Il vino del parroco

Barbaresco 2003, Cantina Parroco di Neive, Cru Gallina.

Piemonte, Langhe, Nebbiolo 100%. La Cantina è l’Azienda San Michele, fondata nel 1973 dall’arciprete don Giuseppe Cogno parroco di Neive, insieme ad altri 3 viticoltori. Stappo con cautela questa bottiglia con oltre 15 anni di vita, ho sempre il timore di difetti dovuti al tappo o alla cattiva conservazione. Il tappo è integro e non presenta profumi anomali, ho aperto la bottiglia una mezz’ora prima di metterla in tavola. Colore rosso granato, aranciato nell’unghia, discretamente luminoso, come il sole di questa domenica invernale, il massimo che ci si possa aspettare da un vino di questa età.  Il profumo è fine ed elegante, di viola, con sentori dolci di caramello, se lo si sveglia dal torpore, roteandolo nel calice, sprigiona quelle note tipiche che mi aspettavo da un Barbaresco del Cru Gallina di Neive, cioè sottobosco, humus, qualcosa di selvaggio, potenza.

L’ingresso è fresco ed elegante, si impongono gli aromi di frutti rossi macerati, prosegue con note dolciastre di legno, vaniglia. Morbido, concentrato, caldo (14,5% Vol.), con tannini ben presenti seppur integrati, stringe l’interno delle labbra sui denti. È perfetto ad accompagnare l’ossobuco alla milanese, untuoso e grasso. Il finale regala sensazioni dolci di cioccolato e note balsamiche. Persistente nei toni dolci, rotondo ed opulento, quasi da meditazione. Dalle cronache delle Langhe, l’annata 2003 risulta essere stata molto calda, con i grappoli più esposti scottati dal sole. Si percepisce una notevole concentrazione di aromi in questo vino, in qualche modo ricorda alcuni rossi da uve passite. Un Barbaresco ottimo ed in splendida forma, gran domenica insieme.

Luca Gonzato

Il Barbaresco e i suoi Cru

Se per le feste pensate ad un rosso, con il Barbaresco andate sul sicuro. È uno dei migliori vini italiani, uno di quelli che ci invidiano nel mondo, ottenuto da sole uve di Nebbiolo, vitigno autoctono italiano che riesce a dare il meglio di sé in pochissimi posti. Il territorio delle Langhe Piemontesi è appunto il suo regno per eccellenza. Barbaresco, Barolo, Roero, Ghemme, Gattinara, Valtellina Superiore o Sfursat sono le declinazioni più conosciute dei vini da uve di Nebbiolo.

Il Barbaresco è una DOCG che nel suo disciplinare di produzione prevede un minimo di 26 mesi di affinamento di cui 9 in legno prima di essere messo in commercio. Se poi in etichetta ci trovate scritto ‘Riserva’ allora l’affinamento minimo è stato di 50 mesi, di cui 9 in legno. Consiglio comunque di visitare il sito web del produttore per sapere esattamente quanto affinamento ha fatto in legno o semplicemente per sapere di più sull’origine del vino che state per bere. In base all’annata potete anche farvi un’idea sul gusto, ad esempio la 2015, messa in commercio quest’anno (ed in generale l’annata più recente), ha delle note fruttate più fresche e fragranti rispetto ad un 2013 e ancor di più rispetto ad un 2010 che risulterà più ‘rotondo’ con sentori di affinamento evoluti e tannini più integrati e vellutati (tannini = sensazione allappante di astringenza). Più si va indietro e più il vino cambia, è una materia viva che, nel caso del Barbaresco, può avere un’evoluzione di numerosi anni e offrirsi con caratteristiche gusto-olfattive molto diverse nel tempo. Per questo si possono trovare dei Barbaresco meravigliosi con oltre un decennio di invecchiamento. Non fatevi ingannare dal colore tenue, è una caratteristica dei vini da Nebbiolo, non significa ‘minor qualcosa’. A parte l’annata, sull’etichetta potete trovare il nome del Cru di provenienza. Da noi si chiamano MGA, menzioni geografiche aggiuntive, ma io preferisco usare il termine francese Cru. Indica una parte specifica di un territorio, può essere una vigna, oppure una collina o un paese. Nella denominazione Barbaresco i Cru sono 69, suddivisi in 4 Comuni, Barbaresco, Neive, Treiso e la frazione San Rocco Seno d’Elvio di Alba. Il meno esperto potrà obiettare ‘si vabbé, che differenza c’è se poi l’uva è la stessa e anche le zone non sono così distanti tra loro?’, ed invece le differenze sono enormi, dovute al suolo, all’esposizione, al tipo di gestione della vigna e alle pratiche di cantina. Provate a segnarvi le sensazioni rilevanti di un Barbaresco che assaggiate, ad esempio una prevalenza di frutti neri come la mora oppure la prugna, il floreale di viola o le note di terra e sottobosco, oppure i profumi dovuti al legno come la vaniglia o la liquirizia. Confrontateli poi con un altro Barbaresco, verificate la provenienza, il Cru, se ci sono caratteri comuni o se invece è completamente diverso. Capisco che possa sembrare un esercizio da ‘malati’ quando invece ci si potrebbe godere il vino semplicemente chiacchierando, ma per me e gli amici appassionati è estremamente appagante rilevare queste differenze, poi comunque, se avete speso oltre 30 euro per una bottiglia potrebbe venirvi la curiosità di sapere qualcosa in più sul perché vi piace così tanto e magari questo post e l’infografica vi torneranno utili. 

I Cru del Barbaresco DOCG

Comune di Barbaresco: Asili, Ca’ Grossa, Cars, Cavanna, Cole, Faset, Martinenga, Montaribaldi, Montefico, Montestefano, Muncagöta, Ovello, Pajè, Pora, Rabajà, Rabajà Bas, Rio Sordo, Roccalini, Roncaglie, Roncagliette, Ronchi, Secondine, Tre Stelle, Trifolera, Vicenziana.

Comune di Neive: Albesani, Balluri, Basarin, Bordini, Bricco di Neive, Bric Micca, Canova, Cottà, Currà, Fausoni, Gaia Principe, Gallina, Marcorino, Rivetti, San Cristoforo, San Giuliano, Serraboella, Serracapelli, Serragrilli, Starderi.

Comune di Treiso: Ausario, Bernadot, Bricco di Treiso, Casot, Castellizzano, Ferrere, Garassino, Giacone, Giacosa, Manzola, Marcarini, Meruzzano, Montersino, Nervo, Pajoré, Rizzi, Rombone, San Stunet, Valeirano, Vallegrande.

Comune di Alba, frazione San Rocco Seno d’Elvio: Meruzzano, Montersino, Rizzi, Rocche Massalupo.

I miei Cru preferiti sono Gallina di Neive e Asili di Barbaresco, due Cru che ‘marcano’ i vini in modo molto diverso, se fossero due rock band direi Nirvana e U2, i vini del primo sono potenti, ‘grunge’, vanno dritti al cuore, i secondi sono più eleganti e capaci di avvolgerti in un sound armonico di lunga durata. Sento una vocina che mi sussurra ‘scrivi troppo’, concludo dicendo che in questo periodo di regali natalizi, il Barbaresco è una buona idea per chi apprezza il vino, io perlomeno sarei felice di riceverlo, ogni annata e ogni cru determinano un vino diverso, sempre da scoprire.

Luca Gonzato

Fonte infografica, Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani.

Piacere Barbaresco 2018

Manifestazione alla 12^ edizione che vede nel banco d’assaggio, con oltre 100 cantine, il suo punto di forza. In degustazione c’era prevalentemente l’ultima annata commercializzata, la 2015. Un’annata che a giudicare dagli assaggi definirei eccellente. Domina un frutto ‘ricco’, gran corpo e potenza. Erano presenti anche diversi 2014 dove il corpo era meno possente e a prevalere era la finezza (annata più piovosa). 

Delle tante menzioni esposte mi sono appassionato ad un Cru in particolare, di Neive, il Gallina. Così unico e allo stesso tempo riconoscibile, per profumi e struttura, negli ottimi Barbaresco di Castello di Neive e di Prinsi. Frutti rossi ma anche note speziate e terrose, robusti e di lunga persistenza. Molto belli già così ma con un grande margine di miglioramento nei prossimi anni.  

Della zona di Treiso ho apprezzato la menzione Vallegrande di Cá del Baio, gran bella produzione da questa cantina che con l’Asili di Barbaresco raggiunge l’eccellenza. Rimanendo in tema, sono stato folgorato dal Faset (menzione di Barbaresco) di Michele Chiarlo, semplicemente maestoso ed unico. Poi il Basarin (Neive) riserva 2013 di Punset, pieno, rotondo, equilibrato con bel frutto finale. Che dire poi delle Tenute Marchesi di Gresy con il Martinenga 2015 e il Gaiun 2014, memorabili. Cito poi Fletcher, (australiano) con il suo Barbaresco tradizionale e Pelissero con il Nubiola 2015 bello e ‘forzuto’.

Devo dire che in piu di 20 assaggi solo due Barbareschi non mi sono piaciuti, ed erano entrambi della stessa cantina che per rispetto non cito. A tutti vanno i miei complimenti. Mi dispiace che a questi eventi, che danno luce a Barbaresco, non partecipino tutti i produttori. Avrei voluto vedere la presenza di Gaja e poter assaggiare anche solo una goccia del loro super Barbaresco per poter capire perchè è così rinomato e costoso (450€). Di certo non posso permettermi l’acquisto e conto proprio su questi eventi per poter assaggiare vini altrimenti irraggiungibili. Uscendo poi dal palazzo comunale dove si è svolta la manifestazione, sono passato davanti al cancello di Gaja, sbarrato, peccato mi sarei accontentato di un’occhiata alla Cantina e di due parole…

Questa manifestazione mi piace molto, partecipando di sabato non l’ho trovata affollata e con calma, senza spintoni, ho potuto assaggiare tutti i Barbaresco che volevo anche se non tutti i 107 presenti. Molto apprezzato anche il libercolo consegnatomi all’ingresso insieme al prezziario dei vini esposti, mi ha semplificato la scelta finale d’acquisto e dato la possibilità di prendere qualche appunto. Un salto all’enoteca regionale posta all’interno di una ex chiesa (perfetta location per tutti gli appassionati di Nebbiolo che si avvicinano ad ogni calice con grande devozione), dalla quale sono uscito con un cartone da sei bottiglie che ho infilato perfettamente in una delle borse laterali della mia Yamaha Teneré 660, poi via, felice, a velocità ridotta, ammirando gli ultimi grappoli di Nebbiolo non ancora raccolti. 

È stato un piacere.

Luca Gonzato