livello. Non è proprio così e questa Albana come centinaia di altri ‘bianchi’ lo dimostrano. Lo avevo assaggiato l’anno scorso durante la presentazione della guida Vitae di Ais in cui aveva preso il massimo punteggio, quattro viti. Mi aveva colpito per la complessità e l’armonia aromatica tanto che me lo segnai subito come vino da avere in cantina. Oggi l’ho felicemente riprovato con l’annata 2016 e non posso che confermare le belle sensazioni e la qualità di questo vino che consiglio di assaggiare. Wine Enthusiast lo pone tra i 100 migliori vini al mondo. Il prezzo è sui 18 euro. Il pranzo è finito da un pezzo e anche la bottiglia è ormai finita, un pensiero mi assilla, se Valentino vince con cosa festeggio?
Luca Gonzato
 
Note: L’Albana di Romagna è stato il primo vino bianco italiano ad ottenere la DOCG nel 1987.

Gavi, il grande bianco Piemontese

Evento “Tutto il Gavi a Milano” per festeggiare i vent’anni della DOCG

Serata all’insegna del Gavi nello storico Palazzo Giureconsulti, nel cuore di Milano. Location prestigiosa per un vino prestigioso quale è il Gavi. È stata presentata l’etichetta del Consorzio per l’annata 2017, disegnata da Serena Viola, mi piace perchè oltre a rappresentare l’incontro tra mare e terra, come fossero due mani incrociate, trasmette attraverso i colori e gli spazi bianchi un’idea di freschezza che è poi la caratteristica principale di questo vino.

La presentazione spazia dal territorio ai progetti di valorizzazione della zona, mi è piaciuto sentire dall’Agronomo del Consorzio come in questo territorio Alessandrino, con suoli simili a quelle delle Langhe, si sia fatta la scelta di dare rilevanza alla coltivazione del Cortese anziché a uve a bacca rossa.

Qualche informazione generale: il Gavi o Cortese di Gavi DOCG, è la denominazione che coinvolge 11 comuni nella provincia di Alessandria. Il vitigno è l’autoctono Cortese, coltivato in 1500 ettari su suoli definiti in tre fasce: di terre rosse a nord, ricche di residui ferrosi e di ghiaie miste ad argilla e depositi alluvionali. Nella fascia centrale, Serravalle, Gavi, San Cristoforo si alternano marne e arenarie. La fascia meridionale è caratterizzata da marne argillose bianche di origine marina con numerosi fossili e stratificazioni (marne Serravalliane), terreni particolarmente adatti ad esaltare le qualità dell’uva Cortese. Il disciplinare di produzione prevede la possibilità di realizzare vini di tipo, Tranquillo, Frizzante, Spumante, Riserva e Riserva Spumante metodo classico. Sono circa 80 i produttori e oltre 13.000.000 le bottiglie prodotte ogni anno, di cui più dell’80% viene destinato all’esportazione.

Terminata la presentazione ci siamo spostati nella sala di degustazione da cui si poteva accedere alla bella terrazza con vista sul Duomo e sorseggiarsi il proprio calice sentendo il brusio delle persone che poco più sotto passeggiavano in via Dante, bella atmosfera, conviviale, dove produttori, giornalisti e operatori del settore si scambiavano opinioni tra l’assaggio di un Gavi e l’altro. Ad accompagnare i vini c’erano anche dei magnifici stuzzichini con prodotti della zona, robiola, castelmagno, focaccia, farinata…

All’ingresso in sala tutti si sono fiondati sul primo banco, quello degli spumanti a metodo classico da uva Cortese, io che per natura odio la ressa ho optato per andare subito al sodo assaggiando il Gavi La Meirana 2017 di Broglia, azienda con i vigneti più antichi di Gavi, dal 972. Wow, potrei bere solo questo ed andare a casa felice, fiori bianchi e frutti freschi, ananas, lungo, persistente, con un bel finale ammandorlato. Assaggio poi (a ressa finita), lo spumante La Mesma ma è un errore farlo adesso dopo il Broglia, sento che è un buon prodotto ma non sono in grado di apprezzarlo fino in fondo, meglio tornare ai secchi. Castello di Tassarolo, Alborina 2016, ottimo anche questo, di corpo, intenso con una bella nota di mandorla dolce e sentori terziari.

Adesso voglio provare La Caplana, bella etichetta dove spicca una figura femminile disegnata con lo stile di Modigliani, questo vino mi piace davvero tanto, ha un carattere vivace di frutti freschissimi, armonico con un bel finale che rimane sul floreale e fruttato, è come una giovane ragazza sbarazzina che irrompe in una cena di gala tra nobili incipriate, crea scompiglio e si fa notare per la sua esuberanza, ne vorrei un’altro calice ma mi trattengo, lo metto però tra i preferiti per i prossimi acquisti, provo anche l’altro, il Villa Vecchia, beh che dire, questa cantina ha vinto il mio premio fedeltà. Pur rimanendo su sentori di fiori e frutti freschi c’è una bella nota agrumata, mineralità e persistenza. Passo a Il Poggio di Gavi etichetta nera, è di corpo, complesso con sentori che rimandano a frutti maturi, mineralità che va a braccetto con una morbidezza dai sentori dolci, mielati, ottimo anche questo.

Meglio mangiare qualcosa, una scaglia di Castelmagno e una tartina robiola e prosciutto crudo, che bontà, guardo le persone sorridenti e rilassate, il vino inizia a fare il suo effetto, c’è la foto di gruppo dei produttori con il presidente del Consorzio Maurizio Montobbio, bello vederli qui, credo sia una soddisfazione anche per loro. Mi sarebbe piaciuto conoscerli di fronte ai loro vini e potermi complimentare ma va bene così, i sommelier Ais di Alessandria li hanno sostituiti egregiamente, preparati nel dare informazioni e gentili nel servizio, bravi davvero.

Con qualcosa nello stomaco posso fare altri assaggi, Ghio, La Raia, La Zerba, Biné, Morgassi Superiore, La Bollina, tutti bei Gavi. Scusatemi se non descrivo ognuno di questi ma posso dirvi che erano tutti di qualità e vi invito a scoprirli. In generale, a caratterizzare il Gavi sono i fiori bianchi e i frutti freschi, con mineralità e morbidezze più o meno accentuate a seconda dei comuni di provenienza, si esprimono in modo raffinato, elegante. Mi verrebbe da dire che sono aristocratici, d’élite, per la complessità che alcuni di loro sanno esprimere, ma sarebbe sbagliato, credo possano essere invece considerati degli ottimi vini anche per il consumo quotidiano, ad accompaganre carni bianche e formaggi di media stagionatura, o per un aperitivo ricco di sapori.

Mi godo rilassato questi vini con il tasso alcolico che inizia a farsi sentire, la serata è ormai in conclusione, c’è giusto il tempo per non farsi scappare Le Terre di Stefano Massone, La Giustiniana e Villa Sparina, che dire, il Gavi è un gran bianco e tutte le etichette provate hanno saputo esprimersi in modo diverso lasciandomi un bel ricordo. Non voglio esagerare quindi concludo la serata e mi avvio felice alla fermata del tram, sono le 21.30, tanti giovani in giro, la serata è appena iniziata, magari andranno a bersi un Moscow Mule o un Mojito, vorrei dirgli di lasciar perdere i cocktail e passare a un buon vino, un Gavi ad esempio.

Grazie al Consorzio di Tutela per l’invito e ai produttori di Gavi per avermi dato la possibilità di assaggiare i loro vini.

Luca Gonzato

I migliori degustatori del pianeta si ritrovano al Bicerìn di Milano

Tommaso, Luca e Roberto

Non è vero che sono i migliori degustatori, il resto sì.

“È un posto superfigo per i vini”, così Giovanna aveva lanciato la proposta di location per una degustazione tra amici, in effetti il Bicerìn (bicchierino in milanese) è proprio così. Una “libreria di vini” ben selezionati e ordinati sugli scaffali, comodi divanetti dove ‘leggersi’ un vino in tranquillità, luci soffuse e personale premuroso, sia nel servizio che nel consigliare i vini. Siamo nel centro di Milano, in via Panfilo Castaldi 24, a due passi da Corso Buenos Aires. Il posto è ben frequentato, anche da Vip, proprio ieri sera è comparsa nel locale la bella e simpatica Victoria Cabello. I prezzi direi che sono leggermente sopra la media, dipende comunque da cosa decidi di bere, e noi non ci siamo dati limiti, forse sui taglieri mi aspettavo qualcosa in più o in meno sul costo, comunque sono dettagli, di fatto quando vado in un locale la cosa che mi importa di più è sentirmi bene, a mio agio, essere in compagnia e divertirmi, poi l’aspetto economico lo guardo alla fine mettendolo in relazione all’esperienza vissuta, del tipo ‘ne valeva la pena aver speso X per questa serata?’, Sì. Siamo in tre, a farmi compagnia ci sono Roberto e Tommaso, mentre Giovanna ci segue su WhatsApp, direttamente con il termometro in mano, ma non per darci consigli sulle temperature quanto per misurarsi la febbre che le ha imposto di rinunciare all’uscita.

Cosa possono mai degustare tre amici appassionati di vino sempre alla ricerca di qualcosa che li stupisca?, ovvio, si inizia con uno Champagne, lo Yann Alexandre Grand Reserve Brut, della Montagna di Reims, 40%Pn, 40%Ch, 20%Pn e ben 72 mesi sui lieviti. Un inizio spettacolare direi, ci lanciamo nel riconoscimento degli aromi, è bello degustare in compagnia, si riescono a cogliere impressioni che ti aiutano a capire meglio il vino e sono soddisfazioni se le impressioni che suggerisci sono riconosciute anche dagli altri. Questo Champagne ha grande carattere, bella acidità, fiori e frutti freschi, agrumi, mandarino, mela, complessità e persistenza. Un calice, due, tre, si potrebbe andare avanti tutta la serata tanto è buono. Si parla di Ais, Onav, Fisar, Alma, Aspi, tante sigle e differenti approcci, pro e contro di queste associazioni impegnate nella formazione di appassionati e professionisti. Ma noi siamo già assaggiatori, la nostra missione di oggi è andare oltre lo Champagne, torniamo in Italia, all’assaggio di un vino che al di fuori dell’ambito regionale di provenienza è poco conosciuto, l’Albana, quella di Francesconi Paolo, zona di Faenza, viticoltura biologica e macerazione sulle bucce, avvertiamo note eteree di cipria e smalto ma in bocca è più sul frutto giallo maturo con note di fieno, bel vino.

Alziamo l’asticella e passiamo a qualcosa di più corposo, il Rosso R.L. di Nino Barraco di Marsala in Sicilia, uve da vitigno autoctono Orisi, ha un forte impatto al naso, l’aggettivo giusto potrebbe essere ‘selvaggio’, profumi di cuoio, salamoia, acciughe, addirittura olive, non mancano i frutti rossi, è stranissimo, in bocca è di corpo, persistente con sapidità evidente. Saremmo anche a posto, le chiacchiere si sono ormai spostate dal vino alla situazione politica in Italia, ci propongono il  Nebbiolo Gattinara di Travaglini, come fai a dire di no dopo che ti hanno messo davanti la particolare bottiglia brevettata nel formato Magnum?. È un Nebbiolo avvolgente, con tannini levigati, robusto, con tutte le componenti ben equilibrate, l’annata è di quelle top, la 2010, non serve dire altro, Travaglini fa vini indiscutibilmente buoni. Unica nota negativa della serata è che Tommaso, approfittando dei fumi alcolici che amplificavano la chiacchiera, mia e di Roberto, sì è fatto da solo un assaggio furtivo di un Ghemme Riserva de La Torretta, zitto zitto, senza commentare, ma bastava il suo sorriso per capire che si era bevuto qualcosa di buono (b.do!). Ormai la serata è al termine, domani si lavora, il Bicerìn è stato più di uno e si è passata una bella serata in questo locale di grande personalità. Ultimo impegno, rimettere mano all’agenda e programmare nuova uscita, il vino ci aspetta!

Luca Gonzato