Bianco Schiopetto, Nero Venere

Venezia Giulia Bianco IGT Mario Schiopetto 2011

Finalmente sabato e finalmente il sole su Milano, così avevo iniziato a scrivere, poteva essere il pretesto per parlare di questo vino così luminoso… ma, ricomincio. È quasi l’ora di cena, c’è il tempo per un aperitivo e così mentre i bambini preparano patatine e coca-cola io stappo lo Schiopetto. È giallo paglierino, cristallino, perfettamente limpido, consistente nel bicchiere con archetti che scendono lentamente sul bicchiere, profumi invitanti di fiori bianchi e frutti, in bocca è complesso, ti trasmette frutti freschi, mela, banana, agrumi, secco e morbido, burroso, caldo e persistente, con una piacevole nota di mandorla finale, c’è altro, che però non saprei come descrivere se non come una sensazione appagante di armonia di sapori. Questo vino rappresenta la filosofia “Schiopetto”, ci trovo grande eleganza e raffinatezza, mineralità, sapidità equilibrata, con un bel ricordo del passaggio in legno che ha fuso insieme le caratteristiche di Chardonnay e Friulano (ex Tocai). Ok le patatine ma qui ci vuole un piatto degno di questo vino, chiedo a ‘my wife’ quando si cena, lei aspetta me, dice che sono più bravo io a cucinare, grrrr, preferirei stare qui a sorseggiarmi il vino con la città che abbassa il volume e il sole che cala. Riso venere con gamberi e zucchine è il piatto da preparare. I figli (10 e 8 anni) stanno litigando per banalità, faccio finta di niente, un altro assaggio poi mi metterò ai fornelli. Che buono, non dovrei dirlo, è un giudizio banale, soggettivo, andrebbe motivato in modo più tecnico… acidi e gliceridi a braccetto, aromi intensi di frutti maturi al punto giusto, lungo, avvolgente. Capriva del Friuli, nel mezzo del Collio, i terreni di ‘ponca’ (marna friulana di calcare e argilla), Mario Schiopetto, il pionere del Collio che diede vita al vino bianco friulano moderno, vinificazione in acciaio e passaggio in legno. Un aneddoto (come direbbe Francesco Renga a The Voice), ad un banco di degustazione di qualche anno fa, concentrai i miei assaggi sui banchi del Friuli, già amavo il ‘friulano’ e malgrado fossero tutti ottimi nei diversi banchi, quando assaggiai il friulano di Schiopetto, nella tipica bottiglia renana ad etichetta gialla, ne rimasi affascinato, perchè tra tutti si era mostrato, a mio giudizio, ad un livello superiore per complessità e capacità di trasmettere gli aromi in modo così intenso ed elegante. Il passo successivo fu quello di decidere che in cantina avrei sempre dovuto avere uno Schiopetto da offrire agli amici. On line, a parte il Friulano, comprai anche questo bianco IGT, blend di Friulano e Chardonnay 50/50, annata 2011. Sono passati sette anni per questo vino, lo trovo maturo al punto giusto ma non ho dubbi che potrebbe rimanere tranquillamente ancora qualche anno in bottiglia e mostrarsi poi con un’altra “faccia” altrettanto interessante. Eccola…si arrivo! (devo cucinare).

L’impiattamento è casalingo e forse neanche tanto bello da vedere, il sapore però è buono e strutturato. La cena è terminata come la bottiglia, abbinamento direi armonico, il riso venere mi sembra più saporito rispetto al riso bianco generico, i gamberi gli danno una bella sferzata aromatica e la tendenza dolce, zucchine anche loro con tendenza dolce, anche se poche (altrimenti i pargoli non lo avrebbero mangiato), acidità e sapidità del vino si sposano perfettamente per contrapposizione. Poi però, dato che non era una cena preparata per due portate, e la mia fame (come la sete), ha limiti sopra la media, sono passato ai salumi affettati, il prosciutto di San Daniele, che diciamocelo è la ‘morte sua’ con questo Schiopetto.

Se non lo avete già fatto, provate un vino di questa cantina, ne vale la pena, ve lo assicuro.

Luca Gonzato 

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Vitalba, Albana in anfora, Tre Monti

Romagna DOCG Albana secco

Prima di aprire la bottiglia ho scelto il calice, sarebbe da Champagne ma poco importa, mi piace questa forma, volevo guardarlo bene e tenerlo stretto su un calice più piccolo rispetto a quelli da degustazione, poi è bello vederlo ergersi al fianco della bottiglia come un trofeo. Guarda che bel colore, e i profumi ragazzi, un’arcobaleno di frutti freschi, ananas, agrumi, pesca, note di erbe aromatiche. In bocca è completo, grande freschezza, mineralità e sapidità controbilanciate da una morbidezza vellutata, ancora frutti gialli, una nota di miele, continua lungo e persistente con una sensazione morbida in bocca e il ricordo di frutta fresca. È complesso, caldo, con un grado alcolico di 14,5° che trasporta gli aromi come frutti da masticare, che bello. A tavola ci sono orate al sale con patate al forno, vino e cibo si esaltano vicendevolmente, la grassezza dell’orata e la tendenza dolce delle patate si abbinano perfettamente con l’acidità del vino e il fruttato aggiunge una bella nota al sapore del pesce. Che domenica! mancherebbe solo Valentino che vince il Gran premio d’Argentina questa sera. Tra l’altro siamo dalle sue parti, l’Azienda Tre Monti è a Forlì. I vigneti sono a 100-150 m/slm, su terreni con prevalenza di argilla, limo e sabbie. Il mare è vicino e lo puoi sentire anche nel vino. Fermentato in anfore georgiane da 470 litri, regime biologico, fermentazione naturale da lieviti autoctoni e nessun controllo della temperatura. Gran vino questa Albana dell’Azienda Tre Monti, di quelli che bisognerebbe stappare appena incroci il solito talebano che ti dice ‘ah io bevo solo vino rosso’ come se i bianchi fossero vini di secondo livello. Non è proprio così e questa Albana come centinaia di altri ‘bianchi’ lo dimostrano. Lo avevo assaggiato l’anno scorso durante la presentazione della guida Vitae di Ais in cui aveva preso il massimo punteggio, quattro viti. Mi aveva colpito per la complessità e l’armonia aromatica tanto che me lo segnai subito come vino da avere in cantina. Oggi l’ho felicemente riprovato con l’annata 2016 e non posso che confermare le belle sensazioni e la qualità di questo vino che consiglio di assaggiare. Wine Enthusiast lo pone tra i 100 migliori vini al mondo. Il prezzo è sui 18 euro. Il pranzo è finito da un pezzo e anche la bottiglia è ormai finita, un pensiero mi assilla, se Valentino vince con cosa festeggio?
Luca Gonzato
 
Note: L’Albana di Romagna è stato il primo vino bianco italiano ad ottenere la DOCG nel 1987.
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Un bel “Titolo”

Aglianico del Vulture, Titolo 2015, Elena Fucci

Titolo, mi ricorda quella ‘mancanza’ che da grafico editoriale scrivevo sull’impaginato e che poi il redattore avrebbe sostituito, invece il riferimento è alla contrada in cui si trovano i vigneti e gli uliveti della Cantina di Elena Fucci. Siamo ai piedi del monte Vulture, un vulcano spento che ha lasciato nel suolo stratificazioni di lava e ceneri insieme ad argille sedimentate, nel comune di Barile (PZ), in Basilicata. Le vigne sono sui 600 m/slm. Avevo scelto di acquistare questo vino perchè cercavo un Aglianico del Vulture Doc che sapesse esprimermi le caratteristiche del vitigno e del ‘terroir’ in modo chiaro, poi c’è il fatto che nelle guide, questa marca ha punteggi di eccellenza e voglio capire perchè. La cosa interessante di questa Cantina è che ha scelto di concentrare il proprio lavoro su di un unico vino, che è poi quello più rappresentativo della regione, l’Aglianico. Cosa mi aspetto?, sapidità, acidità, mineralità, consistenza e un buon grado alcolico. Vediamo se è così. L’annata è la 2015 (nel retro etichetta viene declamata come un’ottima annata), il vino affina 12 mesi in barriques nuove e un altro anno in bottiglia. È di un bel rosso rubino con riflessi granato, concentrato e cristallino. I profumi mi indicano, spezie, tostatura, erbe mediche, è particolare, invitante. Al gusto sento questa bella sapidità/mineralità che si integra con aromi di frutta rossa fresca, con note speziate dal mentolato al cacao, con un finale di liquirizia. I tannini sono ben presenti e lo rendono pronto per sposarsi felicemente con piatti ricchi di grassezza e succulenza. È di corpo e caldo (14° Vol.), snello e lungo nella persistenza. Raffinato ed elegante, si esprime con un carattere limpido e deciso. Guardo la foto di Elena Fucci sul sito (che tra l’altro è una gran bella donna) e mi domando se anche lei ha questo carattere, penso di sì, in fondo è lei che lo ha voluto così. E noi consumatori non possiamo che ringraziarla per questo magnifico nettare. 

Luca Gonzato

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Pasqua con il Cesanese del Piglio

Cesanese del Piglio DOCG, Romanico 2014, Coletti Conti

È quasi Pasqua, si celebra la passione di Cristo, sangue, resurrezione… non voglio essere blasfemo, ma più che alla sofferenza penso ai giorni di vacanza. Con quale vino festeggiarli?, non può che essere un ‘rosso’ mi dico. Per convincermi che questo Romanico sia il vino giusto ho trovato due motivazioni, la prima è che proviene dalla regione simbolo del cattolicesimo, il Lazio; la seconda è che gli attuali proprietari della Cantina produttrice discendono dalla famiglia Conti, che annovera nelle sue discendenze ben quattro papi. Ce ne sarebbe una terza, che potrebbe invogliare qualcuno a stapparne una bottiglia proprio nel giorno di Pasqua, ed è l’abbinamento con le carni d’Agnello, sarebbe perfetto, così come con altre pietanze a base di carne o primi molto strutturati. No dai, lasciate perdere gli agnellini che mi viene l’angoscia a suggerire di metterli nel piatto. Lo assaggio da solo, poi a cena mi inventerò qualcosa che possa starci bene vicino. Cinghiale ad esempio, questo si può o indigna anche lui?. Mi sto allontanando dall’argomento rischiando di far arrabbiare chi per scelta non mangia carni, torniamo al vino. Il Romanico, già il nome ci porta nella zona d’origine, prodotto con uve Cesanese di Affile 100%, coltivate nelle colline del Frusinate e più precisamente nella zona di Anagni su suoli di origine vulcanica, ad un’altezza di circa 230 m/slm. Il Cesanese di Affile è un vitigno storico che però risulta poco conosciuto se non a chi mastica vino. Lo troviamo nella DOCG Cesanese del Piglio, il vino rosso simbolo di questa regione, considerato il Pinot Noir del Lazio. Una vera perla nel panorama vinicolo italiano che attraverso la versione di Coletti Conti ci mostra al meglio le proprie caratteristiche aromatiche e strutturali. All’olfatto si presenta con una bella nota balsamica, quasi mentolata e di spezie, liquirizia, più lo ruoto nel calice e più sprigiona sentori diversi, dai frutti rossi alla viola, a note eleganti e sottili di legno. In bocca dimostra una grande struttura, si esaltano i frutti rossi, ciliegia ma anche vaniglia, di nuovo queste bellissime sensazioni di erbe profumate, timo, lavanda. È morbido, vellutato e solo alla fine ne percepisci la grande componente tannica che sembra dirti ‘dai dammi qualcosa da mangiare che ti faccio vedere io’, (fatto). È lungo, caldo (15% Vol. Alcol), con un bel finale balsamico, abbastanza sapido, molto persistente, sono passati 20 secondi dalla deglutizione ed è ancora qui. A ragione questo vino ha ricevuto numerosi premi. Anche secondo me merita almeno 90 punti per l’armonia che dimostra. Si può trovare al costo di circa 26,00€. Lo inserisco nella mia selezione dei preferiti e a voi che leggete non mi resta che auguravi una serena Pasqua e un calice di Romanico davanti al piatto, qualunque esso sia.

Luca Gonzato

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Gavi, il grande bianco Piemontese

Evento “Tutto il Gavi a Milano” per festeggiare i vent’anni della DOCG

Serata all’insegna del Gavi nello storico Palazzo Giureconsulti, nel cuore di Milano. Location prestigiosa per un vino prestigioso quale è il Gavi. È stata presentata l’etichetta del Consorzio per l’annata 2017, disegnata da Serena Viola, mi piace perchè oltre a rappresentare l’incontro tra mare e terra, come fossero due mani incrociate, trasmette attraverso i colori e gli spazi bianchi un’idea di freschezza che è poi la caratteristica principale di questo vino.

La presentazione spazia dal territorio ai progetti di valorizzazione della zona, mi è piaciuto sentire dall’Agronomo del Consorzio come in questo territorio Alessandrino, con suoli simili a quelle delle Langhe, si sia fatta la scelta di dare rilevanza alla coltivazione del Cortese anziché a uve a bacca rossa.

Qualche informazione generale: il Gavi o Cortese di Gavi DOCG, è la denominazione che coinvolge 11 comuni nella provincia di Alessandria. Il vitigno è l’autoctono Cortese, coltivato in 1500 ettari su suoli definiti in tre fasce: di terre rosse a nord, ricche di residui ferrosi e di ghiaie miste ad argilla e depositi alluvionali. Nella fascia centrale, Serravalle, Gavi, San Cristoforo si alternano marne e arenarie. La fascia meridionale è caratterizzata da marne argillose bianche di origine marina con numerosi fossili e stratificazioni (marne Serravalliane), terreni particolarmente adatti ad esaltare le qualità dell’uva Cortese. Il disciplinare di produzione prevede la possibilità di realizzare vini di tipo, Tranquillo, Frizzante, Spumante, Riserva e Riserva Spumante metodo classico. Sono circa 80 i produttori e oltre 13.000.000 le bottiglie prodotte ogni anno, di cui più dell’80% viene destinato all’esportazione.

Terminata la presentazione ci siamo spostati nella sala di degustazione da cui si poteva accedere alla bella terrazza con vista sul Duomo e sorseggiarsi il proprio calice sentendo il brusio delle persone che poco più sotto passeggiavano in via Dante, bella atmosfera, conviviale, dove produttori, giornalisti e operatori del settore si scambiavano opinioni tra l’assaggio di un Gavi e l’altro. Ad accompagnare i vini c’erano anche dei magnifici stuzzichini con prodotti della zona, robiola, castelmagno, focaccia, farinata…

All’ingresso in sala tutti si sono fiondati sul primo banco, quello degli spumanti a metodo classico da uva Cortese, io che per natura odio la ressa ho optato per andare subito al sodo assaggiando il Gavi La Meirana 2017 di Broglia, azienda con i vigneti più antichi di Gavi, dal 972. Wow, potrei bere solo questo ed andare a casa felice, fiori bianchi e frutti freschi, ananas, lungo, persistente, con un bel finale ammandorlato. Assaggio poi (a ressa finita), lo spumante La Mesma ma è un errore farlo adesso dopo il Broglia, sento che è un buon prodotto ma non sono in grado di apprezzarlo fino in fondo, meglio tornare ai secchi. Castello di Tassarolo, Alborina 2016, ottimo anche questo, di corpo, intenso con una bella nota di mandorla dolce e sentori terziari.

Adesso voglio provare La Caplana, bella etichetta dove spicca una figura femminile disegnata con lo stile di Modigliani, questo vino mi piace davvero tanto, ha un carattere vivace di frutti freschissimi, armonico con un bel finale che rimane sul floreale e fruttato, è come una giovane ragazza sbarazzina che irrompe in una cena di gala tra nobili incipriate, crea scompiglio e si fa notare per la sua esuberanza, ne vorrei un’altro calice ma mi trattengo, lo metto però tra i preferiti per i prossimi acquisti, provo anche l’altro, il Villa Vecchia, beh che dire, questa cantina ha vinto il mio premio fedeltà. Pur rimanendo su sentori di fiori e frutti freschi c’è una bella nota agrumata, mineralità e persistenza. Passo a Il Poggio di Gavi etichetta nera, è di corpo, complesso con sentori che rimandano a frutti maturi, mineralità che va a braccetto con una morbidezza dai sentori dolci, mielati, ottimo anche questo.

Meglio mangiare qualcosa, una scaglia di Castelmagno e una tartina robiola e prosciutto crudo, che bontà, guardo le persone sorridenti e rilassate, il vino inizia a fare il suo effetto, c’è la foto di gruppo dei produttori con il presidente del Consorzio Maurizio Montobbio, bello vederli qui, credo sia una soddisfazione anche per loro. Mi sarebbe piaciuto conoscerli di fronte ai loro vini e potermi complimentare ma va bene così, i sommelier Ais di Alessandria li hanno sostituiti egregiamente, preparati nel dare informazioni e gentili nel servizio, bravi davvero.

Con qualcosa nello stomaco posso fare altri assaggi, Ghio, La Raia, La Zerba, Biné, Morgassi Superiore, La Bollina, tutti bei Gavi. Scusatemi se non descrivo ognuno di questi ma posso dirvi che erano tutti di qualità e vi invito a scoprirli. In generale, a caratterizzare il Gavi sono i fiori bianchi e i frutti freschi, con mineralità e morbidezze più o meno accentuate a seconda dei comuni di provenienza, si esprimono in modo raffinato, elegante. Mi verrebbe da dire che sono aristocratici, d’élite, per la complessità che alcuni di loro sanno esprimere, ma sarebbe sbagliato, credo possano essere invece considerati degli ottimi vini anche per il consumo quotidiano, ad accompaganre carni bianche e formaggi di media stagionatura, o per un aperitivo ricco di sapori.

Mi godo rilassato questi vini con il tasso alcolico che inizia a farsi sentire, la serata è ormai in conclusione, c’è giusto il tempo per non farsi scappare Le Terre di Stefano Massone, La Giustiniana e Villa Sparina, che dire, il Gavi è un gran bianco e tutte le etichette provate hanno saputo esprimersi in modo diverso lasciandomi un bel ricordo. Non voglio esagerare quindi concludo la serata e mi avvio felice alla fermata del tram, sono le 21.30, tanti giovani in giro, la serata è appena iniziata, magari andranno a bersi un Moscow Mule o un Mojito, vorrei dirgli di lasciar perdere i cocktail e passare a un buon vino, un Gavi ad esempio.

Grazie al Consorzio di Tutela per l’invito e ai produttori di Gavi per avermi dato la possibilità di assaggiare i loro vini.

Luca Gonzato

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Alsazia, biodinamica e mineralità

Domaine Zind-Humbrecht

Siamo in prima fila questa sera, io e gli amici assaggiatori di Onav, l’argomento merita il massimo dell’attenzione, “vini d’Alsazia e mineralità”, a presentarlo, come sempre accade, quando l’argomento è di un certo ‘peso’, è Vito Intini, carico e di buon umore come al solito, pronto ad instillarci una buona dose di vino che arricchirà le nostre conoscenze enoiche. L’introduzione è il territorio, bla bla bla, ‘scherzo’, per avere un quadro completo di un vino devi sapere tutto quello che lo riguarda.

Partiamo dall’Alsazia, regione francese che occupa una striscia di terra tra  la catena montuosa dei Vosgi e il fiume Reno, nel nord est della Francia al confine con Germania e Svizzera, Basilea è a pochi chilometri, ci starebbe una gita da Milano. A me vengono in mente le case colorate barrate di legno di Strasburgo, se ci sei stato anche tu, fai che scendi giù fino a Colmar e Mulhouse. Questa è la zona dei vini, dove la coltivazione è collinare, tra i 200 e i 400 m/slm. Il clima è continentale con autunni secchi e soleggiati. Le acque del Reno e soprattuto i monti Vosgi proteggono le vigne dalle correnti fredde provenienti dall’Oceano Atlantico. La caratteristica più importante di questa zona è la composizione dei terreni in cui si trovano le vigne, granito, calcare, argilla, ardesia, gesso, marne con presenza di fossili e rocce vulcaniche. Minerali che poi daranno la tipica impronta di mineralità nei vini Alsaziani. I minerali non hanno odore, ma attraverso la loro disgregazione in polveri e ceneri, rilasciano nutrimento per le radici della vite, che a sua volta, attraverso la linfa, ingloba queste molecole negli acini e nel vino che verrà. La mineralità si esprime in sensazioni tattili di pungenza e polverosità. Al gusto trasmette una spiccata sapidità e una acidità ad alto valore di Ph che favorisce la salivazione (e la beva). Per avere il profilo completo che caratterizza i vini Alsaziani dobbiamo aggiungere i vitigni utilizzati, i più rappresentativi sono: l’aromatico Gewurtztraminer, il Riesling (che ritroviamo allo stesso livello di eccellenza dall’altra parte del Reno), il Pinot grigio con la sua selezione di ‘grani nobili’, cioè solo i chicchi migliori colpiti dall’azione della muffa nobile, il Moscato alsaziano e il moscato Ottonel. L’ultimo tassello ed il più importante, nel trasmettere l’impronta minerale nei vini, è la tipologia di viticoltura, che nel caso del Domaine Zind-Humbrecht si svolge in biodinamica, detto in sintesi, esclude ogni utilizzo di concimi chimici e diserbanti, preserva le uve e non va a modificarne le caratteristiche con l’utilizzo di lieviti selezionati (se non quelli presenti nella cantina stessa).

Ecco come Monsieur Olivier Humbrecht sintetizza il concetto di biodinamica e mineralità:  “La percezione della mineralità del vino può essere la manifestazione intima della profondità di un terroir e della sua capacità di firmare un vino in un modo unico. Contrariamente alla ricchezza di carbonio, non può essere falsificata o modificata artificialmente. Solo un grande rispetto del suolo, della vite e di una vinificazione non interventista garantirà una presenza di sali e ceneri significativi nel vino. La mineralità distinguerà un prodotto tecnologico da un vino di terroir. Riconoscere una vera mineralità può essere un esercizio difficile, perché non va scambiata per aromi di riduzione, eccesso di solforosa, acidità vegetale o semplicemente per potenza aromatica. La mineralità si gusterà in bocca, riconoscendo l’espressione di salinità e la potenza della salivazione”. 

Due righe sull’Azienda prima di passare alla degustazione; l’attività di “Vigneron“ della famiglia Umbrecht inizia nel 1620 e continua fino al 1959 anno in cui attraverso l’unione con l’attività della famiglia Zend viene creato il Domaine Zend-Humbrecht che ad oggi ha complessivamente 40 ettari di vigne. Nel 1997 iniziano ad applicare la biodinamica in vigna. I vini da loro prodotti sono super premiati nelle guide di settore, dove raggiungono punteggi superiori ai 90 punti. Si possono trovare anche online dai 30€ in su.

La degustazione dei 6 Vins d’Alsace Zind-Humbrecht

Muscat Goldert, Grand cru, 2011 (ind. 1 – grado zuccherino corrispondente a secco)

  • 13° Vol Alcol
  • Acidità 4.9 g/l- Ph 3.2
  • 80% Muscat Petit Grain, 20% Muscat Ottonel
  • Terreno calcareo con vene di materiale ferroso

Floreale, elegante, minerale, nota agrumata, frutti tropicali, lychees, finale sapido. Questo primo vino in degustazione, anche se non è stato apprezzato da tutti, mi è piaciuto molto per la sua freschezza e il carattere giovane, non sempre si ha il bisogno di bere vini opulenti, questo lo vedo bene come aperitivo accompagnato da stuzzichini leggeri.

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Riesling Heimbourg, 2014 (ind. 1)

  • 12.5° Vol. Alcol – residuo zuccherino 8.3 g/l
  • Acidità 5.0 g/l – Ph 3.0
  • 100% Riesling renano
  • Terreni argillo/calcarei con marne stratificate, la vigna è su una piccola costa di una collina di 7 ettari

Impatto minerale, mela cotogna, pera, mela, agrumi, ananas, note citrine, gesso, borotalco, grande acidità, sapidità, rotondità e persistenza. Buono, con un grande potenziale di miglioramento negli anni. Z-H ne consiglia il consumo dal 2018 a oltre il 2034.

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Riesling Brand, Vieilles Vignes, 2011 (ind. 2)

  • 14° Vol. Alcol – residuo zuccherino 18.0 g/l
  • Acidità 3.8 g/l – Ph 3.3
  • 100% Riesling renano
  • Territorio straordinario, più in alto, con pendenze rilevanti, presenza di granito e calcare. Esposto a sud.

Di un bel giallo paglierino dorato, è minerale con ricordi di ruggine e sensazione di polvere. Frutti tropicali, ananas, maracuja, mango. In bocca scivola morbido e dolce, chiude con bella freschezza secca.

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Gewurztraminer Hengst, Grand Cru, 2013 (ind. 5)

  • 13,5% Vol. Alcol – residuo zuccherino 45.0 g/l
  • Acidità 3.2 g/l – Ph 3.7
  • 100% Gewurtztraminer
  • Terreno marnoso calcareo dell’Oligocene, esposizione sud-est. Età media dei vigneti 62 anni.

Dolce. Impatto elegantissimo, albicocca, pesca, mielato, nota minerale e citrina, agrume. In bocca ha la tipica nota amarotica dei vitigni aromatici, in chiusura è secco con belle note balsamiche, eucalipto, pino. Lunga persistenza. Ideale abbinamento con cibi speziati o formaggi erborinati. L’Azienda ne consiglia il consumo nell’arco di tempo 2018-2036. Io lo trovo già ‘pronto’ così. Bel Gewurtztraminer.

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Gewurztraminer Clos Windsbuhl, Vendange Tardive, 2005

  • 14.5° Vol. Alcol
  • Acidità non reperibile, probabile grado zuccherino superiore agli 80 g/l
  • 100% Gewurtztraminer
  • Terreno calcareo marino con fossili e argille in disfacimento, a 350 m di altitudine riceve le correnti fredde, viene effettuata una vendemmia tardiva. Uve botritizzate. Considerato un vino mito.

Dolce. Mela cotogna, spezia di fondo, legni asiatici, cera, frutti stramaturi, ananas, arancio, fico secco, miele. Sensazione polverosa, minerale, sottile idrocarburo. Nota verticale di frutto più fresco e fiori bianchi, mandarino, scorza d’arancio. Complesso e lunghissimo. Un vino da meditazione, di quelli che vorrei avere di ritorno da un viaggio in Alsazia.

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Pinot Gris Clos Jebsal, Selection de Grains Nobles Trie Speciale, 2011

  • 13.5° Vol. Alcol – residuo zuccherino 71.0 g/l
  • Acidità 3.5 g/l – Ph 3.7
  • 100 % Pinot grigio
  • Piccolo Clos di 1.3 ettari che si trova su una faglia di gesso, ricca di galestro. L’unico vigneto della tenuta di selezione dei Grains Nobles, raccolti in vendemmia tardiva, uve botritizzate.

Dolce. Bel colore ambrato, note di marmellata fresca, pesca, albicocca, ananas, mango. Nota speziata di pepe. Io ci sento anche degli smalti, vernici. In bocca è armonico, bellissimo e persistente. Si chiude la degustazione al top con questo Pinot Gris che sarebbe l’ideale da metter in tavola a fine pranzo con la Colomba Pasquale.

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E siamo alla fine di questa bella e ‘dolce’ serata, non mi resta che affrontare il ritorno in moto sotto la pioggia, guardo le goccioline scendere sulla visiera chiusa, ripenso alle lacrime di Pinot gris che scendono sul bicchiere e sorrido felice, …anche se ho i piedi fradici e sono tutto infreddolito.

Luca Gonzato

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Cannonau, Anima e Corpo

Nepente di Oliena, Cantina Oliena

Aprire una bottiglia di un vino che ami e conosci da tempo è rassicurante, sai che non avrai brutte sorprese, torneranno quelle sensazioni che te lo hanno fatto amare e i ricordi dei primi incontri. Ho passato parecchie estati in quella meravigliosa isola che è la Sardegna e ho avuto la possibilità di soggiornare in tutte e tre le sottozone dove il Cannonau si esprime a livelli di eccellenza, cioè le denominazioni di: Capo Ferrato – comuni di Castiadas, Muravera, San Vito, Villaputzu e Villasimius nella provincia di Cagliari. Jerzu – comuni di Jerzu e di Cardedu nella provincia di Ogliastra. Oliena o Nepente di Oliena –  comune di Oliena e parte di quello di Orgosolo nella provincia di Nuoro.

Estati in cui Pecorino sardo e Cannonau erano sempre sulla tavola, a Solanas (CA) dove compravo i miei primi Cannonau sfusi, poi a Cardedu in Ogliastra, con le vigne sotto casa, che arrivavano a poche decine di metri dal mare, ed infine ad Orosei in quella zona della Sardegna che più di tutte amo, nella provincia di Nuoro. Da una parte il mare e dall’altra le montagne del Supramonte. Dorgali, Oliena, vallate dove la vite cresce rigogliosa, con il sole accecante e la brezza marina che fanno maturare le uve con un grande contenuto zuccherino che poi si trasformerà in Cannonau con volumi di alcol superiori al 14%.

Tra i vari Cannonau che ho assaggiato il Nepente di Oliena della Cantina Oliena è senza dubbio tra quelli che consiglierei di assaggiare. Rubino tendente al granato, luminoso, consistente nel bicchiere. Morbido in bocca, con tannini setosi e la giusta acidità a non renderlo pastoso, sentori che, chiudendo gli occhi, ti riportano a quei profumi di macchia mediterranea che senti appena sbarchi sull’isola, e aromi di bacche, frutti maturi e saporiti, prugna, more, ciliegia. Note leggere amarognole di noce, mandorla. Un finale che è un abbraccio caloroso, dolce e fruttato. Non mi stupisce che Gabriele D’Annunzio ne abbia decantato le qualità. Il Nepente di Oliena è un toccasana per anima e corpo, altro che antidepressivi, un calice di Nepente e la tristezza se ne va.

Luca Gonzato

Note. Il Cannonau è il vitigno più coltivato della Sardegna, riconosciuto autoctono. Seppur con varietà diverse è coltivato in molti paesi, conosciuto con il nome di Grenache in Francia (al top nella Valle del Rodano) e Garnacha in Spagna.

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Il Carso e la Vitovska

E non chiamarli Orange Wine

La definizione di vini arancio non piace né ai produttori né ai professionisti del settore, meglio definirli dei vini bianchi che fanno macerazione (normalmente la vinificazione in bianco non ha contatto con le bucce dopo la spremitura). Sono dei vini particolari, di quelli capaci di esprimere territorio e tradizione in modo assoluto. Ci troviamo nella punta più a est dell’Italia, vicino a Trieste, in quel territorio che è un unicum tra Italia e Slovenia, il Carso. È una viticoltura fatta di fatica, su terreni calcarei rocciosi, nelle formazioni carsiche, dove il sottosuolo sembra un Gruviera. Depressioni del terreno con buchi che arrivano in profondità fino a grotte e fiumi sotterranei, le Doline. Poi ci sono i violenti venti di bora a soffiare, forti escursioni termiche e la vicinanza del mare. Un microclima unico che porta nella Vitovska (vitigno autoctono), caratteristiche precise di freschezza (acidità), profumi di fiori di campo, sapidità e un finale ammandorlato. Ho messo in fila sulla mappa le aziende, caspita, sarebbe un itinerario perfetto per passare qualche giorno in campagna. Praticamente tutte le aziende offrono ospitalità o un buon piatto da degustare insieme ai vini della zona, si organizza un giro?.

A questo punto dovrei presentare le 10 Vitovska (e non) assaggiate l’anno scorso ma non mi diverto granché a fare il riepilogo di qualcosa già avvenuto, c’è giusto una Vitovska slovena in cantina che potrebbe rendere la cosa più stimolante. Quindi il programma diventa: una Vitovska appena stappata; 10 altre Vitovska (e non) dalla degustazione 2017.

Vitovska 2015 Čotar

Ha un bellissimo colore dorato tendente all’aranciato, cristallino con lieve velatura, consistente. Profumo fine, frutta fresca, albicocca, pesca gialla, frutta secca, miele, mandorla. In bocca è di corpo, morbido, abbastanza caldo, fresco e sapido con note terziare di legno ma delicate. Il frutto giallo è dominante, persistente. Pur avendo sapidità ha note dolci retronasali molto piacevoli. Mi ricordavo sensazioni più dure e invece questa volta mi sembra più spostato verso le morbidezze. Non posso che darne un ottimo giudizio, ha una bella armonia d’insieme.

Adesso vediamo le altre Vitovske, caso vuole che quella appena assaggiata sia anche tra le dieci degustate in “ Mare e Vitovska”, l’evento organizzato da Ais nel 2017, presentato e condotto dal delegato di Trieste, Roberto Filipaz con la partecipazione dei produttori.

  1. Vitovska, Grgič – Azienda di Padriciano (TS) è anche agriturismo e allevamento di cavalli, il vitigno è su terra gialla, arenaria non Carsica. Coltiva anche Malvasia Istriana e Refosco. Vitovska vinificata il 30% in barrique ed il restante 70% in acciaio. Ha aromi di fiori maturi e erbe, rosmarino fresco ed una chiusura sapida. Info: www.grgic.it
  1. Vitovska 2016 – Bajta – In Località Sales, Grignano (TS), a conduzione familiare, anche agriturismo e produzione di salumi. Il vino fa una vinificazione in bianco ed una piccola parte affina in legno. Molto fresco, bel fiore di ginestra, fiori gialli, fruttato, citrino, mandarino, erbe aromatiche, nota sapida in chiusura. Info: www.bajta.it
  1. Vitovska Milič – Nella Frazione Sagrado di Sgonico (TS), dal 1489, viticoltura, agriturismo e allevamento di maiali e manzi. Vinifica Vitovska, Malvasia, Teran e Chardonnay. Le uve di Vitovska fanno una macerazione di 28 giorni, senza chiarifiche, solo legno per 2 anni. Il vino ha grande acidità e persistenza con nota sapida marina finale. Aromi di frutta gialla matura, pesca, albicocca, erbe aromatiche, balsamicità, bacca di ginepro. Info: www.agriturismomilic.it
  1. Vitovska 2016 – Zahar – Si trova a S. Antonio in Bosco, Dolina Trieste (TS), a meno di 100m/slm con i vigneti tutti esposti a sud. Ha anche uliveti. Terreno di arenaria, vitigno giovane. Il vino fa solo acciaio, no macerazione sulle bucce. Note floreali e fruttate gialle, balsamiche di pino, rosmarino, sapidità marina. Info: www.zahar.it
  1. Malvasia Istriana Tauzher – Slovenia – A Dutovlje (Duttogliano), Due ettari in zona con molta roccia, terra rossa, poca acqua. Macerazione di 5 giorni. Vino minerale e sapido, lungo, esplosione floreale, frutta, mela, limone.
  1. Vitovska 2015 – Štemberger Slovenia – A Šepulje (Sesana). Dieci ettari in viticoltura biologica. Uve fanno macerazione di 5 giorni, un anno e mezzo di affinamento in legno (Tonneau). Aromi di albicocca, ciliegia bianca, erbe aromatiche, rosmarino, punta di salvia, bella complessità, lungo. Info: www.stemberger.si
  1. Vitovska 2015 – Čotar – Slovenia – A Gorjansko (Goriano), azienda a conduzione familiare che ha anche osteria. Le uve fanno 5 giorni di macerazione a tini aperti poi affinamento di un anno e mezzo in grandi tini di legno. Biologico. Vino con sentori di incenso incombusto, percezione tannica, frutta secca, albicocca disidratata, sentore di tabacco, sapidità marina. Info: https://cotar.si/it
  1. Vitovska collection 2006 uscita 2009 – Zidarich – In Loc. Prepotto, Duino Aurisina (TS). Otto ettari, tutto naturale. Macerazione di un mese sulle bucce, 4 anni in legno e 1 in bottiglia. Complessità e persistenza, albicocca, pesca sciroppata. Info: www.zidarich.it
  1. Blend di Vitovska, Malvasia Istriana, Sauvignon blanc, Pinot grigio – Škerk – Loc. Prepotto, Duino Aurisina (TS). Una settimana di macerazione. Vino pluripremiato. Bel floreale e fruttato fresco con un finale di mandorla, Complesso e persistente. Qui aggiungo una nota oggi, ho assaggiato questo vino più volte, mi piace molto, è un gran vino che si esprime con tante sfumature, da provare. Info: www.skerk.com
  1. Malvasia Istriana – Renčel – Slovenia – A Dutovlje (Duttogliano). Uve passite 6 mesi in cassette, resa molto bassa. Vino dolce, aromi di caramella ‘moo’ d’orzo, fiore d’acacia, ginestra, pesca sciroppata, albicocca, spezie dolci. Info: www.rencel.si

Ps. erano tutti ottimi vini, se vuoi scoprire la Vitovska non hai che da scegliere.

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I migliori degustatori del pianeta si ritrovano al Bicerìn di Milano

Tommaso, Luca e Roberto

Non è vero che sono i migliori degustatori, il resto sì.

“È un posto superfigo per i vini”, così Giovanna aveva lanciato la proposta di location per una degustazione tra amici, in effetti il Bicerìn (bicchierino in milanese) è proprio così. Una “libreria di vini” ben selezionati e ordinati sugli scaffali, comodi divanetti dove ‘leggersi’ un vino in tranquillità, luci soffuse e personale premuroso, sia nel servizio che nel consigliare i vini. Siamo nel centro di Milano, in via Panfilo Castaldi 24, a due passi da Corso Buenos Aires. Il posto è ben frequentato, anche da Vip, proprio ieri sera è comparsa nel locale la bella e simpatica Victoria Cabello. I prezzi direi che sono leggermente sopra la media, dipende comunque da cosa decidi di bere, e noi non ci siamo dati limiti, forse sui taglieri mi aspettavo qualcosa in più o in meno sul costo, comunque sono dettagli, di fatto quando vado in un locale la cosa che mi importa di più è sentirmi bene, a mio agio, essere in compagnia e divertirmi, poi l’aspetto economico lo guardo alla fine mettendolo in relazione all’esperienza vissuta, del tipo ‘ne valeva la pena aver speso X per questa serata?’, Sì. Siamo in tre, a farmi compagnia ci sono Roberto e Tommaso, mentre Giovanna ci segue su WhatsApp, direttamente con il termometro in mano, ma non per darci consigli sulle temperature quanto per misurarsi la febbre che le ha imposto di rinunciare all’uscita.

Cosa possono mai degustare tre amici appassionati di vino sempre alla ricerca di qualcosa che li stupisca?, ovvio, si inizia con uno Champagne, lo Yann Alexandre Grand Reserve Brut, della Montagna di Reims, 40%Pn, 40%Ch, 20%Pn e ben 72 mesi sui lieviti. Un inizio spettacolare direi, ci lanciamo nel riconoscimento degli aromi, è bello degustare in compagnia, si riescono a cogliere impressioni che ti aiutano a capire meglio il vino e sono soddisfazioni se le impressioni che suggerisci sono riconosciute anche dagli altri. Questo Champagne ha grande carattere, bella acidità, fiori e frutti freschi, agrumi, mandarino, mela, complessità e persistenza. Un calice, due, tre, si potrebbe andare avanti tutta la serata tanto è buono. Si parla di Ais, Onav, Fisar, Alma, Aspi, tante sigle e differenti approcci, pro e contro di queste associazioni impegnate nella formazione di appassionati e professionisti. Ma noi siamo già assaggiatori, la nostra missione di oggi è andare oltre lo Champagne, torniamo in Italia, all’assaggio di un vino che al di fuori dell’ambito regionale di provenienza è poco conosciuto, l’Albana, quella di Francesconi Paolo, zona di Faenza, viticoltura biologica e macerazione sulle bucce, avvertiamo note eteree di cipria e smalto ma in bocca è più sul frutto giallo maturo con note di fieno, bel vino.

Alziamo l’asticella e passiamo a qualcosa di più corposo, il Rosso R.L. di Nino Barraco di Marsala in Sicilia, uve da vitigno autoctono Orisi, ha un forte impatto al naso, l’aggettivo giusto potrebbe essere ‘selvaggio’, profumi di cuoio, salamoia, acciughe, addirittura olive, non mancano i frutti rossi, è stranissimo, in bocca è di corpo, persistente con sapidità evidente. Saremmo anche a posto, le chiacchiere si sono ormai spostate dal vino alla situazione politica in Italia, ci propongono il  Nebbiolo Gattinara di Travaglini, come fai a dire di no dopo che ti hanno messo davanti la particolare bottiglia brevettata nel formato Magnum?. È un Nebbiolo avvolgente, con tannini levigati, robusto, con tutte le componenti ben equilibrate, l’annata è di quelle top, la 2010, non serve dire altro, Travaglini fa vini indiscutibilmente buoni. Unica nota negativa della serata è che Tommaso, approfittando dei fumi alcolici che amplificavano la chiacchiera, mia e di Roberto, sì è fatto da solo un assaggio furtivo di un Ghemme Riserva de La Torretta, zitto zitto, senza commentare, ma bastava il suo sorriso per capire che si era bevuto qualcosa di buono (b.do!). Ormai la serata è al termine, domani si lavora, il Bicerìn è stato più di uno e si è passata una bella serata in questo locale di grande personalità. Ultimo impegno, rimettere mano all’agenda e programmare nuova uscita, il vino ci aspetta!

Luca Gonzato

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Sangiovese e Sbirro

Piove, che palle, devo anche fare un bancomat, al ritorno mi fermo al Simply a prendere due cose, come al solito faccio una puntata al reparto vini, ho voglia di un rosso, penso che è già mezzogiorno e quelli che ho in cantina sono troppo freddi per poterli degustare a pranzo, un Sangiovese, scelgo quello di Cecchi, storica azienda del Chianti Classico a Castellina in Chianti, nella versione celebrativa dei 125 anni, chiamato Storia di famiglia, è un 2015 realizzato con il 90% di uve Sangiovese e restanti uve rosse della zona, immagino il Colorino ad esempio. Per questo sabato grigio milanese è perfetto, già che ci sono acquisto un formaggio da provare in abbinamento, lo Sbirro prodotto con il latte biellese di vacca Pezzata Rossa di Oropa e Bruna Alpina e con la birra Menabrea. Questo Chianti Classico, appena versato si esprime con sentori delicati, guardo gli archetti e le gocce scendere lentamente, sarà certamente morbido e caldo ed infatti all’assaggio si conferma così, si dispiegano i sentori retronasali di Ciliegia e prugna matura, rosa rossa carnosa, una nota balsamica, tannini composti, bella acidità, morbido e caldo. Composto ed elegante, meriterebbe una carne arrostita, ma anche lo Sbirro ha le sue ragioni, ne mangio un boccone con il pane, assaggio, ripeto e ripeto. Mangio e mi viene voglia di bere, finito di bere ho di nuovo voglia di mangiare e cosí tre quarti di bottiglia se ne è andata in questo abbinamento che definirei armonico, con i tannini e l’acidità del vino ad asciugare e pulire la bocca dalla grassezza e dalla succulenza di questo formaggio. Io e le mie papille gustative siamo felici. Buon sabato, anche se fuori piove. 

Luca Gonzato

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Ruché, Rouchet, Ruscé

Antica Casa Vinicola Scarpa – Rouchet Briccorosa 2015-1996

Guardo le slide proiettate della zona di Nizza Monferrato vista dall’alto, un mare appena mosso di vigne, tutte le sfumature del verde con linee bianche disegnate a mano a dividere le vigne, torna la calma dopo l’innervosimento acuto che mi aveva preso poco prima, quando attraversavo in moto la città paralizzata dal traffico a causa della manifestazione e dello sciopero dei mezzi, con i gas di scarico che mi riempivano le narici e il rischio di arrivare in ritardo. Adesso son qui con i 6 calici davanti pronti a ricevere il pieno. A presentare la serata è un relatore di cui ho sentito tanto parlare, Armando Castagno, docente e appassionato di vini, è bravo a farsi capire, conduce la serata con disinvoltura e passione, dimostra una conoscenza approfondita (volevo dire pazzesca), con questo accento romanesco bello da sentire, poi mi spiazza e mi fa capire quanto debba ancora studiare, “il Ruché è un vitigno aromatico”, e io che ero rimasto fermo ad alcune Malvasie, Gewurtztraminer, Moscato e Brachetto, grazie comunque per avermi insegnato anche questa cosa, mi è venuta voglia di fare il tuo Master sulla Borgogna, devo solo racimolare qualche centinaio di euro. Dunque, eravamo alle vigne, sono lo spunto per capire cosa e perchè rende Briccorosa così speciale, è una parcella di vigna di Scarpa della famosa Bogliona, che poi è una serie di colline, il cui sottosuolo è composto dalle arenarie di Serravalle, compattamenti di sabbie su un substrato di marne bianche, qui 15 milioni di anni fa c’era un mare. Questi terreni di Castel Rocchero, così ricchi di sabbie, sono inospitali per altre colture ma per la vite che affonda le sue radici in profondità diventano un luogo di prosperità, le uve si contraddistinguono per la nettezza aromatica e il grado zuccherino che si trasformerà in elevato grado alcolico. Poco distante, a Nizza Monferrato, sono presenti le famose marne azzurre, dette di Sant’Agata, le stesse che ci sono a Barolo e Barbaresco. Quindi, fatti due più due, ci troviamo in un posto dove la vite si esprime al suo meglio, che sia Barbera, Nebbiolo o Rouchet. Sono curioso di questa verticale di annate tra il 2015 e il 1996. Il Ruché è un vitigno poco conosciuto, autoctono del Piemonte, e coltivato solo in questa regione, nel Monferrato viene chiamano Rouchet (pronuncia Ruscé), ha rischiato l’estinzione dal panorama vinicolo italiano se non fosse per l’attaccamento di pochi produttori come Scarpa che lo hanno preservato. Storica azienda nata nel 1854 Scarpa deve la sua notorietà alla caparbietà di Mario Pesce, che a metà del ‘900 porta i vini prodotti fino a quel momento ad una qualità superiore, da qui in poi questa filosofia di produzione basata sulla qualità ne regolerà le produzione fino ad oggi, tanto che, anche l’enologo presente in sala ci tiene a sottolineare che se un’annata non è buona non fanno quella tipologia di vino. Scarpa è famosa per le sue Barbera ed è anche una delle poche aziende a poter produrre Barolo e Barbaresco al di fuori delle zone canoniche, oltre a questi vini produce anche il Dolcetto e da poco ha impiantato il Timorasso, vitigno bianco che negli ultimi anni sta avendo un notevole successo. A guardarli nel bicchiere, questi Rouchet hanno tutti un bel colore, vivace in quelli più giovani e compatto tendente all’aranciato nelle versioni affinate a lungo, l’aroma che ne esce è potente e invitante.

La degustazione

Rouchet Briccorosa 2015 È un’anteprima, non ancora in commercio. Nel 2015 l’estate ha avuto picchi di 38°, l’uva era perfetta. Il vino ha quasi il 14% di Vol Alcol, poca acidità (5,66 g/l) e molto estratto secco (27,90g/l), profuma di rosa selvatica, frutti di bosco, speziatura di pepe, minerale di gomma bruciata, al gusto lo senti ancora giovane pur avendo dei tannini già levigati, sapidità e finale ammandorlato. Già buono così se apprezzi il frutto fresco e la mineralità.

Rouchet Briccorosa 2014 Annata sofferta con frequenti piogge estive e lenta maturazione delle uve. Il vino ha un Vol. Alcol inferiore, stimato a 12,71%, acidità 5,65g/l ed estratto secco 26,90 g/l. Colore più aranciato, nota vegetale di carota, frutta agrumata, erbe medicinali, geranio, come sensazioni gustative si avvicina molto a un rosato. È particolare, femminile direi, ma con con quella spregiudicatezza adolescenziale che lo farebbe abbinare bene anche ad una portata di pesce.

Rouchet Briccorosa 2011 Estate calda e siccitosa, vendemmia precoce, basse rese. Alcol 13,94%, acidità 5,73 g/l, estratto secco 28,40 g/l. Sebbene l’annata per altri sia stata difficile, questo vitigno ne ha giovato, ha una bel profumo di frutta matura, mora, ribes nero. In bocca è austero, con note minerali di gesso, polvere, cacao amaro, una punta di liquirizia. Probabilmente il miglior Ruché della serata. Ne percepisci il valore alla pari dei cugini più famosi.

Rouchet Briccorosa 2007 Inverno gelido e primavera calda ed assoalta, vendemmia anticipata. Alcol 14,78%, acidità 5,75 g/l, estratto secco 27,60 g/l. Sentori balsamici, gomme, fiori di glicine e lavanda, anice, resina, menta, spezie, frutta. In bocca ricorda l’after eight, la ciliegia sotto spirito, il rosmarino. Grande equilibrio e spinta alcolica. Anche questo è davvero un ottimo vino che se la vede con il precedente per il podio della serata.

Rouchet Briccorosa 1999 Ideale distribuzione delle precipitazioni, escursioni termiche rilevanti, uve ricche sia in zuccheri che in acidità. Di questa vendemmia non sono stati registrati i valori di alcol, acidità ed estratto. Si ricorda comunque come una grande annata in tutto il Piemonte. Il vino ha note terziarie quasi metalliche, nel mio bicchiere sono presenti residui, il colore è scarico. Note di torrefazione, corteccia. Quello che mi è piaciuto meno.

Rouchet Briccorosa 2007 Annata imponente e classica, vecchio stile, vini spesso chiusi e irrigiditi. Questo vino aveva preso diversi premi, ora si presenta dopo più di vent’anni con sentori che ricordano, la ciliegia sotto spirito, la cenere del camino, note aromatiche ancora dolci e grande acidità, è maturo e come si direbbe di una persona anziana in piena forma, è invecchiato bene.

A fine degustazione ho ripercorso gli assaggi e confermato il 2011 e il 2007 come le migliori versioni che ho assaggiato. Credo proprio che ne acquisterò qualche bottiglia cercando di dimenticarne almeno una in cantina per una decina di anni, magari a fianco di un barolo e un barbaresco, perchè è quello il posto che si merita. Bella azienda quella di Scarpa, dinamica ma con salde radici nel passato, ora però voglio assaggiare anche gli altri vostri vini, in primis la Barbera.

Luca Gonzato

Note:

  • Il Ruché di Castagnole Monferrato DOCG è prodotto in un’altra zona, sopra ad Asti, ne consegue che sia un Ruché diverso, per posizione geografica e composizione dei terreni che poi si esprime in vini con caratteristiche molto diverse da quello di di Nizza Monferrato.
  • Non è vero che i vitigni aromatici danno sempre lo stesso vino, questo Ruché di diverse annate lo dimostra benissimo
  • Tutti i Ruché Scarpa fermentano in acciaio e affinano in bottiglia almeno un anno, non vedono legni e malgrado questo nelle versioni 2011 e 2007 sembrava di percepirne la presenza
  • il 95% dei lieviti risiede in cantina, solo il 5% arriva in cantina sulle bucce delle uve
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Sì lo Chardonnay e che Chardonnay!

Vie di Romans Chardonnay 2015

Prima però il ‘pippone’ introduttivo sullo Chardonnay: coltivato in tutto il mondo è tra i pochi ad essere considerati vitigni internazionali, vinificato in tanti modi, secco, frizzante, spumante, in purezza o nei vari blend. Originario della Francia in Borgogna, la famosa Cǒte d’Or, nel paese di Chardonnay a cui deve il nome. Da questa zona arrivano i migliori Chardonnay al mondo, Yonne, Chablis, Montrachet, Mâconnais Lo ritroviamo come ‘base’ per le bollicine più nobili nella Champagne, in blend con Pinot Noir e Pinot Meunier, o da solo nei famosi Blanc de Blanc. In Italia, solo per citare qualche località, in Franciacorta dove è anche spumantizzato da solo nella versione Satén, in Trentino, Oltrepò Pavese, Alta Langa ecc., praticamente ovunque in versione secca. Lui c’è sempre. Lo conosco dall’adolescenza, quando vivevo in provincia e nei baretti si chiedeva uno Chardonnay, non un Prosecco, che all’epoca era sconosciuto dalle mie parti. Tra i suoi marcatori olfattivi più ricorrenti ci sono l’ananas e la banana, poi chiaramente in base a terroir, lieviti, affinamento ecc. ci puoi trovare altri fiori e frutti, dipende. Puoi berti uno Chardonnay ‘bananoso’ e banale da tre euro oppure puoi berti uno Chardonnay che ti farà venir voglia di rimetterlo tra i tuoi vini preferiti, come nel caso di questo, prodotto da Vie di Romans. La Cantina di Mariano del Friuli, si trova nella denominazione Friuli Isonzo, nella parte est della regione tra il Collio che gli sta sopra e il Carso sotto, al confine con la Slovenia. I vitigni Rive Alte da cui provengono le uve di questo Chardonnay, sono nella zona tra Gorizia e Cormòns, i terreni sono prevalentemente composti da argille e ghiaie rosse (determinate dalla presenza di ferro) e strati calcarei. Rive Alte è una zona più fresca rispetto alle altre della Doc, in cui le escursioni termiche sono accentuate. In questa zona soffia anche la bora ed influisce la vicinanza del mare. Si ok, basta, ho finito il ‘pippone’ introduttivo, adesso ti dico del vino: si presenta di un giallo paglierino intenso e cristallino. Consistente nel bicchiere, all’olfatto è invitante con bella nota balsamica, aromi di frutti gialli come l’ananas e la pesca gialla, una mandorla amara. Al gusto è sul frutto maturo, ananas, banana, pesca gialla, frutti tropicali, sapidità e acidità bilanciate da bella morbidezza quasi burrosa, la bocca ne è avvolta come da una patina, è lungo, il frutto ti rimane in bocca. Inizialmente assaggiato a 11 gradi ed ora, assaggiandolo ad una temperatura più alta, intorno ai 15, lo trovo ancora meglio, è proprio così, a temperatura più bassa si accentuano le durezze, acidità in primis e viceversa a temperatura più alta vengono esaltate le morbidezze (alcoli, polialcoli, zuccheri). Sono lì che aspetto delle note fumé che mi sembra vengano annunciate e invece no, chiude alla perfezione con questo frutto polposo e una bella mineralità che ti lascia la lingua pulita, non credo la bottiglia vedrà un domani, lo lascio lì, faccio altre cose, torno e lo riassaggio, ma quanto è bello sentire tutte le sfumature che ha un vino? ti cambia nel bicchiere, è vivo, non tutti si comportano così, è un gran vino. Sebbene la Cantina ne indichi una vita superiore ai 20 anni io lo trovo perfetto già così, intrigante e per nulla scontato, gran Chardonnay, molto meglio di alcuni Chablis che mi è capitato di assaggiare.

Luca Gonzato

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Live Wine 2018

Come assaggiare oltre 35 vini e restare umani

  • Prima regola, non avere fretta, il vino si guarda, si annusa e si gusta in minima quantità, un sorso o due, lo finisci solo se davvero ne vale la pena.
  • Seconda regola, devi avere tempo, io ho avuto 4 ore a disposizione.
  • Terza regola, prendersi delle pause, mangiare qualcosa, chiacchierare e lasciare che il bevuto venga digerito.
  • Quarta regola, vai in ordine di intensità/corpo del vino, bollicine, bianchi, rossi, passiti.
  • Quinta regola, cerca di conoscere i tuoi limiti, 10 assaggi possono bastare o magari 50, solo tu sai quando è giusto smettere.

Resta comunque il problema delle papille gustative che si affaticano, la percezione cala proporzionalmente al numero di assaggi, in contrapposizione c’è da dire che questi eventi sono anche una festa per gli amanti del vino e non c’è niente di male se a un certo punto smetti di fare valutazioni tecniche e ti gusti questo nettare per puro piacere.

Cronaca della maratona: Ho iniziato gli assaggi con due Cremant Francesi (spumanti prodotti al di fuori della zona della Champagne, con un pressione inferiore, risultano più morbidi e meno complessi), delle regioni dello Jura e dell’Alsazia. Piacevoli ma subito dopo avevo nel calice due Champagne Bonnet-Ponson della Montagne de Réims che li surclassavano, per struttura, persistenza e finezza. Adoro le bollicine, e in Champagne sono maestri nel farle. Sapevo della presenza di Legret et Fils che conosco come etichetta dall’enolaboratorio Champagne di un paio di anni fa a Monza con Onav, mi è tornata la voglia del loro Rosé de Saignée, ma prima ho assaggiato il Blanc de Blanc (solo uve Chardonnay) e poi il Saignée che ha una breve macerazione sulle bucce, entrambi degli ottimi Champagne, il Rosé però è unico, da provare se non lo avete ancora fatto.

Mentre decidevo su quale banco andare ho incontrato gli amici Sommelier del mio corso Ais, Sasha e Ottavio così abbiamo iniziato a degustare insieme, che è la cosa migliore, ci si confronta cercando di individuare gli aromi e le qualità dei singoli vini per poi darne un giudizio complessivo che non sempre è concorde ma questo è il bello di degustare, si possono avere pareri diversi, ci sono aspetti oggettivi che possono essere discussi ed aspetti soggettivi che dipendono dal proprio gusto.

Insieme abbiamo quindi proseguito con i bianchi, prima un Veltliner della Repubblica Ceca che però non ha entusismato nessuno poi il trittico Terraquilia (Emilia Romagna) di vini da uve Grechetto (Pignoletto) prodotti con metodo Ancestrale (fermentazione innescata da lieviti indigeni presenti sulla buccia che viene bloccata ad un determinato grado zuccherino per poter imbottigliare, la fermentazione riprende e termina in bottiglia), il primo era velato con una leggera effervescenza, il secondo più spiccata e il terzo uno spumante, ad accomunarli un frutto fresco che a me ricordava la mela. All’unanimità il secondo e il terzo i migliori.

Ed eccoci in Abruzzo da Emidio Pepe alla ricerca del suo famoso Pecorino che però non c’era, l’Azienda presentava un ottimo Trebbiano d’Abruzzo (ne vorrei una cassa in cantina per quanto mi è piaciuto), poi visto che ci era rimasta questa voglia di Pecorino ci siamo spostati da Paolini Stanford dove abbiamo potuto assaggiare la loro versione e un Incrocio Bruni 54 che abbiamo apprezzato per la sua particolarità, simpatici e molto disponibili a spiegarci le loro vinificazioni ci hanno poi fatto assaggiare un loro primo esperimento di spumantizzazione ancestrale di Incrocio Bruni da una bottiglia senza etichetta, interessante inizio, spero di vederlo realizzato l’anno prossimo, comunque complimenti per la qualità e la passione.

Adesso si va in Friuli da Dario Prinčič, all’assaggio di Pinot Grigio con macerazione sulle bucce di 8 giorni, si potrebbe classificare come Orange wine, bel colore ramato luminoso, poi il Jakot (Friulano) con oltre 20 giorni di macerazione sulle bucce, si presenta di un bel giallo paglierino dorato e notevole consistenza, Bianco Trebež è il terzo, blend di Chardonnay, Pinot Grigio e Sauvignon ha un bel colore giallo ambrato. In tutti e tre i casi ci troviamo di fronte a vini molto strutturati e pomposi, ricchi di aromi, complessità ed eleganza, direi vini più da meditazione che da pasto o perlomeno bisogna saperci abbinare qualcosa di altrettanto strutturato ed aromatico.

Rimanendo nel Collio, da I Clivi di Ferdinando e Mario Zanusso degustiamo il Friulano (Clivi Brazan 2015) in quella che consideriamo un’interpretazione più classica, personalmente è quella che preferisco, poi il loro Verduzzo Friulano che è stata una bella sorpresa per la sua aromaticità e freschezza.

A questo punto concordiamo che sia il momento di passare ai ‘rossi’ e la prima scelta è per la Tintilia di Vinica (Molise), al suo banco troviamo un’accoglienza informale, ci lasciamo convincere ad assaggiare anche i loro bianchi Sauvignon e Riesling, pur mantenendo caratteristiche tipiche dei vitigni sono però molto differenti dalle espressioni di regioni più a nord o ad esempio dei Riesling della Mosella, interessanti ma dopo la struttura dei Friulano è più difficile apprezzarli fino in fondo. “Dai facci assaggiare la Tintilia”, però c’è anche il Pinot nero, ok proviamo, colore scarico tipico e frutto rosso fresco, bella acidità che chiama la beva, anche questo lo vorrei in cantina, di quei vini che ne berresti a secchiate. E finalmente la Tintilia Vigne del Sorbo che assaggiamo in due annate, credo 2013 e 2011 ma sinceramente non mi ricordo, la prima si sente che è più esuberante con tannini ancora da domare mentre la seconda è perfetta, avvolgente e morbida, equilibrata ed armonica, di questa farei l’abbonamento.

Un salto in Calabria da ‘A Vita’ e il suo Cirò, qui grande speziatura che ti fa immaginare fantastici abbinamenti con i cibi speziati e le piccantezze calabresi. Percorriamo più di 1000 km in pochi passi per trovarci di fronte ai Baroli di Principiano Ferdinando, dopo l’allegria che mi sembra di percepire negli aromi dei rossi del sud ci troviamo di fronte all’austerità del Nebbiolo, il primo all’assaggio è il 2014, già bevibile ma ancora ruvido nei tannini mentre il 2011 è di grande eleganza, io me lo vedo sulla tovaglia bianca della domenica con i tovaglioli ricamati e ricche portate ad esaltarlo, e questo non lo vuoi mettere in Cantina?

Qualcosa dalla Francia, Côtes du Rhône nel Domaine du Petit Oratoire, assaggiamo vari blend tutti fatti bene e ottimi al gusto, purtroppo non li ho fotografati tutti, quello nell’immagine Les Lauzes Blanches è un blend di syrah, grenache, carignan e mourvèdre mi è sembrato il migliore, in generale questo banco ci ha fatto meditare sulla capacità di fare grandi vini che hanno i francesi, avessi un carrello  ne infilerei subito dentro un paio di bottiglie. Tra l’altro la maggioranza dei banchi fa anche la vendita ma in questo momento non ho voglia di portarmi in giro bottiglie. A questo punto siamo tutti ormai agli sgoccioli come capacità degustative, Ottavio ci lascia mentre io e Sasha sentiamo il bisogno di mettere qualcosa sotto i denti, facciamo visita ai banchi alimentari e dopo un assaggio di baccalà vicentino acquistiamo a caro prezzo una bruschetta burro e acciuga (4€) ed una di crema di baccalà spalmata (8€), non posso che dire una ‘ladrata’, ripensandoci dopo avrei dovuto rispondergli in veneto ‘eh che sboro!’. L’aspetto positivo è che ci è tornata voglia di bere, devo mandare già quest’acciuga che mi si è fermata in gola. Ci fermiamo da un distributore che insiste per farci assaggiare più vini possibili tra quelli selezionati dal figlio, ottime selezioni, il primo ci riporta nel Collio quello Sloveno da Stekar e il suo Pinot Draga (Pinot Grigio), non filtrato, sapidità caratteristica della zona e complessità, l’acciuga è scesa. Sempre dalla Slovenia Brandulin Jordano, un Tocaj friulano di cui però non ricordo granché così come del Domaine de la Cras Marc Soyard, Bourgogne 2016 da uve Chardonnay, ultimo un Pinot noir dell’Alsazia che però ricordo essere stato di gran livello, sorry ma iniziavo ad essere stanco. Dai basta, si va a casa che ormai sono le sette, ci salutiamo ma intravedo a poca distanza un’altro amico, Tommaso (compagno di corso in Onav), ci salutiamo e aggiorniamo sulle rispettive degustazioni e mi convince a bere qualcosa insieme a sua moglie che lo accompagna, penso a cosa avrei rimpianto di non aver assaggiato ed è il Sauternes così lo proviamo tutti insieme e ci ritrovo quello zafferano che lo caratterizza, è ottimo, ha una bella freschezza, non è opulento come altri che ho bevuto e l’azione della muffa nobile non lo ha caricato troppo di aromi vicini agli idrocarburi. Ora basta, no dai, insiste Tommaso e allora chiudiamo veramente bene così come iniziato, si torna da Legret et Fils dove magicamente il rappresentante del banco fa comparire un rosè che non c’era all’inizio, un Brut magnifico, prima, dopo, durante, per lo Champagne è sempre il momento giusto.

Buon vino a Livewine 2018 e grazie a Sasha, Ottavio e Tommaso per la compagnia e le degustazioni fatte insieme.

Luca Gonzato

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Sherry Fino

Lo Sherry

È un tipico vino spagnolo ‘fortificato’ al quale viene aggiunto dell’alcol alla fine delle fermentazioni (il volume di alcol sopra il 15% impedisce che continuino o si inneschino altre fermentazioni). Viene prodotto nella zona di Jerez de la Frontera, in Spagna, all’incirca in quella parte di terra che affacciandosi sul golfo divide la Spagna dal Portogallo.

Questo che assaggio è fatto da sole uve Palomino nella versione Fino e secco, affinato 5 anni, altre tipologie di Sherry utilizzano anche uve Pedro Ximènez e Moscatel; viene affinato con il metodo Soleras (botti sovrapposte e collegate tra loro dove ogni anno si aggiunge il nuovo vino a quelle sopra (criaderas) e da quelle più in basso (solera) si preleva per l’imbottigliamento. Esistono altre tipologie di Sherry che in base alle uve, all’affinamento e all’azione dei lieviti Flor (che stanno in superficie) decretano le denominazioni Manzanilla, Amontillado, Oloroso, Palo Cortado e Pedro Ximénez.

Sherry Pando Fino Williams & Humbert

Tolto dal frigorifero, ha una temperatura di 11°. Profumo intenso di frutta passita e candita che però mantiene caratteristiche di freschezza, aromi terziari di alcoli evoluti, nota dolce di mandorla, mi ricorda il Marsala e il Passito di Pantelleria. Al gusto è secco con una bellissima acidità/freschezza che lascia il posto ad aromi legati al legno, sottobosco, carbonella e leggera sensazione polverosa sulla lingua, è caldo con il suo 15% di volume alcol. Mi piace questa combinazione di freschezza e potenza alcolica. Un spalmata di Gorgonzola su una fetta di pane sarebbe perfetta in questo momento come abbinamento, ma non ce l’ho e mi accontento di sgranocchiare insieme della frutta secca che circola in casa dalle feste di Natale, buon modo per finirla. Cos’altro dire, non sono un consumatore abituale di vini fortificati ma ogni tanto ci può stare, questo lo vedo bene anche come aperitivo alternativo nelle sere d’estate, senza esagerare però, perchè i suoi 15° di Vol. si sentono tutti. La prossima volta proverò un Sherry di quelli più strutturati ed evoluti.

Luca Gonzato

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Vini dalla Nuova Zelanda

Sauvignon Blanc e Pinot Noir della Cantina Urlar

18670, i chilometri percorsi da queste bottiglie, un orrore per i devoti del “chilometro zero”, un piacere per chi, come me, ha  la curiosità di assaggiare i vini prodotti dagli ‘altri’. Sono partite da Gladstone, nel distretto di Martinborough, nella parte sud dell’Isola del Nord della Nuova Zelanda dove si trova la Cantina Urlar (in gaelico significa mondo), probabilmente il posto più lontano dall’Italia in cui si produce vino. Ho scelto di assaggiare i due vini più rinomati di questo Stato, il Sauvignon Blanc e il Pinot Noir, la scelta della Cantina si è basata su una ricerca online di prodotti disponibili all’acquisto che poi si è ristretta ad aziende in agricoltura biologica, Urlar mi è parsa una buona scelta, vedremo se all’assaggio confermerà le aspettative.

Qualcosa sulla Nuova Zelanda: ha perlopiù terreni argilloso-vulcanici e un clima simile a quello dell’Italia del nord con però forti escursioni termiche. Cercando online qualche informazione interessante è saltato fuori il Sig. Romeo Bragato, un nome che suona tanto di italiano, in realtà era originario dell’isola di Losinj, ora Croata ma all’epoca sotto il dominio Austriaco. È grazie a lui se i vini in Australia e Nuova Zelanda sono potuti migliorare ed arrivare a competere nei mercati internazionali. Bragato ha comunque molto di italiano, avendo studiato enologia alla Regia Scuola di Conegliano nel 1883, spostatosi poi in Australia e nel 1895 chiamato in Nuova Zelanda dal governo per sviluppare il settore vinicolo, ha individuato le zone più vocate e formato i distretti del vino, insegnato la coltivazione di vitigni nobili impiantati su ‘piede’ di vite americana resistente alla terribile Fillossera che all’epoca imperversava nel mondo. A suo nome è dedicato il Bragato Wine Awards che si celebra ogni anno.

Tornando alle bottiglie, entrambe hanno il tappo a vite, io non lo amo ma capisco la necessità di un mercato diverso dal nostro nel quale aprire la bottiglia e finirla in più giorni è la normalità e la necessità di aprire e chiudere facilmente, insomma è pratico e poi c’è da dire che i vini si mantengono perfettamente, mi resta però la curiosità di sapere come sarebbero se evoluti con il tappo in sughero.

All’assaggio:

Sauvignon Blanc Urlar 2015 Complessità olfattiva di fiori bianchi, foglia di pomodoro, fieno, ananas, in bocca ha una bella acidità che chiama la beva, si sente un frutto carnoso, di ananas, pesca bianca, leggera nota burrosa, frutto fresco nel finale in una buona persistenza. Amichevole ed elegante.

Pinot Noir Urlar 2014 Rubino tendente al granato, consistente, frutti rossi macerati, aromi terziari del legno, cuoio, mi ricorda anche la carruba che annusavo sul banco degli aromi nei corsi Ais, e il caffè. In bocca è morbido e caldo con tannini delicati, un pinot nero abbastanza complesso e persistente, forse mi aspettavo più corpo, è comunque un bel Pinot Noir, più lo assaggio e più mi piace.

In sintesi due bei vini da questa Cantina, hanno confermato le aspettative e chissà, magari un giorno avrò il piacere di percorrere questi 18670 km e degustare le nuove annate direttamente a Gladstone.

Luca Gonzato

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Montefalco Sagrantino DOCG

Bastardo, è il nome del paese a pochi chilometri da Montefalco dove circa 20 anni fa conobbi il Sagrantino, l’occasione era la ‘Maialata’ una Sagra dove poter gustare il maiale in ogni sua parte, perchè come si dice ‘del maiale non si butta via niente’, figurati a 30 anni, con gli amici tutti assetati e affamati quale occasione imperdibile si era presentata, evvai di Montefalco Rosso (un blend di Sangiovese dal 60 al 70%, Sagrantino dal 10 al 15% e altri vitigni a bacca rossa per un massimo del 30%), quante risate e che bella gente gli Umbri. Il clou è stato a una cena di quel weekend dove è comparso sulla tavola il Sagrantino (100% uva Sagrantino), non lo conoscevo e caspita mi sembrava la cosa più buona mai bevuta. Questo ricordo mi torna ogni volta che apro un Sagrantino, tornano i sorrisi degli amici e il clima di festa, è un gran vino, per festeggiare qualcosa, sia anche la fine della settimana lavorativa o la visita di un amico che non vediamo da tempo, da ammirare e sorseggiare ringraziando quel monaco pellegrino devoto di S. Francesco che, si presume, abbia lasciato le prime barbatelle nella zona, documenti storici ne attestano l’esistenza del vitigno già dal 1572.

Sono 5 le località che possono produrre il Montefalco Sagrantino: Montefalco, Gualdo Cattaneo e parti dei Comuni di Bevagna, Castel Ritaldi e Giano dell’Umbria, tutti in provincia di Perugia. Non è chiara l’origine del nome ma sembra derivi dal fatto che venisse usato in cerimonie sacre o durante le sagre. Il Montefalco Sagrantino in versione secca è in realtà un vino ‘recente’, che venne prodotto per la prima volta nel 1972, prima era solo in versione dolce Passito. È un vino ricco di Polifenoli con Tannini che necessitano di un discreto periodo di affinamento, potete lasciarlo in cantina anche 20 anni e ritrovarlo al massimo della sua evoluzione.

Quasi in concomitanza con la presentazione a Montefalco dell’annata 2014 io celebro oggi quella del 2010 nella versione di Terre de la Custodia, azienda storica con vigneti a Montefalco e Gualdo Cattaneo. Fermentato in acciaio per una decina di giorni resta poi sulle bucce un’altra settimana, affinato un anno in barrique poi in bottiglia, non una bottiglia qualunque ma la loro bottiglia brevettata, sintesi perfetta di utilità e praticità. Ha due incavi nella parte inferiore, fronte e retro, quello frontale serve a creare uno spazio che impedisce la formazione di bolle d’aria che durante la mescita possano movimentare il residuo che si è creato nel fondo ed esternamente diventa punto di presa per il pollice, quello posteriore, lineare, funge da barriera che trattiene i residui all’interno, sul fondo, quando la bottiglia è inclinata, è anche punto di presa sicura per l’indice piegato che tiene la bottiglia sul retro.

Montefalco Sagrantino 2010 Terre de la Custodia

Note di degustazione: Rosso rubino intenso tendente al granato, consistente nel bicchiere. Al naso è molto intenso con profumi di ciliegia e note di sottobosco, legni pregiati e cuoio, al gusto è puro piacere, il frutto è carnoso, di amarene e ciliegie, morbido, tannini significativi ma ben evoluti, bella acidità e sapidità a bilanciare tanta morbidezza alcolica, rimane in bocca almeno 20 secondi in un splendido gioco di aromi che lentamente si allontanano lasciandoti il ricordo di qualcosa di molto piacevole. L’abbinamento richiede piatti succulenti, carni grasse, brasati, io l’ho abbinato ad un risotto allo zafferano ed era armonico, con l’arrosto di manzo il vino era predominante ma non mi è dispiaciuto per niente che lo fosse. Se vuoi provarlo, il 2010 costa 25/30 euro mentre l’annata 2011 si trova a 16,50 direttamente nello shop online dell’Azienda.

Luca Gonzato

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Vini di Valtellina

Tutte le DOCG di Valtellina Superiore e Sforzato, i loro produttori e la posizione dei vigneti

Ancora il Nebbiolo in purezza, chiamato però Chiavennasca in Valtellina, siamo a poca distanza da Milano, se non ci fossero però le alpi orobiche a dividerci  e una strada tortuosa per raggiungerla (leggi, stai in colonna). I vigneti si estendono fino ai 600m delle Alpi Retiche nel versante soleggiato che segue il corso del fiume Adda lungo la vallata, qui come in Valle d’Aosta o in Liguria si pratica una viticoltura ‘eroica’, quasi tutto è fatto a mano sia per le pendenze dei vigneti che per la dimensione degli stessi che sono spesso dei piccolissimi appezzamenti sparsi qua e la sul crinale fino ai 600m  d’altezza.

Maroggia

Oltre al Chiavennasca sono coltivate altre tipologie di uve come la Rossola, la Pignola valtellinese e la Brugnola. Le 5 DOCG di Valtellina Superiore con menzione di sottozona sono Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno e Valgella, si susseguono da Berbenno a Tirano, ogni zona dona al vino caratteristiche diverse sia per quanto riguarda la composizione del suolo che per l’esposizione. Quelli di Maroggia hanno una spiccata acidità, Sassella più equilibrati ed eleganti, nel Grumello si evidenziano morbidezza e longevità, quelli di Inferno sono i più strutturati e tannici mentre in Valgella troviamo quelli con struttura e complessità più contenuta. La valle si percorre in poco tempo sulla statale, ma se provi a fare la strada dei vini allora tutto si complica, le vie sono strette e spesso ti trovi ad attraversare paesi dove se incroci un’auto in senso contrario inizi ad imprecare, l’ideale sarebbe andarci in moto o in bicicletta se hai buone gambe per affrontare le salite e potersi così godere il passaggio di queste vigne storiche. Ho assaggiato diversi V. Superiore e qualche Sforzato e sono convinto che meriterebbero una ben più alta notorietà nel panorama dei vini Italiani. Gli aromi caratteristici Del V. Superiore sono quelli della frutta rossa in confettura, le spezie, il cuoio. Il colore tende velocemente verso il rosso granato tipico del Nebbiolo. Lo Sforzato o Sfursat è prodotto in modo similare all’Amarone veneto, le uve vengono appassite per 3 mesi in fruttai, ne risulta un vino di notevole corpo e volume alcolico, difficile da abbinare se non con qualcosa di altrettanto strutturato. Come l’Amarone, lo Sforzato è impegnativo da bere, io preferisco degustarne un pochino da solo, invece il V. Superiore, pur essendo comunque un gran vino, lo apprezzo di più in generale e particolarmente in abbinamento al cibo, pensando alle tipicità valtellinesi è perfetto con un formaggio Bitto Storico, i Pizzoccheri o gli Sciatt.

Le Aziende che ho catalogato nell’Infografica sono 38, alcune hanno proprietà suddivise in più sottozone ed altre invece hanno produzioni più contenute e pochi ettari coltivati, alcuni fanno solo il V. Superiore o solo lo Sforzato ed altri invece hanno molteplici versioni. Tutto questo così la prossima volta che vai in Valtellina e ti trovi al ristorante  in imbarazzo di fronte ad una lista infinita di Valtellina Superiore puoi sempre riaprire questo post e decidere quale zona o Cantina si abbina meglio al tuo gusto.

Di seguito l’elenco delle Cantine e alcuni riferimenti. I nomi dei vini che ogni Cantina produce li puoi vedere sull’Infografica o visitare il sito web del produttore.

Assoviuno (Maroggia) – www.assoviuno.com

Arpepe (Sassella, Grumello, Inferno) – www.arpepe.com

Balgera (Valgella) – no website

Barbacàn (Valgella) – www.barbacan.it

Bettini (Sassella, Grumello, Inferno, Valgella) – www.vinibettini.it

Cà Bianche (Baruffini località Cà Bianche) www.cabianche.it

Cantina Castel Grumello (Grumello) – www.cantinacastelgrumello.it

Cantina Menegola (Sassella) – www.cantinamenegola.it

Caven Camuna, Nera (Sassella, Inferno) – www.cavencamuna.it

Contadi Gasparotti (Comune di Tirano) – www.contadigasparotti.it

Dirupi (sopra Sondrio) – www.dirupi.com

Luca Faccinelli (Grumello) – www.lucafaccinelli.it

Socità Agricola Fay (Sassella, Valgella) – www.vinifay.it

Fondazione Fojanini (Sassella) – http://fondazionefojanini.provincia.so.it

Renato Folini (Valgella) – www.renatodoc.it

Fruviver – (tra Tirano e Baruffini) – www.fruviver.it

Giorgio Gianatti (Grumello) – no website

La Perla (Valgella) – www.vini-laperla.com/it/

Le Strie (Sassella, Valgella) – www.lestrie.it

Bruno Leusciatti (Sassella) – http://cantinaleusciatti.it

Alberto Marsetti (Grumello) – www.marsetti.it

Cantina Menegola (Sassella) – www.cantinamenegola.it

Alfio Mozzi (Sassella) – no website

Nobili Nicola (Sassella, Inferno) – www.vininobili.it

Nino Negri (Sassella, Grumello, Inferno, Valgella) – www.ninonegri.net

Plozza (Sassella, Grumello, Inferno) – www.plozza.com

Mamete Prevostini (Sassella, Grumello, Inferno) – www.mameteprevostini.com

Aldo Rainoldi (Sassella, Grumello, Inferno) – www.rainoldi.com

Rivetti & Lauro (Sassella, Inferno, Valgella) – www.rivettielauro.it

Rupi del Nebbiolo (Sassella, Grumello, Inferno) – www.rupidelnebbiolo.com

Azienda tenuta Scerscé (Teglio, Tirano) – www.tenutascersce.it

Pietro Selva (Sassella) – no website

Sesterzio (Maroggia) – www.cantinasesterzio.it

Conti Sertoli Salis (Tirano) – www.sertolisalis.com

Terrazzi Alti (Sassella) – www.terrazzialti.com

Triacca (Sassella, Grumello, Inferno) – www.triaccavini.eu

Cooperativa Agricola Triasso e Sassella (Sassella) – www.cooptriasso.it

Vini dei Giop (Villa di Tirano) – no website

Marcel Zanolari (Bianzone) – www.marcelzanolari.com

Due DOCG assaggiate tempo fa e che possono in qualche modo rappresentare le produzioni della zona.

Valtellina Superiore Inferno Riserva 2009 Caven Al Carmine: Consistente, intenso, complesso, fine, frutta e fiori evoluti, speziato, tostato, caldo morbido, equilibrato, di corpo, tannico, sapido, persistente.

Sfursat di Valtellina Fruttaio Cà Rizzieri 2013 Rainoldi: Grande intensità e complessità, frutta rossa matura passita, viola, speziato, tostato, caldo, abbastanza morbido ed equilibrato, robusto, abbastanza fresco, tannico, sapido, intenso, persistente. Ideale abbinamento con brasato di capriolo.

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Vinerie dove degustare, Suttowine Milano

Metti che ti trovi a passeggiare in zona Navigli a Milano e che per la buona sorte del giorno non sei con figli al seguito, cosa avresti voglia di fare? io non ho dubbi, un bel bicchiere di vino da degustare con calma e senza l’assillo dei marmocchi che ossessivamente ti ripeterebbero ‘che noia, ce ne andiamo?’. La vineria scelta ha aperto la scorsa primavera sulla Darsena, si chiama Suttowine, non c’ero ancora stato pur abitando in zona, da fuori non si vede granché e alla prima occhiata l’avevo scambiata per una rivendita di vini, fa anche quello ma è principalmente un locale dove sedersi a bere un calice di vino e mangiucchiare qualcosa, è accogliente ed elegante al punto giusto, la ragazza al bancone socievole e preparata, la sera il locale si anima ed organizzano anche eventi musicali. In offerta ci sono i vini dell’Azienda Sutto che ha le vigne nella zona del Piave, in Valpolicella, a Valdobbiadene e nel Collio Friulano e poche altre etichette tra cui Riesling della Mosella, Franciacorta e Champagne francesi. Ho assaggiato due vini tra le produzioni di Sutto, un Friulano ‘Polje Collio DOC Friulano’, bel frutto e freschezza/sapidità tipica della zona e il Merlot di punta ‘Campo Sella, Sutto TT’, ‘very very good’ con le sue note di frutti rossi freschi e terziarie dal cuoio alla liquirizia, grandissima morbidezza, armonia ed eleganza, di quei vini che un sorso dopo l’altro ti farebbero finire una bottiglia, buono davvero. Il costo complessivo è stato più che onesto, mi è stato anche offerto qualcosa da mangiare insieme, bruschetta con fetta di soppressa veneta, bruschetta con pomodorini/origano e olive taggiasche, tutto di qualità, ero seduto al tavolo. Totale 12 euro, 5 il Friulano e 7 per il Campo Sella, buono no?. Ci tornerò ad assaggiare lo Chardonnay e l’Amarone, magari con i bambini che farò giocare con la splendida Berkel all’ingresso tra un succo di frutta e l’altro, così non si annoieranno.
Buon weekend

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Friuli Colli Orientali Pignolo 2011 Ronchi di Cialla

Di quei vini che stai lì ad ammirare

Prodotto dall’Azienda della famiglia Rapuzzi nella vallata di Cialla, nella Doc Colli orientali del Friuli, in provincia di Udine nel territorio tra Cividale del Friuli e Prepotto. L’Azienda è molto conosciuta per lo Schioppettino che produce.
Il vitigno Pignolo, l’ho scoperto solo qualche anno fa e me ne sono subito innamorato, è un vitigno di cui si hanno tracce dal medioevo, autoctono del Friuli. Ogni tanto mi piace aprirne una bottiglia, lo considero uno di quei vini che non ti deludono mai.
Questo Pignolo, stappato per iniziare bene la settimana, si è mostrato subito interessante, con un colore rubino impenetrabile che incuriosisce e stupisce per la consistenza alla prima rotazione, si formano archetti stretti e lenti, mi aspetto alcol, morbidezza, glicerina e un gran corpo. All’olfatto è elegante, di frutti rossi macerati che però mantengono la loro fragranza e erbe officinali, ma a colpirmi è la nota balsamica che mi ricorda le caramelle al rabarbaro. In bocca è lunghissimo, pieno e masticabile. Secco ma al limite dell’abboccato, caldo, morbidissimo pur evidenziando dei bei tannini evoluti, la nota balsamica si riconferma e si aggiungono delicate spezie e una nota di tostatura che va verso la liquirizia. Robusto, persistente, maturo, armonico. Dovessi dargli un punteggio sarebbe sicuramente sopra i 90.
Buon inizio settimana!

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Il Barolo, il territorio e le interpretazioni dell’Azienda Sordo

Otto Cru dell’annata 2013 e due Riserve nella menzione Perno delle annate 2010 e 2007

Tanta sostanza in questa interessante serata organizzata da Onav e presentata dal presidente Vito Intini con la partecipazione del marketing manager di Sordo il Sig. Paolo Trave. Dieci diversi Barolo nei calici, che per un amante del Nebbiolo non potevano che trasformarla in una serata memorabile.

Siamo in Piemonte, Provincia di Cuneo, nella DOCG Barolo che include 11 Comuni: Barolo, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba ed in parte il territorio dei comuni di Monforte d’Alba, Novello, La Morra, Verduno, Grinzane Cavour, Diano d’Alba, Cherasco e Roddi. Sulla mappa qui sotto puoi vedere la suddivisione dei comuni, la collocazione dei Cru di Perno in degustazione e le zone di formazione Elveziana e Tortoniana.

Il Terreno delle Langhe

Ciò che sta sotto alla vigna, che cambia anche solo spostandosi di qualche centinaio di metri, da un Cru all’altro, come nel caso delle parcelle di Sordo che si trovano in comuni, esposizioni e altitudini diverse, influisce sulla pianta e sul vino che verrà. A caratterizzare i suoli delle Langhe sono le Marne, formazioni stratificate del periodo Elveziano (Miocenico intermedio, era Cenozoica) e Tortoniano (7/11 milioni di anni fa). Lì dove una volta c’era il mare e dove ora si ritrovano numerosi fossili a testimoniarlo, c’è la tipica Marna grigio bluastra. Argilla, Limo, Sabbie, Calcaree, Minerali ecc. interagiscono nella Marna apportando proprietà specifiche al terreno. L’Argilla ha proprietà colloidali spinte, elevata ritenzione idrica, scarsa permeabilità, altissima coesione, elevata fertilità. La Sabbia ha scarsa ritenzione, alta permeabilità, facile penetrazione delle radici. Il Limo si muove su caratteristiche intermendie tra Argilla e Sabbia. Il Calcaree ha la proprietà di compattare ed indurire la Marna mentre la Sabbia la sfalda. Immagina quante variabili si creano lì sotto e come possono influire sul vino.

La zona più ad est, quella più antica, del periodo Elveziano, e corrispondente ai Comuni di Serralunga, Monforte e Castiglione Falletto determina nei vini una struttura del vino più possente, imponente, adatta ad un lungo affinamento. La zona più a ovest, di formazione più recente, il Tortoniano, offre al vino sensazioni più eleganti e sottili. Nel Barolo abbiamo comunque grande complessità e intensità in entrambe le zone.

Il Vitigno 

È il Nebbiolo, vitigno complicato che richiede uno specifico terroir. Bacca pruinosa, buccia sottile, tannica, maturazione tardiva. La vite predilige i pendii meglio esposti a sud-est e a sud ovest ad un’altitudine compresa tra i 150 e i 400 metri. Preferisce un terreno magro e composto da marne calcaree con microclima particolare. I cloni di Nebbiolo usati nelle Langhe sono, prevalentemente il Lampia, il Michet anche se ormai abbastanza raro e il Rosé ormai quasi scomparso. Le uve di Nebbiolo hanno spesso una scarsa proprietà cromatica dovuta alla Peonina, un Antociano (sostanza colorante presente nella buccia). Così come nel Pinot Noir possiamo trovarci di fronte ad un vino eccellente con un colore però più trasparente e meno intenso rispetto ad esempio a un Sangiovese o una Barbera dove ad influire cromaticamente in modo molto più intenso è la Malvidina. Nel registro delle varietà di Nebbiolo sono registrati 46 diversi cloni. Lo ritroviamo nei sinonimi di varietà come Chiavennasca in Valtellina,  Spanna (Gattinara, Piemonte), Picotendro (Donnas, Valle d’Aosta), Nebiolo (Luras, Sardegna). Una percentuale di biotipo X piuttosto che un’altra, il comportamento della pianta in base al terreno e alla sua gestione, il clima, il grado di maturazione tecnologica/fenolica, il periodo di vendemmia… hai già capito che determinano una gran quantità di variabili gustative.

Il Lavoro in Vigna

Cosa metti nel terreno, come gestisci la pianta, potature ecc. è ovvio che influiranno sul frutto che si svilupperà. Ognuno ha le sue tradizioni e il suo modo di gestire la vigna, ovviamente tutti i viticoltori operano in base alle proprie necessità e filosofie seppur nel rispetto del disciplinare di produzione, ed ora anche con la tutela/responsabilità dell’essere Patrimonio Mondiale UNESCO per il paesaggio vitivinicolo. L’Azienda Sordo si muove nel rispetto della natura con inerbimento controllato tra i filari di graminacee e altre specie che oltre a consolidare il terrreno, che per sua natura è abbastanza friabile, lo protegge dal dilavamento delle acque piovane e ne aumenta la sostanza organica. Non sono utilizzati concimi organici e diserbanti. Le viti vengono trattate con zolfo e prodotti cuprici come la poltiglia Bordolese, solo in caso di grave necessità si utilizzano altri presidi sanitari sotto lo stretto controllo di agronomi qualificati. La resa delle uve è di 80 quintali per ettaro.

Il Lavoro in Cantina

Come, quando e con quali modalità vengono svolte le operazioni di vinificazione, botte piccola o grande?, sono altre variabili che determineranno le differenze sui vini. Da Sordo le uve sono raccolte a piena maturazione e vinificate immediatamente all’arrivo in Cantina. Segue fermentazione tumultuosa a circa 30°C e macerazione a cappello sommerso che per tradizione dura circa sei settimane, successivamente la svinatura e la fermentazione malolattica (trasformazione acido malico in lattico). Maturazione in botti di rovere della Slavonia di grande capacità (oltre 100 in questa azienda). Affinamento almeno 38 mesi e due anni in botte. La Riserva ha un affinamento di 62 mesi.

L’Azienda Sordo

L’Azienda Agricola Sordo Giovanni, oggi guidata dal figlio Giorgio è situata ai piedi della collina di Barolo nel comune di Castiglione Falletto in provincia di Cuneo. Fondata nei primi del ‘900 e giunta alla terza generazione. L’Azienda ha un totale di 53 ettari suddivisi nei comuni di Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, Monforte d’Alba, Barolo, Novello, La Morra, Verduno, Grinzane Cavour e Vezza d’Alba.

I Barolo di Sordo in degustazione

L’annata 2013

È stata fresca ed in buona parte piovosa, ci sono stati periodi abbastanza lunghi di sole e bel tempo, sia in estate che durante la vendemmia, fatta in ritardo di una decina di giorni. I vigneti dei Cru presentati hanno ricevuto gli stessi trattamenti e processi di vinificazione.

La degustazione è stata guidata da Vito Intini. In generale ho potuto apprezzare la fragranza di fiori e frutti rossi ancora freschi e una nota di liquirizia che in qualche modo era presente in molti dei 2013, chiaro che hanno un notevole margine di miglioramento essendo predisposti ad una lunga evoluzione. Strutturati e complessi, con un tannino ben presente e in qualche caso ancora piuttosto spinto. Spero di avere l’occasione di assaggiare nuovamente questi 2013 tra qualche anno e riportarne l’evoluzione. Comunque, come dicevo all’inizio, tanta sostanza. 

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Barolo Monvigliero 2013 

Menzione del Comune di Verduno situata nella la zona più a nord del territorio del Barolo, collina a 250/300 m. slm. Terreno abbastanza sciolto, marne chiare, fini e asciutte. Tortoniano con presenza di sabbie.

Rubino con deboli riflessi granato, floreale appassito, la tipica viola, pasticceria dolce, frutto rosso, ribes, leggere note di spezie, pepe nero e chiodo di garofano, gusto elegante, tannini già composti e ottimo retrogusto.

Giovane, non molto strutturato. Ci rivediamo l’anno prossimo.

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Barolo Ravera 2013

Menzione del Comune di Novello e in minima parte del Comune di Barolo, collina a 330/480 m. slm. Terreno sciolto, marnoso biancastro Tortoniano su strati di marne grigio-bluastre.

Si differenzia dal precedente per l’assenza di note dolciastre e per sentori più balsamici con note mentolate, un frutto più complesso ed una maggiore struttura. Risulta energico con un tannino più potente e una buona persistenza gusto-olfattiva.

È un Barolo che chiama la succulenza del cibo, un brasato di manzo avrebbe da far lavorare bene questi tannini con la loro azione frenante sulla salivazione.

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Barolo Gabutti 2013 

Menzione del Comune di Serralunga d’Alba, collina a 250/300 m. slm. Geologicamente formazione di Lequio con marne argillo-calcaree non compattissime, Elveziano, stupendo e storico microclima

Olfatto potente, floreale appassito, marmellata di frutta, note terrose, di humus, grafite, tostatura, liquirizia, robusto, morbido, sensazione polverosa, tattile, sensazione di masticabilità.

Un bel Barolo. Tra i più premiati.

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Barolo Parussi 2013

Menzione del Comune di Castiglione Falletto, collina a 250/270 m. slm. Composizione dei terreni, misti con marne chiare (argilla e calcare), buona presenza di sabbie, Elveziano.

Note balsamiche mentolate, fragranza di frutti e fiori, struttura sottile ma molto elegante, lunga persistenza, armonico.

Mi è piaciuto davvero molto.

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Barolo Rocche di Castiglione 2013

Menzione del Comune di Castiglione Falletto e in minima parte del Comune di Monforte d’Alba, collina a 300/340 m. slm. Terreno Elveziano con sedimenti argillosi e calcarei, ricco di ferro.

Olfatto energico ed elegante, intenso, più cupo rispetto al precedente, liquirizia, frutta macerata, marasca, fiore appassito, polveroso, grafite, tabacco, complesso, imponente nella quantità di estratto secco, morbido, caldo.

Ottimo, chiede solo l’ulteriore sviluppo di aromi terziari nei prossimi anni per raggiungere l’eccellenza.

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Barolo Villero 2013

Menzione del Comune di Castiglione Falletto, collina a 250/350 m. slm. Terreno Elveziano con sedimenti argillosi e calcarei, ricco di ferro.

Vena più speziale all’olfatto, chiodi di garofano e noce moscata, cacao, caffé, elegante, molta liquirizia al gusto, morbido, masticabile, grande estratto, lunghissimo.

Wow!!!

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Barolo Monprivato 2013

Menzione del Comune di Castiglione Falletto, collina a 250/300 m. slm. Porzione Elveziana del territorio di Castiglione Falletto, esposizione completa a sud, uno degli 11 vigneti ‘Top’ del Barolo. Terreni calcarei e di marna bluastra di origine marina.

Colore più chiaro, sottile, leggermente burroso, speziato, pepe bianco e noce moscata, note mentolate, finezza ed eleganza estrema.

Da mettere in Cantina per le migliori occasioni.

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Barolo Perno 2013

Menzione del Comune di Monforte d’Alba, collina a a 250/380 m. slm. Terreno tufaceo con strati di terra rossa marnosa di non facile lavorazione. Sottosuolo di sassi e roccia cementata dura con argilla e sabbia, Elveziano.

Forte impatto olfattivo di cuoio, tabacco, ribes nero, pepe nero, legni nobili, struttura e tannini imponenti abbastanza evoluti.

Molto ‘maschio’

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Barolo Perno Riserva 2010

Caffè, cacao, eucaliptolo, liquirizia, struttura, complessità, persistenza.

Tutti gli ingredienti di una Riserva che arriva da una grande annata.

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Barolo Perno Riserva 2007

Marasca, carne macerata molto gradevole, tannini composti, morbidezza, lungo, caldo e avvolgente.

Grande grande

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Note finali

Sono arrivato all’ultima parte della degustazione, quella delle Riserve, con le papille gustative quasi esauste e meno ricettive, mi dispiace non aver potuto dare altri pareri, vorrei avere i tre calici qui, e valutarli adesso, sono sicuro che troverei molto altro da dire. Per concludere posso dire che i vini assaggiati sono stati tutti di ottima qualità, terrei in casa un Monprivato da bere in questi giorni accompagnandolo all’ossobuco alla Milanese e farei posto in cantina per blindare le menzioni Parussi, Rocche di Castiglione e Villero per qualche anno.

Il Costo a bottiglia di questi Barolo Sordo è all’incirca di 40€

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Qualche info sul Barolo e la sua fama

È a metà dell’800 che Camillo Benso Conte di Cavour e la Marchesa Giulia Colbert Falletto assumono l’enologo francese Oudart dando così vita al moderno Barolo e promuovendolo in casa Savoia. Il Barolo diventa a fine 800 il primo vino italiano di fama.

Nel 1934  nasce il Consorzio di tutela Barolo e Barbaresco

Vengono definite aree e un disciplinare generico

23 Aprile 1966 diventa Barolo DOC

1 Luglio 1980 diventa Barolo DOCG

11 Comuni nel 2008

513 aderenti al Consorzio, 281 imbottigliatori

il 22 giugno 2014 durante il 38° World Heritage Committee a Doha in Qatar, durante il quale il sito “I Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato” è stato riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità UNESCO

Si stima che i terreni abbiano un valore di 2 milioni di euro per ettaro.

A Barolo si può visitare il bel Museo del vino WI.MU. http://www.wimubarolo.it/it/ e terminare la visita con una bella degustazione nell’enoteca attigua, oppure visitare una delle numerose cantine presenti nel territorio http://www.langhevini.it

 

Luca Gonzato

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