Live Wine 2018

Come assaggiare oltre 35 vini e restare umani

  • Prima regola, non avere fretta, il vino si guarda, si annusa e si gusta in minima quantità, un sorso o due, lo finisci solo se davvero ne vale la pena.
  • Seconda regola, devi avere tempo, io ho avuto 4 ore a disposizione.
  • Terza regola, prendersi delle pause, mangiare qualcosa, chiacchierare e lasciare che il bevuto venga digerito.
  • Quarta regola, vai in ordine di intensità/corpo del vino, bollicine, bianchi, rossi, passiti.
  • Quinta regola, cerca di conoscere i tuoi limiti, 10 assaggi possono bastare o magari 50, solo tu sai quando è giusto smettere.

Resta comunque il problema delle papille gustative che si affaticano, la percezione cala proporzionalmente al numero di assaggi, in contrapposizione c’è da dire che questi eventi sono anche una festa per gli amanti del vino e non c’è niente di male se a un certo punto smetti di fare valutazioni tecniche e ti gusti questo nettare per puro piacere.

Cronaca della maratona: Ho iniziato gli assaggi con due Cremant Francesi (spumanti prodotti al di fuori della zona della Champagne, con un pressione inferiore, risultano più morbidi e meno complessi), delle regioni dello Jura e dell’Alsazia. Piacevoli ma subito dopo avevo nel calice due Champagne Bonnet-Ponson della Montagne de Réims che li surclassavano, per struttura, persistenza e finezza. Adoro le bollicine, e in Champagne sono maestri nel farle. Sapevo della presenza di Legret et Fils che conosco come etichetta dall’enolaboratorio Champagne di un paio di anni fa a Monza con Onav, mi è tornata la voglia del loro Rosé de Saignée, ma prima ho assaggiato il Blanc de Blanc (solo uve Chardonnay) e poi il Saignée che ha una breve macerazione sulle bucce, entrambi degli ottimi Champagne, il Rosé però è unico, da provare se non lo avete ancora fatto.

Mentre decidevo su quale banco andare ho incontrato gli amici Sommelier del mio corso Ais, Sasha e Ottavio così abbiamo iniziato a degustare insieme, che è la cosa migliore, ci si confronta cercando di individuare gli aromi e le qualità dei singoli vini per poi darne un giudizio complessivo che non sempre è concorde ma questo è il bello di degustare, si possono avere pareri diversi, ci sono aspetti oggettivi che possono essere discussi ed aspetti soggettivi che dipendono dal proprio gusto.

Insieme abbiamo quindi proseguito con i bianchi, prima un Veltliner della Repubblica Ceca che però non ha entusismato nessuno poi il trittico Terraquilia (Emilia Romagna) di vini da uve Grechetto (Pignoletto) prodotti con metodo Ancestrale (fermentazione innescata da lieviti indigeni presenti sulla buccia che viene bloccata ad un determinato grado zuccherino per poter imbottigliare, la fermentazione riprende e termina in bottiglia), il primo era velato con una leggera effervescenza, il secondo più spiccata e il terzo uno spumante, ad accomunarli un frutto fresco che a me ricordava la mela. All’unanimità il secondo e il terzo i migliori.

Ed eccoci in Abruzzo da Emidio Pepe alla ricerca del suo famoso Pecorino che però non c’era, l’Azienda presentava un ottimo Trebbiano d’Abruzzo (ne vorrei una cassa in cantina per quanto mi è piaciuto), poi visto che ci era rimasta questa voglia di Pecorino ci siamo spostati da Paolini Stanford dove abbiamo potuto assaggiare la loro versione e un Incrocio Bruni 54 che abbiamo apprezzato per la sua particolarità, simpatici e molto disponibili a spiegarci le loro vinificazioni ci hanno poi fatto assaggiare un loro primo esperimento di spumantizzazione ancestrale di Incrocio Bruni da una bottiglia senza etichetta, interessante inizio, spero di vederlo realizzato l’anno prossimo, comunque complimenti per la qualità e la passione.

Adesso si va in Friuli da Dario Prinčič, all’assaggio di Pinot Grigio con macerazione sulle bucce di 8 giorni, si potrebbe classificare come Orange wine, bel colore ramato luminoso, poi il Jakot (Friulano) con oltre 20 giorni di macerazione sulle bucce, si presenta di un bel giallo paglierino dorato e notevole consistenza, Bianco Trebež è il terzo, blend di Chardonnay, Pinot Grigio e Sauvignon ha un bel colore giallo ambrato. In tutti e tre i casi ci troviamo di fronte a vini molto strutturati e pomposi, ricchi di aromi, complessità ed eleganza, direi vini più da meditazione che da pasto o perlomeno bisogna saperci abbinare qualcosa di altrettanto strutturato ed aromatico.

Rimanendo nel Collio, da I Clivi di Ferdinando e Mario Zanusso degustiamo il Friulano (Clivi Brazan 2015) in quella che consideriamo un’interpretazione più classica, personalmente è quella che preferisco, poi il loro Verduzzo Friulano che è stata una bella sorpresa per la sua aromaticità e freschezza.

A questo punto concordiamo che sia il momento di passare ai ‘rossi’ e la prima scelta è per la Tintilia di Vinica (Molise), al suo banco troviamo un’accoglienza informale, ci lasciamo convincere ad assaggiare anche i loro bianchi Sauvignon e Riesling, pur mantenendo caratteristiche tipiche dei vitigni sono però molto differenti dalle espressioni di regioni più a nord o ad esempio dei Riesling della Mosella, interessanti ma dopo la struttura dei Friulano è più difficile apprezzarli fino in fondo. “Dai facci assaggiare la Tintilia”, però c’è anche il Pinot nero, ok proviamo, colore scarico tipico e frutto rosso fresco, bella acidità che chiama la beva, anche questo lo vorrei in cantina, di quei vini che ne berresti a secchiate. E finalmente la Tintilia Vigne del Sorbo che assaggiamo in due annate, credo 2013 e 2011 ma sinceramente non mi ricordo, la prima si sente che è più esuberante con tannini ancora da domare mentre la seconda è perfetta, avvolgente e morbida, equilibrata ed armonica, di questa farei l’abbonamento.

Un salto in Calabria da ‘A Vita’ e il suo Cirò, qui grande speziatura che ti fa immaginare fantastici abbinamenti con i cibi speziati e le piccantezze calabresi. Percorriamo più di 1000 km in pochi passi per trovarci di fronte ai Baroli di Principiano Ferdinando, dopo l’allegria che mi sembra di percepire negli aromi dei rossi del sud ci troviamo di fronte all’austerità del Nebbiolo, il primo all’assaggio è il 2014, già bevibile ma ancora ruvido nei tannini mentre il 2011 è di grande eleganza, io me lo vedo sulla tovaglia bianca della domenica con i tovaglioli ricamati e ricche portate ad esaltarlo, e questo non lo vuoi mettere in Cantina?

Qualcosa dalla Francia, Côtes du Rhône nel Domaine du Petit Oratoire, assaggiamo vari blend tutti fatti bene e ottimi al gusto, purtroppo non li ho fotografati tutti, quello nell’immagine Les Lauzes Blanches è un blend di syrah, grenache, carignan e mourvèdre mi è sembrato il migliore, in generale questo banco ci ha fatto meditare sulla capacità di fare grandi vini che hanno i francesi, avessi un carrello  ne infilerei subito dentro un paio di bottiglie. Tra l’altro la maggioranza dei banchi fa anche la vendita ma in questo momento non ho voglia di portarmi in giro bottiglie. A questo punto siamo tutti ormai agli sgoccioli come capacità degustative, Ottavio ci lascia mentre io e Sasha sentiamo il bisogno di mettere qualcosa sotto i denti, facciamo visita ai banchi alimentari e dopo un assaggio di baccalà vicentino acquistiamo a caro prezzo una bruschetta burro e acciuga (4€) ed una di crema di baccalà spalmata (8€), non posso che dire una ‘ladrata’, ripensandoci dopo avrei dovuto rispondergli in veneto ‘eh che sboro!’. L’aspetto positivo è che ci è tornata voglia di bere, devo mandare già quest’acciuga che mi si è fermata in gola. Ci fermiamo da un distributore che insiste per farci assaggiare più vini possibili tra quelli selezionati dal figlio, ottime selezioni, il primo ci riporta nel Collio quello Sloveno da Stekar e il suo Pinot Draga (Pinot Grigio), non filtrato, sapidità caratteristica della zona e complessità, l’acciuga è scesa. Sempre dalla Slovenia Brandulin Jordano, un Tocaj friulano di cui però non ricordo granché così come del Domaine de la Cras Marc Soyard, Bourgogne 2016 da uve Chardonnay, ultimo un Pinot noir dell’Alsazia che però ricordo essere stato di gran livello, sorry ma iniziavo ad essere stanco. Dai basta, si va a casa che ormai sono le sette, ci salutiamo ma intravedo a poca distanza un’altro amico, Tommaso (compagno di corso in Onav), ci salutiamo e aggiorniamo sulle rispettive degustazioni e mi convince a bere qualcosa insieme a sua moglie che lo accompagna, penso a cosa avrei rimpianto di non aver assaggiato ed è il Sauternes così lo proviamo tutti insieme e ci ritrovo quello zafferano che lo caratterizza, è ottimo, ha una bella freschezza, non è opulento come altri che ho bevuto e l’azione della muffa nobile non lo ha caricato troppo di aromi vicini agli idrocarburi. Ora basta, no dai, insiste Tommaso e allora chiudiamo veramente bene così come iniziato, si torna da Legret et Fils dove magicamente il rappresentante del banco fa comparire un rosè che non c’era all’inizio, un Brut magnifico, prima, dopo, durante, per lo Champagne è sempre il momento giusto.

Buon vino a Livewine 2018 e grazie a Sasha, Ottavio e Tommaso per la compagnia e le degustazioni fatte insieme.

Luca Gonzato

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Pubblicato da

dipendechevino

Ho ancora molta sete di vino, sono solo all'inizio.

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